Percorso e arrivo

metamorphosis-228720_1920“La maggior parte delle persone vive come se la vita fosse un arrivo”. Non è l’inizio, ma la conclusione di un discorso fatto di poche battute precise e determinate. Perché nella teoria siamo tutti bravi.

La meta ci deve essere, chiaro, ma la vita è percorso: altrimenti quando ci si ferma un istante a riflettere si sprofonda. Ciò che non abbiamo prevale a tal punto da gettarci nella disperazione. Perché in ogni istante ci sarà sempre un tutto che non abbiamo. Un niente che ci appartiene. Possiamo rigirarla in ogni modo, ma riusciremo sempre a scovare la mancanza o il fallimento: amore, lavoro, casa, interessi… E per fortuna! Significa che siamo sempre nel percorso, dentro questa ruota. Ottenuti alcuni risultati, ecco che le carte si mescolano e la partita ricomincia. Quella casa in affitto non è più una conquista, la forza di stare sola può vacillare, il lavoro ha sete di stimoli come se fossimo nel deserto. Arrivare vuol dire anche ricominciare oppure morire.

Eppure viviamo tutti come se l’arrivo fosse più importante di ciascun passo. Sì, sono ripetitiva con queste metafore da pellegrina, eppure, benché sembra una teoria consolidata – senza escludere quanto sia fondamentale avere una meta – la gente, come dice chi mi ha scritto, vive nell’arrivo.

Quanto mi è ora chiaro lo spreco di energie per un voto e per un pezzo di carta e non per imparare, per essere felice mentre scoprivo, studiavo, sapevo. Quanto mi illumina e mi rasserena sapere di aver bisogno di rimettermi in moto, di cambiare e procedere continuamente. So che a un nuovo cambiamento, a un nuovo obiettivo, ci sarà quella sensazione dolorosa di non avere. Non essere. E so che andrà solo affrontata come qualsiasi metamorfosi, come qualsiasi parto, come qualsiasi rinascita.

Si ricomincia, si procede, si indietreggia, a volte si distrugge e si ricostruisce, perché la vita e la felicità non sono mai – o non solo – un arrivo. L’arrivo può essere anche triste e malinconico, deludente o rabbioso, può voler dire perdere qualcuno, o qualcosa.

Per me invece la felicità è una risata prorompente, una routine piacevole, un inizio e una fine e ciò che vi è in mezzo, una sfida, un desiderio, un giorno qualsiasi, un momento preciso, un bacio, l’inatteso, la sorpresa, il rovescio della medaglia, i doni, la bellezza, il movimento, il crepitio e i rumori in una carrozza di un regionale veloce. La felicità sono pagine scritte, l’arte, la sapienza, i limiti umani e chi li supera, le lacrime di una madre, un volto stanco e anziano, un occhio luminoso, lo sguardo d’amore di un padre, le scelte di un figlio. La vita è il momento del percorso nel quale siamo. Qualsiasi esso sia. Rinascita, ricaduta, dolore o gioia, novità o insofferenza. Con quello che abbiamo e con ciò che manca.

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Prima o poi

bird-806215_1280Prima o poi. L’ho detto tante volte e lo penso così spesso.

Quel prima o poi per il lavoro, l’amore, la casa… Un “prima o poi” che si trascina: meno pazienza possiedo più  alla sottoscritta non accade alcunché che sia all’improvviso. È un costruire con lentezza, dando vita a ossessioni, attese, illusioni. Un costruire che si porta appresso una valanga di sentimenti negativi e scorie di produzione. Un lentissimo e sofferto raggiungimento dell’apice, che però non arriva.

E allora ripenso e interiorizzo il Cammino, quella sensazione di percorso; ascolto Mariangela; penso a chi a 40-50 anni e oltre si rimette in gioco o ancora cammina senza aver raggiunto la meta (una delle tante che l’uomo si pone), la smetto di fare i capricci e guardo a ciò che ottengo da ciò che subisco come necessario e inevitabile.

I progetti sono l’essenza. Ne ho? Qualcuno. Lo puntello lì, sulla bacheca in sughero, con una puntina colorata… facciamo rossa, sì. Sono progetti imprecisi e imperfetti, dai contorni sfumati. Niente binari, treni, rotaie. Ma ultimamente sempre lei – la mia cara estetista – mi ha aiutato a mettere ordine.

Prima o poi. Idee più che progetti sull’uscio di casa. E intanto vai avanti, no? Come viene, come puoi. Senza pensarci troppo. Ti fai scivolare addosso qualcosa, l’inaspettato e l’improvviso non sempre sai coglierli.

Prima o poi. Lo ringrazi e lo coccoli. Perché non sempre è un rimandare, non sempre è un essere felici “solo quando”, non sempre corrisponde alla non-azione. Sembra – ma solo a prima vista e furbescamente – l’antagonista brutto, sporco e cattivo del “carpe diem”, del vivere e cogliere le opportunità del presente.

Il “prima o poi” ha per me il sapore del procedere. Lo metti lì: che sia un desiderio, una necessità, una voglia. Sai che c’è, sai che alcune scelte seguiranno quella scia. E allora sì che puoi cogliere le occasioni in funzione di un progetto, di una realizzazione o anche solo di un piccolo impegno. Vivendo il presente, ma con nel cuore quel “prima o poi” che rende vera ogni conquista. Lo sforzo, la tensione per tutto ciò che non si costruisce in un giorno.

Il “prima o poi” è ancora più bello quando assapori un tempo, un luogo, uno spazio e puoi dire “quasi ci siamo”; è definitivamente poetico quando resta indietro e lo vedi di spalle, con un sorriso da “te l’avevo detto”, mentre ti indica il desiderio che hai spuntato e messo in tasca. “Il prima o poi” può esigere anche lentezza, calma, ma sai che è lì. Basta non correre e non rovinarlo.

