Racconti africani. Le prime ore

L’aereo si svuota: una hostess cerca di contare i passeggeri rimasti a bordo. Richiama alcuni italiani che si erano riuniti in mezzo al corridoio come palline di mercurio, dopo una separazione forzata qua e là per tutto il viaggio.

Siamo pochi: io, due gruppi di giovani, uno dei quali sta andando in una missione cattolica e una coppia in abiti neri. Lei porta i rasta da un lato, dall’altro è rasata. Un occhio mi osserva da sotto la nuca mentre mi dà le spalle. Una scritta in hindu o tailandese l’accompagna. Gli altri sono scesi a Zanzibar: una fermata del veivolo prima di atterrare al capolinea: Dar es Salaam. I voli hanno funzionato da imbuto. Fino a Muscat c’era un caos vacanziero di famiglie, coppie con valigie enormi, gruppi di maturati. Molti sono poi andati a Bangkok, altri in Tanzania. La maggior parte è scesa sull’isola.

Sono in Africa per la prima volta. L’aeroporto non è propriamente “internazionale” come mi sarei aspettata: cerco un baracchino vodacom e il cambia valute, come se fossimo alla stazione autobus di una qualsiasi città indiana. I tempi sono lenti ma non ho fretta. Mi concedo un taxi fino all’albergo fuori dal centro. Passiamo per stradine tutte uguali, la gente sul ciglio a vendere, cucinare, mercanteggiare all’aperto o all’ombra delle loro casupole basse e piatte.

“Oggi vendono le capre”, mi dice il tassista seduto alla mia destra. Attraversiamo binari senza passaggio a livello: anche lì la gente si dispone lungo i margini, i confini, le linee. La musica e il vociare sono costanti, un sottofondo.

Mi dice che quella è la zona locale, dove vivono. In centro, invece, trovo i negozi, il mercato, un museo. Penso all’incipit di Anna Karenina: la povertà si somiglia tutta, le contraddizioni e i dettagli quelli no, sono diversi. La temperatura è perfetta, il caldo piacevole e non umido. Arrivo al mio hotel decentrato, non bello (mi sono fatta cambiare camera) ma funzionale: domattina in 5 minuti sarò alla stazione dei bus per le mie prime dieci ore verso Moshi, dove mi aspetta – spero – Gladys. Sono già le 17.00 quando esco dall’hotel per andare in centro. Sono in giro da più di 24 ore.

La strada verso un bus, a quanto sembra, è lastricata di occhi. Occhi curiosi, fissi, sorridenti, fastidiosi. Hello, how are you? Karibu! Nice tattoo! Jambo! Parole a raffica in inglese e kswahili. Mi rivolgo a una donna per chiedere dove sia la fermata per il centro.

In 30 minuti arrivo a Kivukoni, il capolinea, dove cammino a passo veloce cercando di cogliere il più possibile: mi sento osservata e non sono ancora a mio agio. Le donne sono variopinte di gialli e fiori e verdi, in tailleur o con il velo. Sembrano appartenere a tre paesi diversi. Il mercato del pesce è voci, ressa, colori e odori. La gente sta sempre ai lati del marciapiede e vende: radici che sembrano zenzero ma di colore arancione, frutta, noccioline, bibite, scarpe, pesce disposto su piccoli tavolini quadrati che ricordano quelli di chi gioca alle tre carte. Ci sono anche quelli che le scarpe le lucidano.Mi rilasso, stando attenta alle bici e a chi porta pesi sulla testa e sulle spalle.

Passo accanto a una chiesa dalla quale escono voci potenti. Prima di entrare mi si accostano due uomini: al primo do poco retta, il secondo mi ispira fiducia. Parla italiano, imparato sul campo. Si chiama Jaguar, come la macchina, mi dice. Lui mi chiamerà Leo per tutto il tempo. Mi dice che quella chiesa è tedesca:  se voglio quella romana devo andare più avanti. Voglio entrare. Lo saluto ma so che lo avrò alle calcagna a lungo.

Il rito è un canto e un ballo e un tuono e una festa. La gente balla. Balla davvero. Muovono i corpi, le mani e il diaframma. Una donna vestita di rosso mi dice di entrare. Sto in fondo. Due donne ballano verso di me e io sorrido. Alla fine entra Joyce, mi prende in contropiede, mi afferra la mano e mi porta sulle panche accanto a lei,  che con la voce e un movimento della lingua lancia acuti fortissimi. Partecipo con loro: la musica è trascinante e non faccio fatica a farmi coinvolgere.

Quando esco, Jaguar è ancora lì e torna. Mi parla in italiano e mi accompagna, mentre cammino fino alla chiesa “romana”. Sembra che ci sia un rito ma è poco interessante. Insiste e cedo facendomi portare a bere qualcosa in un posto verso il mare, scendendo qualche gradino dal marciapiede principale. “Io guardo lontano”, mi dice quando lo avviso di non avere intenzione di fare safari, “se io ti porto bene e sono guida brava, tu poi lo dici in Italia, scrivi su internet e io ho lavoro”.

Sorrido. Mi racconta che a Moshi ci sono i Masai e che le tribù in Tanzani sono 120. Fallito il tentativo safari, prova di dirmi che mi accompagna dove voglio andare:

“tu paghi per te e io per me”,

“no, è il tuo lavoro!”

“Io guardo lontano: per dirlo ai tuoi amici devi vedere come lavoro. Anzi, come si dice in italiano? Società! Tu mi porti clienti da Italia e dividiamo”.

Alla fine mi mostra delle stampe, fatte da lui.

“Sono qui da poche ore, se inizio subito con i regali…”, ma lui mi ha accompagnato e per quanto non volessi, alla fine ha investito professionalmente su di me e io gli ho dato corda. Acquisto una delle sue tele di Masai che – come dice lui – hanno solo il pareo, non mettono le mutande e sono i primi tra le tribù della Tanzania.

