Scalpello

accessibility-216642_1280Febbraio non gli piace. In questo momento si sente bloccato a metà strada tra la rinascita e il trattenersi. Come quelle sculture, sì, i prigioni di Michelangelo. Una parte di lui è libera, concreta, con le forme e le dinamiche, con i movimenti caldi e puliti. Un’altra parte, non sa bene quanto ci sia là nascosto, è ancora un pezzo informe di marmo. L’altra parte di sé è intrappolata lì dentro e serve uno scalpello, un colpo preciso, duro e forte, ma senza che si esageri: lento e discreto. Rischierebbe di rompere ogni cosa, di distruggere la libertà conquistata. Non più un “chi dite che io sia”, ma “vi dico io chi sono”. Ecco. Annuisce da solo su quel treno. Qualcuno lo osserva, mentre muove le labbra per cantare. Ora è come se fosse anestetizzato: sente solo la parte marmorea. Fermo prima di fare un balzo, in attesa. Vorrebbe saltare, ma non può. Febbraio passa lento, circoscritto dall’inizio del nuovo anno – con tutte le sue aspettative, i bilanci, i propositi, i progetti e quella insensata voglia di novità – e dall’inizio della stagione della resurrezione vitale. Marzo con la sua primavera, la sua Pasqua, le sue verdeggianti sensazioni di innamoramento che si susseguono leggere. Febbraio sta tra due luoghi comuni, due frasi fatte, tra l’incudine e il martello o tra due fuochi fatui. Cosa aspetta? Cosa lo blocca? Niente, si sforza e non ha risposta. Come se per sentirsi in movimento fossero necessarie novità continue e cicliche, che poi, a dirla tutta, sarebbe delirante. Il lavoro è lo stesso, ma vorrebbe di più o di meglio. Sa – e lo sa – che la sua vita è in quelle mani. In quella testa, in quelle gambe trova tutto ciò di cui ha bisogno. Forse. Ma febbraio non è d’accordo: febbraio cerca uno scalpellino, uno scultore. Basterebbe un muratore un poco accorto.

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Linee parallele

Si scostò da lui e scese da quel treno, di sicuro non l’avrebbe mai più rivista. A meno che – iniziò a fantasticare Marco – non fosse solita prendere quello delle 19.45 per Genova, “sì, sempre dal binario quattro. Ma strano, l’avrei notata anche prima”. Il folto gruppo dei pendolari forse avrebbe potuto nascondere quel viso. Marco da un anno e qualche mese non mancava un appuntamento con quel convoglio, forse un paio di volte per un raffreddore, e ad agosto per le ferie. Ma in quell’anno la terapia era regolare e costante. La visita iniziava alle 18.30 e finiva giusto in tempo per rientrare con i lavoratori instancabili. Arrivava al suo binario stravolto, confuso, a volte rabbioso o di una felicità pura. Il suo terapeuta, una donna, aveva un ruolo fondamentale nel determinare il suo stato d’animo al binario quattro di ogni mercoledì. Quella sera la calma e la lentezza lo avevano accompagnato per ogni singolo movimento delle gambe, delle palpebre, delle mani. Si accomodò sulla fredda panchina di metallo, in attesa, in anticipo per il treno successivo, in ritardo per i vagoni appena partiti. Lo zaino stava tra le gambe, la giacca verde scuro lo copriva fino al naso e i piedi erano comodamente stipati in scarponi pesanti, quasi da trekking. Chissà perché, poi, aveva optato per quelle scarpe per recarsi a Milano. Macinava pensieri quando si avvicinò una donna che aveva tutta l’aria di essere appena stata in un luogo teso, stressante, cupo e insidioso. Un ufficio, forse, ma non un bell’ufficio. Sembrava più l’espressione di chi è appena stato in ospedale, in un obitorio, o di chi lavora con un aguzzino. I capelli arruffati e trascurati, con il colore stinto, la rendevano ancora più aliena dal mondo delle belle donne in tacco e tailleur in attesa, come loro, del treno. Eppure se ne invaghì quasi immediatamente. Non fu un’emozione forte o violenta, quanto una lieve carezza: provò un’inarrivabile dolcezza nell’osservare quei lineamenti morbidi, quel sorriso appena accennato e anche le sue occhiaie così pronunciate suscitarono in lui la voglia di abbracciarla. Senza alcun sospetto, la donna si andò a sedere accanto a lui. Frugò rapidamente nell’enorme borsa e dopo qualche secondo lui la vide mentre osservava il cellulare, facendo scorrere veloci immagini e parole. L’uomo dietro di lei si alzò per andarsene poco più in là, forse con l’intento di sgranchirsi le gambe o di scaldarsi camminando un po’. Quell’uomo portò con sé anche la sua sigaretta, il suo odore di tabacco e fumo, e quella nube densa e impalpabile che circonda i fumatori. «Meno male che se n’è andato. Faceva una puzza …». Marco non si aspettava di sentire la sua voce. Quella donna aveva parlato, rivolgendosi a lui. Rimase sorpreso, senza il tempo necessario per registrare il messaggio, comprenderlo e rispondere a tono. “Quale puzza?” Si stava chiedendo Marco tra sé e sé. «Puzza di sigaretta, mi dà proprio fastidio», come se avesse indovinato il suo pensiero. Respirò, e mentre entrambi tirarono fuori ciascuno il proprio libro da zaino e borsa, le disse solo di non aver sentito alcun odore, ma lui aveva smesso, qualche anno fa. Nessun fastidio. Avrebbe forse voluto dire altro, di più, ma cosa? La guardò a lungo, mentre leggeva Alice Munro, chiuse la copertina del suo romanzo di Ken Follett, pensando a quanto i gusti della giovane fossero più delicati: ricordavano lo sbattere d’ali di una farfalla. Quella donna faceva pensare al movimento soffice di un uccello piccolo e lieve in volo, mentre lentamente e con quel rumore di aria sferzata, sbatte le ali. Sì, quella donna era il suono di un fendente. Di una racchetta da tennis o di un bastone di arti marziali. Il suo stupore era accentuato dall’argomento – il solo – al quale si era fatto accenno nelle poche parole scambiate su quel binario. La terapia appena conclusa aveva toccato il tema del fumo per circa quaranta minuti. Aveva solo sognato di ricominciare, ma fugando ogni intenzione al risveglio, nulla di paragonabile a Zeno e alla sua coscienza, ma con due date precise in testa: 4 aprile e 14 luglio. Inizio e fine. Quindici e ventisette anni. Si era distratto con questi pensieri, quando il trenò annuncio il suo arrivo con il solito sferragliare, fischiare e stridere, in questo preciso ordine. La donna se ne andò, lui la raggiunse, lei si sedette, lui rimase in piedi fino a quando lei scese alla prima stazione lasciando a lui quel posto vuoto. Si erano rincorsi come onde, sfiorandosi solo in una frazione di secondo. “Avrei potuto dirle arrivederci”, pensò Marco. Ormai era tardi. Un’onda era arrivata alla spiaggia, l’altra era ancora lontana, persa nei suoi pensieri di fumo e lettini freudiani. Pensò allora che la bellezza di quel momento avesse senso proprio nel mistero, nella coincidenza di una sigaretta e in un battito d’ali scomposto di una donna stanca.

