Rabbia

background-84678_1280Salii su un convoglio senza aria condizionata. Il caldo era insopportabile e malsano, quasi da attacco d’ansia e svenimento. Un’atmosfera solida e soffocante, qualche viaggiatore seduto. Mi chiesi come potessero resistere, lì, sopportando con grazia. Non era solo calore: era mancanza di ossigeno, di respiro. Mi mossi in avanti, camminando decisa, e venni ripagata da alcune carrozze fresche.

L’indomani mi capitò qualcosa di molto simile: non sul treno del ritorno – dopo un’intera giornata di sole e caldo – ma al mattino. C’erano trenta gradi da poco tempo e un pizzico di aria riusciva a fuoriuscire da qualche apertura. Mi accomodai senza pensarci, il sole mi batteva addosso con prepotenza. A Rogoredo mi spostai, per migliorare lievemente la mia condizione.

«Ci pensai tutto il giorno a questo atteggiamento, sai?»

La mia estetista mi ascoltò attenta. Stavo per affrontare un trattamento rilassante, prima delle ferie. Non l’avrei vista per più di un mese e mancava solo un massaggio per lasciare un ricordo positivo del suo passaggio.

In altre circostanze della vita, quando il caldo si rivelò insopportabile, mi diressi subito più avanti, incurante delle altre persone, di chi – chissà perché – stava lì. Non mi posi alcuna domanda e non diedi per scontato che lungo tutto il treno mancasse l’aria. Non mi fermai in laboratorio, in università, perché quel senso di inadeguatezza mi colse subito. Non mi lasciai vincolare dalle altre persone, né dall’idea che quel treno sarebbe stato tutto così, identico a sé stesso.

Mi accomodai inizialmente in un altro contesto simile, ma dal calore sopportabile: un’azienda farmaceutica mi fece crescere e scaldò le mie consapevolezze per due anni . Non mi spostai da sola con la grinta che ora possiedo, ma ciò che doveva scegliermi, mi scelse.

Oggi il tepore è così lieve e guantato che per schiodarmi dal mio sedile mi ci vorrebbe molta più riflessione, coraggio. Forse rabbia? Con chi dovrei arrabbiarmi e per cosa?

Antonia mi guardò perplessa, le mani unte di olio trafissero la mia schiena. «Stai scegliendo?» mi chiese lei, senza esitare.

«Non percepisco scelte, purtroppo – le risposi -. I posti in treno sono quelli, non ne trovo di migliori. Ma sono furiosa e non so perché. Ho una vita bellissima, ma dentro qualcosa rumoreggia, si gonfia, si riempie di acque scure».

Lei tacque a lungo per darmi tregua. I confini erano incerti e confusi. Veniva prima l’insoddisfazione o la rabbia? E le scelte – inesistenti o incapaci a compiersi – erano causa o conseguenza?

«Mi sento come se ogni mio sforzo verso un vagone migliore fosse vanificato, come se ci fosse qualcosa lì, pronto a venire. Un orgasmo che non si compie, una novità che non emerge, che si nasconde, o troppo piccola per generare stupore».

Ho una fame da placare, una costante ricerca. Ma di cosa vorrei nutrirmi? Riempio quello stomaco fittizio con lo sport, esagerando e facendomi male. In passato non sceglievo per paura del non-scelto, per non chiudermi e indirizzarmi. Restavo alla superficie delle cose: facevo, smettevo, abbandonavo, ritornavo, mi tuffavo e risalivo immediatamente.

«Nei miei viaggi – dissi all’estetista, quasi per giustificarmi – non sono bulimica. Li scelgo con cura, uno per ciascun anno. Preparazione, itinerario e ritorno diventano un rito delicato. Li medito, li studio, li plasmo da sola. E con il Brasile ho anche abbandonato quella parte arraffona, insaziabile, che non sa scegliere e vuole ingurgitare tutto il possibile. No, questa volta mi dedico a poche tappe, fatte con cura. Questa volta vince lo stare sull’andare. Il rimanere per assaporare».

«Bene, ma dimmi… concentrati su ciò che non collima. Lascia perdere per un attimo questo bel risultato nei viaggi o il rischio calcolato che hai compiuto sul lavoro poco tempo fa… dimmi invece, cosa non collima con te? Con chi sei arrabbiata e cosa cerchi?»

Ma sì, Antonia, lo sai, vero? Forse sono la mia ambizione e l’incapacità di accettare un treno tiepido, senza vagoni migliori?  Vorrei solo poter sfruttare ogni micro potenzialità che ho a disposizione per dare un senso a me stessa. Non voglio che il mio dato di realtà sia questo scalino lavorativo, non voglio che sia proprio questo dato di realtà a scontrarsi con i miei desideri facendoli capitolare. Va bene avere a che fare con altre impotenze, dal Brasile alla casa, fino addirittura all’amore. Ma non voglio che questa sia la massima ambizione professionale alla quale io possa aspirare. Non mi interessa più l’orizzonte aperto, né le molteplici possibilità del non-scegliere. Ora desidero scegliere, ora voglio e devo vincolarmi alle mie capacità.