Vuole “venire a Italia”: un suo amico italiano di Benevento gli ha detto che c’è lavoro con i pomodori e che si guadagna bene. Gli piace Venezia, dalle foto. Lo saluto, mi dà il suo numero. Un uomo in coda per il biglietto mi chiede in inglese che lingua stessimo parlando.

Non salgo subito sul primo bus perché la gente corre veloce, si spinge e alcuni cadono. Sul secondo va meglio ma resto comunque pigiata corpo a corpo come nell’ora di punta sulla rossa a Milano. In due – senza aver chiesto – mi avvisano quando devo scendere, anche se il display mostra le fermate. Il bus è nuovissimo e le pensiline funzionali e ben curate. Puoi entrarci solo con il biglietto scansionando il QR code ai tornelli. Quando scendo è buio anche se sono solo le 19.30, mi faccio strada tra moto, apecar, vocianti, terra polverosa ai margini, copertoni. I negozietti hanno qualche luce e insegna, le case sono parallelepipedi bassi e colore della polvere, beige. Ceno in una specie di dehor dell’albergo, pieno di gente che beve e mangia al buio. Una griglia su più piani mostra quello che mi dicono sia pollo fritto. Mi arrivano addosso i fumi e finalmente un odore forte. Ordino del pesce con riso. Prima di mangiare arrivano con una ciotola e una brocca d’acqua per farmi lavare le mani. Divoro quel pesce saporito e piccante, condito con verdure, e mischio i fagioli al riso (sembra quello glutinoso thailandese). Chiacchiero con un indiano di Delhi trovato nel mio hotel. Lui domani partirà per Arusha, per un safari. Lo avevo scambiato per un occidentale: penso a quanto stereotipi, aspetto e contesto agiscano sulla nostra mente. Accorcino o allunghino distanze.

Distanze.

Domani ho 10 ore di bus per Moshi per andare da Gladys. Mi pregusto il senso di protezione, incontri (se ci saranno) e questo dilatarsi del tempo, tipico del viaggio. “Siediti a sinistra, sul bus, così vedi le montagne”.

Me lo ha scritto Gladys: iniziamo a trovare il bus, alle sei e mezza domattina.

(Disclaimer: scritto da un cellulare a fatica e senza editing e soprattutto stanca)

(Aggiornamento: a Moshi sono arrivata felice. Mi sono seduta a sinistra ma il bus si è rotto. Su quello che ci ha recuperato ero a destra.)

Achtung

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Mai uguale, mai un rito identico a sé stesso. Ogni volta è la prima volta.

Voglio fare quella fica, quella che “ma tanto sono stata di qui e di là, io viaggio sola sempre”. Alla fine, di fico non ho nulla. Ho solo una maledetta normalissima fifa.

Naturale? Forse. C’è chi parte tranquillo. Ci sono viaggi in cui si parte rilassati. Un pizzico d’agitazione pre Brasile, un po’ di ansia per le dimenticanze sulla transiberiana, qualche momento di paura in attesa di Israele. E così via.

Questa volta è ancora diverso. Non è quella incazzatura imbronciata di San Pietroburgo, né l’eccitazione di Foz do Iguacu. È panico.

Perché cosa c’è di meglio di un attacco di ansia a poche ore dalla partenza? Cosa di meglio che non dormire un cazzo per due notti? Martedì mi sono svegliata padrona di me, sicura, serena. Oggi sembro Maga Magò nella versione indemoniata con morbillo.

“È una vacanza… non stai andando in missione!”

Martedì, tutto quel vuoto di tempo e quello spazio intorno mi hanno messo davanti alle cosette storte. La mente si è svuotata, capace di accogliere finalmente tutto ciò che non fosse lavoro, camminate, faccende quotidiane, relazioni.

Il mio prossimo viaggio era lì. Trafficai un po’ per l’agenzia, la cambiai in corsa, presi una fregatura, per fortuna senza danni economici. Mi accorsi di aver selezionato solo compagnie indipendenti e senza certificazioni. La sola fidata ha un trek previsto per il 14 agosto e senza acclimatamento.

Iniziai a non fidarmi più. Ieri indagai, sondai i terreni e ricominciai a richiedere preventivi. Cercai di tornare con la prima guida, sempre mezza de sfroos, ma mi ha rimbalzata: non si fida più di me. Ieri sera trovai anche Gladys: mi piace, è certificata e partono in 4 il 6 agosto. Costa un pochino di più, ma va bene. Il Kilimanjaro ha toccato le corde della fiducia. Mi fido di Gladys. Non di altri. Ho scoperto con disappunto che avrei potuto noleggiare l’attrezzatura là, per 150 dollari totali.

Ieri sera, mentre stavo facendo lo zaino, con Silvia, come di rito, guardavo l’ingombro e mi ingombravo io. Più amo l’essenzialità e più mi ritrovo piena di vesititi da dover portare, se voglio andare là. Proprio sul Kilimanjaro.

Amo le mie tre magliette e le tre braghe, i sandali e la leggerezza del poco che mi serve. Stavolta ho anche i micropile, le magliette termiche, la giacca e i pantaloni. Gli scarponcini e tutto ciò che ho acquistato, per cui ho speso. Mi sento in colpa, mi sento approssimativa e confusionaria. Superficiale. “Potevo e avrei potuto” sono i miei mantra mentali di oggi.

Non metto manco la reflex, non ci sta. E l’avevo comprata anche per la Tanzania: so che mi pentirò di portarla ma anche di non portarla.

