Il gioco del “mi piace”

2423518111_7d58d9d412_oQuello che rende poetico Amelie, quello che ha reso uno spazio di Facebook più umano. Il gioco del mi piace, del bello, del momento che ti lascia quella sensazione di bianco. Non è la felicità estrema, non è la gioia istintiva né sconfinata. Si tratta del piccolo e del semplice, a volte anche del maestoso, ma sempre soffice, delicato, mai urlato. Non è il giorno della laurea o il parto, ma è il sapore della sigaretta prima della discussione della tesi o il gesto rapido e scombinato di un futuro padre mentre apre la portiera dell’auto alla sua compagna. Sì, è un elenco, ma un elenco liberatorio, che al mattino riempie la scatolina dell’entusiasmo e alla sera ti scioglie in un sorriso. È guardare un film della tua infanzia e scoprire quanto sia ancora bello e originale, anche se non te lo ricordavi così bene. È capire che – in fondo – è la bellezza a restare, la sensazione. Mi piace chi nota le mie scarpe rosa, o chi comprende il mio colore preferito. Il mio riccio quando è più ribelle, più all’aria, più riccio. È sapere che una cosa sarà l’ultima, è pregustare l’adrenalina di un concerto. È quando qualcuno è gentile in metro o sulla banchina in attesa del treno, è il complimento inaspettato. Mi piace il latte quando è bollente tanto da lasciare segni sulle labbra, come di scottature microscopiche, e quando ha la schiuma come al bar. Mi piace aspettare l’oroscopo di Rob, il giovedì a mezzogiorno, rendere un favore e sentire una voce al telefono. Mi piace quel momento in cui si scoprono intese con un’amica che non vedevi da secoli, quando assapori il tuo piatto preferito. Mi piace il tappeto di polline nonostante gli starnuti, il tipo carino che si siede accanto a me in treno, la sonnolenza ritrovata. È quel saper aspettare, quel non trovare le chiavi, è guardarsi da fuori durante la lezione di ballo e sentirsi felici, anche se non ti viene. È quel momento in cui ti senti sola, ma passa subito, perché sai che è di una bellezza struggente. È il gelato al pistacchio. È sedersi al cinema in fondo e osservare gli altri, è andare da Mariangela e vedere più vita in quella novantenne che in tanti coetanei, è darle un bacio sulle guance morbide e lisce. È sentirsi dire no, quando ne hai bisogno. Mi piace scoprire luoghi nuovi, che tutti conoscono, mi piace la lentezza, ma anche quando ho mille cose da fare incastrate alla perfezione e sentirlo, l’incastro. Mi piace quando parte la mia canzone preferita in un momento inaspettato. È vedere una casa e sapere che è no, è sentire la sveglia e sorridere perché ci si vuole svegliare. Mi piace quando arriva il bus proprio nel momento in cui arrivo anche io. È quel profumo che mi fa scattare, è quando sale l’amore per la città in cui vivo, così, dal niente. Solo da un tragitto a piedi per il centro. Adoro i mercati, con quel colore e gli odori che si mischiano, schivare la gente, andare di corsa e in senso opposto alla folla. È mettersi qualcosa di carino, è vedersi riflessa in un vetro e finalmente piacersi, un pochino.

Qualche mese fa:

Il profumo su un collo sconosciuto, quando il contatto fisico di un ballo arriva prima del suo nome. Quando qualcuno ti fa sentire bella e ti guarda con quegli occhi precisi. Mentre tu ti senti un cesso. I miei tatuaggi nuovi nuovi, il pensiero di quelli futuri, la mia pelle significata, ricca e scritta. La tensione dei muscoli quando cammino tanto – e intendo tanto davvero – il ricordo dei miei 900 km in 28 giorni, la voglia di rifarli e di non scordarli con il tempo che passa. Lo yoga che mi riporta alla vita e la fatica di questa disciplina sconosciuta a chi non la pratica. L’influenza che mi ha costretta a letto per una settimana: l’ho odiata, ah se l’ho odiata, ma ora godo di più di ogni singolo momento attivo e iperattivo. Ed è stato come purificarsi per la primavera. I cappotti rossi, il rumore frusciante sul treno, la canzone che capita al momento giusto e rende bello un lunedì mattina a Milano. I mantra, le amicizie straniere, gli odori indiani, i viaggi ancora da programmare. Scoprirsi, indossare un orecchino, scrivere di getto, riordinare la stanza. La mia amica di 89 anni, la mia sintonia con lei, le lunghe chiacchiere, la psicologia spiccia, l’affetto senza vincoli e contropartite. Dormire due ore, dormire nove ore. Attendere ed essere impazienti.