Eppure, eppure c’è altro… non sapere cosa mi indispone. Sai quando ti sfugge qualcosa,  e non è nemmeno sulla punta della lingua? È sconosciuto, ma c’è.

Antonia non aspettò le mie risposte confuse: «Riposa, prenditi questo viaggio per fare ciò che sai fare: liberare e riordinare la mente. Saprai scegliere, saprai capire e sciogliere la rabbia»,  disse strofinandomi le tempie e il cuoio capelluto.

Io mi misi a giocare con l’anello, senza pensare, ero solo un po’ più triste, più nervosa. Ultreya, ossia “vai avanti”, è la parola incisa sopra quel cerchio. Ne ho sognato uno identico, ma sporco, rovinato, ammaccato. Quanto dovrò ammaccarmi e sporcarmi prima di riunire i pezzi e andare avanti?

Parole vuote

A un certo punto sefont-705667_1280nti urlare nella testa. Ed eccola, l’esigenza di solitudine farsi largo. Non è stare sola in sé, ma eliminare gli eccessivi stimoli, il tuo nome pronunciato fino al vomito da chi ti chiede e vuole, le richieste lecite, le pretese, le giuste obiezioni, i favori e i lavori, gli imprevisti, i contatti da mantenere. Ma anche quel tizio che ti chiede la strada, la telefonata che desideravi, il caldo sul tram e il freddo gelido dell’ufficio. Le chiacchiere vuote.

Sulle chiacchiere vuote potrei dilungarmi. Le chiacchiere vuote dilatano lo spazio, soffocano il tempo. Se avessero una forma e una consistenza sarebbero molto simili a quelle del mercurio nel termometro di un tempo, che quando si spargeva per il pavimento – sempre della cucina, chissà perché – ti divertivi a raccoglierlo con un foglio di carta, senza toccarlo. Lo osservavi mentre si univa, molliccio eppure concreto. Fragile. Sembrava sul punto di liquefarsi, rompersi, fondersi. Lasciarsi andare. Come se “chissà quanto regge in quello stato simile a un budino”. E lui regge.

Le chiacchiere vuote sono tenaci e insostituibili: servono per rompere i silenzi, eliminare il disagio, unire goccioline sparse, riempire buchi, vuoti insopportabili con vuoto mascherato e sonoro. Servono per i contatti, la gente, le isole che non siamo, la folla, quella conoscente, quel collega, il cliente.

Eppure io mi sento un budino quando capisco che arriva il momento delle chiacchiere vuote. Le evito, se posso. Più che altro non le so dire. Balbetto, incespico, sto zitta, annuisco con gli occhi a pesce. Sembro stupida. A volte è timidezza, altre volte è bisogno di stare zitta e sentire silenzio.

In questo ultimo caso il il mio segnale è chiaro, sto zitta, non ti parlo, quindi smettila con blablabla che non me ne frega un cazzo del matrimonio di tua cugina, né della collega stronza o dei denti di tuo figlio. Che poi spengo il cervello e puoi dirmi ciò che vuoi che non ti sento, è più forte di me.

Altre volte è mancanza di contenuto: di cosa parlano, le chiacchiere vuote? Del tempo, del caldo d’estate, del freddo in inverno, della salute, degli acciacchi, dello scorrere di qualcosa, dei defunti a volte, delle ferie, del rientro dalle ferie, dell’ultimo fattaccio di cronaca, la politica è solo quella da bar, quasi sempre ci si infila una lamentela, mai della felicità o della gioia, nemmeno per un motivo più che valido. Non si tocca la tristezza, solo piccoli ululati di scoramento, nei casi peggiori. Ci si augurano belle cose, si danno suggerimenti non richiesti, si concorda quasi sempre su qualcosa. I figli, quelli sono un dovere sociale, parlarne non solo è lecito, ma d’obbligo. Oppure l’anziano genitore. Di un evento? Libri, viaggi e film per carità, non sarebbero vuote!

Le chiacchiere vuote non sono più così vuote quando ci metto del mio. Ho imparato che non so parlare del tempo, non so lamentarmi del caldo, non saprò mai di cosa parlano le chiacchiere vuote, che parole servano, come si costruiscano. Ho trasformato il balbettio e la faccia da pesce spaesato in un pregio, in un vanto. Ho deciso di dire sinceramente agli amici quando non ho voglia di parlare né di vederli, quando ho bisogno dello spazio solitudine. Ho capito chi sono gli amici migliori quando il silenzio non genera imbarazzo, ma pace.

Con i conoscenti mi appiglio alle loro, di chiacchiere vuote e mi sposto di liana in liana, come quando in India ho provato ad appendermi a quella pianta e a dondolare. Intorno c’era la vastità di una terra arida e secca, le crepe sul terreno, il terriccio che s’alzava con il vento. I bambini e un insegnante di poco più di vent’anni vollero farmi provare e assaggiare il loro cuore, l’India: nel silenzio più pieno che abbia mai sentito.