Ho rotto il pc. Ho ordinato compulsivamente su Amazon (mai fatto prima per motivi etici) una sacca per l’acqua, un paio di guanti e le catenelle per le scarpe. Il corriere è arrivato, io c’ero ma lui ha suonato alla vicina. Lo sto aspettando oggi. Oggi che devo partire. A breve. Fra pochissimo: con i guanti vecchi che mi guardano per sapere se devono o no saltar dentro nello zaino pure loro. Mi mancano il liquido delle lenti e una card per la macchina fotografica, quella compatta. Aeroporto: gli acquisti lì sono una misura della mia inefficienza.

Poi penso al dopo: non so cosa farò, dove e come ci arriverò. Ho sempre desiderato l’improvvisazione ma ora la temo. Israele si è improvvisato da solo, senza che io lo sapessi. Mi sto vestendo di sensi di colpa: spese, zaino pesante, impulsività, voglia di sfide. Non servono ma sono qui. Ho avuto mesi e mi sono ridotta a oggi.

Non vedo i pezzi del puzzle che combaciano né il girare a ritmo delle cose. Vedo la mia resilienza. I cambi dell’ultimo secondo, la consapevolezza che nulla è determinante e che ciò che non userò potrò venderlo.

“Chi me lo ha fatto fare” è un classico. Lo dico a ogni partenza. Oggi però il panico è più forte, così forte che non vorrei partire. Che vorrei ma meglio. Che vorrei, oh, al diavolo!

(scritto di getto, dal cellulare)

Lei. (10.08.25 – 06.07.17)

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Lei se n’è andata.

Non subito, non di colpo.

Non ho mai percorso il corridoio del primo piano per trovarmi davanti a un letto vuoto, capace di spezzare un sorriso e trasformarlo in panico. Ho avuto, pagando con la sua probabile sofferenza, tutto il tempo per abituarmi. Ha avuto un ictus prima della metà di giugno, ma non riesco a ricordare quando. Renata dice che è successo di lunedì. L’ho saputo solo due giorni dopo e ho fatto il possibile per andare a trovarla. Di corsa.

Ha resistito tanto. Poco più di un mese con l’ossigeno, il sondino e la solitudine. Gli occhi ogni tanto si aprivano e si muovevano. Per un istante irrazionale ho pensato: “lei lo sa che sono qui, mi ha seguita con lo sguardo e ha sentito cosa le stavo dicendo”. L’hanno lasciata accanto a Renata, che l’ha vista deperire giorno dopo giorno. Che l’ha sentita allontanarsi notte dopo notte, che l’ha chiamata come si fa quando non ci si rassegna.

“Mariangela, Mariangela… Mariangela! Mi senti?”

Silenzio.

Provo anch’io. Le sussurro qualche parola di affetto, le accarezzo la fronte liscia. Ogni tanto non reggo e mi commuovo. Non ricordo nemmeno cosa ci siamo dette l’ultima volta. Io, quella visita, l’ultima, non la ricordo. Non sapevo che sarebbe stata l’ultima e non me la sono stampata nel cervello, non l’ho scritta e – per la miseria – ho pure saltato quel sabato, il sabato prima dell’ictus. Proprio quello. Gli ultimi istanti che possiedo sono quelli di una donna confusa, che pensa di essere altrove. Ricordo qualche frase saggia, di quelle sue che tanto mi facevano stare bene e i battibecchi con Renata: così belli che a raccontarli mica si riesce. Ricordo di averla imboccata con le sue pappe. Di averla guardata fissa in quegli occhi azzurri nei quali vi era una brama di vivere unica, per quell’età. Erano come febbricitanti, veloci e furbi.

La prima volta che ho capito che Mariangela, per quanto viva, non ci sarebbe stata più, ho ovviamente pianto. Ho pianto quando Renata mi ha sfiorato un braccio quasi afferrandomelo e – dal basso verso l’alto – mi ha detto: “Quando mancherà, verrai ancora vero? Ci sono io, eh. Io ci sono ancora, vieni a trovare me, vero?”. I giorni successivi ho comprato vestiti e scarpe. Sono andata in Istituto, di nuovo. Per me e per Renata, che aveva poco appetito. Mi sembrava di averla messa già via. Mi sembrava di aver metabolizzato. Non era viva. Non era morta. Avevo tempo per digerire e accettare. Per stare sabato dopo sabato, weekend dopo weekend senza di lei ma con lei.

Poi Vita, figlia di Olga – la badante di Renata – mi avvisa con un messaggio: “Ciao… oggi morta signora Mariangela”. Vita. Non le ho mai risposto. Il sei luglio sono uscita dall’ufficio più confusa del previsto, il sette luglio sarebbe stato il compleanno della mia nonna biologica. Sono andata subito in Istituto ma era tardi, tutto chiuso. Ho chiamato una vecchia amica che non sentivo da tanto, che fa la Oss al Pertusati e che a sua volta ha chiesto a una collega di aprirmi. La camera mortuaria era spoglia, senza fiori né carte. La bara aperta. L’operatrice parlava per non lasciare imbarazzo. Non si capiva quando ci sarebbe stato il funerale e io tempo prima avevo promesso a Mariangela che sarei andata, ci sarei stata assolutamente. Me lo aveva chiesto, più volte.

“Chiama domani”, mi dicono.

Il giorno dopo ho chiamato e spiegato al tizio dell’amministrazione che dovevo sapere quando sarebbe stato il funerale. Mi sono commossa al telefono alla parola promessa. Inutile spiegare che eravamo legatissime, inutile dire che è stata la sola nonna che posso dire mi abbia fatto da nonna e da amica. Conta di più dire: “ho promesso”. Solo in quel momento l’amministratore mi ha detto: “faccio il possibile, richiami tra un’ora”. Nel frattempo avevo bisogno di saperlo, per essere sicura di esserci tra lavoro e mezzi e tempo pavese. Ho rintracciato le pompe funebri e ho chiamato loro. Lunedì. “Lunedì 10 luglio ci sarà il funerale”. Ho bisogno di date, anche per ricordare poi, in futuro.

