Percorso e arrivo

metamorphosis-228720_1920“La maggior parte delle persone vive come se la vita fosse un arrivo”. Non è l’inizio, ma la conclusione di un discorso fatto di poche battute precise e determinate. Perché nella teoria siamo tutti bravi.

La meta ci deve essere, chiaro, ma la vita è percorso: altrimenti quando ci si ferma un istante a riflettere si sprofonda. Ciò che non abbiamo prevale a tal punto da gettarci nella disperazione. Perché in ogni istante ci sarà sempre un tutto che non abbiamo. Un niente che ci appartiene. Possiamo rigirarla in ogni modo, ma riusciremo sempre a scovare la mancanza o il fallimento: amore, lavoro, casa, interessi… E per fortuna! Significa che siamo sempre nel percorso, dentro questa ruota. Ottenuti alcuni risultati, ecco che le carte si mescolano e la partita ricomincia. Quella casa in affitto non è più una conquista, la forza di stare sola può vacillare, il lavoro ha sete di stimoli come se fossimo nel deserto. Arrivare vuol dire anche ricominciare oppure morire.

Eppure viviamo tutti come se l’arrivo fosse più importante di ciascun passo. Sì, sono ripetitiva con queste metafore da pellegrina, eppure, benché sembra una teoria consolidata – senza escludere quanto sia fondamentale avere una meta – la gente, come dice chi mi ha scritto, vive nell’arrivo.

Quanto mi è ora chiaro lo spreco di energie per un voto e per un pezzo di carta e non per imparare, per essere felice mentre scoprivo, studiavo, sapevo. Quanto mi illumina e mi rasserena sapere di aver bisogno di rimettermi in moto, di cambiare e procedere continuamente. So che a un nuovo cambiamento, a un nuovo obiettivo, ci sarà quella sensazione dolorosa di non avere. Non essere. E so che andrà solo affrontata come qualsiasi metamorfosi, come qualsiasi parto, come qualsiasi rinascita.

Si ricomincia, si procede, si indietreggia, a volte si distrugge e si ricostruisce, perché la vita e la felicità non sono mai – o non solo – un arrivo. L’arrivo può essere anche triste e malinconico, deludente o rabbioso, può voler dire perdere qualcuno, o qualcosa.

Per me invece la felicità è una risata prorompente, una routine piacevole, un inizio e una fine e ciò che vi è in mezzo, una sfida, un desiderio, un giorno qualsiasi, un momento preciso, un bacio, l’inatteso, la sorpresa, il rovescio della medaglia, i doni, la bellezza, il movimento, il crepitio e i rumori in una carrozza di un regionale veloce. La felicità sono pagine scritte, l’arte, la sapienza, i limiti umani e chi li supera, le lacrime di una madre, un volto stanco e anziano, un occhio luminoso, lo sguardo d’amore di un padre, le scelte di un figlio. La vita è il momento del percorso nel quale siamo. Qualsiasi esso sia. Rinascita, ricaduta, dolore o gioia, novità o insofferenza. Con quello che abbiamo e con ciò che manca.

Tiziano Ferro

11705952_10153567263045209_1466884492_oNon piango più come una volta. Non sfrutto quella valvola di sfogo. Non mi sentivo debole, ma capace di buttare fuori ogni cosa. Certo, significava anche essere inetta nell’affrontare minuzie, sensazioni, rimproveri, insoddisfazioni. Ingombravano la mia mente e uscivano sotto forma di lacrime. E il senso di colpa innescato dalla consapevolezza di avere tutto e non sentirsi a posto acuiva un disagio, un vuoto. Però piangevo. Almeno piangevo.

Ora qualcosa si è rattrappito e cristallizzato all’altezza dello sterno, mi disse una cartomante a una festa di paese. Non una di quelle feste con le zanzare e la pelle appiccicosa, né con le giostre e lo zucchero a velo o le frittelle. Era invece dolciastra e affettuosa, sottile e delicata. La cartomante mi parlò di amore, ovviamente, e di quel sentimento che sta lì e non permette di scegliere, di dare vita a qualcosa. Preferisco rinunciare. Perché? Banale sarebbe dire che non voglio soffrire.
C’è qualcosa di più. Qualcosa che non voglio perdere e qualcosa che non voglio acquistare. Qualcosa che mi fa chiudere per difendermi. Qualcosa che mi fa dire: rinuncio, pur di lasciarmi aperto un orizzonte ampio e solo mio. Mi viene in mente Piazza Unità d’Italia a Trieste. Quell’apertura della terra verso il mare, quel tutto che si distende ed estende. Ed è così che vorrei sentirmi.
Ma paradossalmente ottengo l’esatto opposto. La mia libertà a volte mi rinchiude e mi blocca. La mia libertà non mi fa piangere. Mi ha reso dura, forte, decisa. Tante belle conquiste… e poi?

