Anniversario

10380826_10152905239020209_6853920143649821555_oUn anno fa partivo per l’esperienza più intensa, trasformante e introspettiva della mia vita. Non sapevo che sarei arrivata a Finisterre, nei piani c’era solo Santiago, e temevo di non farcela in quei giorni a disposizione. Avevo paura del fallimento.

Un anno fa incontrai le due donne con cui ho intessuto più relazioni: Lily fino a Grañón (10 agosto) e Gyongyi, con la quale sono riuscita a condividere l’arrivo a Santiago. Ma prima ancora devo ringraziare Mara, senza la quale non avrei fatto nulla: mi ha dato l’idea. E l’idea è tutto.

Per festeggiare questo “anniversario” ho deciso di condividere alcune pagine e pezzetti del mio diario di quei primi due giorni, senza correggere o modificare nulla.

Il Cammino ti dà ciò di cui hai bisogno (e non sempre è ciò che vuoi).

 

31 luglio 2014 (partenza da Malpensa verso SJPDP)

La parte più difficile è abbandonare i propri pensieri, le aberrazioni della mente. Non riuscivo a farlo e – mentre ogni cosa sembrava precipitare – trattenevo me stessa. Non riuscivo a lasciarmi andare al Cammino.

In parole pratiche esistono quei piccoli fastidi che, quando meno te lo aspetti, creano un’ansia inspiegabile. Non riuscivo – oggi – a lasciarmi andare all’imperfezione.

La realtà del Cammino è anche la realtà dell’imperfezione. Dimenticanze: una, due, tre. Cavigliera, un paio di calzini e il marsupio. Tutto a Pavia, nella mia casa da un anno. Dove hai la testa, dove? Tutto si risolve, l’amaro resta, anche se si tratta di una sciocchezza.

Lo zaino pesa, quei 7 kg che non volevi raggiungere, ma proprio non sai cosa togliere. I pantaloni di cotone: lo sapevi che pesano, che non si asciugano mai. Non potevi investire in quelli tecnici? Il libro scelto con cura amorevole e lasciato a casa per non fare peso, il Terminal sbagliato e l’ansia di perdere l’aereo… piccoli accidenti. Solo piccoli accidenti che tirano fuori vecchie incapacità.

Il bisogno della perfezione, la voglia e la necessità di non sbagliare. I piccoli rimpianti e rimorsi qui si manifestano con poco, ma nella vita di 32 anni che ho addosso sono vari, diversi, enormi e a volte latenti.

Ebbene, arrivata a Bayonne dopo due aerei e un autobus, la mia mente si appiglia a più non posso a questi accidenti e li trasforma in paranoia e insicurezza.

L’attesa logora. Sono arrivata alle dieci e trenta e devo attendere fino alle 15.00. Un rivolo di sudore perplesso si accosta al volto. Visitiamo Bayonne, sfruttiamo ciò che c’è, pranziamo con gusto. Sfoghiamoci con chi conosce i tarli della mia mente e svuotiamo il cestino. Strizzati Ele, prima di arrivare a SJ. Liberati delle tue zavorre di perfezione e ascolta, annusa, respira, assapora, custodisci, parla, tocca, scuoti te stessa per scrollare di dosso la polvere.

Non esiste lo zaino perfetto, non esiste la vita perfetta. Chi cammina con te si porta dietro le sue esperienze più o meno pesanti, più o meno felici e tristi, dolorose, piene. In pochi momenti avrai la possibilità di riempirti di sensazioni diverse e conoscere gente che per chi resta fermo, gli ci vuole una vita!

Infine si è formato un quartetto: io, Francesco (61), Lily (Ungheria, 31) e una signora ungherese dal nome impossibile, che si occupa di aromaterapia. Ha due figli di 15 e 20 anni, a casa. Si parla inglese, a caso, ci si mescola, si condivide, ci si aspetta. A volte invece si scappa. Si cena insieme e si fanno domande. E io intanto lascio andare, lascio andare sempre più.

Mi emoziono al primo sello (timbro), mi sorprendo per l’accoglienza e mi innamoro già del primo albergue che recita di lasciare fuori lo stress. Ci sono ottomila regole e non ti pesano per nulla. Niente scarpe, doccia fino alle 23 e non alla mattina, niente bucato e niente sveglia prima delle sette. Chi le sopporterebbe, senza lasciar andare? Senza entrare in questa dimensione dove tutto concorre a farti percorrere il tuo Cammino, dove la parola libertà acquista un significato inatteso.

La mia fretta, la paura di non riuscire a fare: “sono le 17.00, devo comprare il cibo per domani, devo prendere i bastoncini, devo, devo, devo…”. Fidati, prenditi il tuo tempo. Domani non potrò partire alle 6.00. Va bene, accettalo. Accogli senza drammi.

1° Agosto 2014 (Primo giorno di Cammino, SJPDP-Roncisvalle)

Stanotte alle 3.00 ero sveglia. Pensavo ai puntini. I giorni, i fatti della nostra vita che uniamo come fossero puntini, magari dopo anni.

Il mio pensiero stanotte era più nitido dello stato mentale attuale, dopo 1200 mt di dislivello positivo, 400 negativo e 7 ore e mezza di cammino forte. Penso al filo invisibile che unisce le cose: le vite, i racconti, le trame e le storie; e il filo che è teso tra una tappa e l’altra del Cammino. Il filo è il Cammino stesso. Non trovo altra logica. E non va nemmeno cercato, semplicemente si cammina. E si arriva. Quasi con sorpresa, di sicuro con fatica.

Io durante il cammino forse non penso. Non sono un soldatino meccanico in marcia, ma se mi chiedessi: “Ele, a cosa hai pensato?” posso citare solo pochi temi: scrivere, yoga, cosa fare arrivata a Roncisvalle, il sentimento lasciato da un panorama, la confusione con le lingue, la bellezza di condividere il Cammino con la ragazza ungherese di 31 anni, la piacevolezza della pausa, di un cappuccino o un panino al prosciutto. Siamo partiti in 4, ma poi ognuno ha il suo Cammino, il suo passo, i suoi accidenti ai piedi, alle gambe, alla schiena, la sua personale quantità di sete e fame. Le sue necessità.