Mariangela – anche in questo ci somigliamo – ha scelto di essere cremata. Il funerale è stato atroce, nella cappella del Pertusati e con pochissime persone. La bara vuota quasi quanto il rito cattolico pieno di frasi senza significato, di un prete che manco la conosceva. Ho avuto accanto un’amica, per fortuna, che mi ha aiutato a stare meglio nella rigidezza e nella freddezza di quel momento. Abbiamo anche rapito Renata: ché se non fosse stato per noi nessuno l’avrebbe mai accompagnata giù. Come si fa a non far partecipare al funerale la cognata nonché la compagna di stanza di quattro anni di vita, lì dentro? Ché se non ammattisci lo devi solo alle amicizie e ai legami e alle parole? Mi sono commossa quando l’animatrice ha detto che terrà lei i quaderni di poesie di Mariangela (ma temo che la lettera che le scrissi dal Cammino sia andata perduta): “Mariangela amava scrivere”, mi dice, inutilmente. Siamo diventate amiche da quella cosa lì, sì: da quella passione precisa precisa.

Non so ancora come mi sento. Non posso dirlo. A volte mi sembra che non sia successo. A volte sento una malinconia strana. A volte ancora sento che alla fine lei è in me. Nell’eredità spirituale e mentale che mi ha trasmesso.

In una parola sola?

Amare.

Non è da tutti saper insegnare l’amore incondizionato, dal punto di vista materiale. L’amore così come si è: senza aspettative, sogni, ambizioni, senza leggi, regole, pretese o necessità. L’amore che gioisce perché si sente utile e che apprezza la persona per il semplice fatto che c’è. Lei si sentiva utile per me e io per lei. Lei mi dava tantissimo e io qualcosa davo a lei. Quando vado da Renata, sento che ciò che faccio lo faccio per Mariangela, per Renata e per me. Ho portato Renata in giardino, la porto a fumare, mi intrattengo a far due chiacchiere anche con altri ospiti dell’Istituto. Voglio chiedere il permesso, a settembre, di portarla in centro a fare un giro e – perché no – a mangiare una pizza. Non so perché non l’abbia mai fatto con Lei.

So che lo faccio ora perché serve a me e a Renata: non sappiamo parlare come Lei, non sappiamo farlo con quella  leggerezza profonda. Abbiamo bisogno di distrarci, di guardare il giardino, apprezzarne l’ombra, spingere le ruote verso la statuetta della madonna, ogni tanto ricordarla ma pochissimo, parlare di tempo, viaggi, lavoro. Delle compagne di stanza, incluso quella nuova.

“Prendi il chinino per l’Africa! Lo vendono anche dal tabaccaio!”

“Mi raccomando mangia”

“Vieni quando vuoi. Io sono qui”.

Soffitte al mare

19149064_10155572387695209_2082593009221805872_nQuando i pensieri si accumulano non riesco più a scrivere. Quando ho troppe cose da dire di me (egocentrismo), quando ho troppe cose da dire astratte, banali o difficili, io reagisco smettendo di scrivere. Ho un elenco mentale: alcune cosette sul femminismo, alcune cosette sulla preparazione per il Kilimanjaro, altre sulla morte di Mariangela, ho un regalo di compleanno al mare che vorrebbe essere raccontato.

Non riesco a districarmi e lascio che si accumulino cose, come avviene nei magazzini, nei box, nei sottoscala o nelle soffitte. Non so dire bene cosa ci sia nella mia cantina ma so che appena apro la porta vedo un rastrello in disuso, una scopa di saggina, qualche scatolone chiuso, una bici arrugginita. Toh c’è anche il triciclo di Susanna.

“Guarda! Guarda qui: c’è anche quel mangianastri arancione, lo ricordi, vero?”. Entro timorosa e trovo i quaderni delle medie, qualche diario del liceo, una scatola con un centinaio di numeri della mia rivista preferita, mai letti. Entro con calma e con fatica. All’inizio ho quel carico di entusiasmo per il passato e il ricordo che mi tiene lì, ferma lì, accucciata sulla punta dei piedi a sfogliare qualcosa.

Ricordo, rido, “ma no!”, guardo qualche foto ancora in analogico e mi chiedo se sono io, davvero. Mostro a qualcuno un ricordo preciso: il Dolceforno, il grillo parlante senza pile, un poster di Seven rotto ai lati (e mi chiedo perché sia ancora lì). Ci sono anche alcuni librettini in regalo con Ciak su Titanic e su Martin Scorsese e i libri della Mondadori per ragazzi. “Lo scarabeo vola al tramonto”: per me questo nome è il nome di cinque anni di vita, di cui ricordo solo quattro cose. Improvvisamente decido di volerlo rileggerle. Ci sarà un motivo se rispetto al GGG, Matilde, Le Streghe, Gli sporcelli e Bianca Pitzorno tutta (“cosa vuoi fare da grande? Bianca Pitzorno”), quel libro mi sia rimasto impresso seppur svuotato di contenuto.

Resto in soffitta e mi guardo in giro, colpevole: non sto riordinando, non sto scegliendo, risolvendo, sciogliendo, argomentando. Nessuno scatolone ha trovato la sua collocazione né ho tolto polvere. In un angolo ci sono solo due pallottole di carta che mi sembra di poter buttare, ma nient’altro. Ricomincio a leggere a caso quei diari, osservo due foto di me al mare.

Osservo il mio weekend a Moneglia, nei luoghi della mia infanzia, dove non mettevo più piede da 25 anni.