È

reflection-101005_640È vedere un cielo lattiginoso, con il sole che passa attraverso le barriere.
È sentire gratitudine per un paesaggio malinconico al ciglio dell’autostrada.
È passare accanto a una città e pensare a quanto sia bella,
è avere accanto i binari di una linea che non conosci. Proprio lì, attaccati alla tua strada, e oltre prati a dismisura. Quei binari che prima erano il Po, largo e placido, languido vestito di pioggia sottile, con il sole offuscato dalla nebbia leggera.
È osservare quelle pozzanghere nelle quali piove, quei cerchi concentrici nei quali metti il piede noncurante.
È vedere bellezza ovunque e senza tempo, senza il meteo nella mano, senza la lamentela pronta.
È sorridere per un’illusione e una fantasia.
È scrivere e immaginare di farlo, è ordinare e disordinare, è l’energia e il sonno, è dedicare due ore a un acquisto stupido.
È stupirsi e piangere, è deprimersi e godere.
È.

Oggi siamo atterrati su una cometa

Oggi siamo atterrati su una cometa. E il mio treno era in ritardo stamattina, ma non solo: accumulava minuti come faccio io con i punti dell’Esselunga.

Oggi siamo atterrati su una cometa. E io mi incastravo con l’ombrello, mi bagnavo un po’ in attesa di un bus e poi lungo quei 600 metri a piedi.

Siamo arrivati là, su quella cometa, mentre io mi districavo tra le richieste – alcune belle altre avvilenti – di uno dei miei ottomila capi, me stessa inclusa.

Oggi siamo atterrati su quella cometa, già, e io pranzavo tra Facebook e le colleghe. Percepivo la mia memoria come se fosse una spugna strizzata, la percepivo lontana e stanca, come se volesse divorziare da me.

Ma su quella cometa ci siamo arrivati oggi. E io alle cinque avevo fame, con qualche crampo allo stomaco e le corse per quelle coincidenze perse, il mio cellulare che è rimasto indietro di qualche minuto: un tram, un treno, un altro treno e poi di nuovo ancora un treno diverso e un bus per fare Milano-Pavia e arrivare alle 19 e spicci.

Qualcuno festeggiava per essere là, sulla cometa. E io mi preparavo al volo la cena, e ancora quel computer, come se fosse ossigeno. E sulla cometa chissà cosa stava succedendo. Sono uscita per il corso di salsa, mi sono vestita e organizzata, ogni gesto pulito, veloce, conosciuto e umido. Poi non ho pensato più a nulla. Oggi siamo atterrati su una cometa e c’entriamo noi, tutti noi, no? E Philae comunica, da 511 milioni di km. E a me sembra … non è bellissimo?