In stazione

Frivola, occhi scavati e un sigaro in mano: non sapeva come si fumasse, ma era sicura di voler incuriosire e conquistare quell’uomo, schivo e con il cappello, seduto all’angolo della sala d’aspetto. Ne conosceva ogni più piccolo particolare. Ogni giorno con una puntualità ossessiva, arrivava lì, davanti alla sua postazione, prendeva due biglietti per una stazione a trenta chilometri di distanza e si sedeva ad aspettare, facendo passare anche due, tre convogli, prima di decidersi a partire. Anche lui la osservava, giorno dopo giorno. La vedeva ridere con le amiche che passavano per caso, le leggeva attraverso il labiale cosa avrebbe fatto la sera stessa e nel fine settimana. Si scopriva geloso per un barista lascivo o per una corte spietata da qualche avventore di bettole serali. Quando telefonava alla zia, nei momenti di quiete e di pausa, scopriva una donna tenera e determinata. Lei senza dubbi ed esitazioni aveva infatti deciso di prendersi cura di un cucciolo abbandonato, lo aveva raccolto mentre ancora guaiva a causa di una ferita all’occhio destro, ma con sicurezza e quel piglio di egoismo tipico di una ragazza di ventitré anni, ne aveva delegato la cura alla parente più prossima. Alcune volte commetteva qualche piccolo peccato di vanità, acquistando il rossetto all’ultima moda, e utilizzando il suo stipendio per quella borsetta vista in vetrina. Si era invaghita di un barman, di un pianista, di un pescatore, di un medico, di un operario e di un pugile: non in questo ordine preciso, ma di ciascuno di loro ne conosceva l’odore, sapeva cosa desideravano, ne assaporava ogni giorno le destinazioni, aveva sfiorato mani e sussurrato dei sottili “grazie”. Alcune volte, in modo impudico, consegnava il resto insieme a un bigliettino con il suo numero, ma nessuno aveva mai osato chiamarla. D’inverno si copriva con sciarpe e scialli pesanti, lasciando trasparire occhi profondi e vitali, con un velo di abbronzatura estiva ancora appoggiata sulle guance e sulla fronte. D’estate il rosso accendeva i suoi seni, le sue spalle e le sue gote, complici i pomeriggi di domenica al mare, con le amiche dell’infanzia, ingenue come libri aperti senza segreti. Si vestiva in modo provocante, consapevole e senza vergogna, e studiava tra un turno e l’altro. Il manuale di chimica fisica stava sempre sotto il bancone, nascosto da un romanzo rosa e dalle parole crociate della sue colleghe.

Una mattina si assentò. Mancò anche la successiva. L’uomo era impaziente, contò le ore e i minuti, acquistò biglietti, ma strozzata in gola restò la domanda che avrebbe voluto fare: dov’è? Dov’è lei, che non so nemmeno come si chiama … quella ragazza riccia, scura, sensuale, all’apparenza sciocca, sempre firmata e sempre civetta, ma intelligente come poche persone al mondo? Dove la trovo? Quando ritornò un mese dopo, la ragazza frivola e dagli occhi scavati era ancora più bella, nonostante un piede fasciato e leggere escoriazioni al viso, somiglianti – viste con gli occhi dell’amore – a piccole macchie brillanti, costellazioni e stelle rosse. Questa volta prese coraggio, si armò di quel tipo di impeto che solo l’assenza può dare, la consapevolezza di cosa significhi non rivedere, non poter sperare. Valeria aveva ormai scordato l’uomo con il cappello, erano passati troppi treni e troppa noia, ma anche quel giorno giocò con il sigaro, provò ad accenderlo e aspirò. La tosse fece indietreggiare i poveri astanti, ma non lui: l’uomo con il cappello le prese una mano e la chiese in sposa, senza riflettere, davanti a tutti. Pronunciò quelle parole prima di poter vedere un anello luccicante fare capolino tra le dita bianche e sottili, e una lacrima scendere da occhi stanchi, di una trentenne che invano aveva aspettato quel treno.

Gallizio

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Di riti e di messe

Non so argomentare
di riti e di messe,
di chiese e di fede
Non so scegliere e non abbraccio alcun credo nel suo totalitarismo.
Medito, scelgo una liturgia, quel frate, una comunità, leggo il Budda, leggo il Vangelo.
Mi scaldo, mi scuoto, mi sento svuotata quando atei praticanti pretendono spiegazioni.
Argomentano con precisione: puntigliosi e ossequiosi, sapendo di aver logica e ragione.
Poi corro davanti al fuoco del cattolico: assurdo discriminare, assurdo il dogma, non condivido la logica del sesso e il denaro.
Ma ahimè a qualcosa credo.
Credo.
Perché senza spiritualità, progetto, anima, incoerenza, mente e sollievo, io non sarei.