L’inatteso

CIMG8052Mi ero preparata a un giorno senza ansia. Mi sono svegliata quasi in ferie, con la sensazione di essermi riappropriata di otto ore, non più in vendita. Questo venerdì è mio, mi sono detta. Ho iniziato da ciò che è più importante, seguendo il consiglio di Marina, che ha stravolto la prospettiva classica.

Incanalata nella mentalità che sia il dovere ad avere la precedenza, non mi sono mai posta il problema di cosa sarebbe accaduto invertendo i ruoli. O meglio, cambiando le etichette: “piacere” e “dovere” con “importanza”. L’importanza apre un nuovo cunicolo: importante per sentirmi bene, per guadagnare, per avere la mente serena, per sentirmi appagata, per sorridere, per provare piacere. Da dove inizio?

Inizio a leggere qualche pagina, scrivo un post per il blog, porto avanti un compito di scrittura. Poi passo al lavoro: qualche notizia, riletture, correzioni. Con calma e consapevolezza. E mi accorgo di una cosa. Quando scrivo per lavoro non passo il tempo a pensare di dover e voler finire, fino a che poi finalmente scriverò qualcosa per me stessa. L’ho fatto prima. E l’ho fatto davvero. Altrimenti diventa una rincorsa a qualcosa che non farò mai. O quasi mai. Perché i lavori remunerati avranno sempre la precedenza (come è giusto che sia) e si accumuleranno all’infinito, e ci sarà sempre un nuovo lavoro che mi fa comodo.

Ti fa comodo perché asseconda una tua paura. Quindi procrastini, ritardi, posticipi. Sai che non verrà mai quel momento tutto tuo. Perché dopo i lavori remunerati ci saranno la casa, le commissioni, due passi a piedi, lo sport, gli amici, la telefonata, le chiacchiere con tua madre.

Ciò che ho provato si chiama rilassatezza, ma anche senso di riconquista. Un passo dopo l’altro, ciascuno spontaneo e naturale, senza la sensazione di dire “dai che ho quasi finito, dai, dai che è tardi…”. Mi evito anche una buona dose di palleggi tra lavoro, social e rete, tipici della scarsa concentrazione.

Ma le sorprese, venerdì, non erano ancora finite. Esco per due passi semplici in centro, dopo pranzo. Al ritorno incontro una donna con la conchiglia del Cammino appesa allo zaino. Non è la prima volta che accade, ma questa volta è accanto a me, non sto andando al lavoro di corsa, non è troppo tardi quando vedo il simbolo. La fermo, le mostro il mio braccialetto pieno di frecce gialle e in un attimo si chiacchiera. Con uno sforzo rispolvero l’inglese, dall’ingranaggio lento perché non lo uso mai. Lei parla mischiando italiano, spagnolo e francese. Poi si assesta sull’inglese.

Mi sento a metà strada tra il Cammino e la vita reale, demarcata. Come se uno specchio mi attraversasse lungo il piano sagittale: per metà respiro quell’atmosfera, per metà sono nella città in cui vivo. Mary è partita da Monaco. Ha fatto Innsbruck, Brennero, Verona, Piacenza, Pavia, sopra a una bicicletta in cui c’è più della sua casa. Cerca Cammini non convenzionali e vive in Francia, vicino a Bayonne. La guardo con due occhi che brillano, le racconto delle mie esperienze e si inizia a parlare, proprio come sul Cammino. Si parla davvero. Si è veri. Si parla di sé stessi, di cose semplici, del vero e dell’azione, della riflessione. Niente di pesante o esistenziale. Ma ci si guarda negli occhi. L’accompagno da Gigi, per farsi aggiustare un pezzo della bicicletta e decido di aspettarla, per poi andare insieme a Santa Maria in Betlem dove troverà un alloggio.

Qui prevale il mio lato quotidiano, ossia la consapevolezza di poterla ospitare, ma di non saper gestire quella visita inattesa, nelle mie abitudini. Le offro un cappuccino e le dico il vero – ancora una volta – per fare ammenda del mio comportamento poco pellegrino. Lei è così felice: vuole farmi capire che sì, va bene anche così. Non devi dimostrare nulla, Eleonora.

