Giudizi

11825568_10153655459510209_1793934354974103483_n

C’è una cosa che vorrei dire. L’ho in testa da ieri, quando ho visto un video in cui un uomo dava consigli alle donne su come vestirsi per uscire con un uomo. Ho riso, ovviamente, perché in certi stereotipi ci sono dentro e perché la costruzione delle frasi è studiata per far ridere.

L’uomo inizia dicendo che quel video non piacerà alle femministe. Prosegue con l’elenco. Anzi, prima ci informa che si tratta di un video didattico: spiega come sono fatti gli uomini. Più semplici delle donne. In una frase è riuscito a infilarci ben due concezioni maschiliste: ti spiego io; siamo più semplici di voi.

Pantaloni no, tacchi sì. Quali? Non importa. Scollature, spacchi, schiena fuori: sì. Gambe nude. Nota positiva: chi se ne frega della cellulite. Smalto unghie: chi se ne frega. Capelli lunghi e lisci e coda alta. Trucco: stiamo meglio truccate. E via così. Sempre peggio.

Sono convinta che sia importante piacersi e piacere. Sono convinta che il gioco della seduzione possa essere elegante, di una bellezza chimica unica. Sono convinta che non ci sia nulla di male nel fare qualcosa per l’altro, uomo e donna che sia, rispettando tempi e inclinazioni personali.

Non sono convinta che sia questo il modo: un uomo dice alle donne come vestirsi a un appuntamento. Le donne sono un oggetto che deve farsi scegliere, tecnicamente secondo il video le donne devono mettersi in mostra al mercato del pesce: per una trombata oltretutto, mica per altro. Non importa cosa piace a noi. Come ci piacciamo noi. Come siamo fatte noi. Importa uno standard e importa avere un fisico arrapante e metterlo in mostra. Mettere in mostra parti di questa carne, di questo corpo.

Ci spiega come si fa. Un uomo ci dice che – in fondo – non capiamo un cazzo e che se i capelli non sono lisci e lunghi abbiamo perso in partenza. Un uomo parla a nome di tutti gli uomini di sto cazzo di mondo, pretendendo di sapere con assoluta certezza cosa piace e cosa no. Riunisce tutti gli uomini in un unico grande ammasso e tutte le donne nell’altro, in un ragionamento binario che speravo di non dover più sentire.

Dal mio punto di vista è anche una questione personale: io da un uomo – uno qualsiasi, bello brutto, che mi attragga o non attragga (e non saprei dare un elenco di cose sì e no come fa lui, perché io guardo la persona) – mi sento sempre – e dico sempre – giudicata. Che lui lo faccia o non lo faccia davvero: se ho un uomo davanti con cui confrontarmi per lavoro, amicizia, interessi/passioni, attivo la modalità “sotto esame”. Mi sento – più o meno consciamente – come se ci fosse una valutazione, un giudizio, un qualcosa che non so e che lui mi dovrà spiegare. E io dovrò ascoltare. Un parere dissonante per il quale chiedere scusa. Oppure, semplicemente, mi aspetto di dover fare chissà cosa per impressionarlo, per avere il suo consenso, per essere messa al suo livello. Penso che lui stia scandagliando il corpo mettendo spunte su cose che vanno e non vanno: e ovviamente le mie non vanno. Se lui mi attrae, la faccenda diventa ingestibile. Sono scappata da un ragazzo francese conosciuto in Brasile perché avevo due baffetti del cazzo.

Succede sempre, a prescindere da chi sia lui. Succede magari in grado differente a seconda del suo ruolo e della sua età, ma succede. Succede che io mi senta scema, che io sia impacciata, che io inizi dicendo subito che “non so qualcosa, non so fare qualcosa, mi scuso per la mia ignoranza, forse, ecco, magari è una domanda stupida…”. Succede che mi tocco la maglia, mi stiro, penso al mio addome, al capello incasinato, alla goccia di sudore, al mio viso senza trucco, al baffetto, al mio doppio mento. Succede che parlo malissimo, se parlo. Succede che conviverci è difficile. Succede che vorrei non sentire più nessuno dire a una donna come dovrebbe e come non è. A un uomo come dovrebbe e come non è. Non voglio che ci siano regole o criteri di giudizio e vorrei solo pensare a farmi bella per me come piace a me, per lui come penso possa piacere, ma senza tradire mai ciò che sono realmente (se odio i tacchi, continuo a non metterli, magari).