E poi ci sono gli sconosciuti, l’autobus, le code in posta, l’ospedale, i treni, i contatti di lavoro, le amiche di amiche, i parenti di amici. Con loro parlo di ciò di cui so parlare. A volte parlo di me, di ciò che faccio, di ciò che penso. Con loro può essere una sorpresa o una delusione, poco importa. Alcuni capiscono, altri si straniscono: mi sta raccontando cosa ha fatto in ferie? Mi sta dicendo “qualcosa” invece che un “niente”? A volte rispondo a domande, con sincerità; altre volte basta uno sguardo. Ci sono casi di complicità incomprensibile e momenti di silenzio imbarazzante. Ci sono situazioni in cui appaio logorroica, estenuante, un fiume senza spazi.

Riempio il vuoto delle chiacchiere, ma evitando lo spreco, perché le frasi piene sono poche al mondo. Ne abbiamo in dotazione solo un numero esiguo: per questo usiamo quelle vuote per riempire e tendere fili tra persone. Non sono meno belle, sono solo più faticose, almeno per me. Non le sopporto, ma ci convivo. Per evitarle inseguo la solitudine, il silenzio, le amicizie strette e i divertimenti fisici e attivi. Oppure scrivo, a volte anche tutte quelle parole vuote che non so dire.

Tiziano Ferro

11705952_10153567263045209_1466884492_oNon piango più come una volta. Non sfrutto quella valvola di sfogo. Non mi sentivo debole, ma capace di buttare fuori ogni cosa. Certo, significava anche essere inetta nell’affrontare minuzie, sensazioni, rimproveri, insoddisfazioni. Ingombravano la mia mente e uscivano sotto forma di lacrime. E il senso di colpa innescato dalla consapevolezza di avere tutto e non sentirsi a posto acuiva un disagio, un vuoto. Però piangevo. Almeno piangevo.

Ora qualcosa si è rattrappito e cristallizzato all’altezza dello sterno, mi disse una cartomante a una festa di paese. Non una di quelle feste con le zanzare e la pelle appiccicosa, né con le giostre e lo zucchero a velo o le frittelle. Era invece dolciastra e affettuosa, sottile e delicata. La cartomante mi parlò di amore, ovviamente, e di quel sentimento che sta lì e non permette di scegliere, di dare vita a qualcosa. Preferisco rinunciare. Perché? Banale sarebbe dire che non voglio soffrire.
C’è qualcosa di più. Qualcosa che non voglio perdere e qualcosa che non voglio acquistare. Qualcosa che mi fa chiudere per difendermi. Qualcosa che mi fa dire: rinuncio, pur di lasciarmi aperto un orizzonte ampio e solo mio. Mi viene in mente Piazza Unità d’Italia a Trieste. Quell’apertura della terra verso il mare, quel tutto che si distende ed estende. Ed è così che vorrei sentirmi.
Ma paradossalmente ottengo l’esatto opposto. La mia libertà a volte mi rinchiude e mi blocca. La mia libertà non mi fa piangere. Mi ha reso dura, forte, decisa. Tante belle conquiste… e poi?

Stanotte ho assaporato parole forti, che un tempo erano pugni allo stomaco. Mi ci ritrovo tutt’ora, le pronuncio urlando in uno stadio come se fossero fisiche, come se le masticassi o le leccassi. Ma non piango, non mi commuovo. Ripercorro il passato, e spunto nella mente tutte quelle situazioni cantate e che io ho superato. Mi sento arida, fredda. Vuota. Non ho nessuno a cui dedicare desideri nascosti, né da mandare a fanculo o da dimenticare. Non desidero alcun ritorno. Tutto è nello scatolone della mia vita precedente. Non ho più la sensazione di aver perso una parte di me, perché questa si è rigenerata come la coda di una lucertola. Canto e penso a tutte quelle vittorie, e alla mia fuga da qualsiasi sentimento.

Ed eccola lì, la verità. Inutile fingere. Io non sono pronta. Non sono pronta ad abbandonare ciò che sono, la mia roccaforte di sicurezza, determinazione, risate, progetti che riguardano solo me. Una roccaforte di curiosità, passione, disciplina. La voglia di imparare, di migliorarmi su tutto, di diventare. Una me che non vuole o non sa lasciare spazi vuoti.

A capo, riga, spazio bianco.

Per dare ritmo, per respirare.

Solo camminando o correndo la mia mente trova il suo spazio bianco. E l’ho capito soprattutto in queste due settimane senza sforzi, per via di una banalissima tendinite. Non tanto per la fatica del riposo, quanto per una frase emblematica detta da un’amica: “Se non sei iperattiva nel corpo, è iperattiva la mente; e viceversa”.