Stanotte ho assaporato parole forti, che un tempo erano pugni allo stomaco. Mi ci ritrovo tutt’ora, le pronuncio urlando in uno stadio come se fossero fisiche, come se le masticassi o le leccassi. Ma non piango, non mi commuovo. Ripercorro il passato, e spunto nella mente tutte quelle situazioni cantate e che io ho superato. Mi sento arida, fredda. Vuota. Non ho nessuno a cui dedicare desideri nascosti, né da mandare a fanculo o da dimenticare. Non desidero alcun ritorno. Tutto è nello scatolone della mia vita precedente. Non ho più la sensazione di aver perso una parte di me, perché questa si è rigenerata come la coda di una lucertola. Canto e penso a tutte quelle vittorie, e alla mia fuga da qualsiasi sentimento.

Ed eccola lì, la verità. Inutile fingere. Io non sono pronta. Non sono pronta ad abbandonare ciò che sono, la mia roccaforte di sicurezza, determinazione, risate, progetti che riguardano solo me. Una roccaforte di curiosità, passione, disciplina. La voglia di imparare, di migliorarmi su tutto, di diventare. Una me che non vuole o non sa lasciare spazi vuoti.

A capo, riga, spazio bianco.

Per dare ritmo, per respirare.

Solo camminando o correndo la mia mente trova il suo spazio bianco. E l’ho capito soprattutto in queste due settimane senza sforzi, per via di una banalissima tendinite. Non tanto per la fatica del riposo, quanto per una frase emblematica detta da un’amica: “Se non sei iperattiva nel corpo, è iperattiva la mente; e viceversa”.

Non sono pronta perché devo sciogliere ciò che si è cementato dentro, ciò che si muove e borbotta con movimenti circolari. Non riesco ad accettare un sentimento perché sento di aver bisogno di dimostrare qualcosa. Perché non voglio accontentarmi, ma non è solo questo. Voglio dimostrare a chi e cosa? Con i miei viaggi, con le mie azioni forti, con la mia sincerità a volte sboccata cosa voglio dire? Che anche se sono timida non sono una “femminuccia”? Si tratta di una sensazione di confusione tra il maschile e il femminile che sono in me? Una ribellione disordinata e spastica ad alcuni stereotipi di genere nei quali non mi trovo? O perché la mia introversione o timidezza mi fanno apparire stupida? Respiro con fastidio una tendenza alle etichette, per cui non importa più se mi va di fare una cosa, perché tanto ci sarà sempre qualcuno che mi dirà che è di moda e sono conformista in ciò che scelgo. O ci sarà qualcuno che invece mi farà sentire un’aliena per alcune banalità, o perché accetto con fatica di possedere in me alcune caratteristiche femminili.

Uno, due, tre se conto Londra, quattro con il Cammino e cinque il Brasile che ancora deve venire. Cinque. Per sentirmi forte. Perché amo viaggiare. Perché la bellezza si auto alimenta e più lo faccio e più lo voglio fare. Perché da sola scopri particolari, vivi esperienza più forti e ogni elemento non è più vacanza, ma viaggio. La soddisfazione di organizzare, di averlo creato tu. Non è tanto ciò che visiti, ma come ti muovi a fare la differenza. E i momenti di felicità sono impensabili: un giorno di diluvio in Cambogia, un aereo interno viaggiando leggera tra Hanoi e Saigon e la guida che prende vita sotto la tua matita; quegli aneddoti che continuerai a ripetere per non dimenticarli mai. Ma c’è anche quella spinta là sotto. Lo sai che c’è. Dimostrare a te stessa di essere forte. Dimostrarlo agli altri. Al sesso maschile soprattutto. Forse a quel padre che vuoi stupire sempre, che vuoi non deludere, al quale vuoi dire che non c’è solo la tua timidezza, e che quella timidezza non è così una brutta roba. Sa essere bella, la stai accettando, ma non riesci a farlo del tutto fino a che non senti che quel legame con l’uomo per eccellenza si è ricomposto. Fiducia, accettazione, orgoglio. Semplicemente amore nelle nostre incolmabili diversità. Diversità di opinione, religione, politica, pensiero, ma stessi geni quando si tratta di quelle caratteristiche di personalità che fanno sorridere.