Il caleidoscopico mix di pellegrini altro non è se non una metafora della vita, come è chiaro, senza bisogno che lo dica io. Chi va più veloce, chi ha 7 kg, chi 14, chi preferisce avere la tenda e chi ha magliette da vendere. C’è chi si trucca, chi dice Buen Camino, chi andrà a messa stasera, chi pesa 100 kg e chi 40, chi ha gli scarponi e chi le scarpe da running…

Nonostante il Cammino sia stabilito, io sento che oggi ho scelto. Ho scelto il giorno, la compagnia – almeno tra quella a disposizione – la strada tra due opzioni, le pause, il cibo, la dose di acqua e la frequenza. Ho scelto silenzi e parole.

Posso parlare della fatica di oggi come di una scoperta scontata, della facilità con cui si può faticare se si è motivati e convinti, della bellezza di una nebbia struggente che dava quel senso di confini del mondo. Ho goduto per piccole conquiste ed ero intenta a pensare solo all’acqua, al cibo, alla strada. Un continuo fiorire di novità lungo una via sempre uguale: pecore, mucche, cavalli e distese verdi e follie di dirupi, boschi dove streghe e maghi si danno appuntamento per i loro Sabba. L’unghese (Lily) parla la mia stessa lingua: non si accontenta e abbiamo la stessa esigenza di donne autonome e indipendenti. Ognuna a modo suo.

Al rifugio Orisson un pellegrino ha lasciato una traccia nel guest book: “Quando pensi che sia finita, è proprio allora che comincia la salita. Che fantastica storia è la vita”. Ho sorriso tutta sudata, non avrei trovato parole migliori per dirlo. Non avete idea della pace e del benessere che provo camminando, anche quando vorrei solo arrivare. Non immaginate quanto sia bello e dolce il rumore della pioggia su vetro e legno di questo albergue, dopo cena, in uno stato di sonno e torpore. Tic, tic, tic come di dita che picchiettano sul palmo della mano velocemente, indice e medio, a occhi chiusi.

Sono gli spazi a fare la differenza: camerate, cene del pellegrino e la strada. Gli spazi e la consapevolezza. Viaggiamo soli, ma ancora da sola non sono mai stata nemmeno per un minuto. Viaggiamo soli come arcipelaghi, con l’altro lì, basta un Buen Camino a volte, altre qualche parola in più: un aiuto in lavanderia, una cortesia lungo la strada o la comune nazionalità o ancora il bisogno di informazioni. Sai quando vuoi parlare, sai quando vuoi stare zitto, sai quando e con chi attaccare bottone. Lily era l’ultima ragazza con la quale avrei pensato di stringere amicizia.

Santiago – i primi due giorni di Santiago – sono gli incontri casuali, ma tra i quali un po’ scegli per camminare insieme, per condividere qualcosa, che sia una cena o un semplice saluto. Sono incontri che tornano, ti perdi, ti rivedi, ti ritrovi. Ma non sai prima quanta profondità acquisterà quel legame. Dipende da te e dall’altro, da quanto si investe, da quanto ci si trova bene, da quanto si è con amici o soli. Puoi scegliere, ma è qualcosa di più. Scegli chi, come e quanto. Quanto vuoi investire di te stesso, del tuo tempo e del tuo Cammino?

Io mi torturo per un senso, io mi metto al centro, non ne esco. Ma quando cammino la mia mente si ferma, lascio parlare la mia me più semplice. Lascio che il senso sia la semplicità.

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Rabbia

background-84678_1280Salii su un convoglio senza aria condizionata. Il caldo era insopportabile e malsano, quasi da attacco d’ansia e svenimento. Un’atmosfera solida e soffocante, qualche viaggiatore seduto. Mi chiesi come potessero resistere, lì, sopportando con grazia. Non era solo calore: era mancanza di ossigeno, di respiro. Mi mossi in avanti, camminando decisa, e venni ripagata da alcune carrozze fresche.

L’indomani mi capitò qualcosa di molto simile: non sul treno del ritorno – dopo un’intera giornata di sole e caldo – ma al mattino. C’erano trenta gradi da poco tempo e un pizzico di aria riusciva a fuoriuscire da qualche apertura. Mi accomodai senza pensarci, il sole mi batteva addosso con prepotenza. A Rogoredo mi spostai, per migliorare lievemente la mia condizione.

«Ci pensai tutto il giorno a questo atteggiamento, sai?»

La mia estetista mi ascoltò attenta. Stavo per affrontare un trattamento rilassante, prima delle ferie. Non l’avrei vista per più di un mese e mancava solo un massaggio per lasciare un ricordo positivo del suo passaggio.

In altre circostanze della vita, quando il caldo si rivelò insopportabile, mi diressi subito più avanti, incurante delle altre persone, di chi – chissà perché – stava lì. Non mi posi alcuna domanda e non diedi per scontato che lungo tutto il treno mancasse l’aria. Non mi fermai in laboratorio, in università, perché quel senso di inadeguatezza mi colse subito. Non mi lasciai vincolare dalle altre persone, né dall’idea che quel treno sarebbe stato tutto così, identico a sé stesso.

Mi accomodai inizialmente in un altro contesto simile, ma dal calore sopportabile: un’azienda farmaceutica mi fece crescere e scaldò le mie consapevolezze per due anni . Non mi spostai da sola con la grinta che ora possiedo, ma ciò che doveva scegliermi, mi scelse.

Oggi il tepore è così lieve e guantato che per schiodarmi dal mio sedile mi ci vorrebbe molta più riflessione, coraggio. Forse rabbia? Con chi dovrei arrabbiarmi e per cosa?

