In libera armonia

harmonica-748243_1280Volevo scrivere di libertà. Quella che ho sentito forte pulsare sotto la pelle in questi giorni, in cui il lavoro mi incatenava alla sedia. In cui il dolore alla tibia mi impediva di correre bene, come avrei voluto.

Mi sono sentita libera, nonostante i vincoli da ufficio, i procrastinare, il rimuginare. La sentivo come l’acqua che scorre, dentro di me. Ero libera nei miei vestiti estivi, sperimentando lunghezze e colori. Ero libera nelle ore notturne, rubate per scrivere ciò che è diverso e quindi più mio.

Ero libera di cercare la solitudine e amarla, ero libera nel progettare le tratte brasiliane con paura ed errore. Ero libera nel desiderare un uomo. Ero libera di desiderare e ottenere – con un atteggiamento timido e inconsciamente provocante – sguardi carichi di altrui desiderio. Ero libera di sentirmi asociale, sportiva, insicura e determinata. Ero libera di fregarmene, ero libera di far sentire la mia voce e perdere la pazienza. Ero libera di stare e andare.

Ero libera di immaginare e leggere, con il naso che toccava quasi il libro, per esserne ancora più rapita. Libera di dire no, un sì, qualche forse. Libera di commentare e di urlare canzoni. Libera di dire “non lo so”. Libera di sdraiarmi dalla mia estetista e chiacchierare di cose vecchie e nuove, tra un piede e una mano smaltata. Libera di essere permalosa, di accettarmi, di rispecchiarmi in parole altrui. Libera di sentirmi come Murakami, di essere ambiziosa, di visualizzare il successo. Libera di vedere segni e frecce nel lavoro e nell’oroscopo di Rob. Libera di prendere un treno a mezzanotte e venticinque e tornare a piedi per il centro all’una di notte. Libera di cantare con le cuffie mentre cammino, con la gente che sorride o mi piglia per matta.

Libera di avere una gonna cortissima, libera di percepire commenti di altre donne (su cosa non saprei, e nemmeno la loro natura) e ridere perché finalmente me ne frego. Non me ne importa proprio. Libera di sventolare le mie opinioni e di non parlare, di essere fredda, di sentire confidenze. Libera di chiedere aiuto. Libera di volere un bacio e non averlo. Libera di invidiare. Ah, quanta invidia di chi fa. Di chi scrive. Di chi ha un lavoro unico e creativo, artistico. Libera di avere paura, e di superarla o di tenerla stretta. Di andare a letto tardi, di mangiare al giapponese e all’indiano, di far uscire una me che non mi aspetto. Come se mi sentissi parlare da fuori. Libera di aspettare un’amica e di sceglierla. Libera mentre gli altri mi mangiano il tempo, libera mentre quel tempo lo ricreo.

Non è della libertà in realtà che vorrei parlare, ma di quel legame, quell’anello che manca e collega i miei due “io” (a volte in pace a volte in guerra) per farne un’unica persona, in libera armonia.

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Tutto ciò che c’è da fare

shoe-270930_1280Mi sveglio nella notte, pensando sia già ora. Mi rigiro tra il soddisfatto e l’impaziente. Non è ansia, ma quella voglia che sia già mattina tipica dei bambini. Quella voglia di fare o quella paura di non svegliarsi per tempo e perdere qualcosa di bello. Stamattina era anche timore di un esame, un colloquio orale, lo spauracchio di tutti gli introversi. Poi si fanno le 5.30. Già, sono loro. Gesti rapidi, un sonno sulle palpebre che si leva in poco tempo e sono pronta per correre, per imparare a farlo seguendo un programma. Sono solo le 5.45, la luce non è piena, ma soffusa. So che mi aspetta un nuovo spettacolo tra il fiabesco e l’onirico, mentre io cammino, corro, sudo e indosso una nuova abilità. L’entusiasmo è quasi eccessivo, come sempre. Ho questi toni alti per le bellezze minuscole, mie, naturali. Per ciò che mai avrei pensato di poter fare e quando mi scopro a farlo – davvero e con costanza – mi stupisco e prendo il megafono per raccontarlo. Scrivendo.