Il “prima o poi” ci fa le moine, ci ammalia e con quelle lusinghe ci tiene in piedi, prendendoci anche un po’ in giro, a volte. È amico della vecchiaia e del tempo che passa, ma almeno muore solo con la morte. Lo sfruttiamo, lo sciupiamo e lo usiamo a sproposito e lui lo sa quando fingiamo. Il “prima o poi” mi dà speranza, perché ne ha da vendere. A volte nel sacco dei suoi regali trovi anche le illusioni, ma tutto fa brodo, dicono. Il “prima o poi” deve sposarsi con l’azione dell’oggi, dell’ora, del qui, del presente. Ma a volte la tradisce con il domani.

I miei “prima o poi” nascono, crescono e maturano al sole dell’entusiasmo. Uso quelli veri, senza sprecarli per ciò che non sarà o potrà non essere. Quando ne affiora uno me lo studio per bene e lo educo con convinzione. Il cimitero dei “prima o poi” ne raccoglie comunque molti, altri sono esangui e affaticati, ma ne vedo sempre qualcun altro fresco e nuovo piroettare nei boschi.

 

Le zavorre e la bambina

amulet-713355_1280Iniziò fin da piccola, da bambina timorosa e trasparente. La sua pelle chiara, gli occhi acquosi. Un pancino prominente sopra un corpo che lasciava presagire tonicità e curve future. Questa creaturina si sentiva indifesa, troppo calma, quasi incapace.

Iniziò fin da quella tenera età a collezionare amuleti.

Sì, perché lei non era la classica peperina-so-tutto-io e nemmeno la vivace arrampicatrice di alberi. Aveva bisogno di sicurezze. O almeno così iniziò a pensare lei, nei suoi giochi. Nessuno, a memoria, riesce a ricordarsi se giocasse con macchinine e bambole o preferisse viaggiare dentro la sua testa, guardando nel vuoto e canticchiando qualcosina per rafforzare le sue fantasie.

Siamo tuttavia certi – e ne abbiamo testimonianza – che iniziò allora, nell’età in cui la delicatezza si accompagna alle prime esperienze, ad attribuire significati nascosti a bracciali e ciondoli, sciarpe, maglioni e chincaglierie.

Iniziò a dirsi, prima di addormentarsi piena di paure, che quel sassolino trovato a terra l’avrebbe aiutata a fare amicizia. Lo strinse forte forte, tanto da farsi male.

«Ti prego, ti prego, sassolino fammi conoscere l’amico Paolino».

E il giorno dopo – zac – Paolino e la bambina divennero amici inseparabili, proprio come lei e il suo prezioso sasso. Che male poteva farle? Ma tanta fu la sua paura attorno a quel semplice amuleto, che quando lo smarrì a nulla valsero tutti i sassi del mondo: si sentì perduta e Paolino non riuscì più a entrare nel suo cuore. Lei scappò perché non si sentì più abbastanza…abbastanza cosa? Nessuno lo scoprì.

I poveri genitori la guardarono con un sospiro: erano piccoli. Piccoli e lontani. Eppure erano anche enormi, quasi a forma di ombrello sotto cui sostare o di gonna a pieghe a cui aggrapparsi con forza. A volte erano anche la sua voce, quando proprio questa non voleva saperne di uscire. 

Da quando perse il sasso e Paolino, la bambina decise di agire in modo più sistematico. Basta basta oggetti liberi di scappare! Avrebbe utilizzato solo ciò che poteva portarsi addosso.

La bambina affidò quindi la capacità di parola a un leggero ciondolo blu che si appese al collo, proprio lì, dove la gola sfocia nel petto e quella fossetta tra le clavicole (ma diciamolo, la bambina di anatomia non ne sapeva nulla) sembra proprio la sala parto di frasi e lunghi racconti.

Poi venne la paura degli adulti e di quell’insegnante un po’ severo. Scelse un bracciale arancione bello grosso,da mettere al polso stretto, per calmare il rumore sordo del battito veloce e agitato. Un giorno fu la strada a spaventarla: quale migliore occasione per mettersi quegli orecchini così luccicanti?  Si sentiva bella, altezzosa e da lì, con le orecchie ben in vista, quasi le sembrò di aver due fanali.

La bambina, intanto, crebbe. Nelle favole si dice “crebbe in sapienza, età e grazia”. Lei lo fece nelle insicurezze e nelle paure. Certo, era intelligente e curiosa e non mancava mai di sorridere. Ma sempre cercava quell’oggetto da portare, per vincere i raccapricci più astrusi e quelli più comuni. Ogni oggetto o ninnolo, qualsiasi cosa fosse un portafortuna, le andava bene. Tranne uno: gli anelli. Per uno strano timore (eccola, un’altra paura) la bambina decise che quelli non erano roba per lei e li evitò.

A quindici anni – tra ragni, uomini, insetti, luoghi, oscurità e futuro – la bambina ebbe braccia fatte di metallo e plastica, colme di ogni braccialetto possibile. Colori sgargianti la ricoprirono. Argentati, bronzei e di rame furono i suoi polsi, tempestate di brillanti le caviglie e il suo collo esile e sottile. Così agghindata, si trascinò pesante da un luogo all’altro.

In realtà più che luoghi si trattava solo di due piccole scatole: dalla sua piccola classe alla sua piccola camera; questo il suo tragitto abituale, nulla di più. Con tutta quella roba addosso, era impossibile andarsene a spasso, ridere o bere qualcosa con gli amici. E poi, in fondo, tutti quegli oggetti pesanti e duri le avevano, per così dire, oppresso il cuore. Non solo la separarono dal mondo esterno, ma impedirono alle sue ossa di farsi lunghe e robuste, ai suoi muscoli di tendersi e contrarsi, alla sua pelle di risplendere morbida.