Voglio sentirmi comoda. Voglio sentirmi a mio agio. So anche che deve partire da me, dalla mia mente.

Essere. E basta.

Annunci

Sola

29572587_10156388791375209_9212171892798951757_nSono sola.

Ho scelto. Desiderato. Non ho subito, non con leggerezza. Ho solo pensato: avrei bisogno di stare un po’ sola. Sono passati mesi, poi anni. Ho ringraziato la mia libertà, la mia capacità di stare bene: nel silenzio e nelle abitudini. Poi le abitudini sono diventate tenaci. Sono dure, potenti, ma mai uguali a loro stesse. Ci sono state onde: la sconfitta, la lotta e ancora la sconfitta. Ho visto nuove me stesse, ho visto vecchi difetti e schemi ripetuti. Vizi.

Brutta. Poi mi sono di nuovo piaciuta. Poi ho accettato qualcosa; qualcosa non lo sopporterò mai. Qualcosa lo rimpiangerò per sempre. Avrò nostalgia della mia pelle liscia, ferma, tesa. Sempre di più, mentre si ammorbidisce e si lascia andare come la pelle sopra a un vecchio tamburo consunto. Ho provato orrore per una vita che invade i miei spazi. Ho sperato in vite discrete, che non mi costringessero in orari, vincoli, stanze, impegni, programmi pianificati con troppo anticipo, film e città.

Sono sola anche quando mi pesa, quando compio gli anni. Anche quando penso che, forse, non sarebbe male condividere. Impazzirei. Mi abituerei. Metterei qualche asticella, paletto, cancello.

Sono sola quando mi sento bene, come stasera, come in alcuni weekend, come in alcuni giorni, spesso: ormai troppo spesso. Sono sola e posso. E posso decidere di immergermi quattro giorni tra sconosciuti che diventano conosciuti. Di annusare, sperimentare, scoprire, andare e venire, tornare, chiacchierare, imparare, cantare, camminare, ballare, osservare.

Sono sola perché non riesco a immaginarmi in altro modo.

Perché non piaccio. Perché non mi piaccio.

Perché amo il silenzio.
Perché non mi piacciono gli altri quando diventano un noi incalzante.
Perché l’aria è più lieve, perché nessuno mi aspetta e io non aspetto nessuno.
Perché non devo asciugare lacrime, strappare sorrisi: e nessuno lo fa con me.

Sono sola perché viaggio nella mia mente e non so farci entrare nessun altro. Quasi.
Perché voglio viaggiare fisicamente: mentre apro la guida dell’Etiopia pregusto la prossima adrenalina, il prossimo cambiamento, la mia personale crescita. I doni. Il grasso che cola, gli orpelli. Ciò che verrà e che non conoscerò fino a quando non avverrà.

Ho scelto, ho scelto ancora. Non mi sono mai pentita. Mi apro a fatica. Sono fatta per gli equilibri delicati e soffusi. Per le abitudini che posso disfare e ricostruire come voglio. Non sono fatta per il doppio dei vestiti nell’armadio, per le luci lasciate accese in camera, per qualcosa che non è mio e che non riconosco a prima vista.

Mi capita di sentirmi sola con un nocciolo tenace, aggrappato al cuore. Appeso lì, a livello dello sterno. Un nucleo solido, solo, potente. Mi capita di adorare la mia solitudine intesa come intimità e conoscenza di me, come possibilità di essere e fare. Mi capita di apprezzare la compagnia e di cercarla.

Mi capita di sentirmi molto fortunata. Di cantare un mantra d’amore, di bere birra e leggere un libro.

