Cosa se non la bellezza?

dandelion-411756_1280La bellezza genera stupore, gli oh e gli ah. Un classico, da bambini vivido e costante, da adulti più sfuggente. A volte apprezzo la decadenza. Dalla mia finestra si vede una piscina in disuso un tempo del Coni e la trovo eccitante. Le foglie autunnali, belle per natura, la accarezzano in più punti, lasciando liberi alcuni azzurri. La consapevolezza di ciò che era completa un quadro mentale nella mia testa. Decadente, immobile, inutilizzata e in balia degli eventi. Di ciò che sarà.

Quando lavorai a Lugano, la perfezione del Parco Ciani mi mandava in crisi suscitando una sorta di tristezza che risaliva dall’inconscio come da uno scarico otturato. Senza dubbio preferisco la decadenza all’ordine finto, quasi disumano.

Oggi sono andata a camminare e a un punto ben preciso della solita strada, necessaria, come ogni domenica, è partita la canzone sconosciuta “Guido piano”. Le foglie dai colori caldi sono scese, solo un paio non di più, e le parole si sono fatte bellezza e stupore. Io, un ponte e un fiume, camminare e il sole che mi abbracciava, come non fa più nessuno da tanto, se non quando ballo.

“ma c’è tanto sole
e mi accorgo che ne ho bisogno come un fiore,
e ho bisogno di stancarmi e di camminare
di sentire l’acqua, il vento e di respirare,
peccato che qui vicino non c’è il mare”.

Ripenso alle mie fughe continue e alle paure più profonde che mi scuotono, che vorrei raccontare. Le vorrei dire o vivere.

Sto divagando, come sempre. Ero partita con l’idea di parlare di ciò che ho vissuto ieri. Expo. Sì, non lo faccio mai: mai un giudizio, mai una recensione. Ma questa volta ci ho pensato. Riguarda un po’ la bellezza, il senso di solitudine del risveglio, dopo aver salutato mia sorella. Perché in fondo non sono andata sola ed eravamo così tanti là dentro. Eppure…

Allora, ho immaginato la premessa. Ecco. Diceva qualcosa come: non voglio ricadere nel gruppo sguaiato di chi dice che tutto è uno schifo, né negli entusiasti da doping. Sono la prima che non crede a chi affonda l’Italia con le critiche continue, la violenza, l’ignoranza, e la forza della repulsione per il proprio territorio. Sono la prima a nutrire uno sconsolato senso di distacco dalla propria regione e dall’italianità intima e densa. L’italiano medio è pessimo.

Denigrare l’Italia è uno sport che la indebolisce. Giudicarla continuamente la offende e di sicuro non fa fiorire le eccellenze. Tarpa le ali, affossa, soffoca, miete vittime. Vale ciò che provo quando faccio yoga: l’io non giudicante emerge e mi lascia finalmente in pace. Poi però non è che lo si debba uccidere! Deve restare quella scia costruttiva, benevola, che ti porta a fare le asana e a migliorare. E l’asana che non ti riesce ieri, eccola, oggi c’è. È tua. Senza violentarti.

Sono felice della Milano Bella, della sensazione di rinascita, del successo, della percezione che alla fine noi ce la facciamo sempre, in qualunque modo, e ce la facciamo bene. Ce la facciamo mettendoci del nostro. Per questo ero emozionata all’idea di andare a Expo l’ultimo giorno, con mia sorella. Sapevo che avrei visto troppo poco per farmi un’idea concreta e vera di ciò che c’era lì. Eppure un senso generale, un’impressione, una vocina, un giudizio sono emersi. Anche se parziali, imperfetti, opinabili e banali o addirittura ovvi.

Non ho provato stupore. Solo alcuni momenti davanti ai meravigliosi padiglioni, la vera bellezza comprensibile soprattutto a chi probabilmente ha fatto architettura o qualcosa di simile. Bellezza imperfetta, diversa, non troppo ordinata. La fantasia avvolgeva il Kuwait e l’alveare del Regno Unito, specchi, colori, acrobazie dei materiali che si avvolgevano e contorcevano. La rete del Brasile e quel caspita di Giappone che immaginavo imponente e invece era timido, poco urlato, si imponeva con un aspetto silenzioso. Ho sorriso con mia sorella quando ci siamo rese conto di aver toccato tutti i posti in cui siamo realmente state e ho goduto all’idea che non fossero poi così pochi.

Ho provato capogiri. Per la folla, chiaro. Per l’avanti e indietro senza scopo, senza una meta reale, senza un obiettivo comune e un traguardo, senza una sola direzione. Ai concerti non ho mai provato capogiri: siamo tutti lì per chi canta, chi si esibisce, chi ci trasmette qualcosa di comune nelle diversità. Ho provato fastidio per i prezzi da furto legalizzato, che forse un piccolo tetto si poteva mettere. Perché la nonnina che non andrà mai in Nepal avrebbe voluto assaggiare un piatto tipico, e non solo del Nepal. Magari lo stomaco non è così capiente, ma qualche assaggino nel corso della giornata su più paesi, la nonnina lo avrebbe anche sostenuto. Non il portafoglio.

Ho apprezzato il padiglione zero – con enormi riserve, ma non è la sede per esacerbarle – e quel giochino semplice di Slow Food su odori e tatto, per riconoscere i chiodi di garofano e i fagioli senza vederli. La rete del Brasile mi ha fatto sorridere e giocare per un po’, poco. Ho apprezzato gli odori quando arrivavano forti, il lavoro degli addetti in sei mesi di probabile maleducazione e di scarse gentilezze. Il supermercato del futuro mi ha colpito per quanto ci sia ancora da studiare e immaginare su ciò che è il consumo. Se si potesse unire anche a una risoluzione dello spreco (terribile) sarebbe una vittoria per l’umanità.

Ho sentito un giovane dire: «no, il Gambia non è un Paese, è un ristorante. Non è come il Kazakhstan». «Ah, allora andiamo!». Ho sentito chi non tollerava le file e chi stava in coda per le patatine del Belgio. Sì, è piaciuto. Sarebbe interessante capire a quale target, l’idea che ho in testa è nebulosa e ovviamente non scientifica.

