IMG_8249.jpgCome se avessi dentro una calamita. Una calamita nel petto, nel cuore, insomma dentro. È come se tutto mi si squarciasse. La calamita tira, spinge, cerca là quello che la attrae.

E questo là è la Tanzania.

È come se avessi una fune che qualcuno strattona, lacerando qualcosa. È come se fossi ammaliata dalle sirene di Ulisse, ipnotizzata da flauti e musiche. Mi sento attratta da un senso di appartenenza che non mi spiego. Come se fossi stata a casa, e ora non lo sono più. Come fossi stata riconosciuta, e ora nessuno mi vede. Come se fossi stata me stessa più delle altre volte. Non mi spiego niente. Non conosco quel Paese pur avendolo visto, non ne parlo la lingua né ho in comune la loro cultura. Eppure.

Non è nostalgia, non è mancanza né magone. Non è “essere in vacanza”. È una sensazione di ritorno, di vita, di richiamo, di presenza. Mi è capitato di provarla là, a pochi giorni dal rientro, ma soprattutto a posteriori, dopo.

“L’Africa non mi convince, non fa per me. Non è bella come il Brasile né come la Siberia”, mi dicevo mentre stavo là. Molto di ciò che ho visto non mi ha entusiasmato: molto di ciò che ho vissuto mi ha lasciato rimbombi e frastuoni mentali, ha portato a galla le mie paranoie e le mie ansie. I miei difetti più spicci. Non è stato un viaggio di tramonti infuocati, di albe sulle distese di niente o di elefanti fuori dalla tenda, altrimenti mi sarei spiegata questa sensazione di sanguigno, di ancestrale, di viscerale che sento. No, niente di così prepotente: solo villaggi semplici, pescatori, occhi.

Non è la saudade del Brasile: quella è più simile a una musica malinconica, alla bossa nova, a un “mi ricordo…”, più simile a una sbronza, a un sapore che vorresti riprovare, a una città che ti piacerebbe rivedere, più affine alla nostalgia, alla voglia di atmosfere, di colori, di natura, di una uruguaiana che ti legge le carte lungo la strada coloniale di Paraty, accanto a una chiesa bianca, della farofa de banana, dell’acaraje e di una camminata sotto l’acqua a Ilha Grande.

Non è il magico fascino dell’isola di Olkhon, della Siberia, del lago Baikal con i suoi sciamani, il suo ghiaccio, le sue possibili favole. Non è quel pezzo di cuore che sta ancora là, tra i bicchierini di vodka della gente di Irkutsk in vacanza sull’isola, mentre aspetto che passi la pioggia per salire a nord. Non è quell’eterno spostarsi in Mongolia, il sentirsi una bambina felice nella mia ger davanti a spazi che non si riempiono mai. Non è quella voglia di rifarla ancora: in inverno, al contrario, da Vladivostok, in ogni sua variante. Non è quell’atmosfera surreale sperimentata in quei 3 giorni e 4 notti in treno, che quelle sensazioni di protezione ed estraneità le senti ancora sulla pelle. Non è la cultura millenaria di Pechino che ti fa pensare che prima o poi visiterai la Cina come si deve.

Non è quel non-luogo che è stato Santiago, il percorso, il cammino: l’azione semplice e  trasformatrice, che a volte mi manca e cerco. Non è il non-ritorno: da Santiago non si torna più a casa, ma non è detto che ci si voglia ritornare per forza. A qualcuno – a me – per ora ne è bastato uno di Cammino, che di anno in anno è capace di sprigionare un nuovo insegnamento, un nuovo punto di vista, una nuova forza. Migliora invecchiando, come il vino.

Non è come Israele e Palestina: il ricordo di un ex fidanzato della tardo adolescenza. Quella storia importante ma giovane e acerba. Quella prima volta seria, quella condivisione ingenua. Quel sorriso a metà, quell’eterna giovinezza. Quel disincanto e quello sguardo lì.

Non è come India, Thailandia, Cambogia, Vietnam il cui ricordo e la cui nostalgia si perdono nel tempo dei “ci tornerò” anche se sai di voler vedere troppo, di voler sperimentare ancora. Non è come quei viaggi abbozzati, quei luoghi del Messico visti prima di imparare a viaggiare. Non è come Londra, che quando sei tornata dopo 5 settimane non avresti più voluto essere italiana ma nemmeno viverci, là. Non è come l’Europa così uguale a te; non è come New York, Toronto, Montreal visitate male, di sfuggita, dove solo ricordi sbiaditi e sonnacchiosi – le cascate del Niagara, l’Empire State Building e Harlem – sono rimasti a darti sapore.

Non è come niente prima della Tanzania. Non è mancanza, non è nostalgia.

È forza, spinta, richiamo, carne.

È qualcosa che lacera. È qualcosa di vivo.

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Metafore

La bici scende, scivola, va da sola.