Non sono pronta perché devo sciogliere ciò che si è cementato dentro, ciò che si muove e borbotta con movimenti circolari. Non riesco ad accettare un sentimento perché sento di aver bisogno di dimostrare qualcosa. Perché non voglio accontentarmi, ma non è solo questo. Voglio dimostrare a chi e cosa? Con i miei viaggi, con le mie azioni forti, con la mia sincerità a volte sboccata cosa voglio dire? Che anche se sono timida non sono una “femminuccia”? Si tratta di una sensazione di confusione tra il maschile e il femminile che sono in me? Una ribellione disordinata e spastica ad alcuni stereotipi di genere nei quali non mi trovo? O perché la mia introversione o timidezza mi fanno apparire stupida? Respiro con fastidio una tendenza alle etichette, per cui non importa più se mi va di fare una cosa, perché tanto ci sarà sempre qualcuno che mi dirà che è di moda e sono conformista in ciò che scelgo. O ci sarà qualcuno che invece mi farà sentire un’aliena per alcune banalità, o perché accetto con fatica di possedere in me alcune caratteristiche femminili.

Uno, due, tre se conto Londra, quattro con il Cammino e cinque il Brasile che ancora deve venire. Cinque. Per sentirmi forte. Perché amo viaggiare. Perché la bellezza si auto alimenta e più lo faccio e più lo voglio fare. Perché da sola scopri particolari, vivi esperienza più forti e ogni elemento non è più vacanza, ma viaggio. La soddisfazione di organizzare, di averlo creato tu. Non è tanto ciò che visiti, ma come ti muovi a fare la differenza. E i momenti di felicità sono impensabili: un giorno di diluvio in Cambogia, un aereo interno viaggiando leggera tra Hanoi e Saigon e la guida che prende vita sotto la tua matita; quegli aneddoti che continuerai a ripetere per non dimenticarli mai. Ma c’è anche quella spinta là sotto. Lo sai che c’è. Dimostrare a te stessa di essere forte. Dimostrarlo agli altri. Al sesso maschile soprattutto. Forse a quel padre che vuoi stupire sempre, che vuoi non deludere, al quale vuoi dire che non c’è solo la tua timidezza, e che quella timidezza non è così una brutta roba. Sa essere bella, la stai accettando, ma non riesci a farlo del tutto fino a che non senti che quel legame con l’uomo per eccellenza si è ricomposto. Fiducia, accettazione, orgoglio. Semplicemente amore nelle nostre incolmabili diversità. Diversità di opinione, religione, politica, pensiero, ma stessi geni quando si tratta di quelle caratteristiche di personalità che fanno sorridere.

E poi ne hai ancora da scavare per scioglierti. Ci sono le blatte da affrontare: gli aspetti oscuri di te, quelli che ti fanno schifo, ma che ci sono. Quella cattiveria che sta lì, quell’egocentrismo che non ti fa vedere l’altro, quell’invidia che va analizzata e sminuzzata. Ho letto un libro sull’introversione: “Quiet” di Susan Cain. Mi ha aperto il mondo del mio narcisismo (mi piaccio e mi amo tantissimo eppure la maggior parte delle volte non mi accetto). E mi ha permesso – tra i mille spunti – di indagare i miei moti di invidia e quindi la mia ambizione, del tutto svincolata dal classico desiderio di diventare quadro in azienda, ma molto più vicino all’idea di fare un lavoro unico, creativo, cerebrale. Ma le schifezze sono ancora più profonde. Mi troveranno, si presenteranno. E le accetterò queste blatte.

Qualche notte fa ho sognato uno sconosciuto nel gesto di presentarsi e subito dopo un uomo che mi soffoca e si lamenta dei miei atteggiamenti ondeggianti, liberi e prepotenti. Ecco. La summa delle mie relazioni: amo il corteggiamento, la lusinga, il riempire alcuni vuoti, la parola piena di contenuto, ma è indispensabile che tutto ciò non ecceda la misura per non vedermi fuggire nella mia amata solitudine. E – forse – sto anche accettando di conoscere ciò che di me è sepolto.

Devi anche fare sì che nessuno si possa sentire in diritto di dirti che devi essere più o meno qualcosa. Non parlo di non accettare critiche costruttive. Sono convinta che serva circondarsi di Maestri.
Parlo invece di quella tendenza che hanno con te alcune persone. Dirti che prendi un gelato troppo calorico (quando hai appena fatto 30 km a piedi), dirti che dovresti parlare in pubblico, guidare l’auto, trovarti un uomo, essere più magra, più femminile, meno spacca coglioni, più socievole, lavorare di più, essere meno chiusa, più – meno – più – meno – più – meno – più – meno e sei sfinita. Perché non vai mai bene. Sei tu la più critica con te stessa e questo rende critici gli altri verso di te. Forse sei tu che – senza saperlo – dai questa autorizzazione? Tu permetti che ti dicano di mangiare di più o di meno, di ballare di più o di meno? Da dove inizia tutto ciò? Da dentro o da fuori? Dove sta la tua debolezza e perché ti ammazzi per colmarla? Quei viaggi per dimostrare che sei forte sono dentro di te. Vuoi urlarlo che sai stare sola, che sei capace di fare “tutto”. E sai bene che non è vero. E sai bene che nessuno ti vorrà meno bene per questo. O ti stimerà e ammirerà di meno.

