Prima o poi

bird-806215_1280Prima o poi. L’ho detto tante volte e lo penso così spesso.

Quel prima o poi per il lavoro, l’amore, la casa… Un “prima o poi” che si trascina: meno pazienza possiedo più  alla sottoscritta non accade alcunché che sia all’improvviso. È un costruire con lentezza, dando vita a ossessioni, attese, illusioni. Un costruire che si porta appresso una valanga di sentimenti negativi e scorie di produzione. Un lentissimo e sofferto raggiungimento dell’apice, che però non arriva.

E allora ripenso e interiorizzo il Cammino, quella sensazione di percorso; ascolto Mariangela; penso a chi a 40-50 anni e oltre si rimette in gioco o ancora cammina senza aver raggiunto la meta (una delle tante che l’uomo si pone), la smetto di fare i capricci e guardo a ciò che ottengo da ciò che subisco come necessario e inevitabile.

I progetti sono l’essenza. Ne ho? Qualcuno. Lo puntello lì, sulla bacheca in sughero, con una puntina colorata… facciamo rossa, sì. Sono progetti imprecisi e imperfetti, dai contorni sfumati. Niente binari, treni, rotaie. Ma ultimamente sempre lei – la mia cara estetista – mi ha aiutato a mettere ordine.

Prima o poi. Idee più che progetti sull’uscio di casa. E intanto vai avanti, no? Come viene, come puoi. Senza pensarci troppo. Ti fai scivolare addosso qualcosa, l’inaspettato e l’improvviso non sempre sai coglierli.

Prima o poi. Lo ringrazi e lo coccoli. Perché non sempre è un rimandare, non sempre è un essere felici “solo quando”, non sempre corrisponde alla non-azione. Sembra – ma solo a prima vista e furbescamente – l’antagonista brutto, sporco e cattivo del “carpe diem”, del vivere e cogliere le opportunità del presente.

Il “prima o poi” ha per me il sapore del procedere. Lo metti lì: che sia un desiderio, una necessità, una voglia. Sai che c’è, sai che alcune scelte seguiranno quella scia. E allora sì che puoi cogliere le occasioni in funzione di un progetto, di una realizzazione o anche solo di un piccolo impegno. Vivendo il presente, ma con nel cuore quel “prima o poi” che rende vera ogni conquista. Lo sforzo, la tensione per tutto ciò che non si costruisce in un giorno.

Il “prima o poi” è ancora più bello quando assapori un tempo, un luogo, uno spazio e puoi dire “quasi ci siamo”; è definitivamente poetico quando resta indietro e lo vedi di spalle, con un sorriso da “te l’avevo detto”, mentre ti indica il desiderio che hai spuntato e messo in tasca. “Il prima o poi” può esigere anche lentezza, calma, ma sai che è lì. Basta non correre e non rovinarlo.

Il “prima o poi” ci fa le moine, ci ammalia e con quelle lusinghe ci tiene in piedi, prendendoci anche un po’ in giro, a volte. È amico della vecchiaia e del tempo che passa, ma almeno muore solo con la morte. Lo sfruttiamo, lo sciupiamo e lo usiamo a sproposito e lui lo sa quando fingiamo. Il “prima o poi” mi dà speranza, perché ne ha da vendere. A volte nel sacco dei suoi regali trovi anche le illusioni, ma tutto fa brodo, dicono. Il “prima o poi” deve sposarsi con l’azione dell’oggi, dell’ora, del qui, del presente. Ma a volte la tradisce con il domani.

I miei “prima o poi” nascono, crescono e maturano al sole dell’entusiasmo. Uso quelli veri, senza sprecarli per ciò che non sarà o potrà non essere. Quando ne affiora uno me lo studio per bene e lo educo con convinzione. Il cimitero dei “prima o poi” ne raccoglie comunque molti, altri sono esangui e affaticati, ma ne vedo sempre qualcun altro fresco e nuovo piroettare nei boschi.

 

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Movimenti

dogs-679900_1280Si agitò leggera, scrollandosi un po’ di fanghiglia secca rimasta attaccata tra una corsa e l’altra. Sospirò guardandosi intorno e si sporse in modo da scorgere un calendario. Stava lassù, appeso al muro, ma non vedeva bene da quella angolazione. Diede un colpetto a sua sorella, che sonnecchiava: «ehi, tu… vedi mica da quanto siamo qui ferme?».