 

Giada

Es_1-26Coccinelle come centro tavola. Rebbi, si chiamano rebbi? Tovaglia sgualcita. Specchio. Uno specchio enorme lungo tutta la parete alle mie spalle. Mi sentivo osservata da uno specchio. Stavo seduta rigirando mollica di pane tra le dita, la mia mente sfiorava e rigirava. Rigirava cose.

Il tavolo accanto era occupato da una coppia: lei aveva una camicia abbottonata fino al collo. Era a righe sottili, sfondo bianco, portata su jeans scuri. Lui era abbronzato. Ricordo un piccolo tatuaggio sul polso, la felpa bordeaux, la barba appena fatta. Avevano parlato per tutto il tempo di una villetta da affittare per le vacanze e di Giada, che a lei stava proprio sul cazzo. Doveva esserci anche Giada, davvero? Con quel suo amichetto troppo silenzioso, troppo molliccio. Era persino troppo alto e troppo magro. Lui aveva annuito, stringendo i pugni sul tavolo. Lei aveva alzato la forchetta, disegnando una riga con i rebbi.

Mi alzai. Mi portai di fronte a lui. Era bello. Mi stupivo ogni volta di quanto fosse semplice mandare un segnale: si alzò anche lui. Era un caso, mi dissi: stiamo andando in bagno entrambi. Mi sorpassò per entrare per primo.

Uomini, donne. Lo vidi sciacquarsi la faccia. Mi sorrise.

Si asciugò di fretta, lasciando zone bagnate ai lati del viso. Poi prese il telefono e mi guardò ancora. Fece qualche passo dandomi le spalle, prima di tornare verso lo specchio di fronte al lavandino.

– Amore? Giada, puoi parlare?

La ragazza sul treno

11705952_10153567263045209_1466884492_oLe lentiggini potevano essere finte. Disegnate con la matita: ero di fronte a lei e cercavo di capire se quelle lentiggini fossero vere, grandi come lenticchie, chiare, di un marrone leggero ma definito. A vent’anni, può essere che ci si disegni le lentiggini, no? A vent’anni si disegnano le lentiggini e magari la matita marrone si sofferma anche sulle sopracciglia, per riempire vuoti eliminati con la pinzetta. Vuoti studiati, davanti allo specchio, con perizia. Questa si toglie; questa si lascia.

A quell’età anche le ciglia si curvano sotto il peso del mascara nero e appiccicoso, si dividono in ciocche pastose, evidenti e dure. Lei aveva gli occhiali. La montatura nera e squadrata non nascondeva gli occhi, eppure non li ricordo. Ricordo i capelli rossi, scuri, legati tanto stretti che si vedeva la tensione sottile dell’attaccatura, forse dolorosa. Aveva due brillantini al naso, uno per lato, e un anellino nero sul setto. Le labbra erano dipinte con una matita opaca: disegnate per rendere l’idea della carne, della morbidezza, l’idea del bacio che loro, di sicuro, daranno stasera.

– Esco con gli amici. Non lo so, come faccio a saperlo? A mezzanotte… sì, dai, va bene.

Ha sbuffato e si è tirata su gli occhiali. La gonna di jeans lasciava intravedere un tatuaggio a metà coscia. Lo zaino la copriva. L’avambraccio sinistro, internamente, sembrava riportare il profilo di una donna indiana: intravedevo le piume, due strisce colorate sugli occhi. Poco, ma si intuiva tutto.

La prima cosa che di lei ho visto è stato, tuttavia, quel triangolo di pelle bianco, quasi opalescente, senza ombre, senza intenzioni, nella zona dello sterno. La sua maglietta era appoggiata; era leggera. Non si increspava né si muoveva. La scollatura a v terminava in un fiocco, forse. Era come disegnata addosso.

Non si vedeva, eppure era tutto lì.

Era evidente.