Il 17 giugno, dopo aver dormito 4 ore per il concerto di Tiziano Ferro e uno sciopero dei mezzi, Mara è venuta a prendermi. Direzione sconosciuta fino a quando non abbiamo imboccato l’autostrada. Mi stava portando a Moneglia. Subito iniziò a manifestarsi quel senso confuso di ricordi: la galleria stretta, lunga e buia che creava il giusto distacco tra casa e mare, una sopraelevata rifatta, dove ai tempi piansi con un gelato in mano.

Il castello. Lo vedevo dal mare e quando ero piccola pensavo di volerci scrivere una storia, ma non ci riuscivo. Tenevo il diario e mi attenevo alla realtà: oltre non mi era possibile andare. Non ero capace. Come adesso, in fondo. E poi gli scogli – che non dovevo raggiungere senza il papà – in realtà ora sono a uno sputo dalla spiaggia.

Ricordo ancora Antonio, il signore gentile dell’albergo: bello, divertente, affettuoso. Grazie a Mara mi sono convinta a cercarlo: sì, anche lui è ancora lì, nella sua Locanda Maggiore. Non avevo previsto né di trovarlo davvero né che anche lui potesse emozionarsi. Non sapevamo bene cosa dirci.

“Forse ti ricordi di mio padre…”

“No, mi ricordo di Antonio. Lei è Antonio?”, sua figlia sorride mentre spinge il passeggino avanti e indietro nella hall.

“Si ricorda di te, papà! Ora gli hai cambiato la giornata, lo sai?”

“Quanti anni hai, se posso chiedere?”

“35. L’ultima volta che sono venuta qui ne avevo 10. Lei era proprio gentile con me”.

Poi cambia argomento: sua figlia ha la mia età, Moneglia non è poi tanto diversa, vero? Mi dice di tornare e di portare i miei genitori. Mi rendo conto che ho fatto benissimo ad ascoltare Mara, che in fondo è stato come dire a una persona di aver fatto qualcosa di più del suo lavoro di albergatore. Forse siamo in tanti a ricordarci di Antonio: quanto ero felice di vederlo tra i tavoli, a cena!

Poi siamo uscite. Ci ho messo un po’ a salutare Moneglia: l’insegna della pizza a metro ancora lì, il cinema che ha chiuso, la cartoleria con i giochi da spiaggia, il colore delle cabine e degli ombrelloni, la pescheria, l’hotel rosa antico, Nicolò e il bagnino di Inverigo. Benedetta e le sue sorelle, una ragazza di cui non ricordo il nome, Simona e le prime serate “da sola”. Ho messo tutto nel trolley, dopo aver spolverato ogni cosa a dovere, Infine Mara e io siamo partite in auto per rientrare nel presente, come se avessimo avuto una DeLorean. Un filo di gratitudine e qualche pensiero pesante mi hanno accompagnato per tutta la settimana successiva, muta.

Ritorno subito in soffitta: scuoto la testa, riguardo la foto: mi sto ancora dondolando rannicchiata sulle punte dei piedi, tra scatoloni di pensieri che per pigrizia non voglio riorganizzare. Si sta troppo bene, qui, senza fretta.

Tergiversando.

Ai matti

CIMG7931“Questo meteo mi manderà ai matti”.

Lo penso mentre stendo il bucato, dopo essere uscita stamattina e in un primo pomeriggio di vento e pioggerellina, per poi veder comparire il sole alle 17:41.

“Quasi quasi esco di nuovo. Mi metto una tuta e vado a fare due passi alla Vernavola”, sussurro.

Mentre stendo, ripenso alla frase sui matti, che adoro proprio. La trovo buffa e dal suono simpatico. Mi piace l’idea che ci sia qualcosa che possa mandare qualcuno ai matti. Non al manicomio – che per fortuna non dovrebbe più esistere, come non esistono più gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari – ma ai matti. Per associazione penso al cappellaio e ad Alice. Penso a un gruppo di gente che si diverte. Oppure a qualcuno di molto, molto stressato.

Cos’è, di preciso, un matto?

Secondo Mariangela ieri la matta ero io: “Potevo mica saperlo che la diventava matta”, dice – parlando di me – a Renata, che a sua volta risponde ad alta voce e in tono sostenuto: “te set ti la matta!”.  Io faccio qualche cenno, mostrando condiscendenza. Mi siedo in un angolo, non fiato. Siamo in Chiesa, c’è il vescovo e ci sono molte persone. Fingo di stare al gioco, che tale non è. Renata, invece, si adira: “siamo in un ricovero per anziani e handicappati. Ti te set l’handicappata. Quale Chiesa?”.  Mariangela continua a inveire, dice che non mi parlerà più se mi siedo di fronte a lei o se le parlo. Mi siedo lontano e sto in silenzio. Mi dice di aspettare le nove e di non rovinare un’acimizia.

“Amicizia, Mariangela”?

Confonde parole e lettere, nessuna sua frase ha significato. Vuole stare per conto suo. Parlo un po’ con Renata, resisto quanto riesco perché sarebbe troppo facile sparire quando la tua amica e nonna acquisita perde lucidità. Sto un po’ così, sebbene io sappia che ciò che dice non è vero. Non è vero, vero? Tentenno: anche sapendo che è demenza senile e che ha 92 anni, soffro per parole taglienti, per eventi rimossi, perché forse un legame non esiste se uno dei due non se lo ricorda. Per un istante mi sono sentita quasi offesa e – addolorata o risentita – me ne stavo per andare.

Renata è dura con Mariangela e credo di sapere perché: ha paura. La sua compagna di stanza di anni, nonché cognata, straparla. Non soffre nel corpo ma nella mente ed è quanto di più spaventoso ci possa essere, da spettatore. Ha detto a suo figlio di farla morire di fame, se dovesse succedere anche a lei. Non riesce a fingere. Deve per forza dirle qual è la realtà. “Tuo marito è morto, tu non lavori, non sei in Chiesa e la tua casa è questa”. Mi ha detto che non ce la fa: per non sentirla ieri mattina aveva già finito la sua “dose” di sigarette – fumate sulle scale antincendio – che una badante molto brava le lascia a disposizione.