Antonia mi guardò perplessa, le mani unte di olio trafissero la mia schiena. «Stai scegliendo?» mi chiese lei, senza esitare.

«Non percepisco scelte, purtroppo – le risposi -. I posti in treno sono quelli, non ne trovo di migliori. Ma sono furiosa e non so perché. Ho una vita bellissima, ma dentro qualcosa rumoreggia, si gonfia, si riempie di acque scure».

Lei tacque a lungo per darmi tregua. I confini erano incerti e confusi. Veniva prima l’insoddisfazione o la rabbia? E le scelte – inesistenti o incapaci a compiersi – erano causa o conseguenza?

«Mi sento come se ogni mio sforzo verso un vagone migliore fosse vanificato, come se ci fosse qualcosa lì, pronto a venire. Un orgasmo che non si compie, una novità che non emerge, che si nasconde, o troppo piccola per generare stupore».

Ho una fame da placare, una costante ricerca. Ma di cosa vorrei nutrirmi? Riempio quello stomaco fittizio con lo sport, esagerando e facendomi male. In passato non sceglievo per paura del non-scelto, per non chiudermi e indirizzarmi. Restavo alla superficie delle cose: facevo, smettevo, abbandonavo, ritornavo, mi tuffavo e risalivo immediatamente.

«Nei miei viaggi – dissi all’estetista, quasi per giustificarmi – non sono bulimica. Li scelgo con cura, uno per ciascun anno. Preparazione, itinerario e ritorno diventano un rito delicato. Li medito, li studio, li plasmo da sola. E con il Brasile ho anche abbandonato quella parte arraffona, insaziabile, che non sa scegliere e vuole ingurgitare tutto il possibile. No, questa volta mi dedico a poche tappe, fatte con cura. Questa volta vince lo stare sull’andare. Il rimanere per assaporare».

«Bene, ma dimmi… concentrati su ciò che non collima. Lascia perdere per un attimo questo bel risultato nei viaggi o il rischio calcolato che hai compiuto sul lavoro poco tempo fa… dimmi invece, cosa non collima con te? Con chi sei arrabbiata e cosa cerchi?»

Ma sì, Antonia, lo sai, vero? Forse sono la mia ambizione e l’incapacità di accettare un treno tiepido, senza vagoni migliori?  Vorrei solo poter sfruttare ogni micro potenzialità che ho a disposizione per dare un senso a me stessa. Non voglio che il mio dato di realtà sia questo scalino lavorativo, non voglio che sia proprio questo dato di realtà a scontrarsi con i miei desideri facendoli capitolare. Va bene avere a che fare con altre impotenze, dal Brasile alla casa, fino addirittura all’amore. Ma non voglio che questa sia la massima ambizione professionale alla quale io possa aspirare. Non mi interessa più l’orizzonte aperto, né le molteplici possibilità del non-scegliere. Ora desidero scegliere, ora voglio e devo vincolarmi alle mie capacità.

Eppure, eppure c’è altro… non sapere cosa mi indispone. Sai quando ti sfugge qualcosa,  e non è nemmeno sulla punta della lingua? È sconosciuto, ma c’è.

Antonia non aspettò le mie risposte confuse: «Riposa, prenditi questo viaggio per fare ciò che sai fare: liberare e riordinare la mente. Saprai scegliere, saprai capire e sciogliere la rabbia»,  disse strofinandomi le tempie e il cuoio capelluto.

Io mi misi a giocare con l’anello, senza pensare, ero solo un po’ più triste, più nervosa. Ultreya, ossia “vai avanti”, è la parola incisa sopra quel cerchio. Ne ho sognato uno identico, ma sporco, rovinato, ammaccato. Quanto dovrò ammaccarmi e sporcarmi prima di riunire i pezzi e andare avanti?

Tiziano Ferro

11705952_10153567263045209_1466884492_oNon piango più come una volta. Non sfrutto quella valvola di sfogo. Non mi sentivo debole, ma capace di buttare fuori ogni cosa. Certo, significava anche essere inetta nell’affrontare minuzie, sensazioni, rimproveri, insoddisfazioni. Ingombravano la mia mente e uscivano sotto forma di lacrime. E il senso di colpa innescato dalla consapevolezza di avere tutto e non sentirsi a posto acuiva un disagio, un vuoto. Però piangevo. Almeno piangevo.

Ora qualcosa si è rattrappito e cristallizzato all’altezza dello sterno, mi disse una cartomante a una festa di paese. Non una di quelle feste con le zanzare e la pelle appiccicosa, né con le giostre e lo zucchero a velo o le frittelle. Era invece dolciastra e affettuosa, sottile e delicata. La cartomante mi parlò di amore, ovviamente, e di quel sentimento che sta lì e non permette di scegliere, di dare vita a qualcosa. Preferisco rinunciare. Perché? Banale sarebbe dire che non voglio soffrire.
C’è qualcosa di più. Qualcosa che non voglio perdere e qualcosa che non voglio acquistare. Qualcosa che mi fa chiudere per difendermi. Qualcosa che mi fa dire: rinuncio, pur di lasciarmi aperto un orizzonte ampio e solo mio. Mi viene in mente Piazza Unità d’Italia a Trieste. Quell’apertura della terra verso il mare, quel tutto che si distende ed estende. Ed è così che vorrei sentirmi.
Ma paradossalmente ottengo l’esatto opposto. La mia libertà a volte mi rinchiude e mi blocca. La mia libertà non mi fa piangere. Mi ha reso dura, forte, decisa. Tante belle conquiste… e poi?

