Percorso e arrivo

metamorphosis-228720_1920“La maggior parte delle persone vive come se la vita fosse un arrivo”. Non è l’inizio, ma la conclusione di un discorso fatto di poche battute precise e determinate. Perché nella teoria siamo tutti bravi.

La meta ci deve essere, chiaro, ma la vita è percorso: altrimenti quando ci si ferma un istante a riflettere si sprofonda. Ciò che non abbiamo prevale a tal punto da gettarci nella disperazione. Perché in ogni istante ci sarà sempre un tutto che non abbiamo. Un niente che ci appartiene. Possiamo rigirarla in ogni modo, ma riusciremo sempre a scovare la mancanza o il fallimento: amore, lavoro, casa, interessi… E per fortuna! Significa che siamo sempre nel percorso, dentro questa ruota. Ottenuti alcuni risultati, ecco che le carte si mescolano e la partita ricomincia. Quella casa in affitto non è più una conquista, la forza di stare sola può vacillare, il lavoro ha sete di stimoli come se fossimo nel deserto. Arrivare vuol dire anche ricominciare oppure morire.

Eppure viviamo tutti come se l’arrivo fosse più importante di ciascun passo. Sì, sono ripetitiva con queste metafore da pellegrina, eppure, benché sembra una teoria consolidata – senza escludere quanto sia fondamentale avere una meta – la gente, come dice chi mi ha scritto, vive nell’arrivo.

Quanto mi è ora chiaro lo spreco di energie per un voto e per un pezzo di carta e non per imparare, per essere felice mentre scoprivo, studiavo, sapevo. Quanto mi illumina e mi rasserena sapere di aver bisogno di rimettermi in moto, di cambiare e procedere continuamente. So che a un nuovo cambiamento, a un nuovo obiettivo, ci sarà quella sensazione dolorosa di non avere. Non essere. E so che andrà solo affrontata come qualsiasi metamorfosi, come qualsiasi parto, come qualsiasi rinascita.

Si ricomincia, si procede, si indietreggia, a volte si distrugge e si ricostruisce, perché la vita e la felicità non sono mai – o non solo – un arrivo. L’arrivo può essere anche triste e malinconico, deludente o rabbioso, può voler dire perdere qualcuno, o qualcosa.

Per me invece la felicità è una risata prorompente, una routine piacevole, un inizio e una fine e ciò che vi è in mezzo, una sfida, un desiderio, un giorno qualsiasi, un momento preciso, un bacio, l’inatteso, la sorpresa, il rovescio della medaglia, i doni, la bellezza, il movimento, il crepitio e i rumori in una carrozza di un regionale veloce. La felicità sono pagine scritte, l’arte, la sapienza, i limiti umani e chi li supera, le lacrime di una madre, un volto stanco e anziano, un occhio luminoso, lo sguardo d’amore di un padre, le scelte di un figlio. La vita è il momento del percorso nel quale siamo. Qualsiasi esso sia. Rinascita, ricaduta, dolore o gioia, novità o insofferenza. Con quello che abbiamo e con ciò che manca.

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Buon viaggio

sign-429419_1280Buon viaggio, che sia un’andata o un ritorno
Che sia una vita o solo un giorno
Che sia per sempre o un secondo
L’incanto sarà godersi un po’ la strada
Amore mio comunque vada fai le valigie e chiudi le luci di casa…

Mara mi saluta così, con le parole di una canzone, attraverso Whatsapp. C’è chi mi chiede se sono pronta, chi si accerta che gemelli e pesci siano ben sintonizzati, google che  mi ricorda insistentemente di avere un volo alle 20.00. Alle 20.00. Ho ancora un giorno intero per chiudere lo zaino viola, i lavori, la casa, le indecisioni. Per scrivere messaggi di ansia vera o placebo che sia: sì, perché ormai per forza devo essere agitata, continuando a dirlo.

Che poi sto andando in vacanza, santo cielo!

Prendila con rilassatezza, se non vedi tutto non succede niente. Meglio la qualità. Prima lato argentino o prima quello brasiliano? Poco importa. Scopri, sperimenta, lascia andare e… come viene, viene.

L’ignoto diventerà noto come il futuro diventa presente. Quando sarai lì, nel momento esatto in cui ci sarai, chiederai come e dove prendere un treno, un bus, prenotare una stanza, varcare un confine, accedere a un parco, mangiare brasiliano, fare la turista, visitare, assaporare, bere una birra, conoscere backpacker e autoctoni, vivere le sorprese e le scoperte dell’attimo. Ricordi l’Asia? La cena con il musicista ceco che suonava l’ukuele e la serata con la donna canadese? O il passaggio in auto ricevuto da una thai che non ti mollava più?

Segui il tuo corpo. La tua mente è importante, ma sei già molto cerebrale e introspettiva! Stavolta segui il tuo corpo. Come quando cammini, come quando balli. Dai peso a ciò che ti dice il tuo corpo. Lo hai fatto sul Cammino, fallo ancora.

Lo stupore è la tua arma migliore, insieme all’entusiasmo. Ripensa alla felicità estrema in Cambogia: quando il diluvio ti ha accolto a Siem Reap dopo aver viaggiato con il sole per sei-otto ore e aver capito che ai templi saresti andata il giorno dopo. Quindi di cosa ti preoccupi? Di perdere un aereo? Temi il fastidio, l’imprevisto, la tappa che salta? Queste situazioni generano spesso più bellezza e piacere di ciò che si pensa di voler fare sfogliando una guida. E perdi solo la prenotazione dell’aereo.