Io sto molliccia sulla sella, sovrappensiero. Pedalo, mi fermo, pedalo. Lascio che vada, non rifletto, mi accorgo della mia distrazione.
La bici piglia saltelli, sconnessioni del terreno, velocità a volte: lascio che vada, poi riprendo il controllo. Ho freddo, a maniche corte. La luce serve solo in certe zone: lungo la pista ciclabile, poco prima di piazza Gaffuri, in Via Fabio Filzi.

Mi piace quando in bici non ci penso, quando sono ovattata e altrove e quando so di non prestare attenzione: alle auto, ai semafori, ai rigonfiamenti dell’asfalto mal tenuto, alle discese. Mi riposo, come in sospeso, in ipnosi.

Mi piace rischiare e svegliarmi e non fare granché, ma poi freno, sul confine.
Pedalo, pedalo e arrivo. E osservo il naviglio che tanto mi manca da due anni, da quando non ci abito più vicino. Non guardo l’orologio. Cerco le chiavi.

Avevo paura – se ci penso, che scema – ora è la mia abitudine radicata che se manca lo sento. Stretta al bus prima, ho dovuto scardinarlo a piccoli tentativi; stretta alla bici blu oggi, ci passerò l’inverno.

Racconti africani. To Moshi (verso il Kilimanjaro)

L’autobus è giusto. La prenotazione online diceva partenza alle 7:00. Guardo il biglietto e leggo 6:45. Mi confonto con una danese a pochi sedili da me: è quello giusto. Si va ad Arusha con tappa a Moshi.

Poche fermate dopo, sale un uomo con il mio stesso numero di sedile ma è lui ad aver sbagliato bus. Mi rilasso.

Leggo e scrivo, osservo i villaggi, le casupole, gli uomini seduti su moto ferme, ad aspettare. Un gruppo di tizi ha una maglia nera con la scritta Uber. Il bus si lascia alle spalle una scuola montessoriana.

Ci fermiamo per cinque minuti al ciglio della strada. L’autista e un altro uomo trafficano nel motore. Si riparte, sussultando. Il bus è nuovo, pulito. Pian piano ci lasciamo alle spalle le zone piu popolose ed entriamo nel verde di palme e vegetazione rarefatta. La terra si fa rossa e le case incontrate, a gruppi piccoli e isolate oppure con più corpo, sono uguali a quella terra. Ne incontro alcune in costruzione. Ci sono quelle curate e quelle di lamiere e sporcizia. I tetti di paglia, i muri di mattoni o un unico blocco color grigio argilla dentro il quale si infagottano tronchi di legno, storti.

Ci fermiamo per una sosta che diventa un autobus rotto. Pacchi, borse, valige e zaini riempiono il piazzale. I bambini sono calmi, le mamme composte. C’è ordine e nessuno si infervora, nei toni. Chiamano un bus nuovo. Ci possono volere dieci minuti come un’ora. Magari dicono un’ora e ce ne vogliono tre. Sono tranquilla, non ho fretta e di sicuro arrivo a Moshi per sera. Se non avessi appuntamento per la check list dell’attrezzatura, sarei più rilassata. Comunque so che posso cambiare piano. Nulla è determinante.

La danese è calma e lenta. Ha capelli crespi e un po’ bianchi raccolti in una cipolla, sulle gambe chiare si intravedono i peli. Il vestito è leggero, scollato e dritto. Ha un foulard scuro sulle spalle. Le ciabatte in gomma nera stonano tanto quanto le unghie sporche. Insegna. Ha due figli di 17 e 19 anni. Mi ricorda Gyongyi, la donna ungherese di Santiago. Insieme alla danese c’era un’altra donna ucraina, che però ha preferito starsene da sola. Ha imparato un po’ di swahili e insegna in Tanzania. Vive qui, da un anno. Insegna e viaggia.

Arriva un bus. Ci sono solo 4 posti, dicono. Mi vergogno ma mi butto tra i primi lasciando lì le donne con i loro figli. Saliamo noi tre e forse un paio di altre persone. Più di 4 di sicuro. L’aria condizionata non c’è, i finestrini sono quasi coperti dalle tendine. Vedo l’Africa a strisce e cerco di cogliere quanto posso, tra un sonno e l’altro. La danese mi guarda, indica il termometro e ride. 83°C. Ce ne saranno meno di 30, si sta bene. Moshi sembra non arrivare mai e spero che qualcuno mi avvisi. Il ragazzo accanto a me mi chiede se voglio fare a metà della sua merendina. Ringrazio e rifiuto, stupita. Parliamo poco ma scopro che studia al college ad Arusha. Quando scendo a Moshi, l’ucraina spigolosa e solitaria scende con me per aiutarmi a contattare la mia agenzia: mal che vada prendo un taxi, so dove devo andare.

Gladys Adventure. Scelta all’ultimo momento e con la sensazione di potermi fidare solo di lei. Riusciamo a sentirci per telefono, e attendo che Jackson mi venga a prendere. Tutto procede come previsto: check list dell’attrezzatura e filata in “hotel”, gestito da un anziano molto sdolcinato, dalle parole strisciate e dall’abito che sembra un pigiama. Ci sa fare. Mi dice che ho la stanza più bella, anche se sono tutte uguali, legnose, spartane, con la zanzariera e qualche insetto, la doccia che è un tubo, i rumori esterni di animaletti.