Quello che ho cercato e che avrei voluto sono state le solite due cose, forse tre, di cui molti hanno parlato: il fare. Il visitatore che può fare è un visitatore che torna a casa più ricco di quando è entrato. Sentire una vocina in stile audio guida che mi spiega il ronzio delle api non è così indimenticabile, a meno che ciò non avvenga mettendo un bastoncino di legno tra i denti, infilandolo in una colonna e tappandosi le orecchie. Poi, il padiglione l’ho capito leggendo un articolo del Post, ma ciò è dovuto alla pigrizia media del visitatore. Non c’è tempo per leggere tutto, e lì, con le code e i miliardi di input non c’è modo perché ci sia tutta questa attenzione. Una suggestione, magari (e nel frattempo mi sono spiegata i capogiri e la sensazione di fastidio, di mal di mare. Tutti quegli stimoli. Troppi).

Dopo il fare viene l’imparare. Anzi stanno insieme. Vanno mano nella mano, si staccano, si ritrovano. La colpa è mia e della mia insofferenza, ma credo di essere uscita senza avere imparato molto. Alcuni padiglioni erano enti del turismo e fiera dell’artigianato (che se voglio, me la vado a vedere a dicembre), quello dell’Onu faceva riflettere, ma due spiegazioni in più le avrei messe. Più che quantità, direi qualità: concetti rapidi, veloci, semplici, immediati da vedere. Come? Se imparo facendo posso evitare qualche parola di troppo. Se poi imparo “insieme” forse è ancora più bello. Tantissimi e ciascuno per i fatti propri. Avrei avuto una scintilla negli occhi anche solo all’idea di un contatto, un incontro. Come quando viaggio. Un tizio brasiliano (quando si dice il caso) davanti a noi in coda ci ha chiesto dove potesse trovare una mappa. Ne avevamo due e ne abbiamo ceduta una. Nulla di che, mancava un quid per continuare, ma sarebbe stato così ricco e intenso “sfruttare” quei 20 milioni di diversità che hanno attraversato Expo da parte a parte.

Terzo: assaporare il tema. Permettere quella conoscenza attraverso i sapori, che è la migliore anche quando si viaggia. Mettersi dentro come persone e coinvolgere i visitatori nella conoscenza del proprio Paese, senza però diventare davvero un’agenzia viaggi. Scoprire quel tema così difficile: nutrire il pianeta santo cielo! Si passa dall’obesità alla morte per fame nel mondo, una contraddizione dolorosa che mi attanaglia. Come è stato sviscerato, riscoperto, approfondito? E non è retorica la domanda. Io ho visto un centesimo di Expo. E pertanto sono felicemente aperta a chiunque mi dica che era esattamente come io avrei voluto che fosse. Si sa che il cervello ricostruire un tutto a partire da un piccolo frammento: così ho fatto con Expo. Ditemi cosa non ho visto.

Infine, mi sono chiesta come si stabilisce il successo. Di Expo, ma a questo punto in generale nella vita. I numeri? I conti che tornano? Sono tornati i conti, poi? Oppure il successo è ciò che lascia nelle persone, la conoscenza di tutti che aumenta? O ancora l’organizzazione, la funzionalità, gli eventi, le parole spese, le azioni compiute?

Cosa se non la bellezza?

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Le zavorre e la bambina

amulet-713355_1280Iniziò fin da piccola, da bambina timorosa e trasparente. La sua pelle chiara, gli occhi acquosi. Un pancino prominente sopra un corpo che lasciava presagire tonicità e curve future. Questa creaturina si sentiva indifesa, troppo calma, quasi incapace.

Iniziò fin da quella tenera età a collezionare amuleti.

Sì, perché lei non era la classica peperina-so-tutto-io e nemmeno la vivace arrampicatrice di alberi. Aveva bisogno di sicurezze. O almeno così iniziò a pensare lei, nei suoi giochi. Nessuno, a memoria, riesce a ricordarsi se giocasse con macchinine e bambole o preferisse viaggiare dentro la sua testa, guardando nel vuoto e canticchiando qualcosina per rafforzare le sue fantasie.

Siamo tuttavia certi – e ne abbiamo testimonianza – che iniziò allora, nell’età in cui la delicatezza si accompagna alle prime esperienze, ad attribuire significati nascosti a bracciali e ciondoli, sciarpe, maglioni e chincaglierie.

Iniziò a dirsi, prima di addormentarsi piena di paure, che quel sassolino trovato a terra l’avrebbe aiutata a fare amicizia. Lo strinse forte forte, tanto da farsi male.

«Ti prego, ti prego, sassolino fammi conoscere l’amico Paolino».

E il giorno dopo – zac – Paolino e la bambina divennero amici inseparabili, proprio come lei e il suo prezioso sasso. Che male poteva farle? Ma tanta fu la sua paura attorno a quel semplice amuleto, che quando lo smarrì a nulla valsero tutti i sassi del mondo: si sentì perduta e Paolino non riuscì più a entrare nel suo cuore. Lei scappò perché non si sentì più abbastanza…abbastanza cosa? Nessuno lo scoprì.

I poveri genitori la guardarono con un sospiro: erano piccoli. Piccoli e lontani. Eppure erano anche enormi, quasi a forma di ombrello sotto cui sostare o di gonna a pieghe a cui aggrapparsi con forza. A volte erano anche la sua voce, quando proprio questa non voleva saperne di uscire. 

Da quando perse il sasso e Paolino, la bambina decise di agire in modo più sistematico. Basta basta oggetti liberi di scappare! Avrebbe utilizzato solo ciò che poteva portarsi addosso.

La bambina affidò quindi la capacità di parola a un leggero ciondolo blu che si appese al collo, proprio lì, dove la gola sfocia nel petto e quella fossetta tra le clavicole (ma diciamolo, la bambina di anatomia non ne sapeva nulla) sembra proprio la sala parto di frasi e lunghi racconti.