La bambina rimase bambina sotto quella coltre di oggetti, sebbene gli altri non potessero notarlo, abbagliati com’erano dal luccichio di ciò che lei non era mai stata. Arrivò al punto, di paura in paura, da farsi ricamare un’ampia gonna sulla quale attaccò ninnoli di vario tipo: era una gonna come quelle di una volta, con un cerchio in fondo per tenerla lontana dal corpo. Quando la indossò si sentì ancora più pesante e ferma, le zavorre erano infinite: cornetti rossi, calamite, sonagli, sassolini, qualche fermaglio, addirittura dei santini sgualciti, piccoli soprammobili a forma di elefante, tartaruga, qualche buddha panciuto, e ancora collane, pagine di libri, canzoni, matite e ombretti, diari, coperte, maglioni informi, lenti scure, bambole e sciarpe, un po’ di cioccolato e valanghe di dolciumi, boccette con intrugli disparati.

Finché i ninnoli furono pochi riuscì a vincere – o lo credeva, e noi sappiamo che forse era una bugia bella e buona – le sue paure, le placò per lo meno; poi il peso degli amuleti divenne così grande, ma così grande che per poco non se la fece addosso tanto ci mise ad arrivare in bagno, trascinandosi la gonna e le braccia di metallo e il collo esile pieno di collane e strisciando quei piedi pesanti e quella pancia prominente nascosta da strati di lana. Sospirando, quella fanciulla – prima felice della sua favolosa idea per vincere ogni paura e ora triste e sola – si rese conto di essersi nascosta così bene che nessuno – nemmeno lei stessa  –  sapeva bene che aspetto avesse, nella realtà.

Quando arrivò la sua paura più grande, ossia quella di sbagliare, tanto disse e tanto fece (per non annoiarvi con gli strani giri del pensiero della bambina, che poi ormai abbiamo capito cosa disse e cosa fece) che si bloccò del tutto nella sua piccola cameretta bianca e azzurra. Lei pesantissima, dura, fredda e spigolosa. Ma anche enorme e immensa.

La bambina – ormai non più giovane – aveva però ancora un luogo pulito e limpido: le sue mani senza gioielli. Ecco! Il suo odio per gli anelli! Le sue mani furono le sole a poter invecchiare, ferirsi, tagliarsi, rallegrarsi, stringere, toccare, sentire, afferrare e si sostituirono anche alle labbra per sorridere e alle orecchie per sentire. Divennero i piedi con cui camminare. No, non imparò a stare a testa in giù, scherzi? Con tutto quel peso sarebbe morta! Camminò leggera su un foglio di carta, poi su un diario, poi su una tastiera. Con gli occhi divorò libri e film, catturò immagini, studiò vite e corpi, viaggiò e imparò a parlare un linguaggio nuovo. Sempre più affamata e occupata, un giorno smise di pensare alle sue paure.

Non avvenne tutto di colpo, no.  Semplicemente da qualche tempo se ne stavano buone lì, in armonia. E iniziò a saltare. Piano. No, no… saltando si fece male e capì che l’impazienza andava educata. Mosse un passo, due, tre… inciampò. Restò a terra a lungo, piangendo. Poi si guardò stranita e si tolse i primi ninnoli di dosso, giusto per rialzarsi, quel tanto che bastò per riportasi seduta e poi ancora qualcuno per stare in piedi.

Iniziò a respirare bene, sorridendo. E ogni giorno si spogliò di qualche amuleto, con calma e senza fretta, per poter fare sempre di più… iniziò dai piedi e salì lungo le gambe. L’addome no, quello era presto. La infastidiva vedere l’ombelico poco protetto dalla sofferenza, aperto a venti, intemperie e acquazzoni. Certo, così nemmeno il sole vi arrivò, ma per ora la bambina non faceva grandi distinzioni. Liberò le braccia di gran carriera, e il collo con più timore, lasciando giusto una pietra blu, lì, dove si partoriscono le parole e le frasi suonate (quelle scritte nascono in tutt’altro luogo). Ma ancora, ahimè, non riuscì del tutto a vedersi e a mostrarsi.

Sì, perché la bambina usciva, scriveva, ballava e gioiva, ma il ricordo di quei ninnoli era ancora tutto lì. La sua pelle era piena di piccole ferite invisibili che le dolevano ancora: e non aveva solo ossa e muscoli e sangue, non aveva nemmeno solo organi interni un po’ tutti scombussolati. C’erano anche i fili.

Pochi se ne curano, ma tutti li hanno: paralleli ai vasi sanguigni, ma molto più intricati, delicati e contorti, scorrono i fili dell’equilibrio. Sono fili dorati e quasi trasparenti che vanno al cuore, alla testa, allo stomaco e fino all’ombelico e poi giù lungo le gambe fino alla punta più estrema. Ce ne sono di tenaci e solidi, di labili, di colorati, ci sono quelli solo bianchi e neri, ci sono quelli spezzati e quelli annodati, ricurvi o lineari, quelli che escono e quelli sotto la carne.

La bambina ne aveva rotti tantissimi, addirittura anche qualcuno tra quelli tenaci. Confusi, i fili dell’equilibrio non avevano proprio retto a tutta quella protezione, seguita dalla libertà più pura.Solo Sofferenza e Gioia, lavorando in accordo e con precisione, riuscirono a rompere e rinsaldare qualcosina nel modo migliore. Si salvarono, certo, quelli proprio durissimi e forti, quelli – per capirci – che avvolgono un nocciolo duro e profondo che non si fa toccare da alcuna menata. Danno così tanti nomi a questo nocciolo e tanti scrittori ne hanno parlato, che ormai tutti lo conosciamo, ma solo la bambina lo sentì davvero. Uno famoso, ma famosissimo, lo descrisse così: «dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo».