Vedo quatttro turisti che potrebbero essere i miei compagni di scalata, ma no: non lo sono. Resto folgorata da uno di loro. Lo conservo come ricordo di buon auspicio. Come inizio, non c’è male.

Noleggio una boraccia (ne ho solo due), un paio di pantaloni da sci, una giacca pesante anti vento e anti pioggia offerta da loro, un paio di guanti tecnici, un sacco a pelo 0 F, un contenitore termico per la borraccia. Si fa quasi subito buio e ceno nel caffè accanto a Gladys: un locale ordinato e pulito, all’occidentale pur essendo in ogni dettaglio Africa, quella dei film americani sul colonialismo. Cerco di muovermi per acquistare gli immancabili rotoli di carta igienica e la colazione per domani: le luci non esistono e Moshi crolla nel buio quasi completo, interrotto solo dai fari di auto, boda boda e apecar.

Al caffè mi fermo più del previsto: mangio e chiacchiero con Jackson, che lavora in ufficio (non come guida né portatore).

“Sei pronta per domani?”

“Sono agitata, non credo”.

Mi lascia mangiare poi mi chiede se ho marito e figli e con chi vivo.

“Qui le donne fanno i figli presto, spesso senza sapere chi sia il padre. Hanno quindici, sedici anni e tutto grava sulla famiglia di origine. Poi sposano un altro uomo”.

“Non studiano?”

“Le donne? Poche vanno avanti. Se non restano incinte e se non vogliono sposarsi. Ma la Tanzania piano piano sta crescendo e il livello di educazione sta aumentando… ci stiamo riprendendo dopo il colonialismo di tedeschi e inglesi. Siamo indipendenti dal 1961! Dobbiamo importare tutto e ci servono i dollari. Quelli dei turisti.”

Sospiro, aspettando che prosegua. Mi chiede se sono cristiana. Lui è musulmano. Secondo lui qui la suddivisione è metà e metà, con alcuni induisti (in Tanzania si sente l’influsso indiano anche nel cibo), ho notato anche un tempio sikh. Le tribù sono 120, ciascuna con la sua lingua. Machame è una tribù, per esempio e ha una sua lingua. Mi chiede se un figlio lo terrei se capitasse, anche se non lo voglio. Divago.

“Quando tedeschi e inglesi se ne sono andati, noi non sapevamo fare niente. Erano loro le macchine, la tecnologia, le competenze. Abbiamo dovuto ricominciare, con l’istruzione. Ora riceviamo delle ‘donazioni’ dall’Europa”, si ferma un attimo. Mi fa capire che non sono proprio vere donazioni.

“Ci costruiscono strade, portano le macchine e le tecnologie necessarie e in cambio hanno l’oro della Tanzania: noi non abbiamo le risorse per ottenerlo e lavorarlo”.

Ci tiene a dirmi che stanno crescendo e, forse leggendo qualcosa nei miei occhi, mi ripete che il turismo fa bene. Alle 21:30 la signora del caffè chiude. L’uomo spazza per terra e rassetta, tira su le sedie, pulisce. Ci fa capire che dobbiamo andarcene.

“Domani…”

“Sì, domani alle sette. Apre alle sette Gladys?”

“Sì ma partite alle otto. Non preoccuparti. Hai tutto”.

Buonanotte Jackson. Il viaggio è iniziato.

Racconti africani. Le prime ore

L’aereo si svuota: una hostess cerca di contare i passeggeri rimasti a bordo. Richiama alcuni italiani che si erano riuniti in mezzo al corridoio come palline di mercurio, dopo una separazione forzata qua e là per tutto il viaggio.

Siamo pochi: io, due gruppi di giovani, uno dei quali sta andando in una missione cattolica e una coppia in abiti neri. Lei porta i rasta da un lato, dall’altro è rasata. Un occhio mi osserva da sotto la nuca mentre mi dà le spalle. Una scritta in hindu o tailandese l’accompagna. Gli altri sono scesi a Zanzibar: una fermata del veivolo prima di atterrare al capolinea: Dar es Salaam. I voli hanno funzionato da imbuto. Fino a Muscat c’era un caos vacanziero di famiglie, coppie con valigie enormi, gruppi di maturati. Molti sono poi andati a Bangkok, altri in Tanzania. La maggior parte è scesa sull’isola.

Sono in Africa per la prima volta. L’aeroporto non è propriamente “internazionale” come mi sarei aspettata: cerco un baracchino vodacom e il cambia valute, come se fossimo alla stazione autobus di una qualsiasi città indiana. I tempi sono lenti ma non ho fretta. Mi concedo un taxi fino all’albergo fuori dal centro. Passiamo per stradine tutte uguali, la gente sul ciglio a vendere, cucinare, mercanteggiare all’aperto o all’ombra delle loro casupole basse e piatte.