E poi ne hai ancora da scavare per scioglierti. Ci sono le blatte da affrontare: gli aspetti oscuri di te, quelli che ti fanno schifo, ma che ci sono. Quella cattiveria che sta lì, quell’egocentrismo che non ti fa vedere l’altro, quell’invidia che va analizzata e sminuzzata. Ho letto un libro sull’introversione: “Quiet” di Susan Cain. Mi ha aperto il mondo del mio narcisismo (mi piaccio e mi amo tantissimo eppure la maggior parte delle volte non mi accetto). E mi ha permesso – tra i mille spunti – di indagare i miei moti di invidia e quindi la mia ambizione, del tutto svincolata dal classico desiderio di diventare quadro in azienda, ma molto più vicino all’idea di fare un lavoro unico, creativo, cerebrale. Ma le schifezze sono ancora più profonde. Mi troveranno, si presenteranno. E le accetterò queste blatte.

Qualche notte fa ho sognato uno sconosciuto nel gesto di presentarsi e subito dopo un uomo che mi soffoca e si lamenta dei miei atteggiamenti ondeggianti, liberi e prepotenti. Ecco. La summa delle mie relazioni: amo il corteggiamento, la lusinga, il riempire alcuni vuoti, la parola piena di contenuto, ma è indispensabile che tutto ciò non ecceda la misura per non vedermi fuggire nella mia amata solitudine. E – forse – sto anche accettando di conoscere ciò che di me è sepolto.

Devi anche fare sì che nessuno si possa sentire in diritto di dirti che devi essere più o meno qualcosa. Non parlo di non accettare critiche costruttive. Sono convinta che serva circondarsi di Maestri.
Parlo invece di quella tendenza che hanno con te alcune persone. Dirti che prendi un gelato troppo calorico (quando hai appena fatto 30 km a piedi), dirti che dovresti parlare in pubblico, guidare l’auto, trovarti un uomo, essere più magra, più femminile, meno spacca coglioni, più socievole, lavorare di più, essere meno chiusa, più – meno – più – meno – più – meno – più – meno e sei sfinita. Perché non vai mai bene. Sei tu la più critica con te stessa e questo rende critici gli altri verso di te. Forse sei tu che – senza saperlo – dai questa autorizzazione? Tu permetti che ti dicano di mangiare di più o di meno, di ballare di più o di meno? Da dove inizia tutto ciò? Da dentro o da fuori? Dove sta la tua debolezza e perché ti ammazzi per colmarla? Quei viaggi per dimostrare che sei forte sono dentro di te. Vuoi urlarlo che sai stare sola, che sei capace di fare “tutto”. E sai bene che non è vero. E sai bene che nessuno ti vorrà meno bene per questo. O ti stimerà e ammirerà di meno.

Alla fine del concerto hai capito che quel nodo, quel grumo sta ancora lì. Ora lo sai. Sai che sei felice fuori e che lo sei dentro, ma solo per tre quarti. “Dopo un lungo inverno accettammo l’amore…”.
Non sono ancora pronta, ma amerò di nuovo, senza vergogna e senza paura. E sarà come quell’abbraccio che mi ha fatto piangere e sciogliere. Quello del fidanzato di un’amica, quello del perdono per uno schiaffo, quello che ha riportato la pace in tempo di lutto. Un abbraccio potente dal quale sono sgorgate lacrime liberatorie. Quel concetto di libertà cambierà, ti cambierà e non sarai mai più schiava di te stessa.