Sì, ti hanno detto che è pericoloso. Non farci caso e usa la testa. La soluzione non esiste, a meno che non ti chiudi in casa. Le tue paure sono legittime, ma non ha senso stare a sondarle tutte e sono per lo più dovute al fatto che sei sola. Ma non lo sei mai davvero, ricordalo!

Ci sarà una stanchezza buona, che nulla ha a che fare con quella lavorativa o quotidiana. Non preoccuparti per le tue energie ai minimi storici: stai andando in vacanza, con il tuo adorato zaino viola e con i pensieri ridotti al minimo. Ora senti quel sottofondo che ti fa dire: ma come faccio a pensare e a ricordarmi tutto? Ecco, là non ci sarà. Ci sarete solo tu, la bellezza da scoprire, e i bisogni primari.

Ricarica le energie, perché lo sai che succede. Non aspettarti nulla: né il troppo, il sogno, le rivelazioni o il wow a tutti i costi; né il crepuscolo, la chiusura, i facili pessimismi. Il fatto – per esempio – che tu sia in anticipo e quasi perfetta con i preparativi non significa che l’inghippo ci debba essere per forza.

Quindi libertà, zaino viola, mente e corpo aperti. Sarà “solo” un altro piccolo viaggio nel tuo viaggio.

 

La mia paura è gialla e sa di ignoto

golden-pheasant-334658_1280Fare ciò di cui si ha paura.

È il mio filo conduttore, almeno in questo ultimo periodo. E non parlo di follie o sport estremi, né di situazioni pericolose. Abbiamo tutti le nostre piccole e meschine paure. Paure comode, barbare e irrazionali, paure piccolissime e infantili.

Un’amica mi ha raccontato di suo figlio proprio oggi: ha paura del gallo. Ma soprattutto mi ha detto che stanno lavorando per condividerle, queste paure: dov’è la tua paura? E il bambino indica il petto. Poi la paura avrà anche un colore e una forma e infine – mi dice lei – un gesto partirà dal petto e la allontanerà.

Ho sorriso sull’autobus, pensando alle mie paure lungo tutta la mia vita: sono aumentate fino a toccare picchi estremi, diminuite, alcune scomparse. Alcune sono davvero stupide – o almeno io così le vedo – altre sono limiti con cui convivere, senza troppi problemi.

Ragni, vespe muratore o doppie (nel gergo colloquiale), attraversare la strada, fare un’iniezione, aghi, guidare l’automobile, insetti vari, decollare, altezze senza protezione, fare i conti, pesarsi, andare dal dentista, parlare in pubblico (questa non è una paura. Questa sono io. Introversa o timida. Lo faccio, ma a modo mio e nessuno ha il diritto di rompermi le palle o di farmi sentire in difetto!) …

Non so nemmeno se le ho elencate tutte. La maggior parte di loro ha tolto il disturbo senza fatica. A 22 anni ho iniziato a guidare, e la strada credo di saperla attraversare da tempi immemori. Quando sono stata in Vietnam ho provato una sottile sensazione di piacere a buttarmi in quelle vie dove sciami, stormi, nugoli di motorini corrono senza alcuna intenzione di fermarsi. Ad Hanoi attraversare la strada è un’arte e io avevo capito il trucco: vai sicura e decisa e loro ti schiveranno.

Sugli aghi ho ricordi ben più recenti di scenate negli ospedali, con la respirazione a mo di asma e l’impellente necessità di sdraiarmi. Ho in testa anche mia madre che mi insegue per una vaccinazione mentre mia sorella ride sconvolta: era il 2011. Poi, pian piano, è scomparsa anche quella. Inghiottita dalla razionalità, forse, e rimandata indietro ai tempi dell’infanzia: ho passato 4 ore sotto gli aghi della tatuatrice e non solo non ho sentito nulla (a parte il fastidio finale dovuto al tempo, più che all’ago) ma sfumature e linee nere mi hanno rilassato.

Mentre la mia amica mi scriveva, cercavo di pensare al colore delle mie paure e a dove potessero trovarsi.

Le vespe doppie – e insetti di varia origine, forma e dimensione – stanno tra sterno e ombelico. Sono ovviamente gialle e hanno la forma di … Più che altro mi paralizzano, mi fanno venire i brividi e mi sento vampate che salgono alle gola. Mi si crea una sorta di ipersensibilità alla pelle e non so come muovermi. Quella roba, ancora oggi, è lì. Bloccata da polvere di insetticida sparso un po’ ovunque per casa. Eppure non ho la stessa sensazione quando li incontro per strada, all’aria aperta, in India o chissà dove. Basta che non dormano e vivano con me.

Il decollo è stato superato subito: appena ho capito che viaggiare è uno dei motivi per cui la vita è meravigliosa, quella fase del volo mi si è spogliata delle sue minacce. 6  voli in un mese, quando ho scelto quel villaggio sperduto in India, sono stati sufficienti per arrivare – ora – ad addormentarmi ancora prima che si muova qualcosa.

Poi ci sono le altezze senza protezione e lì mi tocca adeguarmi, almeno per ora. Ma non ne faccio una tragedia. Recentemente ho scoperto anche una lieve ansia per spazi troppo chiusi e cunicoli stretti, ma non mi creano grandi disagi e posso sopportarle.

Arriviamo con calma alle paure più eteree, immateriali, legate a gesti e azioni. Non ho paura di fare i conti, né di pesarmi. Ho paura di ciò che posso scoprire, pesandomi e facendo i conti. Mi nascondo e come i bambini nego: se non lo so, non accade; se non lo dico allora non è vero.