Sua sorella socchiuse gli occhi per un istante, seccata. Con un colpo secco spostò i lacci in modo da osservare meglio le date.

«Dunque… oggi è il 28, vero?», chiese con la voce impastata e proseguì: «Direi che si tratta di una settimana e mezza. Giorno più, giorno meno». E ritornò nel suo dormiveglia.

L’altra non riuscì a rassegnarsi. Ma cosa poteva fare da sola? Iniziò a osservare il disordine di magliette sporche, polvere, qualche calzino abbandonato. Gli abiti, anche se puliti, avevano in dote qualche piegolina, una stropicciatura.

A distrarla da quell’opera di catalogazione puntigliosa fu un rumore, proveniente dal suo lato destro. Sua sorella non si accorse di nulla, ma lei ne fu incuriosita. Un bussare incessante nel quale le sembrò quasi di riconoscere un ritmo. Ma che diamine, quale vicina avrebbe mai potuto compiere un simile gesto?
Non fece in tempo a pensarlo che proprio quella vicina, stufa anch’essa dell’indolenza della compagna, le rivolse la parola.

«Ehi, anche tu ferma?» sussurrò, ridacchiando.
«sembra proprio di sì. Lo siamo tutti, qui…».
«Di cosa ti occupi?»
«Noi corriamo, ma siamo ferme da una settimana e mezza. E tu? Anzi, voi?»
«Uh sì, lei è la mia compagna. Scusa, che sciocca, non ho fatto i dovuti onori… noi balliamo. Non si nota?».

La runner sorrise, quasi in imbarazzo per l’eleganza della nuova amica.

«Questa fanghiglia è fastidiosa. Cosa ci vuole a toglierla? O meglio ancora sarebbe correre altrove. Ma lei no, non vuole. Il panorama non è lo stesso, dice…»
«noi siamo nuove, ma ferme», sospirò la ballerina, «a volte mi chiedo se ci sia qualcosa di sbagliato in noi. Magari siamo troppo piccole o.. troppo alte?».

La runner la rassicurò e le due ben presto si ritrovarono a ridere con vigore, senza preoccuparsi delle rispettive compagne dormienti e impigrite da quella pausa forzata.

In un attimo fu già ora di cena, la porta si spalancò portando con sé movimenti veloci, passi frettolosi. Sara posò la borsa, si spogliò e si infilò in doccia. Solo dopo quel momento di relax riuscì ad addolcirsi, indugiando davanti allo specchio con occhio critico. Era tardi, vide la stanchezza sotto gli occhi e una caviglia gonfia che non accennava a guarire. Nulla di grave, si disse, ma quella pausa non le faceva certo piacere. Insoddisfatta guardò anche lei il calendario senza troppa attenzione. Poi spostò gli occhi dalla parte opposta e vide una delle due scarpe da ballo quasi riversa sopra quella da running.

Si avvicinò per rimettere ordine, sussurrando: «Ragazze, dovrete stare a riposo ancora per un po’, fate le brave…». Richiuse la porta pensando alla pazienza, all’attesa e a ciò che non capita mai per caso.