Era evidente la sua giovane età, il suo sangue: la immaginavo sgomitare, correndo per trovarsi un posto, da qualche parte: nei sogni di qualcuno, tra le braccia di qualcuno, in un banco di scuola, nei complimenti delle sue amiche, di sua madre, degli insegnanti. Immaginavo la costruzione metodica di uno stile: le lentiggini, la fascia, i tatuaggi, le labbra carnose, i vestiti. Mi piace; non mi piace più. Si sarà domandata: sono bella? Pur essendo così evidente la sua bellezza, sono certa che si sarà interrogata su un preciso, minuscolo difetto. Si domanda se è bella, se è brava. Forse lo sa; forse lo sfoggia risoluta.

Il treno ha rallentato. Ci siamo alzate entrambe.

Ferma in piedi tra i sedili, avrei voluto rinascere in quel momento e avere subito diciassette anni. Avrei voluto i capelli viola e i rasta che non mi sono mai fatta, un accessorio di moda addosso, una gonna troppo corta, un maglia troppo stretta: qualcosa che gli adulti no, non capiscono. Avrei voluto ascoltare musica di merda della mia età. Ho rivisto il legno sporco di un bar e sentito l’odore dell’adolescenza che finisce.

Il treno si è fermato. Siamo scese entrambe.

Il leone

IMG_7104L’erba era alta: abbastanza per muoversi con il vento, non troppo da non riuscire a camminare o a vedere al di là, oltre. Il sentiero era un classico sentiero di parco cittadino: con la polvere grigio marrone, qualche sasso, la terra secca o fradicia di pioggia. Gli alberi non c’erano. Avrebbero dovuto esserci, ma non c’erano.

C’era dell’acqua: uno specchio d’acqua che poteva essere un lago o un fiume. Sembrava un acquerello, come in Il Piccolo Principe. Ero a Pavia, forse. Alla Vernavola. C’era un leone. Era nascosto nell’erba: in quell’erba abbastanza bassa per poterlo vedere, non troppo bassa da impedire al vento di scostarla e muoverla. Il leone era maschio e aveva la stessa indole del mio cane. Del cane dei miei genitori, di mio fratello. Aveva l’immobilità di chi sa che ciò che lo circonda è casa, è routine. Lo sguardo di chi mi riconosce. Un leone, al parco della Vernavola.

Chiamo mia madre, per dirglielo. Sì, mamma, c’è un leone. Proprio a ridosso dell’acqua, alla fine del sentiero, nell’erba alta che ondeggia un po’, come la sua chioma. Sta buono, non si muove. Ricorda Iago, sai? Non mi avvicino, no! Sì, capita che ci siano leoni, come leprotti e uccelli e una volta ho visto anche un capriolo.

La saluto, nel sogno resta quel giallo oro, quell’arancio da tramonto, quell’erba che ondeggia, l’acqua in un acquerello, la sensazione di qualcosa, qualcosa che sta per accadere.

Esercizi

p_20160617_091628_1_1L’aria in aula era soffocante, la campanella non suonava. Stavo aspettando per poter tornare a respirare, per lo meno. Forse non avrei parlato subito, forse ci sarebbe stato l’imbarazzo prima di tornare alla normalità.

Tra le mani sudate avevo il mio quaderno ad anelli, grande e con i fogli a righe. Lo avevo coperto con una carta adesiva nera punteggiata di piccoli fiori colorati. La pagina davanti a me era evaporata, non la vedevo. Non vedevo più niente. Era tutto confuso, sfocato e opaco. La mia testa era in un blackout pulsante. Il quaderno lo prese lui.

Forse non andò proprio così. Non in quest’ordine. Prima mi fece leggere, poi commentò, poi mi chiamò alla lavagna. Mi disse: riscrivi quella frase. Era un esercizio, un compito a casa sui Promessi Sposi. Non ricordo la domanda, non ricordo il contenuto della mia risposta. Non ricordo quella frase né gli errori. Forse gli stessi errori io li faccio ancora oggi. Ero paralizzata, succube, silenziosa.