—-

C’è chi ha detto tutto ciò meglio di me:

Scivoli di nuovo
Conti ferito le cose che non sono andate come volevi
temendo sempre e solo di apparire peggiore
di ciò che sai realmente di essere.
Conti precisi per ricordare quanti sguardi hai evitato
e quante le parole che non hai pronunciato
per non rischiare di deludere.
La casa, l’intera giornata,
il viaggio che hai fatto per sentirti più sicuro
più vicino a te stesso,
ma non basta, non basta mai.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

Torni a sentire
gli spigoli di quel coraggio mancato
che rendono in un attimo
il tuo sguardo più basso
e i tuoi pensieri invisibili
torni a contare i giorni
che sapevi non ti sanno aspettare
hai chiuso troppe porte
per poterle riaprire
devi abbracciare
ciò che non hai più
La casa, i vestiti, la festa
ed il tuo sorriso trattenuto e dopo esploso
per volerti meno male,
ma non basta, non basta mai

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

E non vuoi nessun errore
però vuoi vivere
perché chi non vive lascia
il segno del più grande errore.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.
Che chiudo un po’.
Che chiudi…

E ancora …

L’Olimpiade
Casco e non mi arrendo
Riderai vincendo
E saprai che ciò che hai lo devi a te!

La fine
Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo,
Guardo il mio volto allo specchio
ma non saprei disegnarlo
Come ti parlo, parlo da sempre della mia stessa vita,
Non posso rifarlo e raccontarlo è una gran fatica.

Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per reiniziare, per stravolgere tutti i miei piani,
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole.

Non mi sembra vero e non lo è mai sembrato
Facile, dolce perchè amaro come il passato
Tutto questo mi ha cambiato
E mi son fatto rubare forse gli anni migliori
Dalle mie paranoie e dai mille errori
Sono strano lo ammetto, e conto più di un difetto
Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto:
‘Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta’.

Quante ne vorrei fare ma poi rimango fermo,
Guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno,
Non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre,
Se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente.

Il sole esiste per tutti
E trasceso il concetto di un errore
Ciò che universalmente tutti quanti a questo mondo
Chiamiamo amore

Blunotte  – Carmen Consoli
Forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei sforzi inutili
forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei gesti ridicoli
come se non bastasse
l’aver rinunciato a me stessa
come se non bastasse tutta la forza
del mio amore
e non ho fatto altro
che sentirmi sbagliata
ed ho cambiato tutto di me
perché non ero abbastanza
ed ho capito soltanto adesso
che avevi paura
forse non riuscirò
a darti il meglio
ma ho fatto i miei conti e ho scoperto
che non possiedo di più

Cara Mariangela

bob-dylan-63158_1280Cara Mariangela,

è da tanto che non ti scrivo e ultimamente ho saltato anche qualche sabato. Tu resti sempre nei miei pensieri e il bene che ti voglio è immenso. Mi hai aiutato tanto da quando mi sono trasferita a Pavia e ti ho conosciuta. Credo di poter dire che sei la mia migliore amica in questa città (insieme a Silvia, te la presenterò). Mi hai capita, ascoltata e hai saputo trasmettermi la tua passione, il tuo amore per la vita, la tua saggezza. Ricordo i momenti in cui entravo in Istituto un po’ triste o ansiosa o piena di dubbi e paure. Bastava stare con te, chiacchierare e ridere per uscire da lì rinata. Ogni cosa diventa più chiara e nitida se ne parlo con te. Hai un potere e una capacità enorme: quella di capire le persone. E noi ci capiamo perché siamo così simili, vero? Abbiamo le stesse passioni e la stessa visione della vita. Non sappiamo accontentarci e siamo testarde nel raggiungere i nostri obiettivi. Mi piace quando mi parli della tua giovinezza, del tuo ballare… ti si illuminano gli occhi stupendi che hai. Anche nei momenti in cui la tua mente si adombra di ricordi tristi, non perdi quella forza e quella vitalità incredibili. I tuoi ricordi di vita mi mostrano un percorso e mi fanno avere fede: fede nella vita, nelle sue bellezze e nei suoi colpi bassi, nei suoi regali e nelle sconfitte. Mi fai aprire gli occhi sul percorso, mi riporti al mio cammino.