È così che un problema di salute è degenerato, solo per un anno per fortuna, ma è stato un anno di sovrappeso che peggiorava di mese in mese con rapidità. Fino a quando mi hanno messo di fronte a una bilancia. Un medico mi ha pesato, ha visto che in sei mesi avevo messo 20 kg e ciò mi ha permesso di affrontare il problema, risolvendolo.Oggi, quando sento che potrei aver qualche etto di troppo, evito di sfuggire alla bilancia. Resisto, mi dico di non farlo, scantono, ma poi mi peso, cazzo: perché tanto se dovesse ricapitare non è non sapendolo che il problema svanisce.

Lo stesso ragionamento vale per i conti, i soldi, le entrate e le uscite o prenotare aerei e guardare una guida turistica. E qui ancora ci devo lavorare.

Ma soprattutto l’ignoto. Credo di averla identificata come la madre di tutte le mie ansie, piccole e grandi. Ci ho sbattuto contro in modo intenso, bello, struggente, quando ho attraversato le mesetas lungo il Cammino di Santiago. Ma quell’ignoto era positivo, le mesetas erano quadri di Magritte e io mi sentivo galleggiare all’interno di un’atmosfera irreale. Solo un tratto mi ha messo alla prova con più asprezza e sto parlando dei 17 km prima di Calzadilla de la Cueza. La sensazione è stata quella di non sapere nulla. Conoscevo solo il mio passo, il presente, il dov’ero e che ore fossero. Null’altro. Caldo e stanchezza hanno fatto il resto. Ero sola e lo ero in ogni senso, non c’era futuro e il passato non serviva.

L’adrenalina pre-partenza, quando il viaggio è sconosciuto e io sono sola, ha un sapore simile. Adoro i chissà, la libertà e la sensazione di farcela da sola, più di ciò che vedo. Adoro gli incontri e il non pianificato.

Ma poi subentra quel senso di ignoto, di ignoto buio, di ignoto che non arriva a farsi noto, quell’idea di non essere abbastanza furba con la logistica, perché non visualizzo – prima di incontrarle – le strade, le fermate, i bus, i luoghi. Se ho paletti da rispettare e intorno ai quali dovermi muovere (voli interni) la situazione mi sembra ancora più contorta e nego, rimandando le prenotazioni. Infine, in tutto ciò, si mescola anche la paura di scegliere: non per la scelta fatta, ma per ciò che ho perso rinunciando a un’altra strada.

E poi, che diamine, ho fatto 4 viaggi perfetti, possibile che lo sarà anche questo? Prima o poi…!

Eppure – in questo groviglio di turbamenti –  voglio superare un altro limite, sempre oltre, sempre più difficile, per non ristagnare nella comfort zone delle cose che so già di saper fare.

Il Brasile non ha nulla di più – a prima vista – di altri viaggi. Ma se l’India è stata il battesimo dell’avventura, l’Asia la prima volta all by myself, il mese a Londra una sfida professionale ed economica, Santiago la fisicità e la paura del fallimento, il Brasile è immensità e scelta (e qualcuno mi ha detto anche pericolo).

E ancora una volta mi accorgo che sto già cambiando, prima di partire. Senza fretta, ma lo sto facendo: scelgo di fare ciò che mi fa paura. In ritardo, ma ho scelto, ho scremato, ho sposato un giro e, pur nelle mille prove e richieste di consigli, alla fine ho fatto le mie scelte: logistiche, economiche, paesaggistiche. Mi sono pesata dopo il mio stop forzato allo sport. Ho fatto anche due conti (ma due e basta). Non sono più tornata sui percorsi esclusi (e qui mi merito un applauso!) e ho iniziato a leggere un libro che mi ha sempre fatto “paura”: “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani.

In generale ho sempre apprezzato l’idea di trovare un po’ di me nei libri, nei romanzi o nei pochi e sporadici saggi che riesco a leggere (e che sto rivalutando). Ma con lui no. No, perché avevo paura dell’invidia, di ciò che vorrei essere, ma che ovviamente non sono e non sarò mai, avevo paura di detestare ancora di più l’essere donna, avere dei limiti organizzativi e paura di tutto ciò che non visualizzo. Un po’ come mi capita quando leggo di gente che prende e parte. Così. E poi? Io che mi agito per un mesetto di ferie…

Mi sono calmata dicendomi una sola cosa. A un certo punto, se dovessi anche solo perdere un aereo, mandando a monte il mio giro a cerchio imperfetto, posso improvvisare.

Improvvisare. Quello a cui vorrei arrivare un giorno. Solo due voli, andata e ritorno e nessun programma.

Rabbia

background-84678_1280Salii su un convoglio senza aria condizionata. Il caldo era insopportabile e malsano, quasi da attacco d’ansia e svenimento. Un’atmosfera solida e soffocante, qualche viaggiatore seduto. Mi chiesi come potessero resistere, lì, sopportando con grazia. Non era solo calore: era mancanza di ossigeno, di respiro. Mi mossi in avanti, camminando decisa, e venni ripagata da alcune carrozze fresche.

L’indomani mi capitò qualcosa di molto simile: non sul treno del ritorno – dopo un’intera giornata di sole e caldo – ma al mattino. C’erano trenta gradi da poco tempo e un pizzico di aria riusciva a fuoriuscire da qualche apertura. Mi accomodai senza pensarci, il sole mi batteva addosso con prepotenza. A Rogoredo mi spostai, per migliorare lievemente la mia condizione.

«Ci pensai tutto il giorno a questo atteggiamento, sai?»