Alla fine del concerto hai capito che quel nodo, quel grumo sta ancora lì. Ora lo sai. Sai che sei felice fuori e che lo sei dentro, ma solo per tre quarti. “Dopo un lungo inverno accettammo l’amore…”.
Non sono ancora pronta, ma amerò di nuovo, senza vergogna e senza paura. E sarà come quell’abbraccio che mi ha fatto piangere e sciogliere. Quello del fidanzato di un’amica, quello del perdono per uno schiaffo, quello che ha riportato la pace in tempo di lutto. Un abbraccio potente dal quale sono sgorgate lacrime liberatorie. Quel concetto di libertà cambierà, ti cambierà e non sarai mai più schiava di te stessa.

—-

C’è chi ha detto tutto ciò meglio di me:

Scivoli di nuovo
Conti ferito le cose che non sono andate come volevi
temendo sempre e solo di apparire peggiore
di ciò che sai realmente di essere.
Conti precisi per ricordare quanti sguardi hai evitato
e quante le parole che non hai pronunciato
per non rischiare di deludere.
La casa, l’intera giornata,
il viaggio che hai fatto per sentirti più sicuro
più vicino a te stesso,
ma non basta, non basta mai.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

Torni a sentire
gli spigoli di quel coraggio mancato
che rendono in un attimo
il tuo sguardo più basso
e i tuoi pensieri invisibili
torni a contare i giorni
che sapevi non ti sanno aspettare
hai chiuso troppe porte
per poterle riaprire
devi abbracciare
ciò che non hai più
La casa, i vestiti, la festa
ed il tuo sorriso trattenuto e dopo esploso
per volerti meno male,
ma non basta, non basta mai

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

E non vuoi nessun errore
però vuoi vivere
perché chi non vive lascia
il segno del più grande errore.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.
Che chiudo un po’.
Che chiudi…

E ancora …

L’Olimpiade
Casco e non mi arrendo
Riderai vincendo
E saprai che ciò che hai lo devi a te!

La fine
Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo,
Guardo il mio volto allo specchio
ma non saprei disegnarlo
Come ti parlo, parlo da sempre della mia stessa vita,
Non posso rifarlo e raccontarlo è una gran fatica.

Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per reiniziare, per stravolgere tutti i miei piani,
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole.

Non mi sembra vero e non lo è mai sembrato
Facile, dolce perchè amaro come il passato
Tutto questo mi ha cambiato
E mi son fatto rubare forse gli anni migliori
Dalle mie paranoie e dai mille errori
Sono strano lo ammetto, e conto più di un difetto
Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto:
‘Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta’.

Quante ne vorrei fare ma poi rimango fermo,
Guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno,
Non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre,
Se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente.

Il sole esiste per tutti
E trasceso il concetto di un errore
Ciò che universalmente tutti quanti a questo mondo
Chiamiamo amore

Blunotte  – Carmen Consoli
Forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei sforzi inutili
forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei gesti ridicoli
come se non bastasse
l’aver rinunciato a me stessa
come se non bastasse tutta la forza
del mio amore
e non ho fatto altro
che sentirmi sbagliata
ed ho cambiato tutto di me
perché non ero abbastanza
ed ho capito soltanto adesso
che avevi paura
forse non riuscirò
a darti il meglio
ma ho fatto i miei conti e ho scoperto
che non possiedo di più

Dov’è il vero?