Ciò che non faccio più

butterfly-108616_1280Non guardo più le vite degli altri. Non come gossip, pettegolezzo o curiosità sordida: quello non è così interessante. Non lo faccio più come confronto impietoso, come sistema giudicante. Non misuro più il mio valore confrontando le strade, gli scalini e i tempi altrui, come se ci fosse un solo sistema per muoversi e una sola unica linea diretta verso l’alto. A volte si scende, ci si ferma, si devia, si danza, si salta. Imparo, dagli altri, assorbo, mi confronto, mi relaziono. Ma non misuro più me stessa.

Non mi curo di ciò che ci si aspetta da me. Non mi interessa che gli altri giudichino una mia scelta come folle, assurda, imprudente. Mi giustifico ancora, a volte, ma non mi importa più di ciò che gli altri vorrebbero che io facessi. I tre tatuaggi sono stati un segno tangibile di questa novità. Evidenti, colorati, pieni di significati solo miei. Dire qualche no, vivere come preferisco, accettare ciò che non posso cambiare, seguire il mio intuito e la mia ragione. Sono più felice. Non sono accondiscendente, ma sono io. O quasi.

Non mi focalizzo più su ciò che manca, se non per migliorare. Non mi lagno di ciò che non ho in modo sterile, che poi non si tratta mai di oggetti o cose, ma di esperienze e pezzi di vita, di lavori, luoghi e capacità. Non sono più ossessionata da ciò che non ho fatto, non sono e non sarò. Spingo invece per migliorare ciò che è in potenza, in me. Penso più spesso alle bellezze di cui sono piena: è a questo che serve camminare, ballare, ridere, avere amici e una famiglia.

Non penso più ai compleanni dei miei ex, alle date speciali di amicizie e amori finiti. Sono semplicemente finiti. Sono là, nella scatola del passato e dei ricordi, mi hanno permesso di essere ciò che sono, ma non hanno alcun riverbero tangibile nella vita che ho adesso. Pensare troppo alla data di una vacanza, della laurea tanto odiata, della prima sigaretta, della prima uscita in ambulanza, non ha alcun senso se non nei racconti attorno a una birra. Penso ai calendari futuri, alle amicizie che durano da uno, dieci, vent’anni o da sempre.

Non penso che dovrei essere più o meno qualcosa. Più bella, più scaltra, meno timida, meno indecisa… sto smettendo. Magari, ecco, mi concedo un appunto sul peso.

Non mi avvolgo più di rimpianti, lasciandoli cadere su di me a formare un mantello. Quando ho smesso, ho sentito un click nella testa, come quando ho smesso di fumare. Non esistono i rimpianti. Ho sempre scelto ciò che volevo, quando mi capitava di dover scegliere. Se potevo scegliere. Ora, nella stessa situazione, farei scelte differenti? Magari è perché sono cambiata io, il contesto, le condizioni e la rete di amicizie e relazioni. Non ho fatto psicologia? Perché non ne ero convinta, perché non era la scelta che in quel momento mi appariva più saggia. Magari per compiacere, perché no. Non avevo ancora smesso di fare ciò che ci si aspettava da me, all’epoca.

Non arretro più. No, se non in casi eclatanti, amando e accarezzando la mia timidezza. Perché ha valore tanto quanto l’esuberanza. Il piede, ora, va in avanti. Resta l’ansia leggera, l’agitazione a tratti. Resta il silenzio quando non so cosa dire, perché a me le chiacchiere a vuoto non piacciono, ma esplodono racconti quando ne vale la pena.