Bella, come non sono mai stata

brown-209106_1280Cos’è tutto quell’astio, quella blatta sulla cappa in cucina, quella pippa mentale che ti trasforma in una stronza con la tua migliore amica, cosa non tiri fuori? Sì, sono arrabbiata, anzi no, sono un moto tumultuoso e impetuoso di incazzatura, di nervi, di voglia di sbroccare. La percepisco come una rabbia iperattiva, utile, impaziente. Sono talmente felice per banalità, endorfine, progetti e conquiste che quasi di questa rabbia sembro non accorgermi. E invece eccola, ed è la mia estetista a chiedere conto della mia acidità. Lei. Le dico che voglio… essere io, che spinge e preme questo io, questo ego maledetto. Le dico che a volte preme così forte da farmi sentire imprigionata e impaziente. Ho una mezza ossessione per la scrittura che non si sfoga, come un orgasmo bloccato. Non è l’ossessione sterile del giornalismo che avevo anni fa, che quando ho iniziato davvero a scrivere mi ha lasciato quel vuoto tipico di un obbiettivo troppo desiderato, troppo atteso e insignificante nei risultati. No. È come un misto di paura, di pigrizia, di assenza di idee. Come quando non so cosa dire. E fatico e quella fatica mi lascia come se mi tappassero la bocca, mi togliessero l’uso della parola. E la fatica inibente mi innervosisce. Non è la fatica del muscolo, della corsa, della camminata. Non è la fatica buona. Sembra più un processo di rimescolamento di una massa troppo densa, così che quel cucchiaio resta intrappolato e invischiato. Come un elenco, come questo elenco pieno di frasi che iniziano per “E” e di paragoni che iniziano con il “come” e di parole ripetute. Ho anche quella voglia di prendermi la seconda laurea, in psicologia? Sì, probabile.Il libro sull’introversione che sto leggendo mi fa venire voglia di alzarmi in piedi sul treno e declamarlo, da quanto è vero. Ho la voglia di robetta che sappia di cultura umanistica. Ho la repulsione per la scienza nuda e cruda, non per il ragionamento e nemmeno per il metodo. Voglio rinascere, voglio avere una seconda – o anche terza – adolescenza, intesa come costruzione di me, della personalità, delle inclinazioni. Non posso rimpiangere a vita la mia vecchia strada, ma voglio urlare a tutti chi sono, chi scopro di essere, cosa amo, cosa non apprezzo, qual è il mio stile. Sperimento, ma mi conosco, e l’impazienza buona mi danza davanti. Vorrei dirlo ai miei familiari, chi sono. Come se fossi incinta di me stessa. Lei, l’estetista è lì, e dopo tutto questo vomitare, risistemandomi il viso e il corpo, mi chiede cosa non dico, cosa non tiro fuori, se sia qualcosa che riguarda ciò che accade in quello stanzino. O non accade. Riemerge di nuovo il nervoso, l’impotenza, la parlantina che si spezza. Ecco cosa non dico! Perché, non basta? Cosa non va in queste affermazioni pratiche e concrete? Dovrei scendere, scavare ancora, ma non posso o non riesco. Non vado oltre. Non raggiungo la profondità in cui si nascondono le blatte, non arrivo dentro di me così tanto. E non c’è nulla che non vada in quello stanzino, nulla. Anzi, forse proprio questo chiedere mi infastidisce. Mi piace quello stanzino, quella chaise longue colorata. Forse vorrei un aiuto in più: concreto, pratico, profondo. Per rimettermi in forma, bella come non sono mai stata.

Una storia di corna e leggerezza

typewriter-111407_1280La prossima volta glielo dico. Sì, ci ho pensato. Quella sua interpretazione proprio non mi va giù e forse gli dico anche che tutta questa autoreferenzialità mi indispone. Ok, ha ragione. Ho smesso di leggere un libro a settimana, narrativa per essere precisi. Ho smesso di concentrarmi, divago, progetto, fantastico. La musica di Spotify mi conduce in quei vicoli di coincidenze inventate pensando che siano quasi già vere. Sono stanca e voglio pensieri miei, parole mie, elaborazioni della mia mente. Voglio qualcosa che si muova. I libri sono statici e impongono immobilità al mio corpo. Ok, avrò anche piantato un libro complicatissimo a pagina 100 e qualcosa. Io non lo faccio, d’abitudine. Mi torturo, ma non abbandono. Non lascio ciò che inizio. Sono sicura? Non lascio ciò che mi piace, forse… Infinite Jest mi piaceva, L’arcobaleno della gravità al momento mi lascia un sottile disgusto. Cammino e la rabbia cresce. No, non è rabbia. Impotenza, sensazione di non essermi spiegata a dovere. Al posto di quel libro ora nella mia borsa c’è un manuale di scrittura. Racconto. Conflitto, voce, intreccio, trama… quella roba lì. Alla quale io tengo. Sprovvista di maestri, di direzioni, di frecce gialle, che altro potrei fare? Agire. Mi sembra il minimo. E lo faccio seguendo un’onda dettata da conoscenze che mi mostrano contatti che mi citano personaggi e libri di scrittura. Non posso sapere, almeno non con certezza, se possiedo o no quel granello di sabbia dal quale hanno ricostruito Fantàsia, sì, quelli là, quelli della Storia Infinita – Sebastian, Atreiu e il Fortuna Drago – ma posso esercitare. Cosa? O il nulla o quel granello. Quindi non significa che io desideri solo giocare, semplificare nel senso meno faticoso del termine. Mettere ordine, sì, certo. Non voglio solo le istruzioni, per alleggerire la mente da tomi difficili. Non è così che la vedo tutta questa storia di corna: ho tradito la narrativa e quel romanzo ostico con un manuale. Non l’ho fatto per avere una storia leggera e senza impegno o perché mi sto arrendendo alle difficoltà dell’introspezione. Mi sto impegnando. Voglio solo sapere come si fa e provarci seguendo quelle regole. Il romanzo è lì, i miei romanzi sono in attesa sulla mensola per quando arriverà il tempo maturo, mentre la mia voce o il mio corpo – quello vero – non possono più aspettare. Sì, glielo dico, forse con un tono duro. Un sasso incrocia la mia scarpa e schizza lontano. Alzo gli occhi prima di sbattere contro un passante, rallento e ripeto ogni parola nella mia testa. Eppure qualcosa mi sfugge… l’attesa, l’impazienza, l’inconsapevolezza.

