Le zavorre e la bambina

amulet-713355_1280Iniziò fin da piccola, da bambina timorosa e trasparente. La sua pelle chiara, gli occhi acquosi. Un pancino prominente sopra un corpo che lasciava presagire tonicità e curve future. Questa creaturina si sentiva indifesa, troppo calma, quasi incapace.

Iniziò fin da quella tenera età a collezionare amuleti.

Sì, perché lei non era la classica peperina-so-tutto-io e nemmeno la vivace arrampicatrice di alberi. Aveva bisogno di sicurezze. O almeno così iniziò a pensare lei, nei suoi giochi. Nessuno, a memoria, riesce a ricordarsi se giocasse con macchinine e bambole o preferisse viaggiare dentro la sua testa, guardando nel vuoto e canticchiando qualcosina per rafforzare le sue fantasie.

Siamo tuttavia certi – e ne abbiamo testimonianza – che iniziò allora, nell’età in cui la delicatezza si accompagna alle prime esperienze, ad attribuire significati nascosti a bracciali e ciondoli, sciarpe, maglioni e chincaglierie.

Iniziò a dirsi, prima di addormentarsi piena di paure, che quel sassolino trovato a terra l’avrebbe aiutata a fare amicizia. Lo strinse forte forte, tanto da farsi male.

«Ti prego, ti prego, sassolino fammi conoscere l’amico Paolino».

E il giorno dopo – zac – Paolino e la bambina divennero amici inseparabili, proprio come lei e il suo prezioso sasso. Che male poteva farle? Ma tanta fu la sua paura attorno a quel semplice amuleto, che quando lo smarrì a nulla valsero tutti i sassi del mondo: si sentì perduta e Paolino non riuscì più a entrare nel suo cuore. Lei scappò perché non si sentì più abbastanza…abbastanza cosa? Nessuno lo scoprì.

I poveri genitori la guardarono con un sospiro: erano piccoli. Piccoli e lontani. Eppure erano anche enormi, quasi a forma di ombrello sotto cui sostare o di gonna a pieghe a cui aggrapparsi con forza. A volte erano anche la sua voce, quando proprio questa non voleva saperne di uscire. 

Da quando perse il sasso e Paolino, la bambina decise di agire in modo più sistematico. Basta basta oggetti liberi di scappare! Avrebbe utilizzato solo ciò che poteva portarsi addosso.

La bambina affidò quindi la capacità di parola a un leggero ciondolo blu che si appese al collo, proprio lì, dove la gola sfocia nel petto e quella fossetta tra le clavicole (ma diciamolo, la bambina di anatomia non ne sapeva nulla) sembra proprio la sala parto di frasi e lunghi racconti.

Poi venne la paura degli adulti e di quell’insegnante un po’ severo. Scelse un bracciale arancione bello grosso,da mettere al polso stretto, per calmare il rumore sordo del battito veloce e agitato. Un giorno fu la strada a spaventarla: quale migliore occasione per mettersi quegli orecchini così luccicanti?  Si sentiva bella, altezzosa e da lì, con le orecchie ben in vista, quasi le sembrò di aver due fanali.

La bambina, intanto, crebbe. Nelle favole si dice “crebbe in sapienza, età e grazia”. Lei lo fece nelle insicurezze e nelle paure. Certo, era intelligente e curiosa e non mancava mai di sorridere. Ma sempre cercava quell’oggetto da portare, per vincere i raccapricci più astrusi e quelli più comuni. Ogni oggetto o ninnolo, qualsiasi cosa fosse un portafortuna, le andava bene. Tranne uno: gli anelli. Per uno strano timore (eccola, un’altra paura) la bambina decise che quelli non erano roba per lei e li evitò.

A quindici anni – tra ragni, uomini, insetti, luoghi, oscurità e futuro – la bambina ebbe braccia fatte di metallo e plastica, colme di ogni braccialetto possibile. Colori sgargianti la ricoprirono. Argentati, bronzei e di rame furono i suoi polsi, tempestate di brillanti le caviglie e il suo collo esile e sottile. Così agghindata, si trascinò pesante da un luogo all’altro.

In realtà più che luoghi si trattava solo di due piccole scatole: dalla sua piccola classe alla sua piccola camera; questo il suo tragitto abituale, nulla di più. Con tutta quella roba addosso, era impossibile andarsene a spasso, ridere o bere qualcosa con gli amici. E poi, in fondo, tutti quegli oggetti pesanti e duri le avevano, per così dire, oppresso il cuore. Non solo la separarono dal mondo esterno, ma impedirono alle sue ossa di farsi lunghe e robuste, ai suoi muscoli di tendersi e contrarsi, alla sua pelle di risplendere morbida.