Stanotte ho assaporato parole forti, che un tempo erano pugni allo stomaco. Mi ci ritrovo tutt’ora, le pronuncio urlando in uno stadio come se fossero fisiche, come se le masticassi o le leccassi. Ma non piango, non mi commuovo. Ripercorro il passato, e spunto nella mente tutte quelle situazioni cantate e che io ho superato. Mi sento arida, fredda. Vuota. Non ho nessuno a cui dedicare desideri nascosti, né da mandare a fanculo o da dimenticare. Non desidero alcun ritorno. Tutto è nello scatolone della mia vita precedente. Non ho più la sensazione di aver perso una parte di me, perché questa si è rigenerata come la coda di una lucertola. Canto e penso a tutte quelle vittorie, e alla mia fuga da qualsiasi sentimento.

Ed eccola lì, la verità. Inutile fingere. Io non sono pronta. Non sono pronta ad abbandonare ciò che sono, la mia roccaforte di sicurezza, determinazione, risate, progetti che riguardano solo me. Una roccaforte di curiosità, passione, disciplina. La voglia di imparare, di migliorarmi su tutto, di diventare. Una me che non vuole o non sa lasciare spazi vuoti.

A capo, riga, spazio bianco.

Per dare ritmo, per respirare.

Solo camminando o correndo la mia mente trova il suo spazio bianco. E l’ho capito soprattutto in queste due settimane senza sforzi, per via di una banalissima tendinite. Non tanto per la fatica del riposo, quanto per una frase emblematica detta da un’amica: “Se non sei iperattiva nel corpo, è iperattiva la mente; e viceversa”.

Non sono pronta perché devo sciogliere ciò che si è cementato dentro, ciò che si muove e borbotta con movimenti circolari. Non riesco ad accettare un sentimento perché sento di aver bisogno di dimostrare qualcosa. Perché non voglio accontentarmi, ma non è solo questo. Voglio dimostrare a chi e cosa? Con i miei viaggi, con le mie azioni forti, con la mia sincerità a volte sboccata cosa voglio dire? Che anche se sono timida non sono una “femminuccia”? Si tratta di una sensazione di confusione tra il maschile e il femminile che sono in me? Una ribellione disordinata e spastica ad alcuni stereotipi di genere nei quali non mi trovo? O perché la mia introversione o timidezza mi fanno apparire stupida? Respiro con fastidio una tendenza alle etichette, per cui non importa più se mi va di fare una cosa, perché tanto ci sarà sempre qualcuno che mi dirà che è di moda e sono conformista in ciò che scelgo. O ci sarà qualcuno che invece mi farà sentire un’aliena per alcune banalità, o perché accetto con fatica di possedere in me alcune caratteristiche femminili.

Uno, due, tre se conto Londra, quattro con il Cammino e cinque il Brasile che ancora deve venire. Cinque. Per sentirmi forte. Perché amo viaggiare. Perché la bellezza si auto alimenta e più lo faccio e più lo voglio fare. Perché da sola scopri particolari, vivi esperienza più forti e ogni elemento non è più vacanza, ma viaggio. La soddisfazione di organizzare, di averlo creato tu. Non è tanto ciò che visiti, ma come ti muovi a fare la differenza. E i momenti di felicità sono impensabili: un giorno di diluvio in Cambogia, un aereo interno viaggiando leggera tra Hanoi e Saigon e la guida che prende vita sotto la tua matita; quegli aneddoti che continuerai a ripetere per non dimenticarli mai. Ma c’è anche quella spinta là sotto. Lo sai che c’è. Dimostrare a te stessa di essere forte. Dimostrarlo agli altri. Al sesso maschile soprattutto. Forse a quel padre che vuoi stupire sempre, che vuoi non deludere, al quale vuoi dire che non c’è solo la tua timidezza, e che quella timidezza non è così una brutta roba. Sa essere bella, la stai accettando, ma non riesci a farlo del tutto fino a che non senti che quel legame con l’uomo per eccellenza si è ricomposto. Fiducia, accettazione, orgoglio. Semplicemente amore nelle nostre incolmabili diversità. Diversità di opinione, religione, politica, pensiero, ma stessi geni quando si tratta di quelle caratteristiche di personalità che fanno sorridere.

E poi ne hai ancora da scavare per scioglierti. Ci sono le blatte da affrontare: gli aspetti oscuri di te, quelli che ti fanno schifo, ma che ci sono. Quella cattiveria che sta lì, quell’egocentrismo che non ti fa vedere l’altro, quell’invidia che va analizzata e sminuzzata. Ho letto un libro sull’introversione: “Quiet” di Susan Cain. Mi ha aperto il mondo del mio narcisismo (mi piaccio e mi amo tantissimo eppure la maggior parte delle volte non mi accetto). E mi ha permesso – tra i mille spunti – di indagare i miei moti di invidia e quindi la mia ambizione, del tutto svincolata dal classico desiderio di diventare quadro in azienda, ma molto più vicino all’idea di fare un lavoro unico, creativo, cerebrale. Ma le schifezze sono ancora più profonde. Mi troveranno, si presenteranno. E le accetterò queste blatte.

Qualche notte fa ho sognato uno sconosciuto nel gesto di presentarsi e subito dopo un uomo che mi soffoca e si lamenta dei miei atteggiamenti ondeggianti, liberi e prepotenti. Ecco. La summa delle mie relazioni: amo il corteggiamento, la lusinga, il riempire alcuni vuoti, la parola piena di contenuto, ma è indispensabile che tutto ciò non ecceda la misura per non vedermi fuggire nella mia amata solitudine. E – forse – sto anche accettando di conoscere ciò che di me è sepolto.