Per ogni cosa che arriva

man-569099_1280In piazza aspetta guardandosi intorno,
una donna grigia, curata,
anche se sgraziata.
Accanto a una Chiesa lei si attende una moneta
dicendo buonasera tra fumetti di gelo.

La vedo scrutare il corridoio,
una valigia in attesa di un abbraccio,
mentre lui parcheggia all’aeroporto.
Lei si imbroncia per il ritardo:
“non ci vediamo da mesi”, pensa,
mentre lui saluta l’altra
a qualche chilometro di distanza.

Fissa l’orologio impaziente, si sente a disagio,
davanti a un cinema spento del centro.
Non arriverà nessuno, ma finge di attendere,
fumando prepotente.

Lavora senza sosta, senza respirare e senza fermarsi:
l’unica scelta per chi già chiede un sabato, per favore.
Si è infatuata, invaghita
senza conoscere e sapere,
ma solo con lo sguardo prova un sottile piacere

Aspetta la madre, il padre, aspetta il bambino,
aspetta l’amica che ancora non hai conosciuto,
la strada che ancora non hai camminato.
Aspetta quel luogo che non hai mai visto.
Aspetta un lavoro nuovo o una rinnovata promessa,
e chissà quante stanze e sussurri.
Quanti sospiri e quanti tradimenti.
E per ogni cosa che arriva, ce ne sarà sempre un’altra che aspetta.