Mary mi chiede se farò un altro Cammino, quest’estate. Il Brasile sembra così piccino (nonostante il mio sincero entusiasmo) di fronte alla potenza di quell’esperienza, che per un attimo esito, poi spiego, precisando di voler fare la via de La Plata l’anno prossimo. Lei, invece, mi fa sentire su un percorso. Lei, che ha vissuto sei anni in Brasile, mi suggerisce, mi racconta, mi galvanizza.

Sorrido pensando che sia il tipico regalo del Cammino (è la terza persona che incontro e conosco in poco tempo che ha vissuto in Brasile, insieme a Gabriella e a una ragazza del corso di yoga con il fidanzato brasiliano). Là, in quella terra, Mary ha fatto la bibliotecaria per il German Center… (non ricordo bene). Mi racconta di aver iniziato a scrivere un diario dall’età di 12 anni e di non aver più smesso – o quasi – e scrive, scrive sempre. Sono emozionata, penso a Gyongyi, e Pavia si trasforma in una città del Cammino, io sono qui e là allo stesso tempo.

Nessuna chiacchiera vuota – quanto le detesto! Pur apprezzando le risate e i momenti frivoli – nessuna leziosità, finta gentilezza, bellezza artificiosa. Due donne che si incontrano, si mescolano e ripartono. Un contatto su un foglietto è ciò che rimane. E da lì poi…

Annunci

Ciò che non faccio più

butterfly-108616_1280Non guardo più le vite degli altri. Non come gossip, pettegolezzo o curiosità sordida: quello non è così interessante. Non lo faccio più come confronto impietoso, come sistema giudicante. Non misuro più il mio valore confrontando le strade, gli scalini e i tempi altrui, come se ci fosse un solo sistema per muoversi e una sola unica linea diretta verso l’alto. A volte si scende, ci si ferma, si devia, si danza, si salta. Imparo, dagli altri, assorbo, mi confronto, mi relaziono. Ma non misuro più me stessa.

Non mi curo di ciò che ci si aspetta da me. Non mi interessa che gli altri giudichino una mia scelta come folle, assurda, imprudente. Mi giustifico ancora, a volte, ma non mi importa più di ciò che gli altri vorrebbero che io facessi. I tre tatuaggi sono stati un segno tangibile di questa novità. Evidenti, colorati, pieni di significati solo miei. Dire qualche no, vivere come preferisco, accettare ciò che non posso cambiare, seguire il mio intuito e la mia ragione. Sono più felice. Non sono accondiscendente, ma sono io. O quasi.

Non mi focalizzo più su ciò che manca, se non per migliorare. Non mi lagno di ciò che non ho in modo sterile, che poi non si tratta mai di oggetti o cose, ma di esperienze e pezzi di vita, di lavori, luoghi e capacità. Non sono più ossessionata da ciò che non ho fatto, non sono e non sarò. Spingo invece per migliorare ciò che è in potenza, in me. Penso più spesso alle bellezze di cui sono piena: è a questo che serve camminare, ballare, ridere, avere amici e una famiglia.

Non penso più ai compleanni dei miei ex, alle date speciali di amicizie e amori finiti. Sono semplicemente finiti. Sono là, nella scatola del passato e dei ricordi, mi hanno permesso di essere ciò che sono, ma non hanno alcun riverbero tangibile nella vita che ho adesso. Pensare troppo alla data di una vacanza, della laurea tanto odiata, della prima sigaretta, della prima uscita in ambulanza, non ha alcun senso se non nei racconti attorno a una birra. Penso ai calendari futuri, alle amicizie che durano da uno, dieci, vent’anni o da sempre.

Non penso che dovrei essere più o meno qualcosa. Più bella, più scaltra, meno timida, meno indecisa… sto smettendo. Magari, ecco, mi concedo un appunto sul peso.

Non mi avvolgo più di rimpianti, lasciandoli cadere su di me a formare un mantello. Quando ho smesso, ho sentito un click nella testa, come quando ho smesso di fumare. Non esistono i rimpianti. Ho sempre scelto ciò che volevo, quando mi capitava di dover scegliere. Se potevo scegliere. Ora, nella stessa situazione, farei scelte differenti? Magari è perché sono cambiata io, il contesto, le condizioni e la rete di amicizie e relazioni. Non ho fatto psicologia? Perché non ne ero convinta, perché non era la scelta che in quel momento mi appariva più saggia. Magari per compiacere, perché no. Non avevo ancora smesso di fare ciò che ci si aspettava da me, all’epoca.