Non fingo più. Se non voglio esserci, se non posso esserci, se non mi piace qualcosa o non ci credo, ora lo dico. Dico ciò in cui credo, che penso, che so, quando ho davanti – beninteso – qualcuno per cui so che vale la pena sforzarsi. Altrimenti lascio correre, ma perché lo voglio io, non perché devo fingere per quieto vivere. Basta, con il quieto vivere. Non dico di sì per poi lamentarmi, con la paura che l’amica si offenda. Non scendo a compromessi che non siano leciti e validi. Gestisco la mia vita senza accontentare tutti, sempre e per forza.

Non nascondo i miei gusti, nemmeno quando sono criticabili ossia sempre, da almeno qualcuno. Non nascondo il mio folle amore (ormai relegato nel cantuccio giovanile) per Ligabue, nemmeno quando ridendo vedo battute su accordi e pessima musica, adoro Tiziano Ferro e mi è sempre piaciuta una sola canzone – giuro una sola – di Gigi d’Alessio. E quindi? Non faccio la fighetta perché leggo i Nobel: io mi ci diverto, e adoro quel premio proprio perché senza sarei stata nell’ignoranza di autori favolosi, che mi hanno stravolto, guidato, fatto riflettere e sorridere. Adoro Wallace tanto quanto ascolto bachate a ripetizione anche se “fanno tamarra”, mi piace mangiare e gustare i sapori. Mi piacciono le trattorie spartane e i menù un po’ rustici (dai nervetti alla cassoeula), ma anche il “sushi cinese” dei ristoranti di qui. Mi fa dormire il Signore degli Anelli, almeno secondo il ricordo che ne ho io quando lo vidi al cinema, magari lo vedo ora e cambio idea. Accetto di poter cambiare idea. Ho dei problemi con pianoforti e musica classica, o con la lirica. Non ho la tv perché mi urta la confusione e il rumore “alla Bonolis”. Adoro Pavia.

Non mi lascio trascinare così tanto dalle ossessioni, dalle compulsioni, dal controllo. L’ansia di volere a tutti i costi andare qui, là, lì è scomparsa. Se penso al Brasile per quest’estate, non mi viene più quella tensione ossessiva che mi fa perdere di vista il resto. L’ossessione di essere questa o quella persona ha lasciato il posto al fare, al vivere, al camminare.

Infine non mi scoraggio più sentendomi inetta. Ma ancora mi impigrisco e mi blocco, nonostante sia iperattiva e impaziente. Ancora non capisco perché mi sento ferma, a volte. Ancora non bilancio gli opposti che risiedono in me. Ma c’è tempo, e sono già tante le cose non faccio più. Ed è per questo che sono già felice.

Pieno e vuoto

full-moon-415501_1280Silvia non mangia, quasi mai. Sta per passarsi un filo di trucco, si guarda allo specchietto retrovisore mentre il semaforo le concede una pausa, ma desiste. Cambierebbe qualcosa con quel velo di lucidalabbra? Mentre osserva le sue occhiaie e le sopracciglia da rifare, qualcuno inizia a suonare il clacson. Deve riprendere la marcia, sebbene la sua pigrizia la vorrebbe solo a letto tra la penombra e le lenzuola profumate. Silvia ha portato i figli a scuola, ha concluso quell’affare per conto del marito e solo verso le undici riesce a immergersi nel suo lavoro di venditrice porta a porta per casalinghe oppresse e in via di estinzione. Vende alcuni utensili da cucina, vende facilità e tempo libero, sperimenta ricette e intanto nasconde qualche conato. Oggi ha una riunione dimostrativa da Susanna, una cinquantenne che pensa ai nipoti avuti troppo presto. «L’albume a neve, di solito funziona», pensa tra sé e sé. Ripassa mentalmente la lezione e soddisfatta conteggia i pasti di quei due giorni: nessuno. Sorride e pensa di dover andare a correre per quel rotolino sul fianco ossuto e teso, ma può concedersi un caffè al prossimo bar. Eccolo, un altro urto di vomito, solo al pensiero di qualcosa di commestibile. La temperatura è lieve, la giornata promette bellezza, tra colori sgargianti e quel senso di lentezza appagante. Silvia indossa più strati l’uno sull’altro e si porta il bavero del cappotto grigiastro sempre più stretto verso collo e mento. Nasconde per un attimo quelle sue labbra violacee, ma alla fine, scoprendosi, ordina il caffè con voce decisa. I capelli radi sono appiccicati al volto in un taglio corto, con le basette sottili bene in evidenza. La sua magrezza è preponderante e offusca qualsiasi altro suo dettaglio, è una fisicità silenziosa e nessuno – né amici, né genitori, né tantomeno suo marito – ne ha mai pronunciato il nome. Finito il caffè, ci ripensa: in bagno estrae dalla borsa una pochette argentata, si mette con cura un velo di fondotinta, copre le occhiaie, accentua lo sguardo con il mascara e infine si passa quel lucidalabbra rosso. Ora può montare gli albumi con Susanna.