La mia estetista mi ascoltò attenta. Stavo per affrontare un trattamento rilassante, prima delle ferie. Non l’avrei vista per più di un mese e mancava solo un massaggio per lasciare un ricordo positivo del suo passaggio.

In altre circostanze della vita, quando il caldo si rivelò insopportabile, mi diressi subito più avanti, incurante delle altre persone, di chi – chissà perché – stava lì. Non mi posi alcuna domanda e non diedi per scontato che lungo tutto il treno mancasse l’aria. Non mi fermai in laboratorio, in università, perché quel senso di inadeguatezza mi colse subito. Non mi lasciai vincolare dalle altre persone, né dall’idea che quel treno sarebbe stato tutto così, identico a sé stesso.

Mi accomodai inizialmente in un altro contesto simile, ma dal calore sopportabile: un’azienda farmaceutica mi fece crescere e scaldò le mie consapevolezze per due anni . Non mi spostai da sola con la grinta che ora possiedo, ma ciò che doveva scegliermi, mi scelse.

Oggi il tepore è così lieve e guantato che per schiodarmi dal mio sedile mi ci vorrebbe molta più riflessione, coraggio. Forse rabbia? Con chi dovrei arrabbiarmi e per cosa?

Antonia mi guardò perplessa, le mani unte di olio trafissero la mia schiena. «Stai scegliendo?» mi chiese lei, senza esitare.

«Non percepisco scelte, purtroppo – le risposi -. I posti in treno sono quelli, non ne trovo di migliori. Ma sono furiosa e non so perché. Ho una vita bellissima, ma dentro qualcosa rumoreggia, si gonfia, si riempie di acque scure».

Lei tacque a lungo per darmi tregua. I confini erano incerti e confusi. Veniva prima l’insoddisfazione o la rabbia? E le scelte – inesistenti o incapaci a compiersi – erano causa o conseguenza?

«Mi sento come se ogni mio sforzo verso un vagone migliore fosse vanificato, come se ci fosse qualcosa lì, pronto a venire. Un orgasmo che non si compie, una novità che non emerge, che si nasconde, o troppo piccola per generare stupore».

Ho una fame da placare, una costante ricerca. Ma di cosa vorrei nutrirmi? Riempio quello stomaco fittizio con lo sport, esagerando e facendomi male. In passato non sceglievo per paura del non-scelto, per non chiudermi e indirizzarmi. Restavo alla superficie delle cose: facevo, smettevo, abbandonavo, ritornavo, mi tuffavo e risalivo immediatamente.

«Nei miei viaggi – dissi all’estetista, quasi per giustificarmi – non sono bulimica. Li scelgo con cura, uno per ciascun anno. Preparazione, itinerario e ritorno diventano un rito delicato. Li medito, li studio, li plasmo da sola. E con il Brasile ho anche abbandonato quella parte arraffona, insaziabile, che non sa scegliere e vuole ingurgitare tutto il possibile. No, questa volta mi dedico a poche tappe, fatte con cura. Questa volta vince lo stare sull’andare. Il rimanere per assaporare».

«Bene, ma dimmi… concentrati su ciò che non collima. Lascia perdere per un attimo questo bel risultato nei viaggi o il rischio calcolato che hai compiuto sul lavoro poco tempo fa… dimmi invece, cosa non collima con te? Con chi sei arrabbiata e cosa cerchi?»

Ma sì, Antonia, lo sai, vero? Forse sono la mia ambizione e l’incapacità di accettare un treno tiepido, senza vagoni migliori?  Vorrei solo poter sfruttare ogni micro potenzialità che ho a disposizione per dare un senso a me stessa. Non voglio che il mio dato di realtà sia questo scalino lavorativo, non voglio che sia proprio questo dato di realtà a scontrarsi con i miei desideri facendoli capitolare. Va bene avere a che fare con altre impotenze, dal Brasile alla casa, fino addirittura all’amore. Ma non voglio che questa sia la massima ambizione professionale alla quale io possa aspirare. Non mi interessa più l’orizzonte aperto, né le molteplici possibilità del non-scegliere. Ora desidero scegliere, ora voglio e devo vincolarmi alle mie capacità.

Eppure, eppure c’è altro… non sapere cosa mi indispone. Sai quando ti sfugge qualcosa,  e non è nemmeno sulla punta della lingua? È sconosciuto, ma c’è.

Antonia non aspettò le mie risposte confuse: «Riposa, prenditi questo viaggio per fare ciò che sai fare: liberare e riordinare la mente. Saprai scegliere, saprai capire e sciogliere la rabbia»,  disse strofinandomi le tempie e il cuoio capelluto.

Io mi misi a giocare con l’anello, senza pensare, ero solo un po’ più triste, più nervosa. Ultreya, ossia “vai avanti”, è la parola incisa sopra quel cerchio. Ne ho sognato uno identico, ma sporco, rovinato, ammaccato. Quanto dovrò ammaccarmi e sporcarmi prima di riunire i pezzi e andare avanti?

Parole vuote

A un certo punto sefont-705667_1280nti urlare nella testa. Ed eccola, l’esigenza di solitudine farsi largo. Non è stare sola in sé, ma eliminare gli eccessivi stimoli, il tuo nome pronunciato fino al vomito da chi ti chiede e vuole, le richieste lecite, le pretese, le giuste obiezioni, i favori e i lavori, gli imprevisti, i contatti da mantenere. Ma anche quel tizio che ti chiede la strada, la telefonata che desideravi, il caldo sul tram e il freddo gelido dell’ufficio. Le chiacchiere vuote.