Quello che ricevo come risposta mi fa sentire sempre un po’ in colpa. La chiamano forza di volontà. E se lo mettono nero su bianco, come stamattina, mi sento davvero in imbarazzo. Non è così, io lo so e me lo sento addosso. Si tratta di momenti e occasioni. Se fosse forza di volontà farei fatica, mi rigirerei nel letto venti volte e con quel senso del dovere profondo che attanaglia alcuni oppure sfruttando una disciplina appresa sui banchi di scuola, emergerei dalle coperte per vestirmi. Gesti lenti, voglia assente. Entusiasmo che cresce di poco a ogni passo, ma non guarda oltre. Si intravede solo fatica, obbligo, volontà e necessità. Io non sono così. Se prendo una decisione e la porto a termine – dalla dieta al fumo passando per cammini e corse (e ancora non so quanto durerà la “passione” nuova) – o la perseguo, significa che ciò che faccio mi piace, lo voglio, è il momento giusto. Da anni mi dico che dovrei correre. Anni. Eppure non l’ho mai fatto. Un paio di settimane fa senza motivo mi sono svegliata alle cinque e mezza, tra surrene iperattivo e altri fattori, e mi sono detta: “che si fa? Corriamo! Non ci sarà in giro nessuno che guarda come lo faccio, posso usare la mia App favolosa che mi guida in modo graduale. Andiamo”. Mi improvviso, metto su due robette tra il tecnico e il ridicolo ed esco. Da lì, con calma, ho pensato che poteva fare al caso mio. Mi sentivo energica e solare. Rispetto ai famosi “anni fa”, quando lo dicevo senza farlo, ho cambiato abitudini e bioritmo. Non so perché, ma ora sono più allodola che gufo e amo svegliarmi presto. Non ho attinto a una forza sconosciuta, ho solo aspettato che maturasse questa voglia, che si unisse all’esigenza, che sposasse la curiosità e trovasse l’occasione per cadere dall’albero. La corsa ha trovato me, così come il cammino, la dieta e lo stop al fumo. Mi perdo per cose più piccole, che non è ancora o non sarà mai il momento di fare. Quante volte ho provato a smettere di fumare? Sono riuscita solo quando il tempo era maturo, la mia mente pronta ad accogliere quella richiesta, il mio corpo favorevole. E non basta. Ho imparato a creare il tempo. Quando si scopre questa possibilità è come soffiare quanto il vento, rendersi fluidi, leggeri, sinuosi. Si respira energia: più si ha voglia di fare, più si fa e più si alimenta questa onda di benessere. Si crea tempo, si usa, se ne apre ancora davanti a sé, si sfrutta quello nuovo con un’abilità e una maestria prima sconosciute. Si perde, si gioca, si sciupa e si riconquista, langue, abbonda, si spreca, si ricrea. Si fa, solo stando nel momento presente. E si amplifica, rendendo la forza di volontà un punticino lontano, laggiù, dal quale si è forse partiti, per poi staccarsi e lasciare alla bellezza, alla voglia, alla mente e al corpo tutto ciò che c’è da fare.

La pazienza

In un giorno di maggio …

brown-robber-fly-425057_1280«Sono arrabbiata. No, sono bloccata. Vorrei scrivere, ma non riesco. Vorrei urlare, ma non posso. Vorrei fare e fare, ma sono lenta. Vorrei stare in un qualche equilibrio, ma tocco gli estremi, sempre. Vorrei agire bene e invece sbaglio. Quella almeno è una costante: o felicità da far quasi male agli arti e agli organi o colpevole da sentirmi male.

Il mio equilibrio sono gli estremi e dentro di loro mi sento bloccata, lanciata come una pallina da ping-pong senza riposo. Felice, attribuendo nuovo stupore alla bellezza della mia vita, della mia routine, delle mie scelte. La gioia per quell’ora di yoga, dormire poco ed essere iperattiva, accarezzare la copertina e immergersi nella lettura, acquistare ciò che mi fa sentire bene, bella e vitale, ballare – oh – ballare: muovere il corpo a ritmo, imparare qualche nuovo passo, sentire un contatto e rinascere, ancora e ancora.
Quante volte cadrò ancora e quante rinascite mi aspettano? La senti prima dentro, capisci cosa prova la terra bucata da una radice che con forza preme per emergere, capisci cosa sente il germoglio nello sforzo di sbocciare. Poi piano, con una gestazione lenta e dai tempi complessi, la vedi apparire, l’apparenza segue la tua nuova te e diventi bella come non sei mai stata. Ti ami. Eppure senti a ogni passo che qualcosa ancora è lì, che aspetta di essere sbloccato: un petalo ancora incrinato, un bocciolo in ritardo. Io aspetto che l’insofferenza che accompagna la mia felicità trabocchi e sbrocchi, tracimi. Aspetto di sentirmi incontenibile, sbrodolare, riversare. Aspetto – esercitando una pazienza che non ho – di non avere più confini».