Poi venne la paura degli adulti e di quell’insegnante un po’ severo. Scelse un bracciale arancione bello grosso,da mettere al polso stretto, per calmare il rumore sordo del battito veloce e agitato. Un giorno fu la strada a spaventarla: quale migliore occasione per mettersi quegli orecchini così luccicanti?  Si sentiva bella, altezzosa e da lì, con le orecchie ben in vista, quasi le sembrò di aver due fanali.

La bambina, intanto, crebbe. Nelle favole si dice “crebbe in sapienza, età e grazia”. Lei lo fece nelle insicurezze e nelle paure. Certo, era intelligente e curiosa e non mancava mai di sorridere. Ma sempre cercava quell’oggetto da portare, per vincere i raccapricci più astrusi e quelli più comuni. Ogni oggetto o ninnolo, qualsiasi cosa fosse un portafortuna, le andava bene. Tranne uno: gli anelli. Per uno strano timore (eccola, un’altra paura) la bambina decise che quelli non erano roba per lei e li evitò.

A quindici anni – tra ragni, uomini, insetti, luoghi, oscurità e futuro – la bambina ebbe braccia fatte di metallo e plastica, colme di ogni braccialetto possibile. Colori sgargianti la ricoprirono. Argentati, bronzei e di rame furono i suoi polsi, tempestate di brillanti le caviglie e il suo collo esile e sottile. Così agghindata, si trascinò pesante da un luogo all’altro.

In realtà più che luoghi si trattava solo di due piccole scatole: dalla sua piccola classe alla sua piccola camera; questo il suo tragitto abituale, nulla di più. Con tutta quella roba addosso, era impossibile andarsene a spasso, ridere o bere qualcosa con gli amici. E poi, in fondo, tutti quegli oggetti pesanti e duri le avevano, per così dire, oppresso il cuore. Non solo la separarono dal mondo esterno, ma impedirono alle sue ossa di farsi lunghe e robuste, ai suoi muscoli di tendersi e contrarsi, alla sua pelle di risplendere morbida.

La bambina rimase bambina sotto quella coltre di oggetti, sebbene gli altri non potessero notarlo, abbagliati com’erano dal luccichio di ciò che lei non era mai stata. Arrivò al punto, di paura in paura, da farsi ricamare un’ampia gonna sulla quale attaccò ninnoli di vario tipo: era una gonna come quelle di una volta, con un cerchio in fondo per tenerla lontana dal corpo. Quando la indossò si sentì ancora più pesante e ferma, le zavorre erano infinite: cornetti rossi, calamite, sonagli, sassolini, qualche fermaglio, addirittura dei santini sgualciti, piccoli soprammobili a forma di elefante, tartaruga, qualche buddha panciuto, e ancora collane, pagine di libri, canzoni, matite e ombretti, diari, coperte, maglioni informi, lenti scure, bambole e sciarpe, un po’ di cioccolato e valanghe di dolciumi, boccette con intrugli disparati.

Finché i ninnoli furono pochi riuscì a vincere – o lo credeva, e noi sappiamo che forse era una bugia bella e buona – le sue paure, le placò per lo meno; poi il peso degli amuleti divenne così grande, ma così grande che per poco non se la fece addosso tanto ci mise ad arrivare in bagno, trascinandosi la gonna e le braccia di metallo e il collo esile pieno di collane e strisciando quei piedi pesanti e quella pancia prominente nascosta da strati di lana. Sospirando, quella fanciulla – prima felice della sua favolosa idea per vincere ogni paura e ora triste e sola – si rese conto di essersi nascosta così bene che nessuno – nemmeno lei stessa  –  sapeva bene che aspetto avesse, nella realtà.

Quando arrivò la sua paura più grande, ossia quella di sbagliare, tanto disse e tanto fece (per non annoiarvi con gli strani giri del pensiero della bambina, che poi ormai abbiamo capito cosa disse e cosa fece) che si bloccò del tutto nella sua piccola cameretta bianca e azzurra. Lei pesantissima, dura, fredda e spigolosa. Ma anche enorme e immensa.

La bambina – ormai non più giovane – aveva però ancora un luogo pulito e limpido: le sue mani senza gioielli. Ecco! Il suo odio per gli anelli! Le sue mani furono le sole a poter invecchiare, ferirsi, tagliarsi, rallegrarsi, stringere, toccare, sentire, afferrare e si sostituirono anche alle labbra per sorridere e alle orecchie per sentire. Divennero i piedi con cui camminare. No, non imparò a stare a testa in giù, scherzi? Con tutto quel peso sarebbe morta! Camminò leggera su un foglio di carta, poi su un diario, poi su una tastiera. Con gli occhi divorò libri e film, catturò immagini, studiò vite e corpi, viaggiò e imparò a parlare un linguaggio nuovo. Sempre più affamata e occupata, un giorno smise di pensare alle sue paure.

Non avvenne tutto di colpo, no.  Semplicemente da qualche tempo se ne stavano buone lì, in armonia. E iniziò a saltare. Piano. No, no… saltando si fece male e capì che l’impazienza andava educata. Mosse un passo, due, tre… inciampò. Restò a terra a lungo, piangendo. Poi si guardò stranita e si tolse i primi ninnoli di dosso, giusto per rialzarsi, quel tanto che bastò per riportasi seduta e poi ancora qualcuno per stare in piedi.

Iniziò a respirare bene, sorridendo. E ogni giorno si spogliò di qualche amuleto, con calma e senza fretta, per poter fare sempre di più… iniziò dai piedi e salì lungo le gambe. L’addome no, quello era presto. La infastidiva vedere l’ombelico poco protetto dalla sofferenza, aperto a venti, intemperie e acquazzoni. Certo, così nemmeno il sole vi arrivò, ma per ora la bambina non faceva grandi distinzioni. Liberò le braccia di gran carriera, e il collo con più timore, lasciando giusto una pietra blu, lì, dove si partoriscono le parole e le frasi suonate (quelle scritte nascono in tutt’altro luogo). Ma ancora, ahimè, non riuscì del tutto a vedersi e a mostrarsi.