Devi anche fare sì che nessuno si possa sentire in diritto di dirti che devi essere più o meno qualcosa. Non parlo di non accettare critiche costruttive. Sono convinta che serva circondarsi di Maestri.
Parlo invece di quella tendenza che hanno con te alcune persone. Dirti che prendi un gelato troppo calorico (quando hai appena fatto 30 km a piedi), dirti che dovresti parlare in pubblico, guidare l’auto, trovarti un uomo, essere più magra, più femminile, meno spacca coglioni, più socievole, lavorare di più, essere meno chiusa, più – meno – più – meno – più – meno – più – meno e sei sfinita. Perché non vai mai bene. Sei tu la più critica con te stessa e questo rende critici gli altri verso di te. Forse sei tu che – senza saperlo – dai questa autorizzazione? Tu permetti che ti dicano di mangiare di più o di meno, di ballare di più o di meno? Da dove inizia tutto ciò? Da dentro o da fuori? Dove sta la tua debolezza e perché ti ammazzi per colmarla? Quei viaggi per dimostrare che sei forte sono dentro di te. Vuoi urlarlo che sai stare sola, che sei capace di fare “tutto”. E sai bene che non è vero. E sai bene che nessuno ti vorrà meno bene per questo. O ti stimerà e ammirerà di meno.

Alla fine del concerto hai capito che quel nodo, quel grumo sta ancora lì. Ora lo sai. Sai che sei felice fuori e che lo sei dentro, ma solo per tre quarti. “Dopo un lungo inverno accettammo l’amore…”.
Non sono ancora pronta, ma amerò di nuovo, senza vergogna e senza paura. E sarà come quell’abbraccio che mi ha fatto piangere e sciogliere. Quello del fidanzato di un’amica, quello del perdono per uno schiaffo, quello che ha riportato la pace in tempo di lutto. Un abbraccio potente dal quale sono sgorgate lacrime liberatorie. Quel concetto di libertà cambierà, ti cambierà e non sarai mai più schiava di te stessa.

—-

C’è chi ha detto tutto ciò meglio di me:

Scivoli di nuovo
Conti ferito le cose che non sono andate come volevi
temendo sempre e solo di apparire peggiore
di ciò che sai realmente di essere.
Conti precisi per ricordare quanti sguardi hai evitato
e quante le parole che non hai pronunciato
per non rischiare di deludere.
La casa, l’intera giornata,
il viaggio che hai fatto per sentirti più sicuro
più vicino a te stesso,
ma non basta, non basta mai.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

Torni a sentire
gli spigoli di quel coraggio mancato
che rendono in un attimo
il tuo sguardo più basso
e i tuoi pensieri invisibili
torni a contare i giorni
che sapevi non ti sanno aspettare
hai chiuso troppe porte
per poterle riaprire
devi abbracciare
ciò che non hai più
La casa, i vestiti, la festa
ed il tuo sorriso trattenuto e dopo esploso
per volerti meno male,
ma non basta, non basta mai

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

E non vuoi nessun errore
però vuoi vivere
perché chi non vive lascia
il segno del più grande errore.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.
Che chiudo un po’.
Che chiudi…

E ancora …

L’Olimpiade
Casco e non mi arrendo
Riderai vincendo
E saprai che ciò che hai lo devi a te!

La fine
Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo,
Guardo il mio volto allo specchio
ma non saprei disegnarlo
Come ti parlo, parlo da sempre della mia stessa vita,
Non posso rifarlo e raccontarlo è una gran fatica.

Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per reiniziare, per stravolgere tutti i miei piani,
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole.

Non mi sembra vero e non lo è mai sembrato
Facile, dolce perchè amaro come il passato
Tutto questo mi ha cambiato
E mi son fatto rubare forse gli anni migliori
Dalle mie paranoie e dai mille errori
Sono strano lo ammetto, e conto più di un difetto
Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto:
‘Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta’.

Quante ne vorrei fare ma poi rimango fermo,
Guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno,
Non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre,
Se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente.

Il sole esiste per tutti
E trasceso il concetto di un errore
Ciò che universalmente tutti quanti a questo mondo
Chiamiamo amore

Blunotte  – Carmen Consoli
Forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei sforzi inutili
forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei gesti ridicoli
come se non bastasse
l’aver rinunciato a me stessa
come se non bastasse tutta la forza
del mio amore
e non ho fatto altro
che sentirmi sbagliata
ed ho cambiato tutto di me
perché non ero abbastanza
ed ho capito soltanto adesso
che avevi paura
forse non riuscirò
a darti il meglio
ma ho fatto i miei conti e ho scoperto
che non possiedo di più

Cara Mariangela

bob-dylan-63158_1280Cara Mariangela,

è da tanto che non ti scrivo e ultimamente ho saltato anche qualche sabato. Tu resti sempre nei miei pensieri e il bene che ti voglio è immenso. Mi hai aiutato tanto da quando mi sono trasferita a Pavia e ti ho conosciuta. Credo di poter dire che sei la mia migliore amica in questa città (insieme a Silvia, te la presenterò). Mi hai capita, ascoltata e hai saputo trasmettermi la tua passione, il tuo amore per la vita, la tua saggezza. Ricordo i momenti in cui entravo in Istituto un po’ triste o ansiosa o piena di dubbi e paure. Bastava stare con te, chiacchierare e ridere per uscire da lì rinata. Ogni cosa diventa più chiara e nitida se ne parlo con te. Hai un potere e una capacità enorme: quella di capire le persone. E noi ci capiamo perché siamo così simili, vero? Abbiamo le stesse passioni e la stessa visione della vita. Non sappiamo accontentarci e siamo testarde nel raggiungere i nostri obiettivi. Mi piace quando mi parli della tua giovinezza, del tuo ballare… ti si illuminano gli occhi stupendi che hai. Anche nei momenti in cui la tua mente si adombra di ricordi tristi, non perdi quella forza e quella vitalità incredibili. I tuoi ricordi di vita mi mostrano un percorso e mi fanno avere fede: fede nella vita, nelle sue bellezze e nei suoi colpi bassi, nei suoi regali e nelle sconfitte. Mi fai aprire gli occhi sul percorso, mi riporti al mio cammino.