Aspettavo, raccoglievo, accettavo. Quasi a capo chino. Non stavamo più correggendo un compito: non erano i contenuti, non era una questione di interpretazione. Era la sintassi. La sintassi era sbagliata. A.L. muoveva le mani come un direttore d’orchestra, era un suo modo ormai conosciuto. Quel giorno il suo tono di voce era impostato, finto, severo e ironico. Il suo ciuffo si muoveva scandendo il ritmo. Fece in modo che i miei stessi compagni prendessero parte alle correzioni: ovvie, scontate e banali. Vorrei ricordare tutto, vorrei ricordare cosa disse, come mi offese, quale frase orripilante di circa due righe potessi aver mai scritto e riderne. Ricordo invece le sensazioni: in quinta ginnasio non si possono fare errori di sintassi. Sudavo.

Qualcuno, ricordo anche chi, iniziò a correggermi. Un compagno. Davanti a tutti lui prese quella frase e la ricostruì, la ricompose e poi intervenne qualcun altro fino a che tutto fu smontato, ricostruito, ricomposto. Ecco: i tuoi compagni lo sanno fare. Tu che ci fai qui? L’anno successivo mi rifugiai nella chimica e nella matematica. Quel mio compagno di chimica e matematica non capiva niente, ma eravamo al classico: era normale, era quasi figo! La sintassi, perdio, la sintassi quella non si può sbagliare.

Quello è un orrore.

Bianco

Pangani1Non ho mai amato.

Non di certo per mancanza di esperienza o di età: i piccoli solchi, le ruvidità, il colorito sbiadito e disomogeneo della mia pelle parlano per me. Mi viene spontaneo toccarmi la fronte, arrotolarmi ciocche secche sulle dita. Mi liscio l’abito di cotone colorato, come se stessi prendendo tempo. Non sono mai stata innamorata, anzi, non ho mai amato. Forse nemmeno mio figlio. Perché non ne sono capace.

Conobbi Judah quando avevo sedici anni e sprimacciavo i cuscini delle stanze del lodge di mia madre. Avevamo ridipinto le pareti lilla. Le stanze erano curate: un letto matrimoniale con la zanzariera, una seggiola in plastica, un piccolo tavolinetto. Il bagno con turca e sciacquone: non avevamo più il secchio. Una piccola stanza, accanto alla portineria, serviva da cucina per gli ospiti. Pentole di ogni misura in metallo ammaccato, qualcuna persino laccata, un fornelletto a gas, un lavabo, un ripiano. Non c’era il frigorifero. Avevamo tanti coltelli. Al lodge arrivavano pochi turisti bianchi, credo di averne viste forse cinque in un anno, molti commercianti, venditori, gente che aveva bisogno di Pangani per fare affari. La città – Pangani, appunto – stava nella posizione buona, quella sul fiume ma anche vicina all’oceano. Aveva un mercato, la stazione dei bus, spiagge lunghissime. I resti del colonialismo indiano erano pieni di rampicanti e arbusti. Judah era arrivato da noi per vendere. E alla fine, invece, comprò.

Comprò me, mi sposò come si usa fare qui. Dapprima mi chiese solo se poteva cenare lì, nel lodge.

-Certo, risposi, cosa desidera mangiare?

Cucinai per due ore, rimestando banane e pesce sul fornellino a gas. Tornò dai suoi due settimane dopo, portandosi addosso due foto sgualcite e spiegazzate, con colori finti, di me che andavo a scuola e di me che preparavo il lodge per le sue prime visite. Le fece passare di mano in mano e da lì i suoi parenti giudicarono colei che sarebbe diventata nuora, cognata, cugina, nipote. Un sorriso, l’unto del pesce fritto, le impronte di mani sporche di terra, l’odore di vecchio di suo nonno: su quelle foto rimase tutto impresso.

Si organizzò il matrimonio in fretta, con pochi soldi e poco rumore. Restammo a Pangani e subito rimasi incinta. Era il mio compito.