Sì, perché la bambina usciva, scriveva, ballava e gioiva, ma il ricordo di quei ninnoli era ancora tutto lì. La sua pelle era piena di piccole ferite invisibili che le dolevano ancora: e non aveva solo ossa e muscoli e sangue, non aveva nemmeno solo organi interni un po’ tutti scombussolati. C’erano anche i fili.

Pochi se ne curano, ma tutti li hanno: paralleli ai vasi sanguigni, ma molto più intricati, delicati e contorti, scorrono i fili dell’equilibrio. Sono fili dorati e quasi trasparenti che vanno al cuore, alla testa, allo stomaco e fino all’ombelico e poi giù lungo le gambe fino alla punta più estrema. Ce ne sono di tenaci e solidi, di labili, di colorati, ci sono quelli solo bianchi e neri, ci sono quelli spezzati e quelli annodati, ricurvi o lineari, quelli che escono e quelli sotto la carne.

La bambina ne aveva rotti tantissimi, addirittura anche qualcuno tra quelli tenaci. Confusi, i fili dell’equilibrio non avevano proprio retto a tutta quella protezione, seguita dalla libertà più pura.Solo Sofferenza e Gioia, lavorando in accordo e con precisione, riuscirono a rompere e rinsaldare qualcosina nel modo migliore. Si salvarono, certo, quelli proprio durissimi e forti, quelli – per capirci – che avvolgono un nocciolo duro e profondo che non si fa toccare da alcuna menata. Danno così tanti nomi a questo nocciolo e tanti scrittori ne hanno parlato, che ormai tutti lo conosciamo, ma solo la bambina lo sentì davvero. Uno famoso, ma famosissimo, lo descrisse così: «dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo».

Ecco, quei fili, quelli che proteggono il “nocciolo-senza-nome”, si salvarono e solo con quelli la bambina riuscì a uscire dalla sua piccola stanza bianca e azzurra e a esplorare volti, luoghi e sensazioni. Nessuno, ovviamente, la riconobbe, nuova com’era. E nemmeno lei allo specchio  riuscì ad apprezzarsi, ma sempre con la pazienza dei passi (i passi, si sa, di pazienza ne hanno da vendere) si fece conoscere da sé stessa e dagli altri, a volte in modo improvviso e violento.

Finisce qui, la storia della bambina ormai donna? No, la storia non è ancora finita. Perché la bambina ancora ama, scrive, balla, corre, cade, si rialza, si sospende, entra in apnea e rallenta. La bambina è ancora viva e, si sa, finché si vive la storia non finisce.  Possiamo dire che di fili rotti e non riparabili ce ne furono parecchi, alcuni sono riannodati in qualche maniera, altri sono penzoloni, altri ancora si stanno riavvicinando.

Possiamo dire che ora, la bambina paurosa, coraggiosa, sbucciata qui e là, non vive felice e contenta. Vive e basta. Per quella che è e non sa di essere. Possiamo dire che ha fatto quasi amicizia con le paure e ha smesso di riempirsi di amuleti. Solo orecchini per vezzo, e – udite, udite – un solo e unico anello, che per lei rappresenta un po’ ogni filo durissimo che non si spezzò. Ovvero quel nocciolo duro, ciò che lei è stata, è e sarà.

Soprattutto sarà.

 

Buon viaggio

sign-429419_1280Buon viaggio, che sia un’andata o un ritorno
Che sia una vita o solo un giorno
Che sia per sempre o un secondo
L’incanto sarà godersi un po’ la strada
Amore mio comunque vada fai le valigie e chiudi le luci di casa…

Mara mi saluta così, con le parole di una canzone, attraverso Whatsapp. C’è chi mi chiede se sono pronta, chi si accerta che gemelli e pesci siano ben sintonizzati, google che  mi ricorda insistentemente di avere un volo alle 20.00. Alle 20.00. Ho ancora un giorno intero per chiudere lo zaino viola, i lavori, la casa, le indecisioni. Per scrivere messaggi di ansia vera o placebo che sia: sì, perché ormai per forza devo essere agitata, continuando a dirlo.

Che poi sto andando in vacanza, santo cielo!

Prendila con rilassatezza, se non vedi tutto non succede niente. Meglio la qualità. Prima lato argentino o prima quello brasiliano? Poco importa. Scopri, sperimenta, lascia andare e… come viene, viene.

L’ignoto diventerà noto come il futuro diventa presente. Quando sarai lì, nel momento esatto in cui ci sarai, chiederai come e dove prendere un treno, un bus, prenotare una stanza, varcare un confine, accedere a un parco, mangiare brasiliano, fare la turista, visitare, assaporare, bere una birra, conoscere backpacker e autoctoni, vivere le sorprese e le scoperte dell’attimo. Ricordi l’Asia? La cena con il musicista ceco che suonava l’ukuele e la serata con la donna canadese? O il passaggio in auto ricevuto da una thai che non ti mollava più?

Segui il tuo corpo. La tua mente è importante, ma sei già molto cerebrale e introspettiva! Stavolta segui il tuo corpo. Come quando cammini, come quando balli. Dai peso a ciò che ti dice il tuo corpo. Lo hai fatto sul Cammino, fallo ancora.

Lo stupore è la tua arma migliore, insieme all’entusiasmo. Ripensa alla felicità estrema in Cambogia: quando il diluvio ti ha accolto a Siem Reap dopo aver viaggiato con il sole per sei-otto ore e aver capito che ai templi saresti andata il giorno dopo. Quindi di cosa ti preoccupi? Di perdere un aereo? Temi il fastidio, l’imprevisto, la tappa che salta? Queste situazioni generano spesso più bellezza e piacere di ciò che si pensa di voler fare sfogliando una guida. E perdi solo la prenotazione dell’aereo.

Sì, ti hanno detto che è pericoloso. Non farci caso e usa la testa. La soluzione non esiste, a meno che non ti chiudi in casa. Le tue paure sono legittime, ma non ha senso stare a sondarle tutte e sono per lo più dovute al fatto che sei sola. Ma non lo sei mai davvero, ricordalo!