Vorrei tanto parlare ore con te, mi è piaciuto avere consigli sugli uomini e  capire insieme a te che quelli poco decisi non vanno bene. A volte mi sento così maschile, forte e indipendente che penso di non riuscire a trovare un uomo che sappia come prendermi. E ho paura della mia fragilità. Della me delicata, leggera e schiva. Sul lavoro, il mio sogno preme forte: vorrei scrivere di narrativa. Il giornalismo è solo una parte di ciò che amo fare, e il mio lavoro attuale comprende anche molti compromessi. Penso di avere esaurito la pazienza e che i compromessi ora siano troppi. A volte mi sento entusiasta e combattiva, come se potessi davvero fare tutto; altre volte mi scontro con la realtà, con la paura e con il fatto che – in fondo – non sono capace di mettermi lì e pensare a un racconto. Scrivo solo pensieri miei, spesso brevi, sulla mia vita. Ma ci sto provando, con ogni mezzo, a sbocciare, a diventare ciò che sono, a rendere grazie al dono favoloso della vita, a non sprecarlo: non nel senso di fare di tutto e provare tutto, ma nel senso di capire ciò che è davvero importante per la nostra realizzazione e per lasciare questo mondo con serenità, quando sarà il momento.

Grazie per tutto ciò che mi insegni, perché sono sempre più ricca, luminosa e bella quando ti vedo. E più felice.

Ti voglio bene

 

*tutte le altre lettere a senso unico sono personali, ma ho voluto condividere questa, per ringraziarla davvero e di cuore.

Bella, come non sono mai stata

brown-209106_1280Cos’è tutto quell’astio, quella blatta sulla cappa in cucina, quella pippa mentale che ti trasforma in una stronza con la tua migliore amica, cosa non tiri fuori? Sì, sono arrabbiata, anzi no, sono un moto tumultuoso e impetuoso di incazzatura, di nervi, di voglia di sbroccare. La percepisco come una rabbia iperattiva, utile, impaziente. Sono talmente felice per banalità, endorfine, progetti e conquiste che quasi di questa rabbia sembro non accorgermi. E invece eccola, ed è la mia estetista a chiedere conto della mia acidità. Lei. Le dico che voglio… essere io, che spinge e preme questo io, questo ego maledetto. Le dico che a volte preme così forte da farmi sentire imprigionata e impaziente. Ho una mezza ossessione per la scrittura che non si sfoga, come un orgasmo bloccato. Non è l’ossessione sterile del giornalismo che avevo anni fa, che quando ho iniziato davvero a scrivere mi ha lasciato quel vuoto tipico di un obbiettivo troppo desiderato, troppo atteso e insignificante nei risultati. No. È come un misto di paura, di pigrizia, di assenza di idee. Come quando non so cosa dire. E fatico e quella fatica mi lascia come se mi tappassero la bocca, mi togliessero l’uso della parola. E la fatica inibente mi innervosisce. Non è la fatica del muscolo, della corsa, della camminata. Non è la fatica buona. Sembra più un processo di rimescolamento di una massa troppo densa, così che quel cucchiaio resta intrappolato e invischiato. Come un elenco, come questo elenco pieno di frasi che iniziano per “E” e di paragoni che iniziano con il “come” e di parole ripetute. Ho anche quella voglia di prendermi la seconda laurea, in psicologia? Sì, probabile.Il libro sull’introversione che sto leggendo mi fa venire voglia di alzarmi in piedi sul treno e declamarlo, da quanto è vero. Ho la voglia di robetta che sappia di cultura umanistica. Ho la repulsione per la scienza nuda e cruda, non per il ragionamento e nemmeno per il metodo. Voglio rinascere, voglio avere una seconda – o anche terza – adolescenza, intesa come costruzione di me, della personalità, delle inclinazioni. Non posso rimpiangere a vita la mia vecchia strada, ma voglio urlare a tutti chi sono, chi scopro di essere, cosa amo, cosa non apprezzo, qual è il mio stile. Sperimento, ma mi conosco, e l’impazienza buona mi danza davanti. Vorrei dirlo ai miei familiari, chi sono. Come se fossi incinta di me stessa. Lei, l’estetista è lì, e dopo tutto questo vomitare, risistemandomi il viso e il corpo, mi chiede cosa non dico, cosa non tiro fuori, se sia qualcosa che riguarda ciò che accade in quello stanzino. O non accade. Riemerge di nuovo il nervoso, l’impotenza, la parlantina che si spezza. Ecco cosa non dico! Perché, non basta? Cosa non va in queste affermazioni pratiche e concrete? Dovrei scendere, scavare ancora, ma non posso o non riesco. Non vado oltre. Non raggiungo la profondità in cui si nascondono le blatte, non arrivo dentro di me così tanto. E non c’è nulla che non vada in quello stanzino, nulla. Anzi, forse proprio questo chiedere mi infastidisce. Mi piace quello stanzino, quella chaise longue colorata. Forse vorrei un aiuto in più: concreto, pratico, profondo. Per rimettermi in forma, bella come non sono mai stata.

Pieno e vuoto

full-moon-415501_1280Silvia non mangia, quasi mai. Sta per passarsi un filo di trucco, si guarda allo specchietto retrovisore mentre il semaforo le concede una pausa, ma desiste. Cambierebbe qualcosa con quel velo di lucidalabbra? Mentre osserva le sue occhiaie e le sopracciglia da rifare, qualcuno inizia a suonare il clacson. Deve riprendere la marcia, sebbene la sua pigrizia la vorrebbe solo a letto tra la penombra e le lenzuola profumate. Silvia ha portato i figli a scuola, ha concluso quell’affare per conto del marito e solo verso le undici riesce a immergersi nel suo lavoro di venditrice porta a porta per casalinghe oppresse e in via di estinzione. Vende alcuni utensili da cucina, vende facilità e tempo libero, sperimenta ricette e intanto nasconde qualche conato. Oggi ha una riunione dimostrativa da Susanna, una cinquantenne che pensa ai nipoti avuti troppo presto. «L’albume a neve, di solito funziona», pensa tra sé e sé. Ripassa mentalmente la lezione e soddisfatta conteggia i pasti di quei due giorni: nessuno. Sorride e pensa di dover andare a correre per quel rotolino sul fianco ossuto e teso, ma può concedersi un caffè al prossimo bar. Eccolo, un altro urto di vomito, solo al pensiero di qualcosa di commestibile. La temperatura è lieve, la giornata promette bellezza, tra colori sgargianti e quel senso di lentezza appagante. Silvia indossa più strati l’uno sull’altro e si porta il bavero del cappotto grigiastro sempre più stretto verso collo e mento. Nasconde per un attimo quelle sue labbra violacee, ma alla fine, scoprendosi, ordina il caffè con voce decisa. I capelli radi sono appiccicati al volto in un taglio corto, con le basette sottili bene in evidenza. La sua magrezza è preponderante e offusca qualsiasi altro suo dettaglio, è una fisicità silenziosa e nessuno – né amici, né genitori, né tantomeno suo marito – ne ha mai pronunciato il nome. Finito il caffè, ci ripensa: in bagno estrae dalla borsa una pochette argentata, si mette con cura un velo di fondotinta, copre le occhiaie, accentua lo sguardo con il mascara e infine si passa quel lucidalabbra rosso. Ora può montare gli albumi con Susanna.