298060_10150318717905209_6063289_nÈ morto il proprietario di un piccolo supermercato di provincia, una catena. Ha cambiato nome così tante volte che nemmeno li ricordo tutti. Era piccolo, ma ben fornito e tenuto benissimo. Ci potevi trovare tutto, e credo che abbia servito generazioni di abitanti di paese, prima dell’arrivo dei centri commerciali e degli Iper. Mi secca quando senti: è venuto a mancare, è scomparso ecc… Perché? La morte non si può dire? È morto ed è la sola parola che si possa utilizzare. Non posso dire di averlo conosciuto, ma se ne parlo è perché qualcosa mi ha colpito. Per la prima volta un lutto di paese mi tocca, me ne dispiaccio con sincerità. Escludendo persone conosciute, intendo, non sono di certo così fredda. Leggo la notizia al volo su un whatsapp di mia madre, esclamo “oh no” in modo spontaneo e mi fermo ripensando all’India. Non era giovane, ma nemmeno vecchio. Non saprei dire l’età, so che aveva qualche problema di salute. Conosco nome e cognome, la moglie con cui ha diviso la sua vita. Non aveva figli, ma una nipote morta di tumore. Non lo conoscevo ed era quasi il mio vicino di casa. L’interazione con lui passò attraverso l’India ed è ciò che di lui rende i contorni più netti. Nel 2011 la mia decisione di fare un’esperienza di volontariato lontana si scontrò e incontrò con quel vicino di casa. Sempre un messaggino di mia madre, se non ricordo male, per dirmi che lui aveva fondato una scuola in India in memoria della nipote. Quando gli ingranaggi si mettono in moto, penso che sia difficile fermarli e arrestarli. Una sorta di domino che arriva alla fine. Non voglio fare la fatalista, perché credo nell’azione e nelle scelte, ma ho sperimentato la forza di ciò che “deve” succedere, qualcosa che ha tutta l’aria di essere pronto e maturo per te. Tu hai agito, hai scelto e quella scelta ti sta addosso come un vestito su misura, come se te lo avessero dipinto addosso. Ecco, quello non fu l’India. C’era scritto “sono acerba, non forzare la mano” in ogni passo: non avevo soldi, non ero abbastanza in orario, ho persino trovato l’Asl piena per le vaccinazioni, ho avuto problemi con passaporto e visti, e persino qualche inconveniente con l’agenzia di viaggi che ha prenotato il mio volo, ho dimenticato a casa la tachipirina e ho avuto la febbre. Ricordo ancora quando per un attimo pensai di dover viaggiare con Aeroflot. Prima, però, parlai con quell’uomo, il fondatore, che mi trasmise – vado a memoria e qualcosa posso essermelo ricostruito dopo, di fantasia – la bellezza, la magia, la necessità, la verità racchiuse nelle terre indiane. Conobbi Giovanna, grazie a lui, così da potermi confrontare con un’altra volontaria. La convinzione montava e saliva, nonostante tutti i problemi, e rimasi testarda fino in fondo. In India ci andai. Fu acerba? Sì, un po’ sì, ma era ciò di cui avevo bisogno. Fu come quella nuotata in acque profonde quando tentenni e hai paura. Non credo di poterla chiamare davvero esperienza di volontariato, ma in quel nulla indiano – in quel villaggio di quattro anime dove si inauguravano con feste i bagni dentro casa o la costruzione di una doccia – posso mettere un paletto che divide “prima” e “dopo”. Quasi quanto lo fu l’Erasmus, per motivi diversi, a 21 anni, anche l’India fu un confine narrativo nella mia vita. Sì, l’India – quella che io ho vissuto – è vera, necessaria, magica.

Lo stupore per quella morte è stato incalzato dall’amaro delle relazioni. Non ci si conosce. Per nulla. Ciò che mi ha proprio spinto a scrivere più di quanto già volessi fare è stato un altro whatsapp, una nota vocale, dove nemmeno puoi fermare eventuali incomprensioni prima del degenero. Una malinconica disamina della vita di quell’uomo, immaginato chiuso dentro il suo supermercato, senza uscire, senza ferie, senza godere e vedere il mondo: questo mi ha recitato come una litania la mia amica. E avrebbe avuto anche ragione a esprimersi così, con rammarico e tristezza profonda, se tutto ciò fosse stato vero. E invece quest’uomo sconosciuto andava in India non appena poteva e trascorreva i mesi in quel villaggio. E credo l’abbia anche visitata, a modo suo, quella terra. Sì, certo, non so quante altre ferie si sia mai fatto né che vita possa aver avuto: alternava le casse, le corsie, i pelati e i surgelati nonché 8000 abitanti che non sapevano chi fosse, con i colori, le spezie, i pentoloni all’aperto, la doccia con il secchio, la polvere, la terra, gli odori non programmati e tanti bambini e famiglie che lo conoscevano benissimo, anzi, gli erano grati. M’immagino, senza averlo mai visto, gli inviti e le cene da quelle famiglie. I sorrisi. “In India mi passa qualsiasi acciacco”, ricordo che lo disse e ricordo di aver pensato: quanto è vitale quest’uomo che all’apparenza sembra un fantasma. Ditemi voi, ora, dov’è il vero? Lui è morto e secondo me ha scelto l’India.