“Oggi vendono le capre”, mi dice il tassista seduto alla mia destra. Attraversiamo binari senza passaggio a livello: anche lì la gente si dispone lungo i margini, i confini, le linee. La musica e il vociare sono costanti, un sottofondo.

Mi dice che quella è la zona locale, dove vivono. In centro, invece, trovo i negozi, il mercato, un museo. Penso all’incipit di Anna Karenina: la povertà si somiglia tutta, le contraddizioni e i dettagli quelli no, sono diversi. La temperatura è perfetta, il caldo piacevole e non umido. Arrivo al mio hotel decentrato, non bello (mi sono fatta cambiare camera) ma funzionale: domattina in 5 minuti sarò alla stazione dei bus per le mie prime dieci ore verso Moshi, dove mi aspetta – spero – Gladys. Sono già le 17.00 quando esco dall’hotel per andare in centro. Sono in giro da più di 24 ore.

La strada verso un bus, a quanto sembra, è lastricata di occhi. Occhi curiosi, fissi, sorridenti, fastidiosi. Hello, how are you? Karibu! Nice tattoo! Jambo! Parole a raffica in inglese e kswahili. Mi rivolgo a una donna per chiedere dove sia la fermata per il centro.

In 30 minuti arrivo a Kivukoni, il capolinea, dove cammino a passo veloce cercando di cogliere il più possibile: mi sento osservata e non sono ancora a mio agio. Le donne sono variopinte di gialli e fiori e verdi, in tailleur o con il velo. Sembrano appartenere a tre paesi diversi. Il mercato del pesce è voci, ressa, colori e odori. La gente sta sempre ai lati del marciapiede e vende: radici che sembrano zenzero ma di colore arancione, frutta, noccioline, bibite, scarpe, pesce disposto su piccoli tavolini quadrati che ricordano quelli di chi gioca alle tre carte. Ci sono anche quelli che le scarpe le lucidano.Mi rilasso, stando attenta alle bici e a chi porta pesi sulla testa e sulle spalle.

Passo accanto a una chiesa dalla quale escono voci potenti. Prima di entrare mi si accostano due uomini: al primo do poco retta, il secondo mi ispira fiducia. Parla italiano, imparato sul campo. Si chiama Jaguar, come la macchina, mi dice. Lui mi chiamerà Leo per tutto il tempo. Mi dice che quella chiesa è tedesca:  se voglio quella romana devo andare più avanti. Voglio entrare. Lo saluto ma so che lo avrò alle calcagna a lungo.

Il rito è un canto e un ballo e un tuono e una festa. La gente balla. Balla davvero. Muovono i corpi, le mani e il diaframma. Una donna vestita di rosso mi dice di entrare. Sto in fondo. Due donne ballano verso di me e io sorrido. Alla fine entra Joyce, mi prende in contropiede, mi afferra la mano e mi porta sulle panche accanto a lei,  che con la voce e un movimento della lingua lancia acuti fortissimi. Partecipo con loro: la musica è trascinante e non faccio fatica a farmi coinvolgere.

Quando esco, Jaguar è ancora lì e torna. Mi parla in italiano e mi accompagna, mentre cammino fino alla chiesa “romana”. Sembra che ci sia un rito ma è poco interessante. Insiste e cedo facendomi portare a bere qualcosa in un posto verso il mare, scendendo qualche gradino dal marciapiede principale. “Io guardo lontano”, mi dice quando lo avviso di non avere intenzione di fare safari, “se io ti porto bene e sono guida brava, tu poi lo dici in Italia, scrivi su internet e io ho lavoro”.

Sorrido. Mi racconta che a Moshi ci sono i Masai e che le tribù in Tanzani sono 120. Fallito il tentativo safari, prova di dirmi che mi accompagna dove voglio andare:

“tu paghi per te e io per me”,

“no, è il tuo lavoro!”

“Io guardo lontano: per dirlo ai tuoi amici devi vedere come lavoro. Anzi, come si dice in italiano? Società! Tu mi porti clienti da Italia e dividiamo”.

Alla fine mi mostra delle stampe, fatte da lui.

“Sono qui da poche ore, se inizio subito con i regali…”, ma lui mi ha accompagnato e per quanto non volessi, alla fine ha investito professionalmente su di me e io gli ho dato corda. Acquisto una delle sue tele di Masai che – come dice lui – hanno solo il pareo, non mettono le mutande e sono i primi tra le tribù della Tanzania.

Vuole “venire a Italia”: un suo amico italiano di Benevento gli ha detto che c’è lavoro con i pomodori e che si guadagna bene. Gli piace Venezia, dalle foto. Lo saluto, mi dà il suo numero. Un uomo in coda per il biglietto mi chiede in inglese che lingua stessimo parlando.