Sulle chiacchiere vuote potrei dilungarmi. Le chiacchiere vuote dilatano lo spazio, soffocano il tempo. Se avessero una forma e una consistenza sarebbero molto simili a quelle del mercurio nel termometro di un tempo, che quando si spargeva per il pavimento – sempre della cucina, chissà perché – ti divertivi a raccoglierlo con un foglio di carta, senza toccarlo. Lo osservavi mentre si univa, molliccio eppure concreto. Fragile. Sembrava sul punto di liquefarsi, rompersi, fondersi. Lasciarsi andare. Come se “chissà quanto regge in quello stato simile a un budino”. E lui regge.

Le chiacchiere vuote sono tenaci e insostituibili: servono per rompere i silenzi, eliminare il disagio, unire goccioline sparse, riempire buchi, vuoti insopportabili con vuoto mascherato e sonoro. Servono per i contatti, la gente, le isole che non siamo, la folla, quella conoscente, quel collega, il cliente.

Eppure io mi sento un budino quando capisco che arriva il momento delle chiacchiere vuote. Le evito, se posso. Più che altro non le so dire. Balbetto, incespico, sto zitta, annuisco con gli occhi a pesce. Sembro stupida. A volte è timidezza, altre volte è bisogno di stare zitta e sentire silenzio.

In questo ultimo caso il il mio segnale è chiaro, sto zitta, non ti parlo, quindi smettila con blablabla che non me ne frega un cazzo del matrimonio di tua cugina, né della collega stronza o dei denti di tuo figlio. Che poi spengo il cervello e puoi dirmi ciò che vuoi che non ti sento, è più forte di me.

Altre volte è mancanza di contenuto: di cosa parlano, le chiacchiere vuote? Del tempo, del caldo d’estate, del freddo in inverno, della salute, degli acciacchi, dello scorrere di qualcosa, dei defunti a volte, delle ferie, del rientro dalle ferie, dell’ultimo fattaccio di cronaca, la politica è solo quella da bar, quasi sempre ci si infila una lamentela, mai della felicità o della gioia, nemmeno per un motivo più che valido. Non si tocca la tristezza, solo piccoli ululati di scoramento, nei casi peggiori. Ci si augurano belle cose, si danno suggerimenti non richiesti, si concorda quasi sempre su qualcosa. I figli, quelli sono un dovere sociale, parlarne non solo è lecito, ma d’obbligo. Oppure l’anziano genitore. Di un evento? Libri, viaggi e film per carità, non sarebbero vuote!

Le chiacchiere vuote non sono più così vuote quando ci metto del mio. Ho imparato che non so parlare del tempo, non so lamentarmi del caldo, non saprò mai di cosa parlano le chiacchiere vuote, che parole servano, come si costruiscano. Ho trasformato il balbettio e la faccia da pesce spaesato in un pregio, in un vanto. Ho deciso di dire sinceramente agli amici quando non ho voglia di parlare né di vederli, quando ho bisogno dello spazio solitudine. Ho capito chi sono gli amici migliori quando il silenzio non genera imbarazzo, ma pace.

Con i conoscenti mi appiglio alle loro, di chiacchiere vuote e mi sposto di liana in liana, come quando in India ho provato ad appendermi a quella pianta e a dondolare. Intorno c’era la vastità di una terra arida e secca, le crepe sul terreno, il terriccio che s’alzava con il vento. I bambini e un insegnante di poco più di vent’anni vollero farmi provare e assaggiare il loro cuore, l’India: nel silenzio più pieno che abbia mai sentito.

E poi ci sono gli sconosciuti, l’autobus, le code in posta, l’ospedale, i treni, i contatti di lavoro, le amiche di amiche, i parenti di amici. Con loro parlo di ciò di cui so parlare. A volte parlo di me, di ciò che faccio, di ciò che penso. Con loro può essere una sorpresa o una delusione, poco importa. Alcuni capiscono, altri si straniscono: mi sta raccontando cosa ha fatto in ferie? Mi sta dicendo “qualcosa” invece che un “niente”? A volte rispondo a domande, con sincerità; altre volte basta uno sguardo. Ci sono casi di complicità incomprensibile e momenti di silenzio imbarazzante. Ci sono situazioni in cui appaio logorroica, estenuante, un fiume senza spazi.

Riempio il vuoto delle chiacchiere, ma evitando lo spreco, perché le frasi piene sono poche al mondo. Ne abbiamo in dotazione solo un numero esiguo: per questo usiamo quelle vuote per riempire e tendere fili tra persone. Non sono meno belle, sono solo più faticose, almeno per me. Non le sopporto, ma ci convivo. Per evitarle inseguo la solitudine, il silenzio, le amicizie strette e i divertimenti fisici e attivi. Oppure scrivo, a volte anche tutte quelle parole vuote che non so dire.

L’inatteso

CIMG8052Mi ero preparata a un giorno senza ansia. Mi sono svegliata quasi in ferie, con la sensazione di essermi riappropriata di otto ore, non più in vendita. Questo venerdì è mio, mi sono detta. Ho iniziato da ciò che è più importante, seguendo il consiglio di Marina, che ha stravolto la prospettiva classica.

Incanalata nella mentalità che sia il dovere ad avere la precedenza, non mi sono mai posta il problema di cosa sarebbe accaduto invertendo i ruoli. O meglio, cambiando le etichette: “piacere” e “dovere” con “importanza”. L’importanza apre un nuovo cunicolo: importante per sentirmi bene, per guadagnare, per avere la mente serena, per sentirmi appagata, per sorridere, per provare piacere. Da dove inizio?