Vorrei tanto parlare ore con te, mi è piaciuto avere consigli sugli uomini e  capire insieme a te che quelli poco decisi non vanno bene. A volte mi sento così maschile, forte e indipendente che penso di non riuscire a trovare un uomo che sappia come prendermi. E ho paura della mia fragilità. Della me delicata, leggera e schiva. Sul lavoro, il mio sogno preme forte: vorrei scrivere di narrativa. Il giornalismo è solo una parte di ciò che amo fare, e il mio lavoro attuale comprende anche molti compromessi. Penso di avere esaurito la pazienza e che i compromessi ora siano troppi. A volte mi sento entusiasta e combattiva, come se potessi davvero fare tutto; altre volte mi scontro con la realtà, con la paura e con il fatto che – in fondo – non sono capace di mettermi lì e pensare a un racconto. Scrivo solo pensieri miei, spesso brevi, sulla mia vita. Ma ci sto provando, con ogni mezzo, a sbocciare, a diventare ciò che sono, a rendere grazie al dono favoloso della vita, a non sprecarlo: non nel senso di fare di tutto e provare tutto, ma nel senso di capire ciò che è davvero importante per la nostra realizzazione e per lasciare questo mondo con serenità, quando sarà il momento.

Grazie per tutto ciò che mi insegni, perché sono sempre più ricca, luminosa e bella quando ti vedo. E più felice.

Ti voglio bene

 

*tutte le altre lettere a senso unico sono personali, ma ho voluto condividere questa, per ringraziarla davvero e di cuore.

Dov’è il vero?

298060_10150318717905209_6063289_nÈ morto il proprietario di un piccolo supermercato di provincia, una catena. Ha cambiato nome così tante volte che nemmeno li ricordo tutti. Era piccolo, ma ben fornito e tenuto benissimo. Ci potevi trovare tutto, e credo che abbia servito generazioni di abitanti di paese, prima dell’arrivo dei centri commerciali e degli Iper. Mi secca quando senti: è venuto a mancare, è scomparso ecc… Perché? La morte non si può dire? È morto ed è la sola parola che si possa utilizzare. Non posso dire di averlo conosciuto, ma se ne parlo è perché qualcosa mi ha colpito. Per la prima volta un lutto di paese mi tocca, me ne dispiaccio con sincerità. Escludendo persone conosciute, intendo, non sono di certo così fredda. Leggo la notizia al volo su un whatsapp di mia madre, esclamo “oh no” in modo spontaneo e mi fermo ripensando all’India. Non era giovane, ma nemmeno vecchio. Non saprei dire l’età, so che aveva qualche problema di salute. Conosco nome e cognome, la moglie con cui ha diviso la sua vita. Non aveva figli, ma una nipote morta di tumore. Non lo conoscevo ed era quasi il mio vicino di casa. L’interazione con lui passò attraverso l’India ed è ciò che di lui rende i contorni più netti. Nel 2011 la mia decisione di fare un’esperienza di volontariato lontana si scontrò e incontrò con quel vicino di casa. Sempre un messaggino di mia madre, se non ricordo male, per dirmi che lui aveva fondato una scuola in India in memoria della nipote. Quando gli ingranaggi si mettono in moto, penso che sia difficile fermarli e arrestarli. Una sorta di domino che arriva alla fine. Non voglio fare la fatalista, perché credo nell’azione e nelle scelte, ma ho sperimentato la forza di ciò che “deve” succedere, qualcosa che ha tutta l’aria di essere pronto e maturo per te. Tu hai agito, hai scelto e quella scelta ti sta addosso come un vestito su misura, come se te lo avessero dipinto addosso. Ecco, quello non fu l’India. C’era scritto “sono acerba, non forzare la mano” in ogni passo: non avevo soldi, non ero abbastanza in orario, ho persino trovato l’Asl piena per le vaccinazioni, ho avuto problemi con passaporto e visti, e persino qualche inconveniente con l’agenzia di viaggi che ha prenotato il mio volo, ho dimenticato a casa la tachipirina e ho avuto la febbre. Ricordo ancora quando per un attimo pensai di dover viaggiare con Aeroflot. Prima, però, parlai con quell’uomo, il fondatore, che mi trasmise – vado a memoria e qualcosa posso essermelo ricostruito dopo, di fantasia – la bellezza, la magia, la necessità, la verità racchiuse nelle terre indiane. Conobbi Giovanna, grazie a lui, così da potermi confrontare con un’altra volontaria. La convinzione montava e saliva, nonostante tutti i problemi, e rimasi testarda fino in fondo. In India ci andai. Fu acerba? Sì, un po’ sì, ma era ciò di cui avevo bisogno. Fu come quella nuotata in acque profonde quando tentenni e hai paura. Non credo di poterla chiamare davvero esperienza di volontariato, ma in quel nulla indiano – in quel villaggio di quattro anime dove si inauguravano con feste i bagni dentro casa o la costruzione di una doccia – posso mettere un paletto che divide “prima” e “dopo”. Quasi quanto lo fu l’Erasmus, per motivi diversi, a 21 anni, anche l’India fu un confine narrativo nella mia vita. Sì, l’India – quella che io ho vissuto – è vera, necessaria, magica.