Pieno e vuoto

full-moon-415501_1280Silvia non mangia, quasi mai. Sta per passarsi un filo di trucco, si guarda allo specchietto retrovisore mentre il semaforo le concede una pausa, ma desiste. Cambierebbe qualcosa con quel velo di lucidalabbra? Mentre osserva le sue occhiaie e le sopracciglia da rifare, qualcuno inizia a suonare il clacson. Deve riprendere la marcia, sebbene la sua pigrizia la vorrebbe solo a letto tra la penombra e le lenzuola profumate. Silvia ha portato i figli a scuola, ha concluso quell’affare per conto del marito e solo verso le undici riesce a immergersi nel suo lavoro di venditrice porta a porta per casalinghe oppresse e in via di estinzione. Vende alcuni utensili da cucina, vende facilità e tempo libero, sperimenta ricette e intanto nasconde qualche conato. Oggi ha una riunione dimostrativa da Susanna, una cinquantenne che pensa ai nipoti avuti troppo presto. «L’albume a neve, di solito funziona», pensa tra sé e sé. Ripassa mentalmente la lezione e soddisfatta conteggia i pasti di quei due giorni: nessuno. Sorride e pensa di dover andare a correre per quel rotolino sul fianco ossuto e teso, ma può concedersi un caffè al prossimo bar. Eccolo, un altro urto di vomito, solo al pensiero di qualcosa di commestibile. La temperatura è lieve, la giornata promette bellezza, tra colori sgargianti e quel senso di lentezza appagante. Silvia indossa più strati l’uno sull’altro e si porta il bavero del cappotto grigiastro sempre più stretto verso collo e mento. Nasconde per un attimo quelle sue labbra violacee, ma alla fine, scoprendosi, ordina il caffè con voce decisa. I capelli radi sono appiccicati al volto in un taglio corto, con le basette sottili bene in evidenza. La sua magrezza è preponderante e offusca qualsiasi altro suo dettaglio, è una fisicità silenziosa e nessuno – né amici, né genitori, né tantomeno suo marito – ne ha mai pronunciato il nome. Finito il caffè, ci ripensa: in bagno estrae dalla borsa una pochette argentata, si mette con cura un velo di fondotinta, copre le occhiaie, accentua lo sguardo con il mascara e infine si passa quel lucidalabbra rosso. Ora può montare gli albumi con Susanna.

In quella casa entra con calma, appoggia il cappotto e cammina lungo un corridoio stretto da farci passare solo una persona e lungo pochi passi fino al soggiorno. La padrona di casa l’abbraccia con affetto, pur sentendola rigida, e la fa accomodare in una piccola cucina essenziale, con mobili da poco e senza personalità. «Ti presento le ospiti per la dimostrazione: Mariachiara, Lucia e Linda» scandisce bene le parole, con quel senso di appiccicaticcio tipico di questi momenti. Un altro urto di vomito: Mariachiara è enorme. Le pieghe della pancia non si possono contare, ogni suo lato è morbido e curvo, sferico. Il doppio mento crea la sensazione che vi sia un unico blocco di untuosità. Si guardano a lungo e di sfuggita: rimangono con lo sguardo l’una sull’altra per il solo breve momento delle presentazioni, ma ciascuna registra alcuni particolari dell’altra.