Non salgo subito sul primo bus perché la gente corre veloce, si spinge e alcuni cadono. Sul secondo va meglio ma resto comunque pigiata corpo a corpo come nell’ora di punta sulla rossa a Milano. In due – senza aver chiesto – mi avvisano quando devo scendere, anche se il display mostra le fermate. Il bus è nuovissimo e le pensiline funzionali e ben curate. Puoi entrarci solo con il biglietto scansionando il QR code ai tornelli. Quando scendo è buio anche se sono solo le 19.30, mi faccio strada tra moto, apecar, vocianti, terra polverosa ai margini, copertoni. I negozietti hanno qualche luce e insegna, le case sono parallelepipedi bassi e colore della polvere, beige. Ceno in una specie di dehor dell’albergo, pieno di gente che beve e mangia al buio. Una griglia su più piani mostra quello che mi dicono sia pollo fritto. Mi arrivano addosso i fumi e finalmente un odore forte. Ordino del pesce con riso. Prima di mangiare arrivano con una ciotola e una brocca d’acqua per farmi lavare le mani. Divoro quel pesce saporito e piccante, condito con verdure, e mischio i fagioli al riso (sembra quello glutinoso thailandese). Chiacchiero con un indiano di Delhi trovato nel mio hotel. Lui domani partirà per Arusha, per un safari. Lo avevo scambiato per un occidentale: penso a quanto stereotipi, aspetto e contesto agiscano sulla nostra mente. Accorcino o allunghino distanze.

Distanze.

Domani ho 10 ore di bus per Moshi per andare da Gladys. Mi pregusto il senso di protezione, incontri (se ci saranno) e questo dilatarsi del tempo, tipico del viaggio. “Siediti a sinistra, sul bus, così vedi le montagne”.

Me lo ha scritto Gladys: iniziamo a trovare il bus, alle sei e mezza domattina.

(Disclaimer: scritto da un cellulare a fatica e senza editing e soprattutto stanca)

(Aggiornamento: a Moshi sono arrivata felice. Mi sono seduta a sinistra ma il bus si è rotto. Su quello che ci ha recuperato ero a destra.)

Achtung

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Mai uguale, mai un rito identico a sé stesso. Ogni volta è la prima volta.

Voglio fare quella fica, quella che “ma tanto sono stata di qui e di là, io viaggio sola sempre”. Alla fine, di fico non ho nulla. Ho solo una maledetta normalissima fifa.

Naturale? Forse. C’è chi parte tranquillo. Ci sono viaggi in cui si parte rilassati. Un pizzico d’agitazione pre Brasile, un po’ di ansia per le dimenticanze sulla transiberiana, qualche momento di paura in attesa di Israele. E così via.

Questa volta è ancora diverso. Non è quella incazzatura imbronciata di San Pietroburgo, né l’eccitazione di Foz do Iguacu. È panico.

Perché cosa c’è di meglio di un attacco di ansia a poche ore dalla partenza? Cosa di meglio che non dormire un cazzo per due notti? Martedì mi sono svegliata padrona di me, sicura, serena. Oggi sembro Maga Magò nella versione indemoniata con morbillo.

“È una vacanza… non stai andando in missione!”

Martedì, tutto quel vuoto di tempo e quello spazio intorno mi hanno messo davanti alle cosette storte. La mente si è svuotata, capace di accogliere finalmente tutto ciò che non fosse lavoro, camminate, faccende quotidiane, relazioni.

Il mio prossimo viaggio era lì. Trafficai un po’ per l’agenzia, la cambiai in corsa, presi una fregatura, per fortuna senza danni economici. Mi accorsi di aver selezionato solo compagnie indipendenti e senza certificazioni. La sola fidata ha un trek previsto per il 14 agosto e senza acclimatamento.

Iniziai a non fidarmi più. Ieri indagai, sondai i terreni e ricominciai a richiedere preventivi. Cercai di tornare con la prima guida, sempre mezza de sfroos, ma mi ha rimbalzata: non si fida più di me. Ieri sera trovai anche Gladys: mi piace, è certificata e partono in 4 il 6 agosto. Costa un pochino di più, ma va bene. Il Kilimanjaro ha toccato le corde della fiducia. Mi fido di Gladys. Non di altri. Ho scoperto con disappunto che avrei potuto noleggiare l’attrezzatura là, per 150 dollari totali.

Ieri sera, mentre stavo facendo lo zaino, con Silvia, come di rito, guardavo l’ingombro e mi ingombravo io. Più amo l’essenzialità e più mi ritrovo piena di vesititi da dover portare, se voglio andare là. Proprio sul Kilimanjaro.

Amo le mie tre magliette e le tre braghe, i sandali e la leggerezza del poco che mi serve. Stavolta ho anche i micropile, le magliette termiche, la giacca e i pantaloni. Gli scarponcini e tutto ciò che ho acquistato, per cui ho speso. Mi sento in colpa, mi sento approssimativa e confusionaria. Superficiale. “Potevo e avrei potuto” sono i miei mantra mentali di oggi.