Ed è solo allenamento

IMAG1942Ho imparato che non esiste il momento giusto nella vita, esiste il momento e basta, e va colto. Non era in programma di arrivare a Milano, non da subito per lo meno. Erano già le dieci, minacciava pioggia e io ero andata a dormire alle 5 dopo una notte di balli e sgarri. Però l’idea era nell’aria, l’ho solo seguita passo dopo passo.
Ho imparato che la fatica è nella mente e che quando sei piena di entusiasmo, quando ci credi perché lo vuoi, vai davvero avanti. Anche se hai dormito 4 ore e mezza. Ho imparato che alcune condizioni sono favorevoli quando meno te lo aspetti: clima mite, aria perfetta, niente pioggia
Ho imparato che bisogna dosare le energie e quando è pausa è pausa. Ho imparato che l’ambizione, o la motivazione, aiuta: non ci sono cazzi, avere una meta è importante. E lo è anche arrivarci. Il percorso va vissuto, ma senza meta non si è abbastanza motivati per proseguire.
Ho imparato che a volte il silenzio è più perfetto della musica, che a volte cantare e muoversi da soli per strada è liberatorio, che respirare allevia il dolore.
Ho imparato che non voglio conservarmi per dopo: ogni acciacco o ruga sarà il segno che avrò vissuto e rischiato. Che utilità c’è ad avere il piede intatto e perfetto se mai lo si è usato?
Ho imparato che anche quando ami la solitudine, è naturale volere compagnia
Ho imparato che quando una cosa è quella giusta, lo capisci al volo, senza dubbi.
Ho capito che quando raggiungi un obiettivo per te prezioso vuoi dirlo a tutti: la condivisione è metà della felicità. E te ne freghi se sei in giro per Milano in abbigliamento improponibile, con le caviglie un po’ infangate, qualche spiga sulla tuta e sudata da far pietà. Anzi, ne sei orgogliosa.
Ho imparato che gli incontri per me sono fondamentali e che dobbiamo risvegliare fiducia e umanità: domenica scorsa lo sconosciuto Andrea mi ha offerto la sua bottiglietta d’acqua e mi ha raccontato del suo pellegrinaggio di otto giorni, ieri Licia ha accompagnato una donna stanchissima, ma felice, alla fermata della metro più vicina, per tornare a casa. Mi ha detto che nulla accade per caso e che le porterò fortuna.
Ho imparato che la fatica è bella, la fatica è un balsamo e una cura
Ho imparato che se ripenso a quelle 5 ore non ho idea di cosa io abbia pensato per tutto quel tempo
Avevo quel sorriso, da quando ho visto il cartello Milano. E ho quel sorriso, quello che di solito si ha quando un uomo ti risveglia, quello delle endorfine e della scossa. Il dolore alle gambe e alle anche è passato immediatamente. Ho imparato che mi piace da morire essere folle quanto basta, che sto diventando quella che sono, che avrei voluto essere e che sarò, pian piano e sempre diversa. Non che quella di prima non fossi io, ma ero io del passato, in quel momento e in quelle circostanze. Ho imparato che non scambierei nemmeno le mie pippe mentali più malefiche per una vita tranquilla.
Ho imparato che a volte è inutile raccontarsela: non vedi l’ora di arrivare e quando leggi “Rozzano” inizia a sentirti felice. Ho imparato che poco prima del traguardo vai più veloce (mentre io spesso rallento, questa volta no):
Ho imparato cosa amo di me grazie al commento di una persona che mi conosce pochissimo: “sei un ragazza così curiosa della vita”, la stessa persona che mi ha detto che dovrei fare la scrittrice, con tenerezza.

È tutto nella nostra mente. O in una domenica di passi da Pavia a Milano. Ed è solo allenamento, pensa a quando sarà Cammino.

 

Qualche mese fa, su Gallizio