In quella casa entra con calma, appoggia il cappotto e cammina lungo un corridoio stretto da farci passare solo una persona e lungo pochi passi fino al soggiorno. La padrona di casa l’abbraccia con affetto, pur sentendola rigida, e la fa accomodare in una piccola cucina essenziale, con mobili da poco e senza personalità. «Ti presento le ospiti per la dimostrazione: Mariachiara, Lucia e Linda» scandisce bene le parole, con quel senso di appiccicaticcio tipico di questi momenti. Un altro urto di vomito: Mariachiara è enorme. Le pieghe della pancia non si possono contare, ogni suo lato è morbido e curvo, sferico. Il doppio mento crea la sensazione che vi sia un unico blocco di untuosità. Si guardano a lungo e di sfuggita: rimangono con lo sguardo l’una sull’altra per il solo breve momento delle presentazioni, ma ciascuna registra alcuni particolari dell’altra.

Silvia inizia a spiegare con cura ogni singolo strumento da cucina presente nella sua valigetta. Ricorda un po’ la versione femminile delle cassette degli attrezzi ricolme di cacciaviti, viti, martelli, tenaglie, cesoie. Lo stomaco si contrae un po’, ma Silvia è abituata a quei movimenti e apprezza fino alla soddisfazione quel suo organo vuoto. Fuori è piena di vita, dentro è vuota. Mariachiara invece vuole riempire la sua inquietudine. Assaggia con cupidigia tutto ciò che c’è da assaggiare, persino l’albume montato a neve, e più lo fa e più ha fame. Mentre degusta pianifica ogni passo che la separa dal menù del fast food, ha già deciso cosa comprare, sente il grasso colare sulla lingua, la salsa piccante e saporita farsi strada nell’esofago, le patatine sotto i denti che rilasciano il loro gusto di frittura e olio vecchio. Poi torna in quella cucina, accanto alle sue amiche, il cui abito scivola addosso senza fatica, e il senso di colpa le fa aggiungere mentalmente un gelato con caramello e cioccolato. Sarebbe stata male anche quella notte, da sola in quella casa avrebbe chiamato la guardia medica. E l’indomani avrebbe oziato a letto tutto il giorno, senza vestiti da mettersi. Silvia la vede addentare la crostata con lo stesso fare di una donna che bacia per la prima volta uno sconosciuto attraente, e dice: «Pensi che sia cotta al punto giusto? L’ho preparata a casa in poco tempo, non so, magari ho sbagliato qualcosa …». Mariachiara alza lo sguardo lasciando la mano a metà strada tra il piatto e la bocca, senza cedere, solo ritardando l’ingoio con suo enorme disappunto. «Credo sia perfetta, Silvia, sei stata bravissima … assaggia tu, se credi». La provocazione non funziona, Silvia alza una mano come per scacciare qualcosa di fastidioso e si rivolge a Linda per definire l’acquisto, soddisfatta della sua nuova cliente. Dopo i soliti saluti di circostanza, mentre si sta dirigendo alla sua auto, si sente afferrare per il cappotto grigio: è Mariachiara. La testa inclinata, le labbra dischiuse e quegli occhi che non nascondono la consapevolezza dei loro problemi. La massa del corpo non trova forma in vestiti sformati, stretti e costretti, come se indossando jeans e magliette di un tempo potesse far sparire sé stessa. «Andiamo a prenderci un caffè, che ne dici»? Silvia non parla, sale il conato all’idea di sedersi in una tavola calda di fronte a una sudicia ingozzatrice incallita, ma senza dire una parola, quasi come se la verbosità dovesse rispecchiare la parsimonia dell’introito calorico, apre la portiera a Mariachiara e guida fino al primo bar. La sua nuova amica racconta a Silvia della sua piccola libreria di paese, «sai, sembra quella di quel film famoso … ti ricordi? Io ho cura di ogni particolare, ogni libro. È sempre stata la mia passione, leggere. E che fatica realizzare questo obiettivo, ero proprio senza esperienza. Però, ecco, se avessi dei figli sarebbe difficile, mentre un uomo a volte mi tornerebbe utile, ma, oh, no ecco, sono gelosa della mia solitudine… ». Il monologo continua a lungo, inframmezzato da risatine isteriche e segni di interpunzione netti, per dare agio a Silvia di entrare nel discorso, senza successo. Alla tavola calda ogni gesto è controllato, da ambo le parti. Un cucchiaino che mescola la schiuma del cappuccino con lo zucchero, una mano che si porta alla bocca un biscotto. Nessun eccesso: Silvia sorbisce il suo latte caldo, Mariachiara parla con una mano sulla sua tazzina. Quando si salutano hanno paura, perché sanno che a casa tutto cambia. Silvia si rifiuta di cenare e cerca di levarsi di dosso tutta quella fisicità prorompente. Mariachiara a casa, da sola, apre tutte la antine della dispensa, inizia da una manciata di cereali, poi prende del prosciutto, noccioline, crackers, cioccolatini, biscotti, piselli cotti dalla sera prima, un pezzo di formaggio … no, no, si accorge di desiderare solo dolciumi. Si tuffa in quei cereali al cioccolato, dannazione, in casa non aveva nulla. Mangia frutta secca, biscotti, merendine, cioccolatini, e ricomincia daccapo. Poi si decide per il salato e ancora ingoia senza masticare, veloce, con brama, senza vedersi, senza saperlo. Lei non sta mangiando. Lo stomaco è dolorante, lei è sporca ovunque: sulle mani che arraffano e sulla bocca che maledice quel cibo. Si vergogna e butta tutto nella spazzatura quando vede qualcuno. Si vergogna, ma finché in pubblico riesce a controllarsi, lei può considerarsi pura e candida. Poi guarda il suo viso pieno e soffre. Ora però c’è Silvia, sì, Silvia. La chiama subito, le dice di andare da lei: «Silvia, scusa, sento che è come se conoscessimo da sempre. Ti prego, vieni da me». Nessuna risposta, Silvia riaggancia ed esce. Da Mariachiara si trova una scena pietosa, ma dal sapore noto: una donna immersa nel suo vuoto e nello strumento scelto per saziarlo. «Tu stai chiedendo di vivere. Con tutta la forza che possiedi». Poche parole, secche, ma guardandosi negli occhi, decidono di aiutarsi, di essere l’una per l’altra l’estremo che porta all’equilibrio. Improvvisano ciò che sarà, ciò che le coinvolgerà in un lungo e doloroso cammino per rinascere: all’inizio per nutrirsi con il cibo e poi per nutrirsi più in profondità. Silvia si sarebbe trasferita da Mariachiara, con quell’odore di famiglia, quei rumori di convivenza. Silvia avrebbe staccato da una famiglia incompresa e Mariachiara avrebbe riempito quella solitudine liquida. Mangeranno insieme, una di fronte all’altra, e sceglieranno gli alimenti più nutrienti e simbolici, più nobili e semplici. Avvicineranno le posate con lentezza alle loro labbra, sentendo i sapori, parlando, ridendo: quelle verdure che esploderanno di luce, quella pasta preparata con affetto. Silvia mangerà, anche se a stento, Mariachiara resisterà. Fino a quando, un giorno lontano, fatto di tanti giorni di fatiche e litigi, le due donne non avranno più bisogno di pensarci e abbracciandosi ritroveranno una loro dimensione.