Ci sarà una stanchezza buona, che nulla ha a che fare con quella lavorativa o quotidiana. Non preoccuparti per le tue energie ai minimi storici: stai andando in vacanza, con il tuo adorato zaino viola e con i pensieri ridotti al minimo. Ora senti quel sottofondo che ti fa dire: ma come faccio a pensare e a ricordarmi tutto? Ecco, là non ci sarà. Ci sarete solo tu, la bellezza da scoprire, e i bisogni primari.

Ricarica le energie, perché lo sai che succede. Non aspettarti nulla: né il troppo, il sogno, le rivelazioni o il wow a tutti i costi; né il crepuscolo, la chiusura, i facili pessimismi. Il fatto – per esempio – che tu sia in anticipo e quasi perfetta con i preparativi non significa che l’inghippo ci debba essere per forza.

Quindi libertà, zaino viola, mente e corpo aperti. Sarà “solo” un altro piccolo viaggio nel tuo viaggio.

 

L’inatteso

CIMG8052Mi ero preparata a un giorno senza ansia. Mi sono svegliata quasi in ferie, con la sensazione di essermi riappropriata di otto ore, non più in vendita. Questo venerdì è mio, mi sono detta. Ho iniziato da ciò che è più importante, seguendo il consiglio di Marina, che ha stravolto la prospettiva classica.

Incanalata nella mentalità che sia il dovere ad avere la precedenza, non mi sono mai posta il problema di cosa sarebbe accaduto invertendo i ruoli. O meglio, cambiando le etichette: “piacere” e “dovere” con “importanza”. L’importanza apre un nuovo cunicolo: importante per sentirmi bene, per guadagnare, per avere la mente serena, per sentirmi appagata, per sorridere, per provare piacere. Da dove inizio?

Inizio a leggere qualche pagina, scrivo un post per il blog, porto avanti un compito di scrittura. Poi passo al lavoro: qualche notizia, riletture, correzioni. Con calma e consapevolezza. E mi accorgo di una cosa. Quando scrivo per lavoro non passo il tempo a pensare di dover e voler finire, fino a che poi finalmente scriverò qualcosa per me stessa. L’ho fatto prima. E l’ho fatto davvero. Altrimenti diventa una rincorsa a qualcosa che non farò mai. O quasi mai. Perché i lavori remunerati avranno sempre la precedenza (come è giusto che sia) e si accumuleranno all’infinito, e ci sarà sempre un nuovo lavoro che mi fa comodo.

Ti fa comodo perché asseconda una tua paura. Quindi procrastini, ritardi, posticipi. Sai che non verrà mai quel momento tutto tuo. Perché dopo i lavori remunerati ci saranno la casa, le commissioni, due passi a piedi, lo sport, gli amici, la telefonata, le chiacchiere con tua madre.

Ciò che ho provato si chiama rilassatezza, ma anche senso di riconquista. Un passo dopo l’altro, ciascuno spontaneo e naturale, senza la sensazione di dire “dai che ho quasi finito, dai, dai che è tardi…”. Mi evito anche una buona dose di palleggi tra lavoro, social e rete, tipici della scarsa concentrazione.

Ma le sorprese, venerdì, non erano ancora finite. Esco per due passi semplici in centro, dopo pranzo. Al ritorno incontro una donna con la conchiglia del Cammino appesa allo zaino. Non è la prima volta che accade, ma questa volta è accanto a me, non sto andando al lavoro di corsa, non è troppo tardi quando vedo il simbolo. La fermo, le mostro il mio braccialetto pieno di frecce gialle e in un attimo si chiacchiera. Con uno sforzo rispolvero l’inglese, dall’ingranaggio lento perché non lo uso mai. Lei parla mischiando italiano, spagnolo e francese. Poi si assesta sull’inglese.

Mi sento a metà strada tra il Cammino e la vita reale, demarcata. Come se uno specchio mi attraversasse lungo il piano sagittale: per metà respiro quell’atmosfera, per metà sono nella città in cui vivo. Mary è partita da Monaco. Ha fatto Innsbruck, Brennero, Verona, Piacenza, Pavia, sopra a una bicicletta in cui c’è più della sua casa. Cerca Cammini non convenzionali e vive in Francia, vicino a Bayonne. La guardo con due occhi che brillano, le racconto delle mie esperienze e si inizia a parlare, proprio come sul Cammino. Si parla davvero. Si è veri. Si parla di sé stessi, di cose semplici, del vero e dell’azione, della riflessione. Niente di pesante o esistenziale. Ma ci si guarda negli occhi. L’accompagno da Gigi, per farsi aggiustare un pezzo della bicicletta e decido di aspettarla, per poi andare insieme a Santa Maria in Betlem dove troverà un alloggio.

Qui prevale il mio lato quotidiano, ossia la consapevolezza di poterla ospitare, ma di non saper gestire quella visita inattesa, nelle mie abitudini. Le offro un cappuccino e le dico il vero – ancora una volta – per fare ammenda del mio comportamento poco pellegrino. Lei è così felice: vuole farmi capire che sì, va bene anche così. Non devi dimostrare nulla, Eleonora.

Mary mi chiede se farò un altro Cammino, quest’estate. Il Brasile sembra così piccino (nonostante il mio sincero entusiasmo) di fronte alla potenza di quell’esperienza, che per un attimo esito, poi spiego, precisando di voler fare la via de La Plata l’anno prossimo. Lei, invece, mi fa sentire su un percorso. Lei, che ha vissuto sei anni in Brasile, mi suggerisce, mi racconta, mi galvanizza.

Sorrido pensando che sia il tipico regalo del Cammino (è la terza persona che incontro e conosco in poco tempo che ha vissuto in Brasile, insieme a Gabriella e a una ragazza del corso di yoga con il fidanzato brasiliano). Là, in quella terra, Mary ha fatto la bibliotecaria per il German Center… (non ricordo bene). Mi racconta di aver iniziato a scrivere un diario dall’età di 12 anni e di non aver più smesso – o quasi – e scrive, scrive sempre. Sono emozionata, penso a Gyongyi, e Pavia si trasforma in una città del Cammino, io sono qui e là allo stesso tempo.