In quella casa entra con calma, appoggia il cappotto e cammina lungo un corridoio stretto da farci passare solo una persona e lungo pochi passi fino al soggiorno. La padrona di casa l’abbraccia con affetto, pur sentendola rigida, e la fa accomodare in una piccola cucina essenziale, con mobili da poco e senza personalità. «Ti presento le ospiti per la dimostrazione: Mariachiara, Lucia e Linda» scandisce bene le parole, con quel senso di appiccicaticcio tipico di questi momenti. Un altro urto di vomito: Mariachiara è enorme. Le pieghe della pancia non si possono contare, ogni suo lato è morbido e curvo, sferico. Il doppio mento crea la sensazione che vi sia un unico blocco di untuosità. Si guardano a lungo e di sfuggita: rimangono con lo sguardo l’una sull’altra per il solo breve momento delle presentazioni, ma ciascuna registra alcuni particolari dell’altra.

Silvia inizia a spiegare con cura ogni singolo strumento da cucina presente nella sua valigetta. Ricorda un po’ la versione femminile delle cassette degli attrezzi ricolme di cacciaviti, viti, martelli, tenaglie, cesoie. Lo stomaco si contrae un po’, ma Silvia è abituata a quei movimenti e apprezza fino alla soddisfazione quel suo organo vuoto. Fuori è piena di vita, dentro è vuota. Mariachiara invece vuole riempire la sua inquietudine. Assaggia con cupidigia tutto ciò che c’è da assaggiare, persino l’albume montato a neve, e più lo fa e più ha fame. Mentre degusta pianifica ogni passo che la separa dal menù del fast food, ha già deciso cosa comprare, sente il grasso colare sulla lingua, la salsa piccante e saporita farsi strada nell’esofago, le patatine sotto i denti che rilasciano il loro gusto di frittura e olio vecchio. Poi torna in quella cucina, accanto alle sue amiche, il cui abito scivola addosso senza fatica, e il senso di colpa le fa aggiungere mentalmente un gelato con caramello e cioccolato. Sarebbe stata male anche quella notte, da sola in quella casa avrebbe chiamato la guardia medica. E l’indomani avrebbe oziato a letto tutto il giorno, senza vestiti da mettersi. Silvia la vede addentare la crostata con lo stesso fare di una donna che bacia per la prima volta uno sconosciuto attraente, e dice: «Pensi che sia cotta al punto giusto? L’ho preparata a casa in poco tempo, non so, magari ho sbagliato qualcosa …». Mariachiara alza lo sguardo lasciando la mano a metà strada tra il piatto e la bocca, senza cedere, solo ritardando l’ingoio con suo enorme disappunto. «Credo sia perfetta, Silvia, sei stata bravissima … assaggia tu, se credi». La provocazione non funziona, Silvia alza una mano come per scacciare qualcosa di fastidioso e si rivolge a Linda per definire l’acquisto, soddisfatta della sua nuova cliente. Dopo i soliti saluti di circostanza, mentre si sta dirigendo alla sua auto, si sente afferrare per il cappotto grigio: è Mariachiara. La testa inclinata, le labbra dischiuse e quegli occhi che non nascondono la consapevolezza dei loro problemi. La massa del corpo non trova forma in vestiti sformati, stretti e costretti, come se indossando jeans e magliette di un tempo potesse far sparire sé stessa. «Andiamo a prenderci un caffè, che ne dici»? Silvia non parla, sale il conato all’idea di sedersi in una tavola calda di fronte a una sudicia ingozzatrice incallita, ma senza dire una parola, quasi come se la verbosità dovesse rispecchiare la parsimonia dell’introito calorico, apre la