Non metto manco la reflex, non ci sta. E l’avevo comprata anche per la Tanzania: so che mi pentirò di portarla ma anche di non portarla.

Ho rotto il pc. Ho ordinato compulsivamente su Amazon (mai fatto prima per motivi etici) una sacca per l’acqua, un paio di guanti e le catenelle per le scarpe. Il corriere è arrivato, io c’ero ma lui ha suonato alla vicina. Lo sto aspettando oggi. Oggi che devo partire. A breve. Fra pochissimo: con i guanti vecchi che mi guardano per sapere se devono o no saltar dentro nello zaino pure loro. Mi mancano il liquido delle lenti e una card per la macchina fotografica, quella compatta. Aeroporto: gli acquisti lì sono una misura della mia inefficienza.

Poi penso al dopo: non so cosa farò, dove e come ci arriverò. Ho sempre desiderato l’improvvisazione ma ora la temo. Israele si è improvvisato da solo, senza che io lo sapessi. Mi sto vestendo di sensi di colpa: spese, zaino pesante, impulsività, voglia di sfide. Non servono ma sono qui. Ho avuto mesi e mi sono ridotta a oggi.

Non vedo i pezzi del puzzle che combaciano né il girare a ritmo delle cose. Vedo la mia resilienza. I cambi dell’ultimo secondo, la consapevolezza che nulla è determinante e che ciò che non userò potrò venderlo.

“Chi me lo ha fatto fare” è un classico. Lo dico a ogni partenza. Oggi però il panico è più forte, così forte che non vorrei partire. Che vorrei ma meglio. Che vorrei, oh, al diavolo!

(scritto di getto, dal cellulare)

Lei. (10.08.25 – 06.07.17)

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Lei se n’è andata.

Non subito, non di colpo.

Non ho mai percorso il corridoio del primo piano per trovarmi davanti a un letto vuoto, capace di spezzare un sorriso e trasformarlo in panico. Ho avuto, pagando con la sua probabile sofferenza, tutto il tempo per abituarmi. Ha avuto un ictus prima della metà di giugno, ma non riesco a ricordare quando. Renata dice che è successo di lunedì. L’ho saputo solo due giorni dopo e ho fatto il possibile per andare a trovarla. Di corsa.

Ha resistito tanto. Poco più di un mese con l’ossigeno, il sondino e la solitudine. Gli occhi ogni tanto si aprivano e si muovevano. Per un istante irrazionale ho pensato: “lei lo sa che sono qui, mi ha seguita con lo sguardo e ha sentito cosa le stavo dicendo”. L’hanno lasciata accanto a Renata, che l’ha vista deperire giorno dopo giorno. Che l’ha sentita allontanarsi notte dopo notte, che l’ha chiamata come si fa quando non ci si rassegna.

“Mariangela, Mariangela… Mariangela! Mi senti?”

Silenzio.

Provo anch’io. Le sussurro qualche parola di affetto, le accarezzo la fronte liscia. Ogni tanto non reggo e mi commuovo. Non ricordo nemmeno cosa ci siamo dette l’ultima volta. Io, quella visita, l’ultima, non la ricordo. Non sapevo che sarebbe stata l’ultima e non me la sono stampata nel cervello, non l’ho scritta e – per la miseria – ho pure saltato quel sabato, il sabato prima dell’ictus. Proprio quello. Gli ultimi istanti che possiedo sono quelli di una donna confusa, che pensa di essere altrove. Ricordo qualche frase saggia, di quelle sue che tanto mi facevano stare bene e i battibecchi con Renata: così belli che a raccontarli mica si riesce. Ricordo di averla imboccata con le sue pappe. Di averla guardata fissa in quegli occhi azzurri nei quali vi era una brama di vivere unica, per quell’età. Erano come febbricitanti, veloci e furbi.

La prima volta che ho capito che Mariangela, per quanto viva, non ci sarebbe stata più, ho ovviamente pianto. Ho pianto quando Renata mi ha sfiorato un braccio quasi afferrandomelo e – dal basso verso l’alto – mi ha detto: “Quando mancherà, verrai ancora vero? Ci sono io, eh. Io ci sono ancora, vieni a trovare me, vero?”. I giorni successivi ho comprato vestiti e scarpe. Sono andata in Istituto, di nuovo. Per me e per Renata, che aveva poco appetito. Mi sembrava di averla messa già via. Mi sembrava di aver metabolizzato. Non era viva. Non era morta. Avevo tempo per digerire e accettare. Per stare sabato dopo sabato, weekend dopo weekend senza di lei ma con lei.

Poi Vita, figlia di Olga – la badante di Renata – mi avvisa con un messaggio: “Ciao… oggi morta signora Mariangela”. Vita. Non le ho mai risposto. Il sei luglio sono uscita dall’ufficio più confusa del previsto, il sette luglio sarebbe stato il compleanno della mia nonna biologica. Sono andata subito in Istituto ma era tardi, tutto chiuso. Ho chiamato una vecchia amica che non sentivo da tanto, che fa la Oss al Pertusati e che a sua volta ha chiesto a una collega di aprirmi. La camera mortuaria era spoglia, senza fiori né carte. La bara aperta. L’operatrice parlava per non lasciare imbarazzo. Non si capiva quando ci sarebbe stato il funerale e io tempo prima avevo promesso a Mariangela che sarei andata, ci sarei stata assolutamente. Me lo aveva chiesto, più volte.