La bambina rimase bambina sotto quella coltre di oggetti, sebbene gli altri non potessero notarlo, abbagliati com’erano dal luccichio di ciò che lei non era mai stata. Arrivò al punto, di paura in paura, da farsi ricamare un’ampia gonna sulla quale attaccò ninnoli di vario tipo: era una gonna come quelle di una volta, con un cerchio in fondo per tenerla lontana dal corpo. Quando la indossò si sentì ancora più pesante e ferma, le zavorre erano infinite: cornetti rossi, calamite, sonagli, sassolini, qualche fermaglio, addirittura dei santini sgualciti, piccoli soprammobili a forma di elefante, tartaruga, qualche buddha panciuto, e ancora collane, pagine di libri, canzoni, matite e ombretti, diari, coperte, maglioni informi, lenti scure, bambole e sciarpe, un po’ di cioccolato e valanghe di dolciumi, boccette con intrugli disparati.

Finché i ninnoli furono pochi riuscì a vincere – o lo credeva, e noi sappiamo che forse era una bugia bella e buona – le sue paure, le placò per lo meno; poi il peso degli amuleti divenne così grande, ma così grande che per poco non se la fece addosso tanto ci mise ad arrivare in bagno, trascinandosi la gonna e le braccia di metallo e il collo esile pieno di collane e strisciando quei piedi pesanti e quella pancia prominente nascosta da strati di lana. Sospirando, quella fanciulla – prima felice della sua favolosa idea per vincere ogni paura e ora triste e sola – si rese conto di essersi nascosta così bene che nessuno – nemmeno lei stessa  –  sapeva bene che aspetto avesse, nella realtà.

Quando arrivò la sua paura più grande, ossia quella di sbagliare, tanto disse e tanto fece (per non annoiarvi con gli strani giri del pensiero della bambina, che poi ormai abbiamo capito cosa disse e cosa fece) che si bloccò del tutto nella sua piccola cameretta bianca e azzurra. Lei pesantissima, dura, fredda e spigolosa. Ma anche enorme e immensa.

La bambina – ormai non più giovane – aveva però ancora un luogo pulito e limpido: le sue mani senza gioielli. Ecco! Il suo odio per gli anelli! Le sue mani furono le sole a poter invecchiare, ferirsi, tagliarsi, rallegrarsi, stringere, toccare, sentire, afferrare e si sostituirono anche alle labbra per sorridere e alle orecchie per sentire. Divennero i piedi con cui camminare. No, non imparò a stare a testa in giù, scherzi? Con tutto quel peso sarebbe morta! Camminò leggera su un foglio di carta, poi su un diario, poi su una tastiera. Con gli occhi divorò libri e film, catturò immagini, studiò vite e corpi, viaggiò e imparò a parlare un linguaggio nuovo. Sempre più affamata e occupata, un giorno smise di pensare alle sue paure.

Non avvenne tutto di colpo, no.  Semplicemente da qualche tempo se ne stavano buone lì, in armonia. E iniziò a saltare. Piano. No, no… saltando si fece male e capì che l’impazienza andava educata. Mosse un passo, due, tre… inciampò. Restò a terra a lungo, piangendo. Poi si guardò stranita e si tolse i primi ninnoli di dosso, giusto per rialzarsi, quel tanto che bastò per riportasi seduta e poi ancora qualcuno per stare in piedi.

Iniziò a respirare bene, sorridendo. E ogni giorno si spogliò di qualche amuleto, con calma e senza fretta, per poter fare sempre di più… iniziò dai piedi e salì lungo le gambe. L’addome no, quello era presto. La infastidiva vedere l’ombelico poco protetto dalla sofferenza, aperto a venti, intemperie e acquazzoni. Certo, così nemmeno il sole vi arrivò, ma per ora la bambina non faceva grandi distinzioni. Liberò le braccia di gran carriera, e il collo con più timore, lasciando giusto una pietra blu, lì, dove si partoriscono le parole e le frasi suonate (quelle scritte nascono in tutt’altro luogo). Ma ancora, ahimè, non riuscì del tutto a vedersi e a mostrarsi.