portiera a Mariachiara e guida fino al primo bar. La sua nuova amica racconta a Silvia della sua piccola libreria di paese, «sai, sembra quella di quel film famoso … ti ricordi? Io ho cura di ogni particolare, ogni libro. È sempre stata la mia passione, leggere. E che fatica realizzare questo obiettivo, ero proprio senza esperienza. Però, ecco, se avessi dei figli sarebbe difficile, mentre un uomo a volte mi tornerebbe utile, ma, oh, no ecco, sono gelosa della mia solitudine… ». Il monologo continua a lungo, inframmezzato da risatine isteriche e segni di interpunzione netti, per dare agio a Silvia di entrare nel discorso, senza successo. Alla tavola calda ogni gesto è controllato, da ambo le parti. Un cucchiaino che mescola la schiuma del cappuccino con lo zucchero, una mano che si porta alla bocca un biscotto. Nessun eccesso: Silvia sorbisce il suo latte caldo, Mariachiara parla con una mano sulla sua tazzina. Quando si salutano hanno paura, perché sanno che a casa tutto cambia. Silvia si rifiuta di cenare e cerca di levarsi di dosso tutta quella fisicità prorompente. Mariachiara a casa, da sola, apre tutte la antine della dispensa, inizia da una manciata di cereali, poi prende del prosciutto, noccioline, crackers, cioccolatini, biscotti, piselli cotti dalla sera prima, un pezzo di formaggio … no, no, si accorge di desiderare solo dolciumi. Si tuffa in quei cereali al cioccolato, dannazione, in casa non aveva nulla. Mangia frutta secca, biscotti, merendine, cioccolatini, e ricomincia daccapo. Poi si decide per il salato e ancora ingoia senza masticare, veloce, con brama, senza vedersi, senza saperlo. Lei non sta mangiando. Lo stomaco è dolorante, lei è sporca ovunque: sulle mani che arraffano e sulla bocca che maledice quel cibo. Si vergogna e butta tutto nella spazzatura quando vede qualcuno. Si vergogna, ma finché in pubblico riesce a controllarsi, lei può considerarsi pura e candida. Poi guarda il suo viso pieno e soffre. Ora però c’è Silvia, sì, Silvia. La chiama subito, le dice di andare da lei: «Silvia, scusa, sento che è come se conoscessimo da sempre. Ti prego, vieni da me». Nessuna risposta, Silvia riaggancia ed esce. Da Mariachiara si trova una scena pietosa, ma dal sapore noto: una donna immersa nel suo vuoto e nello strumento scelto per saziarlo. «Tu stai chiedendo di vivere. Con tutta la forza che possiedi». Poche parole, secche, ma guardandosi negli occhi, decidono di aiutarsi, di essere l’una per l’altra l’estremo che porta all’equilibrio. Improvvisano ciò che sarà, ciò che le coinvolgerà in un lungo e doloroso cammino per rinascere: all’inizio per nutrirsi con il cibo e poi per nutrirsi più in profondità. Silvia si sarebbe trasferita da Mariachiara, con quell’odore di famiglia, quei rumori di convivenza. Silvia avrebbe staccato da una famiglia incompresa e Mariachiara avrebbe riempito quella solitudine liquida. Mangeranno insieme, una di fronte all’altra, e sceglieranno gli alimenti più nutrienti e simbolici, più nobili e semplici. Avvicineranno le posate con lentezza alle loro labbra, sentendo i sapori, parlando, ridendo: quelle verdure che esploderanno di luce, quella pasta preparata con affetto. Silvia mangerà, anche se a stento, Mariachiara resisterà. Fino a quando, un giorno lontano, fatto di tanti giorni di fatiche e litigi, le due donne non avranno più bisogno di pensarci e abbracciandosi ritroveranno una loro dimensione.