A, come…

beach-192981_1280Lo si custodisce da sguardi indiscreti e fragili, si cerca di non sporcarlo con frasi banali e luoghi comuni. Ci si interroga, ma senza che le parole escano per trasformarsi in roccia o piuma. A chi poi potrebbe interessare quel subdolo rimescolarsi delle nostre budella fisiche e mentali, chiamato amore?

Alice ama avvicinarsi e allontanarsi e adora avere quella paura che la frena. Si accosta al pelo dell’acqua, alla sua superficie crespa e tremolante, ma limpida come uno specchio: avvicina un alluce, ma la temperatura la spaventa e si ritrae. Ci riprova, si immerge un poco, ma poi sceglie di fare il morto a galla, allontanandosi da tuffi da improbabili altezze. Guarda lassù, quelle rocce a picco sull’acqua. Solleva lo sguardo strizzando gli occhi e lacrimando un poco: nemmeno quelle alture alle sue spalle coprono il caldo sole di luglio. Alice è da sola, i sassi sotto le sue gambe, la sua schiena e i suoi glutei le ricordano l’intensa muscolatura del suo corpo compatto sdraiato sull’asciugamano. Afferra un libro, lo ributta giù. Alice alterna la voglia di innamorarsi alla necessità della solitudine e della libertà, ma puntualmente viene disattesa in qualsiasi fase lei si trovi. Nulla di ciò che vorrebbe sembra corrispondere a ciò che vede all’esterno. Si scopre deconcentrata, euforica, come una quindicenne al suo primo turbamento. Oppure si innamora delle sue partenze solitarie e della possibilità di fare. Si accovaccia sul lavoro per tenerlo caldo e farlo crescere, come solo la passione sa fare: produce e ride e si muove e suda. Ma presto scopre che ciò che pensava potesse dipendere solo da lei, delude e illude, entusiasma e innalza, tanto quanto ciò che implica contatti sfuggenti e abbracci corposi. Alice ci pensa e a margine di una pagina di quel libro annota qualche parola: non la adoro, questa paura. Questa paura è la causa del mio stare. Quella che ti blocca lì in paralisi. Devo iniziare ad arrabbiarmi. Qualcuno le dice che è coraggiosa, e sempre sorride vergognandosi di tutto quello che sta dentro per paura, di ogni cosa che non esce, di quel parto non voluto.

Ripensa a quel sogno e alla dicotomia nella quale si rifugia ogni giorno. Vigile e sveglia: vive, si agita, si dimena ed esplode in mille rivoli di gioiosa iperattività statica, da tapis roulant. In sogno è incinta di nove mesi, immobile, enorme. E non vuole partorire, non lo vuole. Non vuole compiere l’azione, non riesce a portarla a termine e non vuole ciò che ne deriva. Alice si guarda a partire da quegli alluci smaltati salendo su fino alla sua spalla sinistra. Con un colpo secco si porta eretta con la schiena: devo partorire, basta, facciamola finita.

Ritorna bambina per un istante e la mente la riporta alla prova dello specchio di La storia Infinita: i buoni si scoprono malvagi e i cattivi vedono la loro natura magnanima. Quello specchio mostra il tuo vero io, e i più fuggono urlando. Si alza per riflettersi nell’acqua color sasso e subito dopo si tuffa con una piccola rincorsa, che odora di sorriso.