Nessuna chiacchiera vuota – quanto le detesto! Pur apprezzando le risate e i momenti frivoli – nessuna leziosità, finta gentilezza, bellezza artificiosa. Due donne che si incontrano, si mescolano e ripartono. Un contatto su un foglietto è ciò che rimane. E da lì poi…

In libera armonia

harmonica-748243_1280Volevo scrivere di libertà. Quella che ho sentito forte pulsare sotto la pelle in questi giorni, in cui il lavoro mi incatenava alla sedia. In cui il dolore alla tibia mi impediva di correre bene, come avrei voluto.

Mi sono sentita libera, nonostante i vincoli da ufficio, i procrastinare, il rimuginare. La sentivo come l’acqua che scorre, dentro di me. Ero libera nei miei vestiti estivi, sperimentando lunghezze e colori. Ero libera nelle ore notturne, rubate per scrivere ciò che è diverso e quindi più mio.

Ero libera di cercare la solitudine e amarla, ero libera nel progettare le tratte brasiliane con paura ed errore. Ero libera nel desiderare un uomo. Ero libera di desiderare e ottenere – con un atteggiamento timido e inconsciamente provocante – sguardi carichi di altrui desiderio. Ero libera di sentirmi asociale, sportiva, insicura e determinata. Ero libera di fregarmene, ero libera di far sentire la mia voce e perdere la pazienza. Ero libera di stare e andare.

Ero libera di immaginare e leggere, con il naso che toccava quasi il libro, per esserne ancora più rapita. Libera di dire no, un sì, qualche forse. Libera di commentare e di urlare canzoni. Libera di dire “non lo so”. Libera di sdraiarmi dalla mia estetista e chiacchierare di cose vecchie e nuove, tra un piede e una mano smaltata. Libera di essere permalosa, di accettarmi, di rispecchiarmi in parole altrui. Libera di sentirmi come Murakami, di essere ambiziosa, di visualizzare il successo. Libera di vedere segni e frecce nel lavoro e nell’oroscopo di Rob. Libera di prendere un treno a mezzanotte e venticinque e tornare a piedi per il centro all’una di notte. Libera di cantare con le cuffie mentre cammino, con la gente che sorride o mi piglia per matta.

Libera di avere una gonna cortissima, libera di percepire commenti di altre donne (su cosa non saprei, e nemmeno la loro natura) e ridere perché finalmente me ne frego. Non me ne importa proprio. Libera di sventolare le mie opinioni e di non parlare, di essere fredda, di sentire confidenze. Libera di chiedere aiuto. Libera di volere un bacio e non averlo. Libera di invidiare. Ah, quanta invidia di chi fa. Di chi scrive. Di chi ha un lavoro unico e creativo, artistico. Libera di avere paura, e di superarla o di tenerla stretta. Di andare a letto tardi, di mangiare al giapponese e all’indiano, di far uscire una me che non mi aspetto. Come se mi sentissi parlare da fuori. Libera di aspettare un’amica e di sceglierla. Libera mentre gli altri mi mangiano il tempo, libera mentre quel tempo lo ricreo.

Non è della libertà in realtà che vorrei parlare, ma di quel legame, quell’anello che manca e collega i miei due “io” (a volte in pace a volte in guerra) per farne un’unica persona, in libera armonia.

Tiziano Ferro

11705952_10153567263045209_1466884492_oNon piango più come una volta. Non sfrutto quella valvola di sfogo. Non mi sentivo debole, ma capace di buttare fuori ogni cosa. Certo, significava anche essere inetta nell’affrontare minuzie, sensazioni, rimproveri, insoddisfazioni. Ingombravano la mia mente e uscivano sotto forma di lacrime. E il senso di colpa innescato dalla consapevolezza di avere tutto e non sentirsi a posto acuiva un disagio, un vuoto. Però piangevo. Almeno piangevo.

Ora qualcosa si è rattrappito e cristallizzato all’altezza dello sterno, mi disse una cartomante a una festa di paese. Non una di quelle feste con le zanzare e la pelle appiccicosa, né con le giostre e lo zucchero a velo o le frittelle. Era invece dolciastra e affettuosa, sottile e delicata. La cartomante mi parlò di amore, ovviamente, e di quel sentimento che sta lì e non permette di scegliere, di dare vita a qualcosa. Preferisco rinunciare. Perché? Banale sarebbe dire che non voglio soffrire.
C’è qualcosa di più. Qualcosa che non voglio perdere e qualcosa che non voglio acquistare. Qualcosa che mi fa chiudere per difendermi. Qualcosa che mi fa dire: rinuncio, pur di lasciarmi aperto un orizzonte ampio e solo mio. Mi viene in mente Piazza Unità d’Italia a Trieste. Quell’apertura della terra verso il mare, quel tutto che si distende ed estende. Ed è così che vorrei sentirmi.
Ma paradossalmente ottengo l’esatto opposto. La mia libertà a volte mi rinchiude e mi blocca. La mia libertà non mi fa piangere. Mi ha reso dura, forte, decisa. Tante belle conquiste… e poi?

Stanotte ho assaporato parole forti, che un tempo erano pugni allo stomaco. Mi ci ritrovo tutt’ora, le pronuncio urlando in uno stadio come se fossero fisiche, come se le masticassi o le leccassi. Ma non piango, non mi commuovo. Ripercorro il passato, e spunto nella mente tutte quelle situazioni cantate e che io ho superato. Mi sento arida, fredda. Vuota. Non ho nessuno a cui dedicare desideri nascosti, né da mandare a fanculo o da dimenticare. Non desidero alcun ritorno. Tutto è nello scatolone della mia vita precedente. Non ho più la sensazione di aver perso una parte di me, perché questa si è rigenerata come la coda di una lucertola. Canto e penso a tutte quelle vittorie, e alla mia fuga da qualsiasi sentimento.

Ed eccola lì, la verità. Inutile fingere. Io non sono pronta. Non sono pronta ad abbandonare ciò che sono, la mia roccaforte di sicurezza, determinazione, risate, progetti che riguardano solo me. Una roccaforte di curiosità, passione, disciplina. La voglia di imparare, di migliorarmi su tutto, di diventare. Una me che non vuole o non sa lasciare spazi vuoti.