Ecco, quei fili, quelli che proteggono il “nocciolo-senza-nome”, si salvarono e solo con quelli la bambina riuscì a uscire dalla sua piccola stanza bianca e azzurra e a esplorare volti, luoghi e sensazioni. Nessuno, ovviamente, la riconobbe, nuova com’era. E nemmeno lei allo specchio  riuscì ad apprezzarsi, ma sempre con la pazienza dei passi (i passi, si sa, di pazienza ne hanno da vendere) si fece conoscere da sé stessa e dagli altri, a volte in modo improvviso e violento.

Finisce qui, la storia della bambina ormai donna? No, la storia non è ancora finita. Perché la bambina ancora ama, scrive, balla, corre, cade, si rialza, si sospende, entra in apnea e rallenta. La bambina è ancora viva e, si sa, finché si vive la storia non finisce.  Possiamo dire che di fili rotti e non riparabili ce ne furono parecchi, alcuni sono riannodati in qualche maniera, altri sono penzoloni, altri ancora si stanno riavvicinando.

Possiamo dire che ora, la bambina paurosa, coraggiosa, sbucciata qui e là, non vive felice e contenta. Vive e basta. Per quella che è e non sa di essere. Possiamo dire che ha fatto quasi amicizia con le paure e ha smesso di riempirsi di amuleti. Solo orecchini per vezzo, e – udite, udite – un solo e unico anello, che per lei rappresenta un po’ ogni filo durissimo che non si spezzò. Ovvero quel nocciolo duro, ciò che lei è stata, è e sarà.

Soprattutto sarà.

 

Frivolezze

600156_10151149704080209_1208774549_nCiao,

stavo guardando il film sulla vita di Johnny Cash.

Quando lui apre tutte quelle lettere di ammiratori che lo ringraziano, in modo istintivo ho pensato: avrei potuto scrivere anche io, così, a Luciano.

Già, avevo undici anni nel 1993, avevo da poco avuto un fratellino, o forse era ancora il 1992 e mia madre aveva un bel pancione dolcissimo. Ricordo poche cose in modo nitido: Eros Ramazzotti che mi dice che ho un bel naso, io che mi addormento al suo concerto, l’euforia del fratellino (dopo una sorella) e la cassettina della madre di una mia compagna di classe.

A memoria sembrava Lambrusco, coltelli, rose e pop corn. È stampata dentro la mente, ma poi mi vedo con questa amica mentre si balla – o meglio si salta – sul suo letto a ritmo di Balliamo sul mondo. Qualcosa non torna, ma chissà cosa. Da lì credo sia iniziata una piccola e sottile passione. Inizialmente fu una carica, una scossa: saltare sul letto, un ritmo incalzante, l’energia di una undicenne. Ma ancora, forse, era presto perché si trasformasse e desse qualche frutto.

Laura Pausini vinse Sanremo – che all’epoca era ancora un evento, almeno in casa mia – proprio quell’anno con La solitudine. Ricordo che alle elementari ritagliavamo da TV Sorrisi e Canzoni i testi delle canzoni preferite, per impararle. A volte capitava che qualcuno potesse fare le fotocopie al lavoro da papà per distribuirle a tutte. Mi ricordo che Laura entrò nel cuore di noi bambine romantiche, prima che io rifiutassi gli stereotipi e diventassi “femminista”.

Poi ci fu il fenomeno 883: chi è nato nei miei anni (intorno all’82) non ha potuto far altro che crescere e vivere con loro un pezzo di adolescenza. Una tappa obbligata, un fluire pigro. Il weekend che finisce a pasta in brodo e affettato, questa casa non è un albergo, Come mai, Nessun rimpianto: quest’ultima canzone la si tirava fuori a ogni storia finita, anche diventati grandi. Mi ricordo mio padre e il suo disappunto per le parolacce, nelle canzoni di quella cassetta colorata regalatami da mia zia per Natale. Conservai con ancora più insolenza Nord Sud Ovest Est, le sue XXX nei testi, ma l’audio ben chiaro.

Sempre alle medie a un certo punto comparve il libretto dei canti dell’oratorio (giuro! Proprio all’oratorio e io ora sono tutto fuorché cattolica, anche se ho la mia dose di spiritualità) era ricco di Liberi liberi e Non è tempo per noi. Ecco, quanto mi ci ritrovavo in quella canzone! Ero una pulce dispersa nel mio mondo di paese, fatto di poche certezze e con la confusione lasciata sulla porta ad attendere il periodo della ribellione, che nel mio caso forse fu tardivo, o meglio, fu graduale. A 33 anni questo periodo sembra ancora non essersi concluso, visto che ho da poco fatto uscire alcune parti del “chi sono”. O chi vorrei essere.

Il Liceo Classico non mi permise grandi distrazioni: testa china fino a sabato quando qualcosa si apriva, qualche libertà. Dapprima il solito oratorio, poi i disco pub e l’Alcatraz e quel ragazzo “grande” che mi piaceva. Due occhi intenti a guardare donne più belle, adulte. Non me. A lui, come se non bastasse, piacevi tu. Di sicuro Urlando contro il cielo era d’obbligo. Poi c’è stata Ho messo via, e con quella scivolarono lontano Laura, Nek, gli 883.