Inizio a leggere qualche pagina, scrivo un post per il blog, porto avanti un compito di scrittura. Poi passo al lavoro: qualche notizia, riletture, correzioni. Con calma e consapevolezza. E mi accorgo di una cosa. Quando scrivo per lavoro non passo il tempo a pensare di dover e voler finire, fino a che poi finalmente scriverò qualcosa per me stessa. L’ho fatto prima. E l’ho fatto davvero. Altrimenti diventa una rincorsa a qualcosa che non farò mai. O quasi mai. Perché i lavori remunerati avranno sempre la precedenza (come è giusto che sia) e si accumuleranno all’infinito, e ci sarà sempre un nuovo lavoro che mi fa comodo.

Ti fa comodo perché asseconda una tua paura. Quindi procrastini, ritardi, posticipi. Sai che non verrà mai quel momento tutto tuo. Perché dopo i lavori remunerati ci saranno la casa, le commissioni, due passi a piedi, lo sport, gli amici, la telefonata, le chiacchiere con tua madre.

Ciò che ho provato si chiama rilassatezza, ma anche senso di riconquista. Un passo dopo l’altro, ciascuno spontaneo e naturale, senza la sensazione di dire “dai che ho quasi finito, dai, dai che è tardi…”. Mi evito anche una buona dose di palleggi tra lavoro, social e rete, tipici della scarsa concentrazione.

Ma le sorprese, venerdì, non erano ancora finite. Esco per due passi semplici in centro, dopo pranzo. Al ritorno incontro una donna con la conchiglia del Cammino appesa allo zaino. Non è la prima volta che accade, ma questa volta è accanto a me, non sto andando al lavoro di corsa, non è troppo tardi quando vedo il simbolo. La fermo, le mostro il mio braccialetto pieno di frecce gialle e in un attimo si chiacchiera. Con uno sforzo rispolvero l’inglese, dall’ingranaggio lento perché non lo uso mai. Lei parla mischiando italiano, spagnolo e francese. Poi si assesta sull’inglese.

Mi sento a metà strada tra il Cammino e la vita reale, demarcata. Come se uno specchio mi attraversasse lungo il piano sagittale: per metà respiro quell’atmosfera, per metà sono nella città in cui vivo. Mary è partita da Monaco. Ha fatto Innsbruck, Brennero, Verona, Piacenza, Pavia, sopra a una bicicletta in cui c’è più della sua casa. Cerca Cammini non convenzionali e vive in Francia, vicino a Bayonne. La guardo con due occhi che brillano, le racconto delle mie esperienze e si inizia a parlare, proprio come sul Cammino. Si parla davvero. Si è veri. Si parla di sé stessi, di cose semplici, del vero e dell’azione, della riflessione. Niente di pesante o esistenziale. Ma ci si guarda negli occhi. L’accompagno da Gigi, per farsi aggiustare un pezzo della bicicletta e decido di aspettarla, per poi andare insieme a Santa Maria in Betlem dove troverà un alloggio.

Qui prevale il mio lato quotidiano, ossia la consapevolezza di poterla ospitare, ma di non saper gestire quella visita inattesa, nelle mie abitudini. Le offro un cappuccino e le dico il vero – ancora una volta – per fare ammenda del mio comportamento poco pellegrino. Lei è così felice: vuole farmi capire che sì, va bene anche così. Non devi dimostrare nulla, Eleonora.

Mary mi chiede se farò un altro Cammino, quest’estate. Il Brasile sembra così piccino (nonostante il mio sincero entusiasmo) di fronte alla potenza di quell’esperienza, che per un attimo esito, poi spiego, precisando di voler fare la via de La Plata l’anno prossimo. Lei, invece, mi fa sentire su un percorso. Lei, che ha vissuto sei anni in Brasile, mi suggerisce, mi racconta, mi galvanizza.

Sorrido pensando che sia il tipico regalo del Cammino (è la terza persona che incontro e conosco in poco tempo che ha vissuto in Brasile, insieme a Gabriella e a una ragazza del corso di yoga con il fidanzato brasiliano). Là, in quella terra, Mary ha fatto la bibliotecaria per il German Center… (non ricordo bene). Mi racconta di aver iniziato a scrivere un diario dall’età di 12 anni e di non aver più smesso – o quasi – e scrive, scrive sempre. Sono emozionata, penso a Gyongyi, e Pavia si trasforma in una città del Cammino, io sono qui e là allo stesso tempo.

Nessuna chiacchiera vuota – quanto le detesto! Pur apprezzando le risate e i momenti frivoli – nessuna leziosità, finta gentilezza, bellezza artificiosa. Due donne che si incontrano, si mescolano e ripartono. Un contatto su un foglietto è ciò che rimane. E da lì poi…

Tiziano Ferro

11705952_10153567263045209_1466884492_oNon piango più come una volta. Non sfrutto quella valvola di sfogo. Non mi sentivo debole, ma capace di buttare fuori ogni cosa. Certo, significava anche essere inetta nell’affrontare minuzie, sensazioni, rimproveri, insoddisfazioni. Ingombravano la mia mente e uscivano sotto forma di lacrime. E il senso di colpa innescato dalla consapevolezza di avere tutto e non sentirsi a posto acuiva un disagio, un vuoto. Però piangevo. Almeno piangevo.