“Chiama domani”, mi dicono.

Il giorno dopo ho chiamato e spiegato al tizio dell’amministrazione che dovevo sapere quando sarebbe stato il funerale. Mi sono commossa al telefono alla parola promessa. Inutile spiegare che eravamo legatissime, inutile dire che è stata la sola nonna che posso dire mi abbia fatto da nonna e da amica. Conta di più dire: “ho promesso”. Solo in quel momento l’amministratore mi ha detto: “faccio il possibile, richiami tra un’ora”. Nel frattempo avevo bisogno di saperlo, per essere sicura di esserci tra lavoro e mezzi e tempo pavese. Ho rintracciato le pompe funebri e ho chiamato loro. Lunedì. “Lunedì 10 luglio ci sarà il funerale”. Ho bisogno di date, anche per ricordare poi, in futuro.

Mariangela – anche in questo ci somigliamo – ha scelto di essere cremata. Il funerale è stato atroce, nella cappella del Pertusati e con pochissime persone. La bara vuota quasi quanto il rito cattolico pieno di frasi senza significato, di un prete che manco la conosceva. Ho avuto accanto un’amica, per fortuna, che mi ha aiutato a stare meglio nella rigidezza e nella freddezza di quel momento. Abbiamo anche rapito Renata: ché se non fosse stato per noi nessuno l’avrebbe mai accompagnata giù. Come si fa a non far partecipare al funerale la cognata nonché la compagna di stanza di quattro anni di vita, lì dentro? Ché se non ammattisci lo devi solo alle amicizie e ai legami e alle parole? Mi sono commossa quando l’animatrice ha detto che terrà lei i quaderni di poesie di Mariangela (ma temo che la lettera che le scrissi dal Cammino sia andata perduta): “Mariangela amava scrivere”, mi dice, inutilmente. Siamo diventate amiche da quella cosa lì, sì: da quella passione precisa precisa.

Non so ancora come mi sento. Non posso dirlo. A volte mi sembra che non sia successo. A volte sento una malinconia strana. A volte ancora sento che alla fine lei è in me. Nell’eredità spirituale e mentale che mi ha trasmesso.

In una parola sola?

Amare.

Non è da tutti saper insegnare l’amore incondizionato, dal punto di vista materiale. L’amore così come si è: senza aspettative, sogni, ambizioni, senza leggi, regole, pretese o necessità. L’amore che gioisce perché si sente utile e che apprezza la persona per il semplice fatto che c’è. Lei si sentiva utile per me e io per lei. Lei mi dava tantissimo e io qualcosa davo a lei. Quando vado da Renata, sento che ciò che faccio lo faccio per Mariangela, per Renata e per me. Ho portato Renata in giardino, la porto a fumare, mi intrattengo a far due chiacchiere anche con altri ospiti dell’Istituto. Voglio chiedere il permesso, a settembre, di portarla in centro a fare un giro e – perché no – a mangiare una pizza. Non so perché non l’abbia mai fatto con Lei.

So che lo faccio ora perché serve a me e a Renata: non sappiamo parlare come Lei, non sappiamo farlo con quella  leggerezza profonda. Abbiamo bisogno di distrarci, di guardare il giardino, apprezzarne l’ombra, spingere le ruote verso la statuetta della madonna, ogni tanto ricordarla ma pochissimo, parlare di tempo, viaggi, lavoro. Delle compagne di stanza, incluso quella nuova.

“Prendi il chinino per l’Africa! Lo vendono anche dal tabaccaio!”

“Mi raccomando mangia”

“Vieni quando vuoi. Io sono qui”.

Soffitte al mare

19149064_10155572387695209_2082593009221805872_nQuando i pensieri si accumulano non riesco più a scrivere. Quando ho troppe cose da dire di me (egocentrismo), quando ho troppe cose da dire astratte, banali o difficili, io reagisco smettendo di scrivere. Ho un elenco mentale: alcune cosette sul femminismo, alcune cosette sulla preparazione per il Kilimanjaro, altre sulla morte di Mariangela, ho un regalo di compleanno al mare che vorrebbe essere raccontato.

Non riesco a districarmi e lascio che si accumulino cose, come avviene nei magazzini, nei box, nei sottoscala o nelle soffitte. Non so dire bene cosa ci sia nella mia cantina ma so che appena apro la porta vedo un rastrello in disuso, una scopa di saggina, qualche scatolone chiuso, una bici arrugginita. Toh c’è anche il triciclo di Susanna.