A capo, riga, spazio bianco.

Per dare ritmo, per respirare.

Solo camminando o correndo la mia mente trova il suo spazio bianco. E l’ho capito soprattutto in queste due settimane senza sforzi, per via di una banalissima tendinite. Non tanto per la fatica del riposo, quanto per una frase emblematica detta da un’amica: “Se non sei iperattiva nel corpo, è iperattiva la mente; e viceversa”.

Non sono pronta perché devo sciogliere ciò che si è cementato dentro, ciò che si muove e borbotta con movimenti circolari. Non riesco ad accettare un sentimento perché sento di aver bisogno di dimostrare qualcosa. Perché non voglio accontentarmi, ma non è solo questo. Voglio dimostrare a chi e cosa? Con i miei viaggi, con le mie azioni forti, con la mia sincerità a volte sboccata cosa voglio dire? Che anche se sono timida non sono una “femminuccia”? Si tratta di una sensazione di confusione tra il maschile e il femminile che sono in me? Una ribellione disordinata e spastica ad alcuni stereotipi di genere nei quali non mi trovo? O perché la mia introversione o timidezza mi fanno apparire stupida? Respiro con fastidio una tendenza alle etichette, per cui non importa più se mi va di fare una cosa, perché tanto ci sarà sempre qualcuno che mi dirà che è di moda e sono conformista in ciò che scelgo. O ci sarà qualcuno che invece mi farà sentire un’aliena per alcune banalità, o perché accetto con fatica di possedere in me alcune caratteristiche femminili.

Uno, due, tre se conto Londra, quattro con il Cammino e cinque il Brasile che ancora deve venire. Cinque. Per sentirmi forte. Perché amo viaggiare. Perché la bellezza si auto alimenta e più lo faccio e più lo voglio fare. Perché da sola scopri particolari, vivi esperienza più forti e ogni elemento non è più vacanza, ma viaggio. La soddisfazione di organizzare, di averlo creato tu. Non è tanto ciò che visiti, ma come ti muovi a fare la differenza. E i momenti di felicità sono impensabili: un giorno di diluvio in Cambogia, un aereo interno viaggiando leggera tra Hanoi e Saigon e la guida che prende vita sotto la tua matita; quegli aneddoti che continuerai a ripetere per non dimenticarli mai. Ma c’è anche quella spinta là sotto. Lo sai che c’è. Dimostrare a te stessa di essere forte. Dimostrarlo agli altri. Al sesso maschile soprattutto. Forse a quel padre che vuoi stupire sempre, che vuoi non deludere, al quale vuoi dire che non c’è solo la tua timidezza, e che quella timidezza non è così una brutta roba. Sa essere bella, la stai accettando, ma non riesci a farlo del tutto fino a che non senti che quel legame con l’uomo per eccellenza si è ricomposto. Fiducia, accettazione, orgoglio. Semplicemente amore nelle nostre incolmabili diversità. Diversità di opinione, religione, politica, pensiero, ma stessi geni quando si tratta di quelle caratteristiche di personalità che fanno sorridere.

E poi ne hai ancora da scavare per scioglierti. Ci sono le blatte da affrontare: gli aspetti oscuri di te, quelli che ti fanno schifo, ma che ci sono. Quella cattiveria che sta lì, quell’egocentrismo che non ti fa vedere l’altro, quell’invidia che va analizzata e sminuzzata. Ho letto un libro sull’introversione: “Quiet” di Susan Cain. Mi ha aperto il mondo del mio narcisismo (mi piaccio e mi amo tantissimo eppure la maggior parte delle volte non mi accetto). E mi ha permesso – tra i mille spunti – di indagare i miei moti di invidia e quindi la mia ambizione, del tutto svincolata dal classico desiderio di diventare quadro in azienda, ma molto più vicino all’idea di fare un lavoro unico, creativo, cerebrale. Ma le schifezze sono ancora più profonde. Mi troveranno, si presenteranno. E le accetterò queste blatte.

Qualche notte fa ho sognato uno sconosciuto nel gesto di presentarsi e subito dopo un uomo che mi soffoca e si lamenta dei miei atteggiamenti ondeggianti, liberi e prepotenti. Ecco. La summa delle mie relazioni: amo il corteggiamento, la lusinga, il riempire alcuni vuoti, la parola piena di contenuto, ma è indispensabile che tutto ciò non ecceda la misura per non vedermi fuggire nella mia amata solitudine. E – forse – sto anche accettando di conoscere ciò che di me è sepolto.

Devi anche fare sì che nessuno si possa sentire in diritto di dirti che devi essere più o meno qualcosa. Non parlo di non accettare critiche costruttive. Sono convinta che serva circondarsi di Maestri.
Parlo invece di quella tendenza che hanno con te alcune persone. Dirti che prendi un gelato troppo calorico (quando hai appena fatto 30 km a piedi), dirti che dovresti parlare in pubblico, guidare l’auto, trovarti un uomo, essere più magra, più femminile, meno spacca coglioni, più socievole, lavorare di più, essere meno chiusa, più – meno – più – meno – più – meno – più – meno e sei sfinita. Perché non vai mai bene. Sei tu la più critica con te stessa e questo rende critici gli altri verso di te. Forse sei tu che – senza saperlo – dai questa autorizzazione? Tu permetti che ti dicano di mangiare di più o di meno, di ballare di più o di meno? Da dove inizia tutto ciò? Da dentro o da fuori? Dove sta la tua debolezza e perché ti ammazzi per colmarla? Quei viaggi per dimostrare che sei forte sono dentro di te. Vuoi urlarlo che sai stare sola, che sei capace di fare “tutto”. E sai bene che non è vero. E sai bene che nessuno ti vorrà meno bene per questo. O ti stimerà e ammirerà di meno.