A un certo punto sono comparse Carmen ed Elisa, non ricordo quando, forse più in là. Ma tu eri più forte. Eri tenace ed eri un aiuto. Un aiuto per qualsiasi mio pensiero adolescenziale, per qualsiasi voglia di sognare. A volte eri le parole che avrei voluto sentire da mio padre, a volte eri l’insegnante che non è mediocre, a volte eri solo spinta, energia e carica. Eri sessualità e sensualità. La prima volta che vidi il video di Certe Notti rimasi senza fiato. Avevo 13 anni. E in casa tutti impararono il significato del termine “adolescenza femminile”, mentre io imparai quello di “ormoni”.

Quella che non sei è stata per tanto tempo il mio talismano. In un paesino dove davvero o sei troia o sei sposa, dove la paura di non essere bella mi accompagnò per anni e ancora adesso la vivo spesso, Quella che non sei mi sta addosso quanto un vestito su misura. Anche se ora posso dire ciò che sono. Per fortuna.

Il mio sogno? Ho sempre voluto scrivere, dalle elementari credo. In parte si è realizzato, in parte sto ancora scrivendo. Questa lettera è abbastanza di getto, non guardarla in quell’ottica. Quello che voglio dirti è che nelle tue canzoni ho sempre trovato quel “quid” di speranza, quell’illusione buona, la sensazione che noi che ti seguiamo abbiamo alcune caratteristiche in comune, una mentalità simile.

Il ’99 è stato l’anno in cui finalmente ho strappato a mia madre il primo concerto. Forum di Assago, con amici più grandi. Il giorno dopo avevo il compito di storia dell’arte, avevo 17 anni, ho preso 8. Quella notte ho scoperto l’adrenalina e le endorfine. Non sono più riuscita a fermarmi. Ho saltato il primo Campovolo, perché era il compleanno di un tizio (ovviamente avevo un debole per lui, maledetta me), e Nome e Cognome non ricordo per quale motivo. Ho divorato album vecchi fino a consumarli, alcune canzoni che nel frattempo magari mi ero persa per strada: Walter il mago, I duri hanno due cuore, Dove fermano i treni… le ho scoperte più in là con l’età. Forse non le avrei comprese prima.

Ricordo un concerto a San Siro, mia madre che conserva il mio messaggio: “sono davanti, mamma, sono davanti”. Il mio fidanzato dell’epoca che corre per prendere i posti e il diluvio che comunque non mi fa staccare le mani dalle transenne. Il mio esame di informatica, una settimana dopo, andò benissimo. Ricordo tutti i concerti, da quello nel palazzetto di Cantù fino all’Arena di Verona da sola, in una posizione splendida senza nemmeno saperlo, in un weekend di me stessa altrettanto bello e adulto. Ricordo di aver dormito in auto a Campovolo 2011, dopo averci messo 3 ore per trovarla: eravamo arrivate così presto che il parcheggio era deserto. All’uscita la quantità infinita di automobili conferì un aspetto diverso al prato, tanto da non riuscire a orientarsi.

Ricordo le risate e le attese. Ah, l’adrenalina dell’attesa. La gioia e la bellezza di quei momenti. Perché avevano un senso. Erano la mia speranza. Il mio sogno, la mia passione. Ho capito che per ciò che ti appassiona si può davvero fare di tutto: farsi 400 km fino a Cividale, ustionarsi al sole, uscirne a pezzi, distrutti o fradici di pioggia. Ma felici. La mia determinazione in altri campi della vita, a volte, penso di doverla a quella musica, a te, al tuo atteggiamento. La passione agisce sulla mente ed è la mente che tutto può, o almeno può un sacco: può farti fare 900 km a piedi e nei momenti di fatica farti cantare a squarciagola: gambe per andare

Tu rappresenti una zona paterna, una zona sensuale, una zona che mi ricorda il mio scrivere, e infine una zona di amici persi, ex, e amici ancora presenti. Tante tappe della mia vita scandite dalla tua musica e dai tuoi concerti. Non ultime, tra le tappe, ci sono anche le lotte interne della mia mente e quella consapevolezza, quella canzone: non sei più lo stesso.

No, sono migliore ora, sono più me stessa di quanto non fossi prima. Ciò che rimane di noi, a volte, è quel nocciolo duro che non si rompe mai e che è l’essenza di ciò che siamo. Ero pronta anche per il 18 marzo, ma l’influenza non ha voluto sentire ragioni e questa volta – a malincuore, ma con il cuore di un’adulta – devo saltare il tour. Sono pronta a guardarti con occhi diversi, ad ascoltare canzoni vecchie con orecchie nuove, sto cambiando, mi sto sbozzolando e ti tengo lì, nel limbo, lasciandoti andare come posso.

I miei tatuaggi sono tre: una frase di un film stupendo del 1993 (Il tempo non muore mai, il cerchio non è rotondo), una conchiglia del Cammino di Santiago con la scritta Buen Camino e un tatuaggio con libri che si trasformano in farfalle o da cui nascono farfalle. Sui libri ci sono un elefante (Saramago), un mappamondo e le lettere della parola Ultreya (vai avanti). I significati sono profondi e quasi solo miei.

Voglio essere me stessa, avere la mia voce, voglio che quella passione mi bruci fino a farmi stare sveglia le notti (per scrivere). In quanto a te, ti lascio andare per conservarti solo nei ricordi. Ormai ho perso per strada la mia vecchia pelle, come un serpente.

Il cerchio non è rotondo, era ora che ti scrivessi.

Grazie,

Eleonora

Rabbia

background-84678_1280Salii su un convoglio senza aria condizionata. Il caldo era insopportabile e malsano, quasi da attacco d’ansia e svenimento. Un’atmosfera solida e soffocante, qualche viaggiatore seduto. Mi chiesi come potessero resistere, lì, sopportando con grazia. Non era solo calore: era mancanza di ossigeno, di respiro. Mi mossi in avanti, camminando decisa, e venni ripagata da alcune carrozze fresche.