Lo stupore per quella morte è stato incalzato dall’amaro delle relazioni. Non ci si conosce. Per nulla. Ciò che mi ha proprio spinto a scrivere più di quanto già volessi fare è stato un altro whatsapp, una nota vocale, dove nemmeno puoi fermare eventuali incomprensioni prima del degenero. Una malinconica disamina della vita di quell’uomo, immaginato chiuso dentro il suo supermercato, senza uscire, senza ferie, senza godere e vedere il mondo: questo mi ha recitato come una litania la mia amica. E avrebbe avuto anche ragione a esprimersi così, con rammarico e tristezza profonda, se tutto ciò fosse stato vero. E invece quest’uomo sconosciuto andava in India non appena poteva e trascorreva i mesi in quel villaggio. E credo l’abbia anche visitata, a modo suo, quella terra. Sì, certo, non so quante altre ferie si sia mai fatto né che vita possa aver avuto: alternava le casse, le corsie, i pelati e i surgelati nonché 8000 abitanti che non sapevano chi fosse, con i colori, le spezie, i pentoloni all’aperto, la doccia con il secchio, la polvere, la terra, gli odori non programmati e tanti bambini e famiglie che lo conoscevano benissimo, anzi, gli erano grati. M’immagino, senza averlo mai visto, gli inviti e le cene da quelle famiglie. I sorrisi. “In India mi passa qualsiasi acciacco”, ricordo che lo disse e ricordo di aver pensato: quanto è vitale quest’uomo che all’apparenza sembra un fantasma. Ditemi voi, ora, dov’è il vero? Lui è morto e secondo me ha scelto l’India.

Una sola direzione

stones-339254_1280Quando corro penso, per distrarmi dalla fatica.
Corro da pochissimo eppure mi sembra di averlo sempre fatto, corro perché sono finiti i corsi di ballo, perché camminare richiede troppe ore, corro per avere controllo di mente e corpo. Qualsiasi attività fisica di per sé va bene, per esercitare un’azione che non mi lasci alla deriva. Corpo e muscolo controllati, decisi, in attesa di essere scolpiti e portati fuori. Mente fluida e vasta che accoglie, depura, elabora e restituisce. Una tendinite mi sta obbligando a comprendere le mie esagerazioni, la mia indole insofferente, cosa significa la mancanza di un ordine, che solo l’attività fisica sa darmi. Grazie al controllo: posso, faccio, concludo. Il muscolo si muove, la mente lo segue. Il respiro unisce le due metà. Iniziare è l’azione più difficile, spesso una scintilla, altre volte un’occasione, una voce. Non sai mai da dove sia nata l’idea, ma sai che era lì. Nel mio caso lo yoga, il ballo, la camminata e ora la corsa. Erano lì, ad aspettare me e io li stavo cercando.