Ora qualcosa si è rattrappito e cristallizzato all’altezza dello sterno, mi disse una cartomante a una festa di paese. Non una di quelle feste con le zanzare e la pelle appiccicosa, né con le giostre e lo zucchero a velo o le frittelle. Era invece dolciastra e affettuosa, sottile e delicata. La cartomante mi parlò di amore, ovviamente, e di quel sentimento che sta lì e non permette di scegliere, di dare vita a qualcosa. Preferisco rinunciare. Perché? Banale sarebbe dire che non voglio soffrire.
C’è qualcosa di più. Qualcosa che non voglio perdere e qualcosa che non voglio acquistare. Qualcosa che mi fa chiudere per difendermi. Qualcosa che mi fa dire: rinuncio, pur di lasciarmi aperto un orizzonte ampio e solo mio. Mi viene in mente Piazza Unità d’Italia a Trieste. Quell’apertura della terra verso il mare, quel tutto che si distende ed estende. Ed è così che vorrei sentirmi.
Ma paradossalmente ottengo l’esatto opposto. La mia libertà a volte mi rinchiude e mi blocca. La mia libertà non mi fa piangere. Mi ha reso dura, forte, decisa. Tante belle conquiste… e poi?

Stanotte ho assaporato parole forti, che un tempo erano pugni allo stomaco. Mi ci ritrovo tutt’ora, le pronuncio urlando in uno stadio come se fossero fisiche, come se le masticassi o le leccassi. Ma non piango, non mi commuovo. Ripercorro il passato, e spunto nella mente tutte quelle situazioni cantate e che io ho superato. Mi sento arida, fredda. Vuota. Non ho nessuno a cui dedicare desideri nascosti, né da mandare a fanculo o da dimenticare. Non desidero alcun ritorno. Tutto è nello scatolone della mia vita precedente. Non ho più la sensazione di aver perso una parte di me, perché questa si è rigenerata come la coda di una lucertola. Canto e penso a tutte quelle vittorie, e alla mia fuga da qualsiasi sentimento.

Ed eccola lì, la verità. Inutile fingere. Io non sono pronta. Non sono pronta ad abbandonare ciò che sono, la mia roccaforte di sicurezza, determinazione, risate, progetti che riguardano solo me. Una roccaforte di curiosità, passione, disciplina. La voglia di imparare, di migliorarmi su tutto, di diventare. Una me che non vuole o non sa lasciare spazi vuoti.

A capo, riga, spazio bianco.

Per dare ritmo, per respirare.

Solo camminando o correndo la mia mente trova il suo spazio bianco. E l’ho capito soprattutto in queste due settimane senza sforzi, per via di una banalissima tendinite. Non tanto per la fatica del riposo, quanto per una frase emblematica detta da un’amica: “Se non sei iperattiva nel corpo, è iperattiva la mente; e viceversa”.

Non sono pronta perché devo sciogliere ciò che si è cementato dentro, ciò che si muove e borbotta con movimenti circolari. Non riesco ad accettare un sentimento perché sento di aver bisogno di dimostrare qualcosa. Perché non voglio accontentarmi, ma non è solo questo. Voglio dimostrare a chi e cosa? Con i miei viaggi, con le mie azioni forti, con la mia sincerità a volte sboccata cosa voglio dire? Che anche se sono timida non sono una “femminuccia”? Si tratta di una sensazione di confusione tra il maschile e il femminile che sono in me? Una ribellione disordinata e spastica ad alcuni stereotipi di genere nei quali non mi trovo? O perché la mia introversione o timidezza mi fanno apparire stupida? Respiro con fastidio una tendenza alle etichette, per cui non importa più se mi va di fare una cosa, perché tanto ci sarà sempre qualcuno che mi dirà che è di moda e sono conformista in ciò che scelgo. O ci sarà qualcuno che invece mi farà sentire un’aliena per alcune banalità, o perché accetto con fatica di possedere in me alcune caratteristiche femminili.

Uno, due, tre se conto Londra, quattro con il Cammino e cinque il Brasile che ancora deve venire. Cinque. Per sentirmi forte. Perché amo viaggiare. Perché la bellezza si auto alimenta e più lo faccio e più lo voglio fare. Perché da sola scopri particolari, vivi esperienza più forti e ogni elemento non è più vacanza, ma viaggio. La soddisfazione di organizzare, di averlo creato tu. Non è tanto ciò che visiti, ma come ti muovi a fare la differenza. E i momenti di felicità sono impensabili: un giorno di diluvio in Cambogia, un aereo interno viaggiando leggera tra Hanoi e Saigon e la guida che prende vita sotto la tua matita; quegli aneddoti che continuerai a ripetere per non dimenticarli mai. Ma c’è anche quella spinta là sotto. Lo sai che c’è. Dimostrare a te stessa di essere forte. Dimostrarlo agli altri. Al sesso maschile soprattutto. Forse a quel padre che vuoi stupire sempre, che vuoi non deludere, al quale vuoi dire che non c’è solo la tua timidezza, e che quella timidezza non è così una brutta roba. Sa essere bella, la stai accettando, ma non riesci a farlo del tutto fino a che non senti che quel legame con l’uomo per eccellenza si è ricomposto. Fiducia, accettazione, orgoglio. Semplicemente amore nelle nostre incolmabili diversità. Diversità di opinione, religione, politica, pensiero, ma stessi geni quando si tratta di quelle caratteristiche di personalità che fanno sorridere.

E poi ne hai ancora da scavare per scioglierti. Ci sono le blatte da affrontare: gli aspetti oscuri di te, quelli che ti fanno schifo, ma che ci sono. Quella cattiveria che sta lì, quell’egocentrismo che non ti fa vedere l’altro, quell’invidia che va analizzata e sminuzzata. Ho letto un libro sull’introversione: “Quiet” di Susan Cain. Mi ha aperto il mondo del mio narcisismo (mi piaccio e mi amo tantissimo eppure la maggior parte delle volte non mi accetto). E mi ha permesso – tra i mille spunti – di indagare i miei moti di invidia e quindi la mia ambizione, del tutto svincolata dal classico desiderio di diventare quadro in azienda, ma molto più vicino all’idea di fare un lavoro unico, creativo, cerebrale. Ma le schifezze sono ancora più profonde. Mi troveranno, si presenteranno. E le accetterò queste blatte.