Io sono i tuoi occhi

10321199_10152516252745209_9028383616689016997_oAvevo appena suonato il campanello posizionato accanto a un portone solido e massiccio, di quelli di una volta, ma ancora lustro e dal fascino dei portoni pesanti. Non era grande, come la maggior parte delle strutture di Corso Garibaldi, ma si adeguava agli edifici storici del quartiere e per questo diventava imponente. Essendo tutto piccolo, o meglio compresso, porte e stanze sembravano immense, anche quando non lo erano. Nina mi stava aspettando per il solito tè del sabato pomeriggio e due chiacchiere con l’amica – la sottoscritta – conosciuta un anno fa, a pochi mesi dal mio trasferimento a Pavia. La Nina e io, come direbbero qui, con quell’articolo buffo e affettuoso che precede sempre ogni nome proprio, da un po’ di tempo stavamo in casa anche nelle giornate di sole, sebbene nel Corso e lungo Strada Nuova si riversasse la folla festante di pavesi, turisti, per lo più forestieri giunti qui per studiare. Quando si è soliti camminare nel fine settimana per il centro o lungo il Ticino, nel punto adorabile in cui si interseca con il Ponte Coperto, ai più sembra che Pavia sia la città della giovinezza, con tutti quegli studenti, il perpetuo sorridere e le maschere di trucco delle ragazzine. Il tramonto lascia una sorta di scia, quasi fosse la bava della lumaca, e te la senti appiccicata addosso ovunque. Pare una promessa del domani, che vedi comparire tra la corrente del fiume e le curve del ponte. I ragazzi si siedono sul parapetto con fare arrogante, chiassoso. Le fanciulle dal rossetto eccentrico, acquistato poco lontano a prezzo ridicolo, cercano di sembrare naturali e vissute, quando invece tremano di ansia e di quell’adrenalina adolescenziale che rende tutto emozionante. La Nina, ahimè, aveva invece appena compiuto 88 anni e di camminare non se lo poteva proprio più permettere, a causa di quella rovinosa caduta mentre attraversava l’acciottolato, dopo una visita fugace alla Chiesa di San Teodoro. Lo faceva da quasi trent’anni: una preghiera tra quelle navate era d’obbligo, almeno un paio di volte al mese. E non pensiate che io vada da Nina per solitudine o pietà: lei e io siamo così in sintonia che per quanto ci siano ben 56 anni di differenza, la considero un’amica preziosa.
È iniziato tutto per caso, durante uno dei miei “passeggi” alla scoperta di quella città che mi avrebbe con delicatezza – come una carezza sinuosa, ma senza alcuna volgarità – ammaliato tanto da tesserne le lodi ovunque. Un anno fa, dicevamo, Nina era in grado di mettere ancora il naso fuori casa, e in una di queste incursioni in un negozietto classico di frutta e verdura del Corso, di quelli semplici, abbiamo iniziato a chiacchierare senza nemmeno rendercene conto. Dapprima si trattava dei soliti convenevoli del sabato mattina, poi dall’abitudine – cosa strana se ci si pensa – si è passati alla curiosità e all’affetto. E chi meglio di lei poteva regalarmi qualche momento intimo di una città a me sconosciuta? Non avrebbero potuto farlo tutti gli amici forestieri e lavoratori di cui mi ero attorniata in breve tempo, nemmeno se fossero stati a Pavia da cinque o sette anni. Solo la Nina poteva parlarmi della vita da mondina, dei balli tra un lavoro e l’altro, della Necchi, la ditta più famosa della città, delle passeggiate con il marito lungo le vie del centro dopo il cinema, del Fraschini e della sua perenne eleganza. La chiamavano “la donna con il tailleur” e ne aveva sempre uno adatto all’occasione. Grazie a lei rivivevo le magie di una Pavia d’altri tempi. Io, invece, ero le sue gambe e i suoi occhi per vedere quella città moderna che ormai le era preclusa. Le raccontavo delle mie camminate riflessive lungo il Ticino, per tutto il parco fino alla casa sul fiume che una volta – mi diceva lei – era bellissima: c’erano le sdraio e gli ombrelloni e il baretto dove la gente chic beveva gazzosa. Consumavo strade e stradine a piedi per scoprire la città in ogni anfratto e lo facevo spronata da Nina: il mio primo gioiello è stato la Chiesa di San Michele, mentre la colazione in piazza Azzani aveva trasformato una mia domenica mattina da solitaria a ricca di vita e piacere. In quella Chiesa, raccontavo a una Nina incredula, ho trascorso il mio primo Natale pavese: “e non solo per la Messa. Ho proprio passato il 25
dicembre qui, nella cripta, con i poveri, le persone sole e i migranti”. “Cosa? Nella cripta? Hai pranzato in Chiesa, uh Signur”! Ma si vedeva che era felice di sentirmi parlare della sua città con tanto affetto. Le raccontavo anche di qualche sparuto pellegrino, che salutavo sempre con ospitalità. Se ne incontravano di tanto in tanto sulla parte di Via Francigena che attraversa Pavia: in molti hanno lasciato che si depositasse silenziosa tra le bellezze da dimenticare. Per il giorno del suo compleanno avevo deciso di farle una sorpresa. Volevo assecondare il suo desiderio più grande: rivivere la festa del Ticino come un tempo, in tutto il suo splendore. Per quel giorno avevo scelto per Nina l’abito più bello, chiamato una parrucchiera che sapeva cosa fare, contattato suo figlio affinché partecipasse. Per quel giorno volevo portarla anche alla Chiesa di Santa Maria in Betlem, in Borgo Ticino, dove Nina aveva vissuto momenti della sua giovinezza. Ricordo ancora quel sorriso nostalgico e doloroso, quella sensazione di saggezza e memoria storica mista alla consapevolezza della fine di qualcosa, che ancora non sapeva afferrare bene. Tutto le era familiare e al tempo stesso sconosciuto. Le sue due ruote procedevano lente, con la pazienza di chi non ha alcuna fretta né vuole scansarsi di fronte alla folla e io la guidavo parlandole sottovoce all’orecchio ancora buono. Le bancarelle sul ponte erano l’ultima tappa, poi si tornava a casa. Non mi aveva ringraziato in quel momento, per orgoglio, ma lo ha fatto a ogni appuntamento successivo. E anche quel giorno, davanti a quel campanello di un portone troppo massiccio, sapevo che Nina mi avrebbe raccontato altri segreti di Pavia e della sua gioventù, e io a margine le avrei detto che la sua città, portandomi sole (e non solo umidità e zanzare), luci, cultura e amici, mi aveva proprio salvato la vita.