L’indomani mi capitò qualcosa di molto simile: non sul treno del ritorno – dopo un’intera giornata di sole e caldo – ma al mattino. C’erano trenta gradi da poco tempo e un pizzico di aria riusciva a fuoriuscire da qualche apertura. Mi accomodai senza pensarci, il sole mi batteva addosso con prepotenza. A Rogoredo mi spostai, per migliorare lievemente la mia condizione.

«Ci pensai tutto il giorno a questo atteggiamento, sai?»

La mia estetista mi ascoltò attenta. Stavo per affrontare un trattamento rilassante, prima delle ferie. Non l’avrei vista per più di un mese e mancava solo un massaggio per lasciare un ricordo positivo del suo passaggio.

In altre circostanze della vita, quando il caldo si rivelò insopportabile, mi diressi subito più avanti, incurante delle altre persone, di chi – chissà perché – stava lì. Non mi posi alcuna domanda e non diedi per scontato che lungo tutto il treno mancasse l’aria. Non mi fermai in laboratorio, in università, perché quel senso di inadeguatezza mi colse subito. Non mi lasciai vincolare dalle altre persone, né dall’idea che quel treno sarebbe stato tutto così, identico a sé stesso.

Mi accomodai inizialmente in un altro contesto simile, ma dal calore sopportabile: un’azienda farmaceutica mi fece crescere e scaldò le mie consapevolezze per due anni . Non mi spostai da sola con la grinta che ora possiedo, ma ciò che doveva scegliermi, mi scelse.

Oggi il tepore è così lieve e guantato che per schiodarmi dal mio sedile mi ci vorrebbe molta più riflessione, coraggio. Forse rabbia? Con chi dovrei arrabbiarmi e per cosa?

Antonia mi guardò perplessa, le mani unte di olio trafissero la mia schiena. «Stai scegliendo?» mi chiese lei, senza esitare.

«Non percepisco scelte, purtroppo – le risposi -. I posti in treno sono quelli, non ne trovo di migliori. Ma sono furiosa e non so perché. Ho una vita bellissima, ma dentro qualcosa rumoreggia, si gonfia, si riempie di acque scure».

Lei tacque a lungo per darmi tregua. I confini erano incerti e confusi. Veniva prima l’insoddisfazione o la rabbia? E le scelte – inesistenti o incapaci a compiersi – erano causa o conseguenza?

«Mi sento come se ogni mio sforzo verso un vagone migliore fosse vanificato, come se ci fosse qualcosa lì, pronto a venire. Un orgasmo che non si compie, una novità che non emerge, che si nasconde, o troppo piccola per generare stupore».

Ho una fame da placare, una costante ricerca. Ma di cosa vorrei nutrirmi? Riempio quello stomaco fittizio con lo sport, esagerando e facendomi male. In passato non sceglievo per paura del non-scelto, per non chiudermi e indirizzarmi. Restavo alla superficie delle cose: facevo, smettevo, abbandonavo, ritornavo, mi tuffavo e risalivo immediatamente.

«Nei miei viaggi – dissi all’estetista, quasi per giustificarmi – non sono bulimica. Li scelgo con cura, uno per ciascun anno. Preparazione, itinerario e ritorno diventano un rito delicato. Li medito, li studio, li plasmo da sola. E con il Brasile ho anche abbandonato quella parte arraffona, insaziabile, che non sa scegliere e vuole ingurgitare tutto il possibile. No, questa volta mi dedico a poche tappe, fatte con cura. Questa volta vince lo stare sull’andare. Il rimanere per assaporare».

«Bene, ma dimmi… concentrati su ciò che non collima. Lascia perdere per un attimo questo bel risultato nei viaggi o il rischio calcolato che hai compiuto sul lavoro poco tempo fa… dimmi invece, cosa non collima con te? Con chi sei arrabbiata e cosa cerchi?»

Ma sì, Antonia, lo sai, vero? Forse sono la mia ambizione e l’incapacità di accettare un treno tiepido, senza vagoni migliori?  Vorrei solo poter sfruttare ogni micro potenzialità che ho a disposizione per dare un senso a me stessa. Non voglio che il mio dato di realtà sia questo scalino lavorativo, non voglio che sia proprio questo dato di realtà a scontrarsi con i miei desideri facendoli capitolare. Va bene avere a che fare con altre impotenze, dal Brasile alla casa, fino addirittura all’amore. Ma non voglio che questa sia la massima ambizione professionale alla quale io possa aspirare. Non mi interessa più l’orizzonte aperto, né le molteplici possibilità del non-scegliere. Ora desidero scegliere, ora voglio e devo vincolarmi alle mie capacità.

Eppure, eppure c’è altro… non sapere cosa mi indispone. Sai quando ti sfugge qualcosa,  e non è nemmeno sulla punta della lingua? È sconosciuto, ma c’è.

Antonia non aspettò le mie risposte confuse: «Riposa, prenditi questo viaggio per fare ciò che sai fare: liberare e riordinare la mente. Saprai scegliere, saprai capire e sciogliere la rabbia»,  disse strofinandomi le tempie e il cuoio capelluto.

Io mi misi a giocare con l’anello, senza pensare, ero solo un po’ più triste, più nervosa. Ultreya, ossia “vai avanti”, è la parola incisa sopra quel cerchio. Ne ho sognato uno identico, ma sporco, rovinato, ammaccato. Quanto dovrò ammaccarmi e sporcarmi prima di riunire i pezzi e andare avanti?