Alla fine del concerto hai capito che quel nodo, quel grumo sta ancora lì. Ora lo sai. Sai che sei felice fuori e che lo sei dentro, ma solo per tre quarti. “Dopo un lungo inverno accettammo l’amore…”.
Non sono ancora pronta, ma amerò di nuovo, senza vergogna e senza paura. E sarà come quell’abbraccio che mi ha fatto piangere e sciogliere. Quello del fidanzato di un’amica, quello del perdono per uno schiaffo, quello che ha riportato la pace in tempo di lutto. Un abbraccio potente dal quale sono sgorgate lacrime liberatorie. Quel concetto di libertà cambierà, ti cambierà e non sarai mai più schiava di te stessa.

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C’è chi ha detto tutto ciò meglio di me:

Scivoli di nuovo
Conti ferito le cose che non sono andate come volevi
temendo sempre e solo di apparire peggiore
di ciò che sai realmente di essere.
Conti precisi per ricordare quanti sguardi hai evitato
e quante le parole che non hai pronunciato
per non rischiare di deludere.
La casa, l’intera giornata,
il viaggio che hai fatto per sentirti più sicuro
più vicino a te stesso,
ma non basta, non basta mai.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

Torni a sentire
gli spigoli di quel coraggio mancato
che rendono in un attimo
il tuo sguardo più basso
e i tuoi pensieri invisibili
torni a contare i giorni
che sapevi non ti sanno aspettare
hai chiuso troppe porte
per poterle riaprire
devi abbracciare
ciò che non hai più
La casa, i vestiti, la festa
ed il tuo sorriso trattenuto e dopo esploso
per volerti meno male,
ma non basta, non basta mai

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

E non vuoi nessun errore
però vuoi vivere
perché chi non vive lascia
il segno del più grande errore.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.
Che chiudo un po’.
Che chiudi…

E ancora …

L’Olimpiade
Casco e non mi arrendo
Riderai vincendo
E saprai che ciò che hai lo devi a te!

La fine
Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo,
Guardo il mio volto allo specchio
ma non saprei disegnarlo
Come ti parlo, parlo da sempre della mia stessa vita,
Non posso rifarlo e raccontarlo è una gran fatica.

Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per reiniziare, per stravolgere tutti i miei piani,
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole.

Non mi sembra vero e non lo è mai sembrato
Facile, dolce perchè amaro come il passato
Tutto questo mi ha cambiato
E mi son fatto rubare forse gli anni migliori
Dalle mie paranoie e dai mille errori
Sono strano lo ammetto, e conto più di un difetto
Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto:
‘Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta’.

Quante ne vorrei fare ma poi rimango fermo,
Guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno,
Non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre,
Se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente.

Il sole esiste per tutti
E trasceso il concetto di un errore
Ciò che universalmente tutti quanti a questo mondo
Chiamiamo amore

Blunotte  – Carmen Consoli
Forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei sforzi inutili
forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei gesti ridicoli
come se non bastasse
l’aver rinunciato a me stessa
come se non bastasse tutta la forza
del mio amore
e non ho fatto altro
che sentirmi sbagliata
ed ho cambiato tutto di me
perché non ero abbastanza
ed ho capito soltanto adesso
che avevi paura
forse non riuscirò
a darti il meglio
ma ho fatto i miei conti e ho scoperto
che non possiedo di più

Cara Mariangela

bob-dylan-63158_1280Cara Mariangela,

è da tanto che non ti scrivo e ultimamente ho saltato anche qualche sabato. Tu resti sempre nei miei pensieri e il bene che ti voglio è immenso. Mi hai aiutato tanto da quando mi sono trasferita a Pavia e ti ho conosciuta. Credo di poter dire che sei la mia migliore amica in questa città (insieme a Silvia, te la presenterò). Mi hai capita, ascoltata e hai saputo trasmettermi la tua passione, il tuo amore per la vita, la tua saggezza. Ricordo i momenti in cui entravo in Istituto un po’ triste o ansiosa o piena di dubbi e paure. Bastava stare con te, chiacchierare e ridere per uscire da lì rinata. Ogni cosa diventa più chiara e nitida se ne parlo con te. Hai un potere e una capacità enorme: quella di capire le persone. E noi ci capiamo perché siamo così simili, vero? Abbiamo le stesse passioni e la stessa visione della vita. Non sappiamo accontentarci e siamo testarde nel raggiungere i nostri obiettivi. Mi piace quando mi parli della tua giovinezza, del tuo ballare… ti si illuminano gli occhi stupendi che hai. Anche nei momenti in cui la tua mente si adombra di ricordi tristi, non perdi quella forza e quella vitalità incredibili. I tuoi ricordi di vita mi mostrano un percorso e mi fanno avere fede: fede nella vita, nelle sue bellezze e nei suoi colpi bassi, nei suoi regali e nelle sconfitte. Mi fai aprire gli occhi sul percorso, mi riporti al mio cammino.

Vorrei tanto parlare ore con te, mi è piaciuto avere consigli sugli uomini e  capire insieme a te che quelli poco decisi non vanno bene. A volte mi sento così maschile, forte e indipendente che penso di non riuscire a trovare un uomo che sappia come prendermi. E ho paura della mia fragilità. Della me delicata, leggera e schiva. Sul lavoro, il mio sogno preme forte: vorrei scrivere di narrativa. Il giornalismo è solo una parte di ciò che amo fare, e il mio lavoro attuale comprende anche molti compromessi. Penso di avere esaurito la pazienza e che i compromessi ora siano troppi. A volte mi sento entusiasta e combattiva, come se potessi davvero fare tutto; altre volte mi scontro con la realtà, con la paura e con il fatto che – in fondo – non sono capace di mettermi lì e pensare a un racconto. Scrivo solo pensieri miei, spesso brevi, sulla mia vita. Ma ci sto provando, con ogni mezzo, a sbocciare, a diventare ciò che sono, a rendere grazie al dono favoloso della vita, a non sprecarlo: non nel senso di fare di tutto e provare tutto, ma nel senso di capire ciò che è davvero importante per la nostra realizzazione e per lasciare questo mondo con serenità, quando sarà il momento.

Grazie per tutto ciò che mi insegni, perché sono sempre più ricca, luminosa e bella quando ti vedo. E più felice.

Ti voglio bene

 

*tutte le altre lettere a senso unico sono personali, ma ho voluto condividere questa, per ringraziarla davvero e di cuore.