Tutto ciò che c’è da fare

shoe-270930_1280Mi sveglio nella notte, pensando sia già ora. Mi rigiro tra il soddisfatto e l’impaziente. Non è ansia, ma quella voglia che sia già mattina tipica dei bambini. Quella voglia di fare o quella paura di non svegliarsi per tempo e perdere qualcosa di bello. Stamattina era anche timore di un esame, un colloquio orale, lo spauracchio di tutti gli introversi. Poi si fanno le 5.30. Già, sono loro. Gesti rapidi, un sonno sulle palpebre che si leva in poco tempo e sono pronta per correre, per imparare a farlo seguendo un programma. Sono solo le 5.45, la luce non è piena, ma soffusa. So che mi aspetta un nuovo spettacolo tra il fiabesco e l’onirico, mentre io cammino, corro, sudo e indosso una nuova abilità. L’entusiasmo è quasi eccessivo, come sempre. Ho questi toni alti per le bellezze minuscole, mie, naturali. Per ciò che mai avrei pensato di poter fare e quando mi scopro a farlo – davvero e con costanza – mi stupisco e prendo il megafono per raccontarlo. Scrivendo.

Quello che ricevo come risposta mi fa sentire sempre un po’ in colpa. La chiamano forza di volontà. E se lo mettono nero su bianco, come stamattina, mi sento davvero in imbarazzo. Non è così, io lo so e me lo sento addosso. Si tratta di momenti e occasioni. Se fosse forza di volontà farei fatica, mi rigirerei nel letto venti volte e con quel senso del dovere profondo che attanaglia alcuni oppure sfruttando una disciplina appresa sui banchi di scuola, emergerei dalle coperte per vestirmi. Gesti lenti, voglia assente. Entusiasmo che cresce di poco a ogni passo, ma non guarda oltre. Si intravede solo fatica, obbligo, volontà e necessità. Io non sono così. Se prendo una decisione e la porto a termine – dalla dieta al fumo passando per cammini e corse (e ancora non so quanto durerà la “passione” nuova) – o la perseguo, significa che ciò che faccio mi piace, lo voglio, è il momento giusto. Da anni mi dico che dovrei correre. Anni. Eppure non l’ho mai fatto. Un paio di settimane fa senza motivo mi sono svegliata alle cinque e mezza, tra surrene iperattivo e altri fattori, e mi sono detta: “che si fa? Corriamo! Non ci sarà in giro nessuno che guarda come lo faccio, posso usare la mia App favolosa che mi guida in modo graduale. Andiamo”. Mi improvviso, metto su due robette tra il tecnico e il ridicolo ed esco. Da lì, con calma, ho pensato che poteva fare al caso mio. Mi sentivo energica e solare. Rispetto ai famosi “anni fa”, quando lo dicevo senza farlo, ho cambiato abitudini e bioritmo. Non so perché, ma ora sono più allodola che gufo e amo svegliarmi presto. Non ho attinto a una forza sconosciuta, ho solo aspettato che maturasse questa voglia, che si unisse all’esigenza, che sposasse la curiosità e trovasse l’occasione per cadere dall’albero. La corsa ha trovato me, così come il cammino, la dieta e lo stop al fumo. Mi perdo per cose più piccole, che non è ancora o non sarà mai il momento di fare. Quante volte ho provato a smettere di fumare? Sono riuscita solo quando il tempo era maturo, la mia mente pronta ad accogliere quella richiesta, il mio corpo favorevole. E non basta. Ho imparato a creare il tempo. Quando si scopre questa possibilità è come soffiare quanto il vento, rendersi fluidi, leggeri, sinuosi. Si respira energia: più si ha voglia di fare, più si fa e più si alimenta questa onda di benessere. Si crea tempo, si usa, se ne apre ancora davanti a sé, si sfrutta quello nuovo con un’abilità e una maestria prima sconosciute. Si perde, si gioca, si sciupa e si riconquista, langue, abbonda, si spreca, si ricrea. Si fa, solo stando nel momento presente. E si amplifica, rendendo la forza di volontà un punticino lontano, laggiù, dal quale si è forse partiti, per poi staccarsi e lasciare alla bellezza, alla voglia, alla mente e al corpo tutto ciò che c’è da fare.

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Mi prendo cura di me

barefoot-504140_1280Mi prendo cura di me, facendo uscire ciò che sono. Si inizia da gesti simbolici, una presa di posizione, leggeri cambiamenti, nuove frasi dette e non dette. Oppure si può partire da vere e proprie imprese: dimagrimenti drastici, lunghe letture, passeggiate di 28 giorni. I bilanci sono tipici di questa parte dell’anno, scontati e d’obbligo tanto quanto gli oroscopi che ci predicono ben 365 giorni tutti insieme. Qualche parola per placare ansie ingiustificate su un futuro che non esiste se non quando diventa presente, una corona di speranze per chi ha sogni e desideri stipati nei suoi centimetri di altezza. Non faccio eccezione. Cerco la magia, la frase taumaturgica – senza crederci, ma solo appendendomici – e con piglio preciso sgrano il mio 2014.

Ho iniziato una dieta lenta, un anno fa, e senza accorgermi, ma con qualche rinuncia, ho perso 13 kg in modo sano e risolvendo quei problemi di salute che mi attanagliavano. Ho costruito muscoli e parole. Ho iniziato e finito Infinite Jest in 5 mesi: adorato, odiato, letto con avidità e abbandonato per qualche giorno. Ho ringraziato anche Trenitalia per i suoi ritardi, e mi ci sono sentita così dentro, in quelle 1400 pagine scritte in corpo 10, da arrivare in ufficio con un sorriso idiota e una felicità impalpabile. E mi ci sento dentro in ogni romanzo che leggo, in ogni nuovo scrittore conosciuto. Ho mosso i miei primi passi di danza e assaporato i movimenti precisi di ogni singola parte del mio corpo, ho conosciuto, imparato, scolpito. Ho visto risate nuove, come le amicizie che si sono poco a poco create. Sono diventata amica di una donna di 89 anni, ho aperto un blog per rovesciare e sbrodolare l’incontenibile. Ho camminato. Quanto? Ho gioito per pochi chilometri: ricordo ancora la prima volta alla Certosa di Pavia, l’inaspettata visita guidata, i 18 km a piedi. Poi divennero 30 e poi divennero 30 con il peso dello zaino e 30 ripetuti per due giorni. Caviglia gonfia e dolori ovunque. Ho imparato ad assaporare ogni piccolo passo verso un obiettivo più grande. Ogni conquista presente è un mattone su cui appoggiare tutti gli altri a venire. Poi ho fatto 900 km. Non tutti insieme, un po’ alla volta, sebbene dirlo così mi riempia di autostima. Diciamo pure che me la tiro. Ne sono così soddisfatta che quando penso all’Oceano, al momento in cui ho detto: “cazzo, sono partita dai Pirenei, io qui ci sono arrivata con le mie sole gambe”, non so se ridere o piangere di commozione. E se li scompongo in quei 28 giorni, la gioia è ancora più grande. Al ritorno di tatuaggi ne ho fatti due e ho finalmente cambiato residenza, dopo un anno e mezzo a Pavia: una piccola e nuova radice, un’altra scelta. Significati, segni, simboli. Sulla pelle una frase di un film visto al liceo e la conchiglia del Buen Camino. Sono tracce di qualcosa di definitivo, contrario alla mia logica di fuga e di cambiamento. “Il tempo non muore mai, il cerchio non è rotondo”. Ora lo dice anche la mia pelle. Bilanci, chi ha bisogno di bilanci?