Parole vuote

A un certo punto sefont-705667_1280nti urlare nella testa. Ed eccola, l’esigenza di solitudine farsi largo. Non è stare sola in sé, ma eliminare gli eccessivi stimoli, il tuo nome pronunciato fino al vomito da chi ti chiede e vuole, le richieste lecite, le pretese, le giuste obiezioni, i favori e i lavori, gli imprevisti, i contatti da mantenere. Ma anche quel tizio che ti chiede la strada, la telefonata che desideravi, il caldo sul tram e il freddo gelido dell’ufficio. Le chiacchiere vuote.

Sulle chiacchiere vuote potrei dilungarmi. Le chiacchiere vuote dilatano lo spazio, soffocano il tempo. Se avessero una forma e una consistenza sarebbero molto simili a quelle del mercurio nel termometro di un tempo, che quando si spargeva per il pavimento – sempre della cucina, chissà perché – ti divertivi a raccoglierlo con un foglio di carta, senza toccarlo. Lo osservavi mentre si univa, molliccio eppure concreto. Fragile. Sembrava sul punto di liquefarsi, rompersi, fondersi. Lasciarsi andare. Come se “chissà quanto regge in quello stato simile a un budino”. E lui regge.

Le chiacchiere vuote sono tenaci e insostituibili: servono per rompere i silenzi, eliminare il disagio, unire goccioline sparse, riempire buchi, vuoti insopportabili con vuoto mascherato e sonoro. Servono per i contatti, la gente, le isole che non siamo, la folla, quella conoscente, quel collega, il cliente.

Eppure io mi sento un budino quando capisco che arriva il momento delle chiacchiere vuote. Le evito, se posso. Più che altro non le so dire. Balbetto, incespico, sto zitta, annuisco con gli occhi a pesce. Sembro stupida. A volte è timidezza, altre volte è bisogno di stare zitta e sentire silenzio.

In questo ultimo caso il il mio segnale è chiaro, sto zitta, non ti parlo, quindi smettila con blablabla che non me ne frega un cazzo del matrimonio di tua cugina, né della collega stronza o dei denti di tuo figlio. Che poi spengo il cervello e puoi dirmi ciò che vuoi che non ti sento, è più forte di me.

Altre volte è mancanza di contenuto: di cosa parlano, le chiacchiere vuote? Del tempo, del caldo d’estate, del freddo in inverno, della salute, degli acciacchi, dello scorrere di qualcosa, dei defunti a volte, delle ferie, del rientro dalle ferie, dell’ultimo fattaccio di cronaca, la politica è solo quella da bar, quasi sempre ci si infila una lamentela, mai della felicità o della gioia, nemmeno per un motivo più che valido. Non si tocca la tristezza, solo piccoli ululati di scoramento, nei casi peggiori. Ci si augurano belle cose, si danno suggerimenti non richiesti, si concorda quasi sempre su qualcosa. I figli, quelli sono un dovere sociale, parlarne non solo è lecito, ma d’obbligo. Oppure l’anziano genitore. Di un evento? Libri, viaggi e film per carità, non sarebbero vuote!

Le chiacchiere vuote non sono più così vuote quando ci metto del mio. Ho imparato che non so parlare del tempo, non so lamentarmi del caldo, non saprò mai di cosa parlano le chiacchiere vuote, che parole servano, come si costruiscano. Ho trasformato il balbettio e la faccia da pesce spaesato in un pregio, in un vanto. Ho deciso di dire sinceramente agli amici quando non ho voglia di parlare né di vederli, quando ho bisogno dello spazio solitudine. Ho capito chi sono gli amici migliori quando il silenzio non genera imbarazzo, ma pace.

Con i conoscenti mi appiglio alle loro, di chiacchiere vuote e mi sposto di liana in liana, come quando in India ho provato ad appendermi a quella pianta e a dondolare. Intorno c’era la vastità di una terra arida e secca, le crepe sul terreno, il terriccio che s’alzava con il vento. I bambini e un insegnante di poco più di vent’anni vollero farmi provare e assaggiare il loro cuore, l’India: nel silenzio più pieno che abbia mai sentito.

E poi ci sono gli sconosciuti, l’autobus, le code in posta, l’ospedale, i treni, i contatti di lavoro, le amiche di amiche, i parenti di amici. Con loro parlo di ciò di cui so parlare. A volte parlo di me, di ciò che faccio, di ciò che penso. Con loro può essere una sorpresa o una delusione, poco importa. Alcuni capiscono, altri si straniscono: mi sta raccontando cosa ha fatto in ferie? Mi sta dicendo “qualcosa” invece che un “niente”? A volte rispondo a domande, con sincerità; altre volte basta uno sguardo. Ci sono casi di complicità incomprensibile e momenti di silenzio imbarazzante. Ci sono situazioni in cui appaio logorroica, estenuante, un fiume senza spazi.

Riempio il vuoto delle chiacchiere, ma evitando lo spreco, perché le frasi piene sono poche al mondo. Ne abbiamo in dotazione solo un numero esiguo: per questo usiamo quelle vuote per riempire e tendere fili tra persone. Non sono meno belle, sono solo più faticose, almeno per me. Non le sopporto, ma ci convivo. Per evitarle inseguo la solitudine, il silenzio, le amicizie strette e i divertimenti fisici e attivi. Oppure scrivo, a volte anche tutte quelle parole vuote che non so dire.

Ondamare

coast-613022_1280«Fra un po’ arriveranno qui anche gli eschimesi. Mancano solo loro in Italia, non crede, signorina?». Il caldo sul bus era insopportabile, davanti a me c’era quell’anziano dai capelli bianchi e dal volto simpatico. Rifiutò più volte le offerte di un posto a sedere, con la scusa bonaria di dover crescere. Mi fece sentire così meno in colpa per non essermi alzata quando – al culmine del pienone – il mio sguardo incrociò il suo. Salì in piazza Vittoria, lo vidi ed ero un poco distante. Tra me e lui un crocchio di ragazzine universitarie o liceali in attesa delle vacanze, alcuni giovani in abiti tipici tradivano origine non italiane. Mi soffermai sulla loro bellezza e sul loro fascino, in quel momento. Non mi alzai e ogni pensiero confermò la mia scelta: “è lontano, ci sarebbe quella tizia, lì vicino, perché non lo fa sedere lei? Sto andando a fare un’ecografia ai tendini della gamba, non ho voglia di alzarmi, fa male”.