Non arretro più. No, se non in casi eclatanti, amando e accarezzando la mia timidezza. Perché ha valore tanto quanto l’esuberanza. Il piede, ora, va in avanti. Resta l’ansia leggera, l’agitazione a tratti. Resta il silenzio quando non so cosa dire, perché a me le chiacchiere a vuoto non piacciono, ma esplodono racconti quando ne vale la pena.

Non fingo più. Se non voglio esserci, se non posso esserci, se non mi piace qualcosa o non ci credo, ora lo dico. Dico ciò in cui credo, che penso, che so, quando ho davanti – beninteso – qualcuno per cui so che vale la pena sforzarsi. Altrimenti lascio correre, ma perché lo voglio io, non perché devo fingere per quieto vivere. Basta, con il quieto vivere. Non dico di sì per poi lamentarmi, con la paura che l’amica si offenda. Non scendo a compromessi che non siano leciti e validi. Gestisco la mia vita senza accontentare tutti, sempre e per forza.

Non nascondo i miei gusti, nemmeno quando sono criticabili ossia sempre, da almeno qualcuno. Non nascondo il mio folle amore (ormai relegato nel cantuccio giovanile) per Ligabue, nemmeno quando ridendo vedo battute su accordi e pessima musica, adoro Tiziano Ferro e mi è sempre piaciuta una sola canzone – giuro una sola – di Gigi d’Alessio. E quindi? Non faccio la fighetta perché leggo i Nobel: io mi ci diverto, e adoro quel premio proprio perché senza sarei stata nell’ignoranza di autori favolosi, che mi hanno stravolto, guidato, fatto riflettere e sorridere. Adoro Wallace tanto quanto ascolto bachate a ripetizione anche se “fanno tamarra”, mi piace mangiare e gustare i sapori. Mi piacciono le trattorie spartane e i menù un po’ rustici (dai nervetti alla cassoeula), ma anche il “sushi cinese” dei ristoranti di qui. Mi fa dormire il Signore degli Anelli, almeno secondo il ricordo che ne ho io quando lo vidi al cinema, magari lo vedo ora e cambio idea. Accetto di poter cambiare idea. Ho dei problemi con pianoforti e musica classica, o con la lirica. Non ho la tv perché mi urta la confusione e il rumore “alla Bonolis”. Adoro Pavia.

Non mi lascio trascinare così tanto dalle ossessioni, dalle compulsioni, dal controllo. L’ansia di volere a tutti i costi andare qui, là, lì è scomparsa. Se penso al Brasile per quest’estate, non mi viene più quella tensione ossessiva che mi fa perdere di vista il resto. L’ossessione di essere questa o quella persona ha lasciato il posto al fare, al vivere, al camminare.

Infine non mi scoraggio più sentendomi inetta. Ma ancora mi impigrisco e mi blocco, nonostante sia iperattiva e impaziente. Ancora non capisco perché mi sento ferma, a volte. Ancora non bilancio gli opposti che risiedono in me. Ma c’è tempo, e sono già tante le cose non faccio più. Ed è per questo che sono già felice.