Sì, perché la bambina usciva, scriveva, ballava e gioiva, ma il ricordo di quei ninnoli era ancora tutto lì. La sua pelle era piena di piccole ferite invisibili che le dolevano ancora: e non aveva solo ossa e muscoli e sangue, non aveva nemmeno solo organi interni un po’ tutti scombussolati. C’erano anche i fili.

Pochi se ne curano, ma tutti li hanno: paralleli ai vasi sanguigni, ma molto più intricati, delicati e contorti, scorrono i fili dell’equilibrio. Sono fili dorati e quasi trasparenti che vanno al cuore, alla testa, allo stomaco e fino all’ombelico e poi giù lungo le gambe fino alla punta più estrema. Ce ne sono di tenaci e solidi, di labili, di colorati, ci sono quelli solo bianchi e neri, ci sono quelli spezzati e quelli annodati, ricurvi o lineari, quelli che escono e quelli sotto la carne.

La bambina ne aveva rotti tantissimi, addirittura anche qualcuno tra quelli tenaci. Confusi, i fili dell’equilibrio non avevano proprio retto a tutta quella protezione, seguita dalla libertà più pura.Solo Sofferenza e Gioia, lavorando in accordo e con precisione, riuscirono a rompere e rinsaldare qualcosina nel modo migliore. Si salvarono, certo, quelli proprio durissimi e forti, quelli – per capirci – che avvolgono un nocciolo duro e profondo che non si fa toccare da alcuna menata. Danno così tanti nomi a questo nocciolo e tanti scrittori ne hanno parlato, che ormai tutti lo conosciamo, ma solo la bambina lo sentì davvero. Uno famoso, ma famosissimo, lo descrisse così: «dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo».

Ecco, quei fili, quelli che proteggono il “nocciolo-senza-nome”, si salvarono e solo con quelli la bambina riuscì a uscire dalla sua piccola stanza bianca e azzurra e a esplorare volti, luoghi e sensazioni. Nessuno, ovviamente, la riconobbe, nuova com’era. E nemmeno lei allo specchio  riuscì ad apprezzarsi, ma sempre con la pazienza dei passi (i passi, si sa, di pazienza ne hanno da vendere) si fece conoscere da sé stessa e dagli altri, a volte in modo improvviso e violento.

Finisce qui, la storia della bambina ormai donna? No, la storia non è ancora finita. Perché la bambina ancora ama, scrive, balla, corre, cade, si rialza, si sospende, entra in apnea e rallenta. La bambina è ancora viva e, si sa, finché si vive la storia non finisce.  Possiamo dire che di fili rotti e non riparabili ce ne furono parecchi, alcuni sono riannodati in qualche maniera, altri sono penzoloni, altri ancora si stanno riavvicinando.

Possiamo dire che ora, la bambina paurosa, coraggiosa, sbucciata qui e là, non vive felice e contenta. Vive e basta. Per quella che è e non sa di essere. Possiamo dire che ha fatto quasi amicizia con le paure e ha smesso di riempirsi di amuleti. Solo orecchini per vezzo, e – udite, udite – un solo e unico anello, che per lei rappresenta un po’ ogni filo durissimo che non si spezzò. Ovvero quel nocciolo duro, ciò che lei è stata, è e sarà.

Soprattutto sarà.

 

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La mia paura è gialla e sa di ignoto

golden-pheasant-334658_1280Fare ciò di cui si ha paura.

È il mio filo conduttore, almeno in questo ultimo periodo. E non parlo di follie o sport estremi, né di situazioni pericolose. Abbiamo tutti le nostre piccole e meschine paure. Paure comode, barbare e irrazionali, paure piccolissime e infantili.

Un’amica mi ha raccontato di suo figlio proprio oggi: ha paura del gallo. Ma soprattutto mi ha detto che stanno lavorando per condividerle, queste paure: dov’è la tua paura? E il bambino indica il petto. Poi la paura avrà anche un colore e una forma e infine – mi dice lei – un gesto partirà dal petto e la allontanerà.

Ho sorriso sull’autobus, pensando alle mie paure lungo tutta la mia vita: sono aumentate fino a toccare picchi estremi, diminuite, alcune scomparse. Alcune sono davvero stupide – o almeno io così le vedo – altre sono limiti con cui convivere, senza troppi problemi.