Non ho mai amato nessuno, nemmeno mio figlio. Quando Neema arrivò dalla periferia del villaggio per farlo nascere, nessuno si aspettò lo sciagurato esito di quel parto. Spinsi per ore, dolorante. Neema mi asciugò le goccioline di sudore sulla pelle già grinzosa, secca come la terra nella stagione senza piogge. Mi strinse la mano, poi, infine, urlò.

Dio ci diede un figlio bianco. Se esiste qualcosa più bianco del latte, questo era mio figlio. La peluria biancastra, le labbra morbide e rosa, chiarissime. Cercavamo, trattenendo il respiro, peli più scuri e zone più nere.

Era albino. Era una maledizione.

Neema trafficò attorno a me e al bambino, ma non ho ricordi di quei momenti. So di aver voltato la faccia da un lato, di aver trattenuto a lungo il respiro, sempre con gli occhi umidi e aperti. Le labbra schiuse. I pugni serrati. Sentivo piangere, come piangono tutti i neonati. Sentivo rumore di bacinelle che si urtano, di acqua che si muove, sentivo fruscii, scalpiccii, andirivieni: come per ogni nascita, pure per quella della capretta. Solo il colore della pelle non era giusto.

Judah lo venne a sapere da Neema. Non attraverso le parole, ma con un gesto. Neema uscì, lo chiamò e gli mise in mano quel fagotto. Lo fece dondolando su un piede e poi sull’altro, come camminava sempre quando era al cospetto di un anziano, di un uomo importante. Poi, in modo improvviso e sgraziato, rovesciò quel bambino in braccia maschili. Nere. Braccia sulle quali vedevi la linea del muscolo, la striscia di sudore, il colore lucido, la tensione. Judah aggrottò la fronte, glielo restituì e chiese di suo figlio, di Daniel.

 

-Dov’è Daniel? Ripeté.

-Dov’è Daniel? Disse ancora.

 

Poi sparì. Poi ricomparve. Poi smise di parlarmi. Stava in casa solo per dormire, mangiare. A volte per lavarsi. Con me c’era solo Neema. Ero diventata di pietra, di ferro, di diamante. Non potevo permettermi di piangere, di rifiutare mio figlio, di buttarlo via. Ero sola.

Daniel cresceva, Judah s’allontanava. Un giorno di agosto, nel caldo mitigato dall’oceano e dal fiume, Judah si svegliò presto, prima del solito. Erano ancora le 5 del mattino. Non c’erano né chai né chapati pronti per lui. Il thermos sostava immobile accanto al lavello. Daniel dormiva. Judah si alzò, si lavò con cura, senza versare una goccia d’acqua a terra. Lo sentii pure orinare, ma non mi mossi. Finsi di dormire. Si avvicinò, mi sussurrò poche parole, le sue: vado via, Yusta. Vado. Prese poche cose, solo le sue, e uscì. Neema mi disse che lo avevano visto a Bagamoyo, poco più a sud, con un’altra donna. Respirai e mi strinsi ancora di più a lei.

 

– Lo uccideranno, piagnucolai, indicando Daniel.

– Non lo faranno

– Lo sai anche tu, lo sai quanto valgono le sue braccia, le sue orecchie, i suoi piedi…

 

Neema non parlò. Abbassò lo sguardo, le rughe si resero più evidenti.

 

-Non tutti vengono uccisi. Il loro prezzo è alto, ma non tutti, non tutti…

 

Si mise le mani in grembo e finalmente mi guardò. Con il dorso delle mani mi asciugai gli occhi, poi mi alzai.

 

-Se l’è preso il demonio!

-Cosa?

-Il tuo diamante!

-Neema, io…

-Taci!

 

Mi voltai singhiozzando, con ancora il thermos tra le mani. Neema era incurante delle mie reazioni.

Sorrideva.

 

-Possiamo fare un incantesimo, Yusta! Ci vogliono due cose: un chicco di caffè e una sua ciocca di capelli.

Si fermò, sovrappensiero.

Procurami anche un uovo di gallina… le interiora mi sembra troppo. L’uovo basterà.

-Non lo uccideranno? Neema, non lo faranno?