La terza

tuba-388989_1280Arriva il momento in cui una coinquilina se ne va. Sì, perché vivo con altra gente, cosa che a molti sembra poco confortevole, quasi fastidiosa. Non si tratta di un imperativo né di una necessità. Si tratta di spendere per ciò che preferisco – la casa di una single-che-non-c’è-mai non rientra al momento tra le mie priorità – e di risparmiare sul tempo. Perché poter fare le pulizie in tre, per dirne una, non è come farle da sola. E la differenza nei miei weekend la noto. Vivo con uno studente silenzioso, G., con cui si è instaurato un brillante rapporto di reciproco rispetto della solitudine (che io tanto amo) e con la terza inquilina. La terza. Non si può chiamare altrimenti, visto che ne sono passate tre, da quando ci sono io. La terza è ballerina, instabile, effimera. La terza mi fa sentire quel sordo rumorino quando dice che se ne va. Tumb. Lievissimo, perché non lego come in amicizia, ma ne sento l’arrivo e la partenza. Sento le regole che si infiltrano, la mia freddezza che lentamente si scioglie quando scopro che non c’è nulla da temere. Tumb. «Io lascio la casa a metà febbraio». Incolore, insapore, inodore. Bene, male. Dipende da chi arriverà. Tu andavi bene, ma non è che mi strappo i capelli ora che vai via. Che dire? Tumb. Riconosci il tonfo, lo osservi. Andrai a Tunisi per lavoro: valigie, trasloco, quell’aria sbarazzina dal sapore estivo, inviti per il mare ai quali associo le immagini di un turbante beige e di una lieve brezza di sabbia. Tumb, è un saltino e una sospensione aritmica. Senti che tu sei ancora lì, vedi scorrere le tre donne che se ne sono andate e tutti i vuoti d’aria che hanno prodotto arrivando e partendo. Quando arrivano senti un’apnea, quando vanno senti il rilascio. Conoscere quella nuova non mi dà alcun sentimento, viceversa ripenso alle altre due prima di te. A., è andata a convivere, ma non si è granché mossa dalla sua routine pavese, e questo mi rilassa, ci vediamo, condividiamo un’esperienza e sì, siamo amiche, ora, fuori casa. La seconda era una mia conoscenza lavorativa, si muoveva come un’onda, la percepivo come una carovana di troppe carrozze, troppi rumori, troppo…come il vento del master l’ha portata qui, lo stesso vento l’ha riportata dai suoi. Ecco, poi ci sei tu che vai a Tunisi. E io a giugno festeggio due anni, con un pizzico di quel Tumb più stropicciato, più patetico, più prezioso e più ardente, ché – a dirla con un luogo comune – sono proprio volati o sembra ieri. Ma a volerci spendere una parola in più posso dire che è capitata, questa città. È capitata questa casa, che anche se io l’amo mi riporta alla mente quell’autostrada di Silvestri (ma Pavia non ha nulla a che vedere con l’incrocio, la casa, la chiesa e la croce), per questo avrei giurato di starci poco, giusto quel tempo necessario per… per cosa? Per sceglierla. Per scegliere la nebbia, la voglia, l’acqua e il cammino.Per scegliere quel mattino che arriva prestissimo, quella strada che porta al treno, e quella piazza gremita di gente, ma non sempre. Per scegliere quel saluto a chi ormai riconosco, quell’impegno che ho preso, quel «ciao, come va?» sussurrato, per scegliere le solite strade su cui camminare – e sorriderci da sola, pensando – e quel parco che cambia di stagione in stagione. Per sceglierla ancora, insieme a quel Tumb.

