Ondamare

coast-613022_1280«Fra un po’ arriveranno qui anche gli eschimesi. Mancano solo loro in Italia, non crede, signorina?». Il caldo sul bus era insopportabile, davanti a me c’era quell’anziano dai capelli bianchi e dal volto simpatico. Rifiutò più volte le offerte di un posto a sedere, con la scusa bonaria di dover crescere. Mi fece sentire così meno in colpa per non essermi alzata quando – al culmine del pienone – il mio sguardo incrociò il suo. Salì in piazza Vittoria, lo vidi ed ero un poco distante. Tra me e lui un crocchio di ragazzine universitarie o liceali in attesa delle vacanze, alcuni giovani in abiti tipici tradivano origine non italiane. Mi soffermai sulla loro bellezza e sul loro fascino, in quel momento. Non mi alzai e ogni pensiero confermò la mia scelta: “è lontano, ci sarebbe quella tizia, lì vicino, perché non lo fa sedere lei? Sto andando a fare un’ecografia ai tendini della gamba, non ho voglia di alzarmi, fa male”.

Il policlinico era a pochi passi, ma aspettai la fermata successiva. Fu allora che l’anziano dal volto simpatico mi disse: «gli eschimesi, mancano solo loro, e poi in Italia sono arrivati tutti…». Di pietra rimasi. Così su due piedi non trovai argomentazioni politiche e sociali e ammetto la mia ignoranza su welfare e sostenibilità. Quei ragazzi dalla pelle scura nei loro bellissimi abiti erano intorno a me e io rimasi rigida e in tensione, vergognandomi come se avessi fatto uno sgarbo, un dispetto a qualcuno.

“Se è per questo l’Argentina è piena di italiani, glielo hanno mai detto? Sa quanti siamo a Londra? E poi, mi scusi, ma ha proprio scelto la persona sbagliata a cui dirlo. Sono una un po’ spirituale, sa  – badi bene non religiosa, altrimenti le darei forse ragione – e penso al mare fatto di onde – una vecchia immagine di un maestro di meditazione credo – ci sono le onde alte, larghe, basse, piccole, scurissime o di un blu profondo e quelle chiare e trasparenti. Quante onde conosce? Diverse le une dalle altre, eppure tutte fatte di acqua e tutte sono mare, formano il mare. Nascono e muoiono dal mare al mare. Bene… l’umanità è fatta di uomini. Basta con etnie, confini. Sono mentali i confini, sono politici, sono convenzionali. Servono, per carità, ma almeno quando pensiamo, quando possiamo, vediamoci e annusiamoci come esseri umani, ciascuno diverso, ciascuno bello nelle sue tradizioni. Mi affascinano le altre abitudini, i vestiti, i colori…”. Arrivai al padiglione di ortopedia. Non dissi nulla di tutto ciò. I pensieri si limitarono ad accumularsi in testa, in fila e in ordine, ma senza uscire. Non che avessi detto qualcosa di originale, ma a quel bonario anziano sarebbe bastato. A tutti quegli stranieri intorno a me sarebbe bastato per sentirsi… come? Difesi? Accolti? E invece silenzio. Non aprii bocca, nemmeno un suono, un soffio. L’apnea e la vergogna mi accompagnarono fino alla mia fermata e oltre.

«Gli faccia una bella lavata di capo… lo devo sapere io? Mi scusi, ma hanno sbagliato loro, tanto più che era mezzanotte…»

«Eh, signora, manca sempre qualcosa: che sia il codice fiscale, la diagnosi… sempre.»

Ero in coda all’accettazione, quando alla distanza di un paio di pazienti prima di me, si alzarono queste considerazioni a voce molto alta. A pronunciarle fu una donna enorme, vestita di nero, con un figlio ingessato al braccio che avrebbe potuto benissimo farsi la fila al posto della madre. Poco prima lei mi aveva fatto passare per chiedere se fosse quella l’accettazione per l’ecografia: un respiro di gentilezza, che sempre cerco. Eppure le lamentele a voce alta continuarono da più parti. Sbagli, sbagli, dita puntate, errori, accuse. Iniziai a riflettere sulla necessità di fare bene il proprio lavoro.

Anzi, no. Iniziai dapprima a pensare alle accuse, dando per scontata una sorta di tensione collettiva a “fare bene”, ma senza negare l’umanità: non solo gli sbagli per natura, ma anche il giorno no, il vicino petulante, un figlio che non dorme, la gomma bucata, il treno in ritardo, il sacchetto della spazzatura rotto sulle scale, il fidanzato che ti pianta, una notte insonne, il caldo, una pigrizia inspiegabile, il pensiero preoccupante, un bacio inaspettato, l’euforia dell’innamorarsi, quell’appuntamento odioso, i soldi, la farmacia, il corso di danza, le pulizie, la camicia, il mal di testa, la collega che parla, la porta che sbatte… e ora anche la lavata di capo. Quel donnone così gentile con me e con il figlio, non aveva in sé un altro modo per inquadrare quell’errore?

Mi voltai verso la porta di uscita, complici dei rumori, delle voci indistinte. Sentii qualcuno in camice lamentarsi per una porta aperta.

«L’ho trovata aperta… cosa sono la portinaia?»

Il battibecco si compose di poche frasi ripetute con tono acido. Cattiveria, astio, difensiva. Il volume crebbe, le giustificazioni furono pessime, l’accusa si fece piccola in confronto al rapporto colmo di rabbia e ai movimenti tra i due camici bianchi: lei ricominciò a spingere una carrozzina, lui se ne andò sbattendo quella famosa porta e mandandola a quel paese.

“Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte”. Solo questa frase mi arrivò alla mente. Rinnegare cosa?