Cos’è un matto?

A Pavia ho incontrato molte persone che parlano da sole. In Corso Garibaldi c’era una vecchina alta 1.40-1.50 metri a dir tanto e con una bella gobba. Aveva sempre un cappotto rosso, se ricordo bene. Andava avanti e indietro per la via a parlare e a inveire. Poi c’è l’uomo vestito da ciclista, sempre pieno di lattine di birra. Ricordo di aver visto più volte lungo il naviglio una signora molto truccata e vestita come se fosse uscita da un film d’epoca. Rosa cipria era il suo colore. Ci sono quelli strani e silenziosi. In un bar di Viale Partigiani mi ricordo di un tizio che ripeteva sempre la stessa frase in modo compulsivo. Voleva cambiare dei soldi in moneta: credo che fosse un vizio quotidiano ben noto al barista. Ci ho messo un po’ a capire che le sue frasi avevano l’andamento di un disco fermo allo stesso punto. Sono matti? Non spetta a nessuno dirlo o di sicuro non spetta a me che non sono medico, se di medicina si tratta.

Ci sono persone che più o meno si discostano dalla media o vedono la realtà in modo altro. Ci sono persone che vedono la loro realtà. Ci sono malattie. Ci sono modi diversi di comunicare. Mariangela è solo uno dei possibili estremi ed è un estremo specifico: prima di lei ci sono tante sfumature e casi diversi per età e situazione. Ci sono le piccole manie di tutti perché, come mi ricorda un’amica speciale: “nessuno è completamente sano”, ci sono comportamenti di chi è solo in casa che nemmeno possiamo immaginare (vivendo da sola posso confermarlo). Ognuno ha le sue compulsioni, i suoi dialoghi ad alta voce, le piastrelle da contare, la somma dei numeri di targa. Ciascuno ha qualche vizio e qualche realtà diversa che non ammette o non dice. Ciascuno interpreta. Per Mariangela la matta sono io che mi permetto di urlare in Chiesa (alzo la voce perché sono tutti un po’ sordi, non è che urlo).

“Questo tempo mi manderà ai matti”: io continuo a visualizzare quel posto come un insieme di gente un po’ particolare, che beve tè per il non-compleanno di un cappellaio e che alla fine si trastulla tra pensieri simpatici.  Non lo vedo – non oggi per favore – come in uno dei film che adoro – Ragazze interrotte – o con altre immagini ben più dure e difficili. Oppure con quella sensazione di disallineamento che provavo con la canzone della casa in via dei matti numero zero: l’ho sempre trovata di una tristezza indicibile da bambina e anche oggi. Un casa che non ha niente. Una casa che non ha ciò che serve per definirla casa. In cui non si possono fare delle cose, in cui non si può forse nemmeno entrare, anche se era bella, bella davvero. No. Decido di lasciare nascosta quella parte di solitudine: la componente triste, temuta, dolorosa, umiliante, degradante, a volte pericolosa che invece, purtroppo, esiste.


 

Sono uscita, dopo queste parole. Per la terza volta mi cambio – in tuta, niente di che – ed esco. Afferro anche la borsa e ci metto la macchina fotografica nuova. Magari riesco ad allenarmi, a imparare, ad applicare qualche nozione del corso.  So già, mentre mi lascio la porta alle spalle, che non farò niente.

Io che in viaggio faccio di tutto e che canticchio con le cuffie (me ne vergogno un sacco), sono la stessa persona che non riesce a fare qualcosa per le prime volte senza timore. Stamattina ho corso pochissimo – causa debolezza e sonnolenza che non mi so spiegare – alle 9:00, con gente ovunque. Quando ho iniziato lo facevo solo alle 5:30 per evitare che ci fosse qualcuno: perché di sicuro io non so correre. Temo un giudizio inesistente, visto che nessuno sta a guardare ciò che faccio o non faccio io. Eppure è più forte della logica.

Così è con il corso: non si tratta di girovagare con un cellulare e fare una foto di sfuggita. Devo prendere la mia reflex in modalità manuale e trafficare non poco, visto che ancora mi perdo tra tastini e rotelle. Ho provato, di soppiatto e con titubanza. Senza convinzione. Allora mi sono detta: facciamo che mi alleno prima con i sensi.

Ho percorso la Vernavola studiando i tronchi e le cortecce, le incisioni sugli alberi, la provenienza dei suoni e delle parole. Ho sentito versi di animali, visto galli e fagiani, qualche uccello e tre papere. Ho notato il riflesso degli alberi e delle nuvole nelle pozzanghere molto lunghe e strette, la luna che una donna ha cercato di fotografare con il telefonino. Ho notato le ragnatele tra i piccoli arbusti, i fiori, il movimento dell’acqua.

Ho in mente tutte le persone viste. Madre e figlia che corrono chiedendosi se hanno fatto un km; un paio di amici che parlano di figli; Lorenzo che di tornare a casa con il papà proprio non ne voleva sapere e scappava lontano quanto i suoi due-tre anni gli permettevano di fare. A una donna è caduto un libro. C’erano varie coppie abbracciate o in disparte. Ho visto una bambina sull’altalena, una donna fare flessioni e riposarsi dopo la corsa. Ho sentito gli odori.

Ne ricordo uno soprattutto: una donna era seduta da sola su una panchina nella zona degli ontani. L’ho osservata da lontano. Poi ci siamo incrociate camminando. Aveva un rossetto curato, rosso. Il suo profumo era delicato ma non di bagnoschiuma. Era femminile ma non dolciastro. Al ritorno – cosa che appare da psicopatica ma non lo è – mi sono seduta sulla sua stessa panchina per capire cosa stesse guardando. Ho rivisto la luna e gli ontani e la terra fangosa. Ho cercato di capire da dove provenisse la luce e cosa succede quando tocca qualcosa. Ho capito che quelle rotelle e quei pulsantini della modalità manuale sono solo poco di più di quando si apre word o altri programmi per scrivere. Ho scritto e fotografato mentalmente.