Io sono i tuoi occhi

10321199_10152516252745209_9028383616689016997_oAvevo appena suonato il campanello posizionato accanto a un portone solido e massiccio, di quelli di una volta, ma ancora lustro e dal fascino dei portoni pesanti. Non era grande, come la maggior parte delle strutture di Corso Garibaldi, ma si adeguava agli edifici storici del quartiere e per questo diventava imponente. Essendo tutto piccolo, o meglio compresso, porte e stanze sembravano immense, anche quando non lo erano. Nina mi stava aspettando per il solito tè del sabato pomeriggio e due chiacchiere con l’amica – la sottoscritta – conosciuta un anno fa, a pochi mesi dal mio trasferimento a Pavia. La Nina e io, come direbbero qui, con quell’articolo buffo e affettuoso che precede sempre ogni nome proprio, da un po’ di tempo stavamo in casa anche nelle giornate di sole, sebbene nel Corso e lungo Strada Nuova si riversasse la folla festante di pavesi, turisti, per lo più forestieri giunti qui per studiare. Quando si è soliti camminare nel fine settimana per il centro o lungo il Ticino, nel punto adorabile in cui si interseca con il Ponte Coperto, ai più sembra che Pavia sia la città della giovinezza, con tutti quegli studenti, il perpetuo sorridere e le maschere di trucco delle ragazzine. Il tramonto lascia una sorta di scia, quasi fosse la bava della lumaca, e te la senti appiccicata addosso ovunque. Pare una promessa del domani, che vedi comparire tra la corrente del fiume e le curve del ponte. I ragazzi si siedono sul parapetto con fare arrogante, chiassoso. Le fanciulle dal rossetto eccentrico, acquistato poco lontano a prezzo ridicolo, cercano di sembrare naturali e vissute, quando invece tremano di ansia e di quell’adrenalina adolescenziale che rende tutto emozionante. La Nina, ahimè, aveva invece appena compiuto 88 anni e di camminare non se lo poteva proprio più permettere, a causa di quella rovinosa caduta mentre attraversava l’acciottolato, dopo una visita fugace alla Chiesa di San Teodoro. Lo faceva da quasi trent’anni: una preghiera tra quelle navate era d’obbligo, almeno un paio di volte al mese. E non pensiate che io vada da Nina per solitudine o pietà: lei e io siamo così in sintonia che per quanto ci siano ben 56 anni di differenza, la considero un’amica preziosa.
È iniziato tutto per caso, durante uno dei miei “passeggi” alla scoperta di quella città che mi avrebbe con delicatezza – come una carezza sinuosa, ma senza alcuna volgarità – ammaliato tanto da tesserne le lodi ovunque. Un anno fa, dicevamo, Nina era in grado di mettere ancora il naso fuori casa, e in una di queste incursioni in un negozietto classico di frutta e verdura del Corso, di quelli semplici, abbiamo iniziato a chiacchierare senza nemmeno rendercene conto. Dapprima si trattava dei soliti convenevoli del sabato mattina, poi dall’abitudine – cosa strana se ci si pensa – si è passati alla curiosità e all’affetto. E chi meglio di lei poteva regalarmi qualche momento intimo di una città a me sconosciuta? Non avrebbero potuto farlo tutti gli amici forestieri e lavoratori di cui mi ero attorniata in breve tempo, nemmeno se fossero stati a Pavia da cinque o sette anni. Solo la Nina poteva parlarmi della vita da mondina, dei balli tra un lavoro e l’altro, della Necchi, la ditta più famosa della città, delle passeggiate con il marito lungo le vie del centro dopo il cinema, del Fraschini e della sua perenne eleganza. La chiamavano “la donna con il tailleur” e ne aveva sempre uno adatto all’occasione. Grazie a lei rivivevo le magie di una Pavia d’altri tempi. Io, invece, ero le sue gambe e i suoi occhi per vedere quella città moderna che ormai le era preclusa. Le raccontavo delle mie camminate riflessive lungo il Ticino, per tutto il parco fino alla casa sul fiume che una volta – mi diceva lei – era bellissima: c’erano le sdraio e gli ombrelloni e il baretto dove la gente chic beveva gazzosa. Consumavo strade e stradine a piedi per scoprire la città in ogni anfratto e lo facevo spronata da Nina: il mio primo gioiello è stato la Chiesa di San Michele, mentre la colazione in piazza Azzani aveva trasformato una mia domenica mattina da solitaria a ricca di vita e piacere. In quella Chiesa, raccontavo a una Nina incredula, ho trascorso il mio primo Natale pavese: “e non solo per la Messa. Ho proprio passato il 25
dicembre qui, nella cripta, con i poveri, le persone sole e i migranti”. “Cosa? Nella cripta? Hai pranzato in Chiesa, uh Signur”! Ma si vedeva che era felice di sentirmi parlare della sua città con tanto affetto. Le raccontavo anche di qualche sparuto pellegrino, che salutavo sempre con ospitalità. Se ne incontravano di tanto in tanto sulla parte di Via Francigena che attraversa Pavia: in molti hanno lasciato che si depositasse silenziosa tra le bellezze da dimenticare. Per il giorno del suo compleanno avevo deciso di farle una sorpresa. Volevo assecondare il suo desiderio più grande: rivivere la festa del Ticino come un tempo, in tutto il suo splendore. Per quel giorno avevo scelto per Nina l’abito più bello, chiamato una parrucchiera che sapeva cosa fare, contattato suo figlio affinché partecipasse. Per quel giorno volevo portarla anche alla Chiesa di Santa Maria in Betlem, in Borgo Ticino, dove Nina aveva vissuto momenti della sua giovinezza. Ricordo ancora quel sorriso nostalgico e doloroso, quella sensazione di saggezza e memoria storica mista alla consapevolezza della fine di qualcosa, che ancora non sapeva afferrare bene. Tutto le era familiare e al tempo stesso sconosciuto. Le sue due ruote procedevano lente, con la pazienza di chi non ha alcuna fretta né vuole scansarsi di fronte alla folla e io la guidavo parlandole sottovoce all’orecchio ancora buono. Le bancarelle sul ponte erano l’ultima tappa, poi si tornava a casa. Non mi aveva ringraziato in quel momento, per orgoglio, ma lo ha fatto a ogni appuntamento successivo. E anche quel giorno, davanti a quel campanello di un portone troppo massiccio, sapevo che Nina mi avrebbe raccontato altri segreti di Pavia e della sua gioventù, e io a margine le avrei detto che la sua città, portandomi sole (e non solo umidità e zanzare), luci, cultura e amici, mi aveva proprio salvato la vita.