-Calma, calma. Non sarà così facile. Non morirà, ma verrà picchiato, deriso, umiliato. E tu – ascolta molto bene – tu

-Io?

-Dovrai guardare. Non potrai intervenire. Lo picchieranno davanti ai tuoi occhi e dovrai attendere che tutto finisca prima di curare le sue ferite.

-È terribile! Neema!

-Se lo salvi, morirà.

 

Non mi stava dando scelta. Accettai. Le procurai quanto chiedeva: il chicco di caffè dal secondo ripiano, la ciocca tagliando con un coltello i suoi capelli bianchi, mentre Neema lo teneva fermo. Per l’uovo chiesi alla mia vicina che cucinava frittate di patatine fritte e carne al chiosco nella piazza polverosa accanto ai bus. Avevamo tutto. Ora toccava a Neema.

 

Daniel crebbe, con un chicco di caffè nero cucito in un braccialetto di stoffa sottile. Cresceva senza potersi spostare da casa e da me. Non andò a scuola. Non andò mai in chiesa né alla moschea. Vedeva Neema, i nonni, i vicini. Iniziarono a deriderlo e a umiliarlo quando aveva dieci anni. Per primi si avvicinarono i balordi del posto: ubriachi in cerca di risse, perdigiorno, qualche suo coetaneo. Lo spintonarono e lui gridò: mamma. Gli sputarono addosso e lui chiamò: mamma. Lo chiamarono mzungo: bianco. Lui si voltò e mi vide piangere, sulla porta. Poi crescendo iniziò a sanguinare perché iniziarono a picchiarlo davvero. Sassi lanciati da lontano, piccoli coltellini che arrivavano a tagliare gambe e braccia. Pugni. In faccia, contro lo stomaco, nell’addome. Iniziò a coprirsi di lividi viola sulla pelle bianca. E sempre mi chiamava: mamma.

Io stavo alla porta, asciugavo le mie lacrime, stringevo in bocca, tra i denti, una radice per non urlare. Mi feci legare da Neema per non correre da lui.

Finì spesso in ginocchio, come lui, con la testa china, la schiena protesa in avanti, le mani e i piedi legati. Lacrime, muco, saliva che si univano impastando la terra rossastra di Pangani. Le mie vesti lacere per la povertà: al lodge lilla non veniva più nessuno.

Solo dopo aver sputato la mia impotenza, quando i balordi se ne fossero andati, ero in grado di correre da lui, di stringerlo, portarlo in casa. Lo lavavo sempre due volte, lo asciugavo e lo avvolgevo nelle coperte che avevamo, chiamavo Neema per medicarlo e lo stringevo al mio petto, cullandolo anche se era ormai grande. Lui stava zitto. Mi chiese solo una volta: perché guardi, mamma? E io piangevo. Per salvarti, Daniel.

A sedici anni Daniel smise di chiamarmi mamma.

A diciotto smise di farsi abbracciare. Smise di chiamare Neema per le sue ferite. Non parlava, Daniel, stava zitto come suo padre: mangiava, dormiva, si medicava, usciva per qualche lavoretto al fiume. Rientrava sanguinante.

Lo aspettavo sempre, io. Lo guardavo farsi picchiare. Due giorni fa mi disse: vado via, Yusta. Vado. Prese poche cose, solo le sue. Prima di uscire si alzò, gli occhi fissi, ogni muscolo contratto. Si avvicinò a me come per abbracciarmi, ma mi spinse. Mi diede un pugno, un altro: in faccia, contro lo stomaco, nell’addome. La mia pelle nera si coprì di sangue. Mi tirò i capelli, mi morsicò un braccio, mi si avventò con furia e forza addosso. Mi strappò ogni lembo di stoffa. Rimasi nuda. Mi picchiò ancora.

Mi ritrovò Neema, quando Daniel era già lontano.

Mi sta sorvegliando, anche ora, la buona Neema, mentre liscio il mio vestito sgualcito: un chicco di caffè, il mio sangue, le mie ciocche.

Non posso più nemmeno uccidermi.