Ho ripensato ai matti prima di tornare a casa.

Alla loro solitudine e alla mia.

 

 

 

 

 

Ricordi

14231307_10154627944705209_6606321737748134000_oQualche giorno fa è stato il compleanno di Gyöngyi. Me lo ha ricordato Facebook.

Nonostante lei sia una persona importante, non sono ancora riuscita a memorizzare la data. Il giorno successivo vedo che è il compleanno di Tito Oshima. Ho fatto gli auguri a entrambi in due modi differenti e ho ripescato nella mia mente ricordi che – di fatto – non sono tali. Sono qualcosa di più.

Mi è sembrato di risentire un profumo.

Quando sento l’odore della mimosa – che a molti fa schifo – sono su un balcone lungo, bianco e marroncino, che si affaccia su una pianta alta e sottile. La posso toccare? La posso guardare fino a giù giù in fondo seguendo il suo tronco esile e arrivando davanti alla finestra dell’appartamento dei miei nonni. Posso salire su quel muretto che corre lungo la ringhiera, per vedere meglio. Non so se la mimosa fosse davvero esile e alta: so come la ricordo io.

Se sento il cocco e la vaniglia – come forse capita a tutti – mi ritrovo addosso un costume bagnato; la pelle è un po’ irritata e granulosa di sabbia e sale e crema. Ci sono odori che non riconosco e che mi portano da qualche parte. Mi è successo recentemente anche con una parola tedesca. Una via, credo. Mi è sembrato di aver vissuto un pezzettino di vita collegato a quelle lettere ma non saprei dire cosa né se sia vero.

Le canzoni? Ho rivisto il video di Ava Adore degli Smashing Pumpkins e la radio del mini market della stazione ha trasmesso gli Offspring: mi sono sentita senza tempo. Mi succede quando ripesco qualche musica dagli anni ’90, anche brutta.

I momenti storici, invece, sono più simili ad àncore: mi è stato chiesto cosa stessi facendo l’11 settembre, senza nemmeno dire l’anno. Tutti noi lo sappiamo. Se ci penso sorrido – e forse lo facciamo in tanti – perché quell’àncora è legata al mio ritorno da Palma di Maiorca l’anno della maturità, poco prima di iniziare l’università. Ero tutte le possibilità del mondo, in quel momento. Ero andata a portare un rullino delle vacanze a sviluppare e stavo in cucina a casa del mio moroso dell’epoca. Lo abbiamo scoperto dal televideo. Sì, televideo. Quella sera bevemmo una birra al Pub Centrale con alcuni suoi amici. Ero spaesata e fuori luogo e in quel bar non ci entrai mai più.

Poi ci sono frasi che ricordi a memoria, i libri e i film o gli espliciti “ti ricordi?”.

Poi ci sono loro. Gyöngyi, Tito e altri. A lei penso spesso. Volevo farlo da sola quel benedetto cammino e invece lei fu sempre presente anche quando ero scontrosa, quando la distanziavo o quando ci perdevamo per poi ritrovarci tappe e giorni dopo. Senza di lei… non so.

Sono andata a trovarla a Budapest e ho conosciuto tutta la sua famiglia, la sua casa. Ho sentito il suono della sua lingua e ci siamo capite. Lei è un’àncora speciale legata a quel momento e di più: lo abbiamo vissuto insieme. Ci sono cose non dette che sappiamo solo noi due.

Di Tito Oshima so solo che è uno psicologo giapponese che ha vissuto in Brasile. Ci siamo incontrati a Tiberiade e poi a Gerusalemme per i casi strani del viaggiare. Lui non sa l’inglese ed è per questo che è un’àncora: è l’ancora di un momento di delicatezza e del capirsi comunque. Mi parlava in portoghese – che non so ma ho imparato a capire a naso in Brasile grazie a Gabriela conosciuta a Londra e a Tatiane conosciuta nel Lencois – e io cercavo di rispondere per metà in spagnolo – che non so bene e che lui non sa ma lo comprende a tratti – e per metà in inglese. Avremmo potuto lasciar perdere: chi ci obbligava a parlare? E invece lo abbiamo fatto comunque perché in quel momento aveva un senso. Perché non si è scontati quando si viaggia, non sempre. Perché si è curiosi.

Da quel ricordo ne sgorgano altri che ne chiamano altri fino a rendersi conto che non sono solo ricordi e non sono nemmeno rapporti superficiali o stretti. Sono un domino, sono un processo. Sono me.

Ricostruendo il ricordo ricostruisco non solo ciò che ho fatto e chi ho incontrato ma anche cosa ho provato e cosa è cambiato in me.

A Tito, il giapponese molto molto delicato, ho pensato mentre uscivo dall’ufficio venerdì sera. Ho agganciato a lui – e a tutti i ricordi di viaggio come lui – il mio lavoro. Perché in fondo il lavoro è un viaggio e un domino. È un unisci i puntini.

In ciò che faccio ora, nel mio lavoro – e che mi piace, mi piace proprio – c’è tutto ciò che ho fatto e incontrato prima. Ci sono datori e progetti del passato e ci sono io che mi gusto questo presente (il qui e ora è il modo migliore per vivere. Forse lo sto imparando). Anche qui, come nel viaggio, capacità e intuizioni scaturiscono dal “tragitto” precedente e ogni nuova sfida (di qualsiasi tipo, senza dover intraprendere follie) è accolta con curiosità, delicatezza, un pizzico di agitazione e soddisfazione. Ci sono novità raccolte proprio come i sassolini sulla spiaggia o come si accoglie un passo in più.