Per il concorso: “Pavia, viverla per raccontarla”

In stazione

Frivola, occhi scavati e un sigaro in mano: non sapeva come si fumasse, ma era sicura di voler incuriosire e conquistare quell’uomo, schivo e con il cappello, seduto all’angolo della sala d’aspetto. Ne conosceva ogni più piccolo particolare. Ogni giorno con una puntualità ossessiva, arrivava lì, davanti alla sua postazione, prendeva due biglietti per una stazione a trenta chilometri di distanza e si sedeva ad aspettare, facendo passare anche due, tre convogli, prima di decidersi a partire. Anche lui la osservava, giorno dopo giorno. La vedeva ridere con le amiche che passavano per caso, le leggeva attraverso il labiale cosa avrebbe fatto la sera stessa e nel fine settimana. Si scopriva geloso per un barista lascivo o per una corte spietata da qualche avventore di bettole serali. Quando telefonava alla zia, nei momenti di quiete e di pausa, scopriva una donna tenera e determinata. Lei senza dubbi ed esitazioni aveva infatti deciso di prendersi cura di un cucciolo abbandonato, lo aveva raccolto mentre ancora guaiva a causa di una ferita all’occhio destro, ma con sicurezza e quel piglio di egoismo tipico di una ragazza di ventitré anni, ne aveva delegato la cura alla parente più prossima. Alcune volte commetteva qualche piccolo peccato di vanità, acquistando il rossetto all’ultima moda, e utilizzando il suo stipendio per quella borsetta vista in vetrina. Si era invaghita di un barman, di un pianista, di un pescatore, di un medico, di un operario e di un pugile: non in questo ordine preciso, ma di ciascuno di loro ne conosceva l’odore, sapeva cosa desideravano, ne assaporava ogni giorno le destinazioni, aveva sfiorato mani e sussurrato dei sottili “grazie”. Alcune volte, in modo impudico, consegnava il resto insieme a un bigliettino con il suo numero, ma nessuno aveva mai osato chiamarla. D’inverno si copriva con sciarpe e scialli pesanti, lasciando trasparire occhi profondi e vitali, con un velo di abbronzatura estiva ancora appoggiata sulle guance e sulla fronte. D’estate il rosso accendeva i suoi seni, le sue spalle e le sue gote, complici i pomeriggi di domenica al mare, con le amiche dell’infanzia, ingenue come libri aperti senza segreti. Si vestiva in modo provocante, consapevole e senza vergogna, e studiava tra un turno e l’altro. Il manuale di chimica fisica stava sempre sotto il bancone, nascosto da un romanzo rosa e dalle parole crociate della sue colleghe.

Una mattina si assentò. Mancò anche la successiva. L’uomo era impaziente, contò le ore e i minuti, acquistò biglietti, ma strozzata in gola restò la domanda che avrebbe voluto fare: dov’è? Dov’è lei, che non so nemmeno come si chiama … quella ragazza riccia, scura, sensuale, all’apparenza sciocca, sempre firmata e sempre civetta, ma intelligente come poche persone al mondo? Dove la trovo? Quando ritornò un mese dopo, la ragazza frivola e dagli occhi scavati era ancora più bella, nonostante un piede fasciato e leggere escoriazioni al viso, somiglianti – viste con gli occhi dell’amore – a piccole macchie brillanti, costellazioni e stelle rosse. Questa volta prese coraggio, si armò di quel tipo di impeto che solo l’assenza può dare, la consapevolezza di cosa significhi non rivedere, non poter sperare. Valeria aveva ormai scordato l’uomo con il cappello, erano passati troppi treni e troppa noia, ma anche quel giorno giocò con il sigaro, provò ad accenderlo e aspirò. La tosse fece indietreggiare i poveri astanti, ma non lui: l’uomo con il cappello le prese una mano e la chiese in sposa, senza riflettere, davanti a tutti. Pronunciò quelle parole prima di poter vedere un anello luccicante fare capolino tra le dita bianche e sottili, e una lacrima scendere da occhi stanchi, di una trentenne che invano aveva aspettato quel treno.

Gallizio