Ragni, vespe muratore o doppie (nel gergo colloquiale), attraversare la strada, fare un’iniezione, aghi, guidare l’automobile, insetti vari, decollare, altezze senza protezione, fare i conti, pesarsi, andare dal dentista, parlare in pubblico (questa non è una paura. Questa sono io. Introversa o timida. Lo faccio, ma a modo mio e nessuno ha il diritto di rompermi le palle o di farmi sentire in difetto!) …

Non so nemmeno se le ho elencate tutte. La maggior parte di loro ha tolto il disturbo senza fatica. A 22 anni ho iniziato a guidare, e la strada credo di saperla attraversare da tempi immemori. Quando sono stata in Vietnam ho provato una sottile sensazione di piacere a buttarmi in quelle vie dove sciami, stormi, nugoli di motorini corrono senza alcuna intenzione di fermarsi. Ad Hanoi attraversare la strada è un’arte e io avevo capito il trucco: vai sicura e decisa e loro ti schiveranno.

Sugli aghi ho ricordi ben più recenti di scenate negli ospedali, con la respirazione a mo di asma e l’impellente necessità di sdraiarmi. Ho in testa anche mia madre che mi insegue per una vaccinazione mentre mia sorella ride sconvolta: era il 2011. Poi, pian piano, è scomparsa anche quella. Inghiottita dalla razionalità, forse, e rimandata indietro ai tempi dell’infanzia: ho passato 4 ore sotto gli aghi della tatuatrice e non solo non ho sentito nulla (a parte il fastidio finale dovuto al tempo, più che all’ago) ma sfumature e linee nere mi hanno rilassato.

Mentre la mia amica mi scriveva, cercavo di pensare al colore delle mie paure e a dove potessero trovarsi.

Le vespe doppie – e insetti di varia origine, forma e dimensione – stanno tra sterno e ombelico. Sono ovviamente gialle e hanno la forma di … Più che altro mi paralizzano, mi fanno venire i brividi e mi sento vampate che salgono alle gola. Mi si crea una sorta di ipersensibilità alla pelle e non so come muovermi. Quella roba, ancora oggi, è lì. Bloccata da polvere di insetticida sparso un po’ ovunque per casa. Eppure non ho la stessa sensazione quando li incontro per strada, all’aria aperta, in India o chissà dove. Basta che non dormano e vivano con me.

Il decollo è stato superato subito: appena ho capito che viaggiare è uno dei motivi per cui la vita è meravigliosa, quella fase del volo mi si è spogliata delle sue minacce. 6  voli in un mese, quando ho scelto quel villaggio sperduto in India, sono stati sufficienti per arrivare – ora – ad addormentarmi ancora prima che si muova qualcosa.

Poi ci sono le altezze senza protezione e lì mi tocca adeguarmi, almeno per ora. Ma non ne faccio una tragedia. Recentemente ho scoperto anche una lieve ansia per spazi troppo chiusi e cunicoli stretti, ma non mi creano grandi disagi e posso sopportarle.

Arriviamo con calma alle paure più eteree, immateriali, legate a gesti e azioni. Non ho paura di fare i conti, né di pesarmi. Ho paura di ciò che posso scoprire, pesandomi e facendo i conti. Mi nascondo e come i bambini nego: se non lo so, non accade; se non lo dico allora non è vero.

È così che un problema di salute è degenerato, solo per un anno per fortuna, ma è stato un anno di sovrappeso che peggiorava di mese in mese con rapidità. Fino a quando mi hanno messo di fronte a una bilancia. Un medico mi ha pesato, ha visto che in sei mesi avevo messo 20 kg e ciò mi ha permesso di affrontare il problema, risolvendolo.Oggi, quando sento che potrei aver qualche etto di troppo, evito di sfuggire alla bilancia. Resisto, mi dico di non farlo, scantono, ma poi mi peso, cazzo: perché tanto se dovesse ricapitare non è non sapendolo che il problema svanisce.

Lo stesso ragionamento vale per i conti, i soldi, le entrate e le uscite o prenotare aerei e guardare una guida turistica. E qui ancora ci devo lavorare.

Ma soprattutto l’ignoto. Credo di averla identificata come la madre di tutte le mie ansie, piccole e grandi. Ci ho sbattuto contro in modo intenso, bello, struggente, quando ho attraversato le mesetas lungo il Cammino di Santiago. Ma quell’ignoto era positivo, le mesetas erano quadri di Magritte e io mi sentivo galleggiare all’interno di un’atmosfera irreale. Solo un tratto mi ha messo alla prova con più asprezza e sto parlando dei 17 km prima di Calzadilla de la Cueza. La sensazione è stata quella di non sapere nulla. Conoscevo solo il mio passo, il presente, il dov’ero e che ore fossero. Null’altro. Caldo e stanchezza hanno fatto il resto. Ero sola e lo ero in ogni senso, non c’era futuro e il passato non serviva.