“Guarda! Guarda qui: c’è anche quel mangianastri arancione, lo ricordi, vero?”. Entro timorosa e trovo i quaderni delle medie, qualche diario del liceo, una scatola con un centinaio di numeri della mia rivista preferita, mai letti. Entro con calma e con fatica. All’inizio ho quel carico di entusiasmo per il passato e il ricordo che mi tiene lì, ferma lì, accucciata sulla punta dei piedi a sfogliare qualcosa.

Ricordo, rido, “ma no!”, guardo qualche foto ancora in analogico e mi chiedo se sono io, davvero. Mostro a qualcuno un ricordo preciso: il Dolceforno, il grillo parlante senza pile, un poster di Seven rotto ai lati (e mi chiedo perché sia ancora lì). Ci sono anche alcuni librettini in regalo con Ciak su Titanic e su Martin Scorsese e i libri della Mondadori per ragazzi. “Lo scarabeo vola al tramonto”: per me questo nome è il nome di cinque anni di vita, di cui ricordo solo quattro cose. Improvvisamente decido di volerlo rileggerle. Ci sarà un motivo se rispetto al GGG, Matilde, Le Streghe, Gli sporcelli e Bianca Pitzorno tutta (“cosa vuoi fare da grande? Bianca Pitzorno”), quel libro mi sia rimasto impresso seppur svuotato di contenuto.

Resto in soffitta e mi guardo in giro, colpevole: non sto riordinando, non sto scegliendo, risolvendo, sciogliendo, argomentando. Nessuno scatolone ha trovato la sua collocazione né ho tolto polvere. In un angolo ci sono solo due pallottole di carta che mi sembra di poter buttare, ma nient’altro. Ricomincio a leggere a caso quei diari, osservo due foto di me al mare.

Osservo il mio weekend a Moneglia, nei luoghi della mia infanzia, dove non mettevo più piede da 25 anni.

Il 17 giugno, dopo aver dormito 4 ore per il concerto di Tiziano Ferro e uno sciopero dei mezzi, Mara è venuta a prendermi. Direzione sconosciuta fino a quando non abbiamo imboccato l’autostrada. Mi stava portando a Moneglia. Subito iniziò a manifestarsi quel senso confuso di ricordi: la galleria stretta, lunga e buia che creava il giusto distacco tra casa e mare, una sopraelevata rifatta, dove ai tempi piansi con un gelato in mano.

Il castello. Lo vedevo dal mare e quando ero piccola pensavo di volerci scrivere una storia, ma non ci riuscivo. Tenevo il diario e mi attenevo alla realtà: oltre non mi era possibile andare. Non ero capace. Come adesso, in fondo. E poi gli scogli – che non dovevo raggiungere senza il papà – in realtà ora sono a uno sputo dalla spiaggia.

Ricordo ancora Antonio, il signore gentile dell’albergo: bello, divertente, affettuoso. Grazie a Mara mi sono convinta a cercarlo: sì, anche lui è ancora lì, nella sua Locanda Maggiore. Non avevo previsto né di trovarlo davvero né che anche lui potesse emozionarsi. Non sapevamo bene cosa dirci.

“Forse ti ricordi di mio padre…”

“No, mi ricordo di Antonio. Lei è Antonio?”, sua figlia sorride mentre spinge il passeggino avanti e indietro nella hall.

“Si ricorda di te, papà! Ora gli hai cambiato la giornata, lo sai?”

“Quanti anni hai, se posso chiedere?”

“35. L’ultima volta che sono venuta qui ne avevo 10. Lei era proprio gentile con me”.

Poi cambia argomento: sua figlia ha la mia età, Moneglia non è poi tanto diversa, vero? Mi dice di tornare e di portare i miei genitori. Mi rendo conto che ho fatto benissimo ad ascoltare Mara, che in fondo è stato come dire a una persona di aver fatto qualcosa di più del suo lavoro di albergatore. Forse siamo in tanti a ricordarci di Antonio: quanto ero felice di vederlo tra i tavoli, a cena!

Poi siamo uscite. Ci ho messo un po’ a salutare Moneglia: l’insegna della pizza a metro ancora lì, il cinema che ha chiuso, la cartoleria con i giochi da spiaggia, il colore delle cabine e degli ombrelloni, la pescheria, l’hotel rosa antico, Nicolò e il bagnino di Inverigo. Benedetta e le sue sorelle, una ragazza di cui non ricordo il nome, Simona e le prime serate “da sola”. Ho messo tutto nel trolley, dopo aver spolverato ogni cosa a dovere, Infine Mara e io siamo partite in auto per rientrare nel presente, come se avessimo avuto una DeLorean. Un filo di gratitudine e qualche pensiero pesante mi hanno accompagnato per tutta la settimana successiva, muta.

Ritorno subito in soffitta: scuoto la testa, riguardo la foto: mi sto ancora dondolando rannicchiata sulle punte dei piedi, tra scatoloni di pensieri che per pigrizia non voglio riorganizzare. Si sta troppo bene, qui, senza fretta.

Tergiversando.