Chi incontro, sebbene nella riservatezza del lavoro, mischia vite e informazioni su di sé con quelle degli altri. A volte si parlano lingue diverse. Altre volte si ascolta chi può insegnarci molto. Alcune volte qualcosa non va: anche in viaggio si può essere tristi, scontrosi, arrabbiati o semplicemente si può commettere uno sbaglio o un’imprecisione. In Brasile una mia leggerezza ha fatto sì che finissi minacciata con un machete. Oppure che trovassi ospitalità da una famiglia di Sao Luiz.

Il lavoro è un viaggio. Lo sono i rapporti e le relazioni. Lo è quasi tutto. La mia situazione attuale me lo ricorda spesso: mischia le carte in gioco, mi contiene, mi stimola e mi fa usare al meglio il tempo che ho per coltivare tutto ciò che amo e di cui ho bisogno. Cattura il mio interesse e mi spettina quanto basta. Mi insegna.

Ché per me me imparare, creare e allenarsi sono i verbi migliori al mondo: viaggiare li contiene tutti.

Se tornassi ad avere 20 anni

11902452_10153689598830209_8188847774047519338_nSe tornassi ad avere meno di 20 anni ma con la testa di oggi, smetterei di sentirmi vecchia e accoglierei ogni aspetto con leggerezza.

Non mi preoccuperei del futuro né del passato; non starei tesa a capire se ciò che scelgo sia davvero giusto. Mi sentirei bella e oserei – oh se oserei -: uscirei vestita corta, scollata e colorata come se io fossi la primavera. Non starei con un ragazzo per 4 anni, forse nemmeno per 4 mesi. Mi farei i capelli viola come tanto avrei voluto fare durante il liceo (e alla fine ho provato tutti i colori dal biondo al mogano senza mai approdare al mio preferito).

Proverei a essere eccentrica o a seguire qualche moda in modo ostinato. Mi farei i rasta lunghi. Cercherei di smussare e alleggerire le paure, proprio come le sto aggirando ora (non tutte).

Sarei meno seria. Studierei meno, molto meno! Studierei meglio, in termini di qualità. Sceglierei di nuovo il liceo classico. Eviterei la scuola come luogo totalizzante e non mi giudicherei più per i voti che prendo. Invece che passare su libri e versioni i miei pomeriggi dalle 14 fino alla sera all’ora di cena, avendone anche per dopo, mi applicherei su ciò che si può imparare a fare: mi fermerei a quel corso di teatro anche se tornare a casa da Como era una rottura; imparerei fotografia, tennis o farei un corso di arti marziali. Vagherei di attività in attività in cerca dell’entusiasmo totalizzante: perché il liceo dura solo 5 anni mentre la passione può stare con noi per tutta la vita.

Se tornassi indietro con la testa di oggi non ascolterei – o ascolterei meno – i miei genitori. Mi distaccherei con garbo e fermezza come dovrebbero fare più o meno tutti – o quasi – quando si percepisce che un suggerimento o una guida non rappresentano ciò che si è ma ciò che sono loro. Sbaglierei per il gusto di farlo, rischierei di più. Mi ascolterei. Litigherei di meno.

Oggi, dopo 1000 mt di dislivello in montagna, ho detto a una ragazza di 25 anni che a volte i genitori non vanno ascoltati. Mi ha chiesto di viaggi.

Io a 25 anni ero convinta che fosse troppo difficile e che non sarei mai stata capace di organizzare un viaggio da sola poiché non sapevo organizzare cose ben più semplici! Queste – però – come non essere adatta all’ambulanza perché svenivo a fare un prelievo – sono condanne o giudizi che trasmettiamo agli altri e che gli altri ci appiccicano addosso: chi inizia per primo non saprei dirlo, so che succede. Uno svenimento diventa: non sei in grado di andare in ambulanza. Un po’ di sbadataggine diventa: non sapersi organizzare.

Questa ragazza, dicevo, la sentivo insicura, incerta: non sa cosa fare d’estate perché le sue amiche sono tutte fidanzate. Vai, le dico! Anche in Europa va bene! Lei avrebbe voluto andare in Israele con l’Università per un lavoro su Masada (studia ingegneria) ma sua madre ha detto no perché è pericoloso. Ero affranta per lei che oltretutto non può disobbedire: “fino a quando pagano i miei…”

Se tornassi alle medie ascolterei i Take That per uniformarmi, anche se mi facevano schifo. Ascolterei anche musica davvero figa, se avessi il modo di conoscerla. Se tornassi alle medie cercherei di non farmi dire dalla prof di matematica che introversione significa non avere grinta: perché ne avevo e ne ho da vendere, solo che non si vede(va). Se tornassi alle medie canterei ancora di più e più forte sopra alle canzonette per indispettire mio padre; e se tornassi alle elementari farei altrettanto con le sigle dei cartoni. Farei stupidate, riderei per scemate, salterei di più sul divano, starei ad annoiarmi senza sensi di colpa.

Se tornassi indietro mi scapicollerei lungo le discese; eviterei di fare la brava bambina; manderei a fanculo il pianoforte (che ora mi è in odio ed è un peccato) ben prima di arrivare ai sei anni di tortura e romperei le palle con insistenza per continuare danza o per iniziare yoga (la primissima lezione da bambina me la ricordo ancora: mi era piaciuta da matti).

Se tornassi indietro con la testa che ho ora sarei ostinata, arrabbiata e durissima, a volte cinica, molto fragile e spesso in ansia, sarei curiosa ed entusiasta, sognatrice (ma lo ero già), sarei un’intransigente femminista. Ma non sarei io. Sarei un’altra bambina. Un’altra adolescente. Sarei una donna con altre strade e altre cose da capire.

Sarei diversa, ora.