Silvia inizia a spiegare con cura ogni singolo strumento da cucina presente nella sua valigetta. Ricorda un po’ la versione femminile delle cassette degli attrezzi ricolme di cacciaviti, viti, martelli, tenaglie, cesoie. Lo stomaco si contrae un po’, ma Silvia è abituata a quei movimenti e apprezza fino alla soddisfazione quel suo organo vuoto. Fuori è piena di vita, dentro è vuota. Mariachiara invece vuole riempire la sua inquietudine. Assaggia con cupidigia tutto ciò che c’è da assaggiare, persino l’albume montato a neve, e più lo fa e più ha fame. Mentre degusta pianifica ogni passo che la separa dal menù del fast food, ha già deciso cosa comprare, sente il grasso colare sulla lingua, la salsa piccante e saporita farsi strada nell’esofago, le patatine sotto i denti che rilasciano il loro gusto di frittura e olio vecchio. Poi torna in quella cucina, accanto alle sue amiche, il cui abito scivola addosso senza fatica, e il senso di colpa le fa aggiungere mentalmente un gelato con caramello e cioccolato. Sarebbe stata male anche quella notte, da sola in quella casa avrebbe chiamato la guardia medica. E l’indomani avrebbe oziato a letto tutto il giorno, senza vestiti da mettersi. Silvia la vede addentare la crostata con lo stesso fare di una donna che bacia per la prima volta uno sconosciuto attraente, e dice: «Pensi che sia cotta al punto giusto? L’ho preparata a casa in poco tempo, non so, magari ho sbagliato qualcosa …». Mariachiara alza lo sguardo lasciando la mano a metà strada tra il piatto e la bocca, senza cedere, solo ritardando l’ingoio con suo enorme disappunto. «Credo sia perfetta, Silvia, sei stata bravissima … assaggia tu, se credi». La provocazione non funziona, Silvia alza una mano come per scacciare qualcosa di fastidioso e si rivolge a Linda per definire l’acquisto, soddisfatta della sua nuova cliente. Dopo i soliti saluti di circostanza, mentre si sta dirigendo alla sua auto, si sente afferrare per il cappotto grigio: è Mariachiara. La testa inclinata, le labbra dischiuse e quegli occhi che non nascondono la consapevolezza dei loro problemi. La massa del corpo non trova forma in vestiti sformati, stretti e costretti, come se indossando jeans e magliette di un tempo potesse far sparire sé stessa. «Andiamo a prenderci un caffè, che ne dici»? Silvia non parla, sale il conato all’idea di sedersi in una tavola calda di fronte a una sudicia ingozzatrice incallita, ma senza dire una parola, quasi come se la verbosità dovesse rispecchiare la parsimonia dell’introito calorico, apre la portiera a Mariachiara e guida fino al primo bar. La sua nuova amica racconta a Silvia della sua piccola libreria di paese, «sai, sembra quella di quel film famoso … ti ricordi? Io ho cura di ogni particolare, ogni libro. È sempre stata la mia passione, leggere. E che fatica realizzare questo obiettivo, ero proprio senza esperienza. Però, ecco, se avessi dei figli sarebbe difficile, mentre un uomo a volte mi tornerebbe utile, ma, oh, no ecco, sono gelosa della mia solitudine… ». Il monologo continua a lungo, inframmezzato da risatine isteriche e segni di interpunzione netti, per dare agio a Silvia di entrare nel discorso, senza successo. Alla tavola calda ogni gesto è controllato, da ambo le parti. Un cucchiaino che mescola la schiuma del cappuccino con lo zucchero, una mano che si porta alla bocca un biscotto. Nessun eccesso: Silvia sorbisce il suo latte caldo, Mariachiara parla con una mano sulla sua tazzina. Quando si salutano hanno paura, perché sanno che a casa tutto cambia. Silvia si rifiuta di cenare e cerca di levarsi di dosso tutta quella fisicità prorompente. Mariachiara a casa, da sola, apre tutte la antine della dispensa, inizia da una manciata di cereali, poi prende del prosciutto, noccioline, crackers, cioccolatini, biscotti, piselli cotti dalla sera prima, un pezzo di formaggio … no, no, si accorge di desiderare solo dolciumi. Si tuffa in quei cereali al cioccolato, dannazione, in casa non aveva nulla. Mangia frutta secca, biscotti, merendine, cioccolatini, e ricomincia daccapo. Poi si decide per il salato e ancora ingoia senza masticare, veloce, con brama, senza vedersi, senza saperlo. Lei non sta mangiando. Lo stomaco è dolorante, lei è sporca ovunque: sulle mani che arraffano e sulla bocca che maledice quel cibo. Si vergogna e butta tutto nella spazzatura quando vede qualcuno. Si vergogna, ma finché in pubblico riesce a controllarsi, lei può considerarsi pura e candida. Poi guarda il suo viso pieno e soffre. Ora però c’è Silvia, sì, Silvia. La chiama subito, le dice di andare da lei: «Silvia, scusa, sento che è come se conoscessimo da sempre. Ti prego, vieni da me». Nessuna risposta, Silvia riaggancia ed esce. Da Mariachiara si trova una scena pietosa, ma dal sapore noto: una donna immersa nel suo vuoto e nello strumento scelto per saziarlo. «Tu stai chiedendo di vivere. Con tutta la forza che possiedi». Poche parole, secche, ma guardandosi negli occhi, decidono di aiutarsi, di essere l’una per l’altra l’estremo che porta all’equilibrio. Improvvisano ciò che sarà, ciò che le coinvolgerà in un lungo e doloroso cammino per rinascere: all’inizio per nutrirsi con il cibo e poi per nutrirsi più in profondità. Silvia si sarebbe trasferita da Mariachiara, con quell’odore di famiglia, quei rumori di convivenza. Silvia avrebbe staccato da una famiglia incompresa e Mariachiara avrebbe riempito quella solitudine liquida. Mangeranno insieme, una di fronte all’altra, e sceglieranno gli alimenti più nutrienti e simbolici, più nobili e semplici. Avvicineranno le posate con lentezza alle loro labbra, sentendo i sapori, parlando, ridendo: quelle verdure che esploderanno di luce, quella pasta preparata con affetto. Silvia mangerà, anche se a stento, Mariachiara resisterà. Fino a quando, un giorno lontano, fatto di tanti giorni di fatiche e litigi, le due donne non avranno più bisogno di pensarci e abbracciandosi ritroveranno una loro dimensione.

Ciò che lo riempie

Non ho paura del vuoto. Ho paura di ciò che lo riempie.
Ho paura di quei dolcetti al cioccolato, che vorrei non tornassero più.
Ho paura della nicotina, abbandonata da cinque anni.
Ho paura di ciò che ha riempito il vuoto e di ciò che lo riempie ora.
Ho paura della prossima dipendenza, dell’assuefazione, dell’ancora e ancora.
La sensualità di un passo di salsa, il sussulto per una presa riuscita, l’eccitazione chimica del contatto. Ho paura di averne bisogno.
Ho paura della camminata nel parco, dell’energia del movimento, della bellezza che ti entra nel cuore attraverso gli occhi.
Ho paura di non poter fare a meno di qualcosa, di tante cose: dell’anziana in istituto, dell’ambulanza, dei corsi, degli amici, della spinta e della novità.
Temo ciò che riempie il vuoto, effimero, caduco, instabile e impermanente.
Cosa ne sarà della sensazione di astinenza quando non avrò tempo per camminare o non ci sarà qualcuno con cui ballare?
Come la sigaretta che si accende, non calma i nervi, ma riempie un’astinenza,
così ogni attività e persona non placano l’inquietudine,
ma riempiono un vuoto che loro stesse creano,
che esiste perché io inizio.