Per il concorso: “Pavia, viverla per raccontarla”

Ed è solo allenamento

IMAG1942Ho imparato che non esiste il momento giusto nella vita, esiste il momento e basta, e va colto. Non era in programma di arrivare a Milano, non da subito per lo meno. Erano già le dieci, minacciava pioggia e io ero andata a dormire alle 5 dopo una notte di balli e sgarri. Però l’idea era nell’aria, l’ho solo seguita passo dopo passo.
Ho imparato che la fatica è nella mente e che quando sei piena di entusiasmo, quando ci credi perché lo vuoi, vai davvero avanti. Anche se hai dormito 4 ore e mezza. Ho imparato che alcune condizioni sono favorevoli quando meno te lo aspetti: clima mite, aria perfetta, niente pioggia
Ho imparato che bisogna dosare le energie e quando è pausa è pausa. Ho imparato che l’ambizione, o la motivazione, aiuta: non ci sono cazzi, avere una meta è importante. E lo è anche arrivarci. Il percorso va vissuto, ma senza meta non si è abbastanza motivati per proseguire.
Ho imparato che a volte il silenzio è più perfetto della musica, che a volte cantare e muoversi da soli per strada è liberatorio, che respirare allevia il dolore.
Ho imparato che non voglio conservarmi per dopo: ogni acciacco o ruga sarà il segno che avrò vissuto e rischiato. Che utilità c’è ad avere il piede intatto e perfetto se mai lo si è usato?
Ho imparato che anche quando ami la solitudine, è naturale volere compagnia
Ho imparato che quando una cosa è quella giusta, lo capisci al volo, senza dubbi.
Ho capito che quando raggiungi un obiettivo per te prezioso vuoi dirlo a tutti: la condivisione è metà della felicità. E te ne freghi se sei in giro per Milano in abbigliamento improponibile, con le caviglie un po’ infangate, qualche spiga sulla tuta e sudata da far pietà. Anzi, ne sei orgogliosa.
Ho imparato che gli incontri per me sono fondamentali e che dobbiamo risvegliare fiducia e umanità: domenica scorsa lo sconosciuto Andrea mi ha offerto la sua bottiglietta d’acqua e mi ha raccontato del suo pellegrinaggio di otto giorni, ieri Licia ha accompagnato una donna stanchissima, ma felice, alla fermata della metro più vicina, per tornare a casa. Mi ha detto che nulla accade per caso e che le porterò fortuna.
Ho imparato che la fatica è bella, la fatica è un balsamo e una cura
Ho imparato che se ripenso a quelle 5 ore non ho idea di cosa io abbia pensato per tutto quel tempo
Avevo quel sorriso, da quando ho visto il cartello Milano. E ho quel sorriso, quello che di solito si ha quando un uomo ti risveglia, quello delle endorfine e della scossa. Il dolore alle gambe e alle anche è passato immediatamente. Ho imparato che mi piace da morire essere folle quanto basta, che sto diventando quella che sono, che avrei voluto essere e che sarò, pian piano e sempre diversa. Non che quella di prima non fossi io, ma ero io del passato, in quel momento e in quelle circostanze. Ho imparato che non scambierei nemmeno le mie pippe mentali più malefiche per una vita tranquilla.
Ho imparato che a volte è inutile raccontarsela: non vedi l’ora di arrivare e quando leggi “Rozzano” inizia a sentirti felice. Ho imparato che poco prima del traguardo vai più veloce (mentre io spesso rallento, questa volta no):
Ho imparato cosa amo di me grazie al commento di una persona che mi conosce pochissimo: “sei un ragazza così curiosa della vita”, la stessa persona che mi ha detto che dovrei fare la scrittrice, con tenerezza.

È tutto nella nostra mente. O in una domenica di passi da Pavia a Milano. Ed è solo allenamento, pensa a quando sarà Cammino.

 

Qualche mese fa, su Gallizio