Qualche notte fa ho sognato uno sconosciuto nel gesto di presentarsi e subito dopo un uomo che mi soffoca e si lamenta dei miei atteggiamenti ondeggianti, liberi e prepotenti. Ecco. La summa delle mie relazioni: amo il corteggiamento, la lusinga, il riempire alcuni vuoti, la parola piena di contenuto, ma è indispensabile che tutto ciò non ecceda la misura per non vedermi fuggire nella mia amata solitudine. E – forse – sto anche accettando di conoscere ciò che di me è sepolto.

Devi anche fare sì che nessuno si possa sentire in diritto di dirti che devi essere più o meno qualcosa. Non parlo di non accettare critiche costruttive. Sono convinta che serva circondarsi di Maestri.
Parlo invece di quella tendenza che hanno con te alcune persone. Dirti che prendi un gelato troppo calorico (quando hai appena fatto 30 km a piedi), dirti che dovresti parlare in pubblico, guidare l’auto, trovarti un uomo, essere più magra, più femminile, meno spacca coglioni, più socievole, lavorare di più, essere meno chiusa, più – meno – più – meno – più – meno – più – meno e sei sfinita. Perché non vai mai bene. Sei tu la più critica con te stessa e questo rende critici gli altri verso di te. Forse sei tu che – senza saperlo – dai questa autorizzazione? Tu permetti che ti dicano di mangiare di più o di meno, di ballare di più o di meno? Da dove inizia tutto ciò? Da dentro o da fuori? Dove sta la tua debolezza e perché ti ammazzi per colmarla? Quei viaggi per dimostrare che sei forte sono dentro di te. Vuoi urlarlo che sai stare sola, che sei capace di fare “tutto”. E sai bene che non è vero. E sai bene che nessuno ti vorrà meno bene per questo. O ti stimerà e ammirerà di meno.

Alla fine del concerto hai capito che quel nodo, quel grumo sta ancora lì. Ora lo sai. Sai che sei felice fuori e che lo sei dentro, ma solo per tre quarti. “Dopo un lungo inverno accettammo l’amore…”.
Non sono ancora pronta, ma amerò di nuovo, senza vergogna e senza paura. E sarà come quell’abbraccio che mi ha fatto piangere e sciogliere. Quello del fidanzato di un’amica, quello del perdono per uno schiaffo, quello che ha riportato la pace in tempo di lutto. Un abbraccio potente dal quale sono sgorgate lacrime liberatorie. Quel concetto di libertà cambierà, ti cambierà e non sarai mai più schiava di te stessa.

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C’è chi ha detto tutto ciò meglio di me:

Scivoli di nuovo
Conti ferito le cose che non sono andate come volevi
temendo sempre e solo di apparire peggiore
di ciò che sai realmente di essere.
Conti precisi per ricordare quanti sguardi hai evitato
e quante le parole che non hai pronunciato
per non rischiare di deludere.
La casa, l’intera giornata,
il viaggio che hai fatto per sentirti più sicuro
più vicino a te stesso,
ma non basta, non basta mai.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

Torni a sentire
gli spigoli di quel coraggio mancato
che rendono in un attimo
il tuo sguardo più basso
e i tuoi pensieri invisibili
torni a contare i giorni
che sapevi non ti sanno aspettare
hai chiuso troppe porte
per poterle riaprire
devi abbracciare
ciò che non hai più
La casa, i vestiti, la festa
ed il tuo sorriso trattenuto e dopo esploso
per volerti meno male,
ma non basta, non basta mai

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

E non vuoi nessun errore
però vuoi vivere
perché chi non vive lascia
il segno del più grande errore.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.
Che chiudo un po’.
Che chiudi…

E ancora …

L’Olimpiade
Casco e non mi arrendo
Riderai vincendo
E saprai che ciò che hai lo devi a te!

La fine
Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo,
Guardo il mio volto allo specchio
ma non saprei disegnarlo
Come ti parlo, parlo da sempre della mia stessa vita,
Non posso rifarlo e raccontarlo è una gran fatica.

Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per reiniziare, per stravolgere tutti i miei piani,
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole.

Non mi sembra vero e non lo è mai sembrato
Facile, dolce perchè amaro come il passato
Tutto questo mi ha cambiato
E mi son fatto rubare forse gli anni migliori
Dalle mie paranoie e dai mille errori
Sono strano lo ammetto, e conto più di un difetto
Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto:
‘Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta’.

Quante ne vorrei fare ma poi rimango fermo,
Guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno,
Non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre,
Se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente.

Il sole esiste per tutti
E trasceso il concetto di un errore
Ciò che universalmente tutti quanti a questo mondo
Chiamiamo amore

Blunotte  – Carmen Consoli
Forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei sforzi inutili
forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei gesti ridicoli
come se non bastasse
l’aver rinunciato a me stessa
come se non bastasse tutta la forza
del mio amore
e non ho fatto altro
che sentirmi sbagliata
ed ho cambiato tutto di me
perché non ero abbastanza
ed ho capito soltanto adesso
che avevi paura
forse non riuscirò
a darti il meglio
ma ho fatto i miei conti e ho scoperto
che non possiedo di più