Il policlinico era a pochi passi, ma aspettai la fermata successiva. Fu allora che l’anziano dal volto simpatico mi disse: «gli eschimesi, mancano solo loro, e poi in Italia sono arrivati tutti…». Di pietra rimasi. Così su due piedi non trovai argomentazioni politiche e sociali e ammetto la mia ignoranza su welfare e sostenibilità. Quei ragazzi dalla pelle scura nei loro bellissimi abiti erano intorno a me e io rimasi rigida e in tensione, vergognandomi come se avessi fatto uno sgarbo, un dispetto a qualcuno.

“Se è per questo l’Argentina è piena di italiani, glielo hanno mai detto? Sa quanti siamo a Londra? E poi, mi scusi, ma ha proprio scelto la persona sbagliata a cui dirlo. Sono una un po’ spirituale, sa  – badi bene non religiosa, altrimenti le darei forse ragione – e penso al mare fatto di onde – una vecchia immagine di un maestro di meditazione credo – ci sono le onde alte, larghe, basse, piccole, scurissime o di un blu profondo e quelle chiare e trasparenti. Quante onde conosce? Diverse le une dalle altre, eppure tutte fatte di acqua e tutte sono mare, formano il mare. Nascono e muoiono dal mare al mare. Bene… l’umanità è fatta di uomini. Basta con etnie, confini. Sono mentali i confini, sono politici, sono convenzionali. Servono, per carità, ma almeno quando pensiamo, quando possiamo, vediamoci e annusiamoci come esseri umani, ciascuno diverso, ciascuno bello nelle sue tradizioni. Mi affascinano le altre abitudini, i vestiti, i colori…”. Arrivai al padiglione di ortopedia. Non dissi nulla di tutto ciò. I pensieri si limitarono ad accumularsi in testa, in fila e in ordine, ma senza uscire. Non che avessi detto qualcosa di originale, ma a quel bonario anziano sarebbe bastato. A tutti quegli stranieri intorno a me sarebbe bastato per sentirsi… come? Difesi? Accolti? E invece silenzio. Non aprii bocca, nemmeno un suono, un soffio. L’apnea e la vergogna mi accompagnarono fino alla mia fermata e oltre.

«Gli faccia una bella lavata di capo… lo devo sapere io? Mi scusi, ma hanno sbagliato loro, tanto più che era mezzanotte…»

«Eh, signora, manca sempre qualcosa: che sia il codice fiscale, la diagnosi… sempre.»

Ero in coda all’accettazione, quando alla distanza di un paio di pazienti prima di me, si alzarono queste considerazioni a voce molto alta. A pronunciarle fu una donna enorme, vestita di nero, con un figlio ingessato al braccio che avrebbe potuto benissimo farsi la fila al posto della madre. Poco prima lei mi aveva fatto passare per chiedere se fosse quella l’accettazione per l’ecografia: un respiro di gentilezza, che sempre cerco. Eppure le lamentele a voce alta continuarono da più parti. Sbagli, sbagli, dita puntate, errori, accuse. Iniziai a riflettere sulla necessità di fare bene il proprio lavoro.

Anzi, no. Iniziai dapprima a pensare alle accuse, dando per scontata una sorta di tensione collettiva a “fare bene”, ma senza negare l’umanità: non solo gli sbagli per natura, ma anche il giorno no, il vicino petulante, un figlio che non dorme, la gomma bucata, il treno in ritardo, il sacchetto della spazzatura rotto sulle scale, il fidanzato che ti pianta, una notte insonne, il caldo, una pigrizia inspiegabile, il pensiero preoccupante, un bacio inaspettato, l’euforia dell’innamorarsi, quell’appuntamento odioso, i soldi, la farmacia, il corso di danza, le pulizie, la camicia, il mal di testa, la collega che parla, la porta che sbatte… e ora anche la lavata di capo. Quel donnone così gentile con me e con il figlio, non aveva in sé un altro modo per inquadrare quell’errore?

Mi voltai verso la porta di uscita, complici dei rumori, delle voci indistinte. Sentii qualcuno in camice lamentarsi per una porta aperta.

«L’ho trovata aperta… cosa sono la portinaia?»

Il battibecco si compose di poche frasi ripetute con tono acido. Cattiveria, astio, difensiva. Il volume crebbe, le giustificazioni furono pessime, l’accusa si fece piccola in confronto al rapporto colmo di rabbia e ai movimenti tra i due camici bianchi: lei ricominciò a spingere una carrozzina, lui se ne andò sbattendo quella famosa porta e mandandola a quel paese.

“Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte”. Solo questa frase mi arrivò alla mente. Rinnegare cosa?

Ogni volta che tradisco un mio pensiero, che non parlo, che dico l’opposto di ciò che sono, che ometto, che taccio, che amplifico o sminuisco, ecco che penso a questa citazione, a me cara. Ho taciuto sull’autobus rinnegando qualcosa, ma non solo: per tre volte tutti noi abbiamo rinnegato l’umanità, l’essere senziente, il non-sé. Facendoci del male, suppongo.  

Respirai a fondo dispiaciuta, ma senza giudizio, tornando a essere un “io” come gli altri e chiacchierando in attesa con un’altra paziente.

«Viganò, prego…»