La sua eleganza

ballet-545289_1280Mariangela è bellissima, nei suoi 89 anni.

Quando arrivo, che sia in forma e seduta al tavolo con le altre due compagne di stanza, o che sia a letto febbricitante, lei è bella.

La luce che esce dai suoi occhi – complice anche quell’azzurro quasi trasparente – il sorriso e la cura che ha delle piccole cose sono le parti che compongono la sua figura: piccolina, rugosa, all’apparenza fragile.

Quando parla di funerale e morte, mi si inumidiscono gli occhi e le dico che senza di lei non posso proprio immaginarmi: quel breve momento del sabato è prezioso, ricco, unico, intenso. Mi piace vederla con il rossetto rosa delicato, le sopracciglia disegnate a matita. Mi piace quando dice che si sente amata, quando mi dispensa suggerimenti e consigli, quando mi permette di vedere la vita dopo averne vissuta una buona parte.

Entro da quella porta, ci assestiamo un attimo, ma si crea subito un filo magico, tra i miei occhi e i suoi, dal quale passa tutto ciò che ci accomuna e ci rende amiche. La visione della vita, le insicurezze, le ossessioni, le passioni. Tutto così vero, così misteriosamente incredibile. E si ricorda ciò che le dico, sempre. Non c’è vuoto di memoria che tenga.

Nossignore. Sa come mi sento e che settimana ho avuto ancora prima che io stessa riesca a comprenderlo. Oh e la sua ironia! Quanto è semplice e potente, questa ironia. Dice che le mie lettere sono come una medicina, lei – invece – è la mia medicina del sabato.

Balla, balla, finché puoi – mi dice – e io perdo le paranoie su capacità e bellezza. Ascolto lavoce di chi sa quali sono i rimpianti, quali le cose importanti, che comprende le inutilità di certi freni. E allora penso a lei e ballo, penso a lei e mi butto senza paura, penso a lei e mi chiedo: cosa mi direbbe?

Cosa direbbe a Ester, che ha l’ansia che le mangia lo stomaco e la sveglia nel cuore della notte senza motivo? Che ha l’ansia per l’ignoto quando questo decide di travestirsi in una delle sue molteplici forme come amore, sesso, lavoro? Cosa direbbe a Sara, quando traballante non capisce quale sia la sua strada, ma non sceglie, a causa di quella voglia di provare tutto, di quella terribile sofferenza che le procura la perdita di staminalità, o – detto altrimenti – la necessità di abbandonare qualcosa e perderlo? E a Daniele? Quando vorrebbe capire perché diamine si sia sposato e come fare per uscirne intero, lui, la moglie, forse un’altra – se c’è. Mariangela capirebbe anche Alice, quando ritorna adolescente e primaverile per uno sconosciuto, o quando ancora pensa di avere una parte da creare, plasmare e da mostrare. E accarezzerebbe delicatamente anche Giada, tutta frigorifero e disturbi.

Mariangela li contiene tutti, comprende ogni cosa nei suoi 89 anni, nella sua eleganza, nel suo tailleur giovanile. Me la immagino a teatro o per le mostre europee. La vedo stretta nel suo matrimonio, ma dura e tenace con tutti, la vedo orgogliosa del figlio, la vedo anoressica di sentimenti, schiva e bulimica di entusiasmi. La riconosco nei suoi silenzi, la ricostruisco dai pochi racconti e ricordi, le metto addosso un po’ di ciò che sono io e mi faccio regalare quel tanto che basta di lei.