L’adrenalina pre-partenza, quando il viaggio è sconosciuto e io sono sola, ha un sapore simile. Adoro i chissà, la libertà e la sensazione di farcela da sola, più di ciò che vedo. Adoro gli incontri e il non pianificato.

Ma poi subentra quel senso di ignoto, di ignoto buio, di ignoto che non arriva a farsi noto, quell’idea di non essere abbastanza furba con la logistica, perché non visualizzo – prima di incontrarle – le strade, le fermate, i bus, i luoghi. Se ho paletti da rispettare e intorno ai quali dovermi muovere (voli interni) la situazione mi sembra ancora più contorta e nego, rimandando le prenotazioni. Infine, in tutto ciò, si mescola anche la paura di scegliere: non per la scelta fatta, ma per ciò che ho perso rinunciando a un’altra strada.

E poi, che diamine, ho fatto 4 viaggi perfetti, possibile che lo sarà anche questo? Prima o poi…!

Eppure – in questo groviglio di turbamenti –  voglio superare un altro limite, sempre oltre, sempre più difficile, per non ristagnare nella comfort zone delle cose che so già di saper fare.

Il Brasile non ha nulla di più – a prima vista – di altri viaggi. Ma se l’India è stata il battesimo dell’avventura, l’Asia la prima volta all by myself, il mese a Londra una sfida professionale ed economica, Santiago la fisicità e la paura del fallimento, il Brasile è immensità e scelta (e qualcuno mi ha detto anche pericolo).

E ancora una volta mi accorgo che sto già cambiando, prima di partire. Senza fretta, ma lo sto facendo: scelgo di fare ciò che mi fa paura. In ritardo, ma ho scelto, ho scremato, ho sposato un giro e, pur nelle mille prove e richieste di consigli, alla fine ho fatto le mie scelte: logistiche, economiche, paesaggistiche. Mi sono pesata dopo il mio stop forzato allo sport. Ho fatto anche due conti (ma due e basta). Non sono più tornata sui percorsi esclusi (e qui mi merito un applauso!) e ho iniziato a leggere un libro che mi ha sempre fatto “paura”: “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani.

In generale ho sempre apprezzato l’idea di trovare un po’ di me nei libri, nei romanzi o nei pochi e sporadici saggi che riesco a leggere (e che sto rivalutando). Ma con lui no. No, perché avevo paura dell’invidia, di ciò che vorrei essere, ma che ovviamente non sono e non sarò mai, avevo paura di detestare ancora di più l’essere donna, avere dei limiti organizzativi e paura di tutto ciò che non visualizzo. Un po’ come mi capita quando leggo di gente che prende e parte. Così. E poi? Io che mi agito per un mesetto di ferie…

Mi sono calmata dicendomi una sola cosa. A un certo punto, se dovessi anche solo perdere un aereo, mandando a monte il mio giro a cerchio imperfetto, posso improvvisare.

Improvvisare. Quello a cui vorrei arrivare un giorno. Solo due voli, andata e ritorno e nessun programma.

L’armadio

home-649340_1280Ci sarebbe un armadio da riordinare,

fatto di vecchi abiti da buttare,

di scontrini e di ricordi ormai in disuso.

Un armadio pieno di amici che c’erano:

ora stanno stretti, ma li ringrazio per la loro bellezza di un tempo.

Un armadio con una cassettiera di punti di vista da ridimensionare,

dialoghi asciutti e vuoti e un buco della cintura da spostare.

Un armadio di vecchie paranoie,

inutile tenerle, in caso,

si sa mai che tornino di moda.

Lavori e passioni stanno nell’anta a destra,

qualche macchia che non va più via,

qualcosa che si può accomodare.

Poca roba buona che mi sta ancora perfetta.

L’anta dell’indecisione non so se aprirla per pulirla, lasciare che prenda aria,

o tenerla cupa e triste.

Nell’ultimo ripiano dell’armadio, le paure non hanno preso polvere.

Per fare spazio mi devo chinare un po’,

accovacciarmi, sbuffare:

ma eccole, vecchie e rinsecchite.

Che dite, le buttiamo?

Ci sarebbe un armadio con i giusti spazi

e respiri che scorrono liberi,

un armadio con qualcosa di vecchio da conservare

una memoria da cui partire.

Ora, ci sarebbe un armadio da riempire.