Ogni volta che tradisco un mio pensiero, che non parlo, che dico l’opposto di ciò che sono, che ometto, che taccio, che amplifico o sminuisco, ecco che penso a questa citazione, a me cara. Ho taciuto sull’autobus rinnegando qualcosa, ma non solo: per tre volte tutti noi abbiamo rinnegato l’umanità, l’essere senziente, il non-sé. Facendoci del male, suppongo.  

Respirai a fondo dispiaciuta, ma senza giudizio, tornando a essere un “io” come gli altri e chiacchierando in attesa con un’altra paziente.

«Viganò, prego…»

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Linee parallele

Si scostò da lui e scese da quel treno, di sicuro non l’avrebbe mai più rivista. A meno che – iniziò a fantasticare Marco – non fosse solita prendere quello delle 19.45 per Genova, “sì, sempre dal binario quattro. Ma strano, l’avrei notata anche prima”. Il folto gruppo dei pendolari forse avrebbe potuto nascondere quel viso. Marco da un anno e qualche mese non mancava un appuntamento con quel convoglio, forse un paio di volte per un raffreddore, e ad agosto per le ferie. Ma in quell’anno la terapia era regolare e costante. La visita iniziava alle 18.30 e finiva giusto in tempo per rientrare con i lavoratori instancabili. Arrivava al suo binario stravolto, confuso, a volte rabbioso o di una felicità pura. Il suo terapeuta, una donna, aveva un ruolo fondamentale nel determinare il suo stato d’animo al binario quattro di ogni mercoledì. Quella sera la calma e la lentezza lo avevano accompagnato per ogni singolo movimento delle gambe, delle palpebre, delle mani. Si accomodò sulla fredda panchina di metallo, in attesa, in anticipo per il treno successivo, in ritardo per i vagoni appena partiti. Lo zaino stava tra le gambe, la giacca verde scuro lo copriva fino al naso e i piedi erano comodamente stipati in scarponi pesanti, quasi da trekking. Chissà perché, poi, aveva optato per quelle scarpe per recarsi a Milano. Macinava pensieri quando si avvicinò una donna che aveva tutta l’aria di essere appena stata in un luogo teso, stressante, cupo e insidioso. Un ufficio, forse, ma non un bell’ufficio. Sembrava più l’espressione di chi è appena stato in ospedale, in un obitorio, o di chi lavora con un aguzzino. I capelli arruffati e trascurati, con il colore stinto, la rendevano ancora più aliena dal mondo delle belle donne in tacco e tailleur in attesa, come loro, del treno. Eppure se ne invaghì quasi immediatamente. Non fu un’emozione forte o violenta, quanto una lieve carezza: provò un’inarrivabile dolcezza nell’osservare quei lineamenti morbidi, quel sorriso appena accennato e anche le sue occhiaie così pronunciate suscitarono in lui la voglia di abbracciarla. Senza alcun sospetto, la donna si andò a sedere accanto a lui. Frugò rapidamente nell’enorme borsa e dopo qualche secondo lui la vide mentre osservava il cellulare, facendo scorrere veloci immagini e parole. L’uomo dietro di lei si alzò per andarsene poco più in là, forse con l’intento di sgranchirsi le gambe o di scaldarsi camminando un po’. Quell’uomo portò con sé anche la sua sigaretta, il suo odore di tabacco e fumo, e quella nube densa e impalpabile che circonda i fumatori. «Meno male che se n’è andato. Faceva una puzza …». Marco non si aspettava di sentire la sua voce. Quella donna aveva parlato, rivolgendosi a lui. Rimase sorpreso, senza il tempo necessario per registrare il messaggio, comprenderlo e rispondere a tono. “Quale puzza?” Si stava chiedendo Marco tra sé e sé. «Puzza di sigaretta, mi dà proprio fastidio», come se avesse indovinato il suo pensiero. Respirò, e mentre entrambi tirarono fuori ciascuno il proprio libro da zaino e borsa, le disse solo di non aver sentito alcun odore, ma lui aveva smesso, qualche anno fa. Nessun fastidio. Avrebbe forse voluto dire altro, di più, ma cosa? La guardò a lungo, mentre leggeva Alice Munro, chiuse la copertina del suo romanzo di Ken Follett, pensando a quanto i gusti della giovane fossero più delicati: ricordavano lo sbattere d’ali di una farfalla. Quella donna faceva pensare al movimento soffice di un uccello piccolo e lieve in volo, mentre lentamente e con quel rumore di aria sferzata, sbatte le ali. Sì, quella donna era il suono di un fendente. Di una racchetta da tennis o di un bastone di arti marziali. Il suo stupore era accentuato dall’argomento – il solo – al quale si era fatto accenno nelle poche parole scambiate su quel binario. La terapia appena conclusa aveva toccato il tema del fumo per circa quaranta minuti. Aveva solo sognato di ricominciare, ma fugando ogni intenzione al risveglio, nulla di paragonabile a Zeno e alla sua coscienza, ma con due date precise in testa: 4 aprile e 14 luglio. Inizio e fine. Quindici e ventisette anni. Si era distratto con questi pensieri, quando il trenò annuncio il suo arrivo con il solito sferragliare, fischiare e stridere, in questo preciso ordine. La donna se ne andò, lui la raggiunse, lei si sedette, lui rimase in piedi fino a quando lei scese alla prima stazione lasciando a lui quel posto vuoto. Si erano rincorsi come onde, sfiorandosi solo in una frazione di secondo. “Avrei potuto dirle arrivederci”, pensò Marco. Ormai era tardi. Un’onda era arrivata alla spiaggia, l’altra era ancora lontana, persa nei suoi pensieri di fumo e lettini freudiani. Pensò allora che la bellezza di quel momento avesse senso proprio nel mistero, nella coincidenza di una sigaretta e in un battito d’ali scomposto di una donna stanca.