In uno di questi “pensieri da riordino”, che ti scombinano, sono caotici, confusi, vanno e vengono, ma sono bravissimi a “spazzettare e rassettare”, ho iniziato a pensare anche a loro. Gli uomini. Ma anche l’essere umano in sé. Le relazioni, ecco, sì. Quel rapporto di scambio dal quale a volte scappo. Se avessi davanti un uomo, quando fantastico, penso sempre a cosa gli racconterei di me, in perfetto stile Eleonora-centrico. Inizio così a definirmi, nel mio finto narrare a me stessa, senza un contesto. Una sorta di CV a ritmo di corsa e sudore – 1,2 – mi piace viaggiare, sì, sono stata in India, Asia… ma ho scoperto tardi questa capacità di adattarmi, anzi, questa esigenza – 1,2 – l’India, il battesimo… non ero sola, ma nemmeno con qualcuno… e così senza costrizioni racconterei la bellezza e l’unicità di quando mi sono trovata su un treno di terza classe notturno, verso Bengalore, mentre il mio compagno di viaggio Aloysius parlava tamil con sconosciuti. Ho provato sorpresa e ansia nel trovarmi in auto con una donna musulmana. Ha voluto portarmi da pizza Hut, in quanto italiana, e poi a casa sua a riposare e a mangiare (ho preferito il suo cibo indiano buonissimo, ma da pizza Hut mi sono commossa per il bagno e la carta igienica). Una famiglia composta da cattolici, induisti, musulmani. Una carezza e ho sentito le tensioni sciogliersi, la mia fiducia uscire da ogni poro – 1,2 – il respiro fluire libero in un sorriso. E parlerei di tutte queste chicche che ormai i più conoscono a memoria, degli incontri possibili perché sola, dell’uomo con l’ukulele a Saigon, della donna pazza e gentile a Chiang Mai. Mi definisco con uno zaino e pochissimo da portare con me, l’essenziale, se riesco. Mi piace cullarmi in questi ricordi, ripeterli, ripassare la lezione. Sono ancora pochi, sono embrionali… oppure mi tratteggio con le mie attività vecchie e abbandonate, o attuali e attive. Mi costruisco, mi identifico in un sé fatto di esperienze, immaginando un uomo al quale vorrei trasmettere la mia indole maschile, la mia natura ambivalente. La mia forza nella timidezza, la mia ribellione nella calma, la mia adrenalina nell’introversione: mi vedi insicura, silenziosa, quasi tranquilla? Eppure sono tenace, definita, senza fronzoli e orpelli. Sono lo stravolgimento di ciò che è femminile e maschile: dentro di me entrambi si mescolano, per non rispondere agli schemi sociali. E quando mi dicono che da sola non sempre va bene, mi chiedo perché dovrei sforzarmi di inseguire la socialità estrema a ogni costo. Necessito del mio silenzio, del mio fantasticare, del fingere di raccontare episodi piccoli e marginali. Ho bisogno di andare al cinema da sola, e di ridere con un’amica. Non vi è l’uno, senza l’altro. Non sopporto le chiacchiere vuote, ma amo i silenzi pieni, le parole intime, gli sguardi di complicità. Mi piacciono gli stimoli forti, anzi fortissimi: un concerto, l’adrenalina di un’impresa, la musica alta, la pista piena, l’uomo che ti guarda con quello sguardo lì, proprio quello. Arrossisco, ma non abbasso lo sguardo. E l’uomo che vorrei trovarmi davanti, a prescindere da tutto (quelle minuzie che ci fanno infatuare, i difetti che amiamo) dovrebbe condividere la mia visione interiore. Dovrebbe comprendere il mio lato maschile, esaltarlo quando serve. Dovrebbe usare il suo per placare il mio, con quella liberà che scorre ovunque, insieme all’appartenenza data da radici profonde. Vorrei poter dare questa me sicura a lui, e quella insicura la vorrei plasmare con lui. Vorrei dargli i miei segreti affinché li curi, li valorizzi, li consideri un’unicità in più. Vorrei accogliere le sue lamentele, i suoi vizi, i suoi punti deboli per farne un quadro di colori vivaci, vorrei giocare a braccio di ferro e perdere. La fiducia ci unirebbe, la libertà di fare non creerebbe assenza e mancanza, ma voglia.Vorrei essere un pezzo del mosaico che gli permetterà di realizzare uno qualsiasi dei suoi sogni, anche se questo comportasse il mio silenzio. Vorrei mostrargli ciò che non conosce e imparare con delicatezza. Vorrei condividere, ma senza possesso; amare, ma senza giudizio. Vorrei ridere, arrabbiarmi, farmi portare la spesa e indossare il rosa, rubargli le scarpe da running, camminare più di lui, ed essere più disordinata di lui, vorrei invertire ruoli inesistenti quando ne abbiamo voglia, e mai sentirmi chiedere o pretendere un “posso?”. Vorrei stare sola quando serve, e capire quando non è il caso di andarmene. Vorrei soffiargli il mio entusiasmo addosso e mostrargli la mia felicità per le piccole cose. Vorrei una bellezza che ti si stringe addosso, soggettiva e dipendente dai nostri occhi. Vorrei un cammino comune. Vorrei insulti e lacrime e una pelle che ti parla. E anche qualche scusa. Vorrei superare quella barriera, quella del sé, per diventare l’altro. Per diventare tutto. Sento di nuovo il sudore – 1,2 – 1,2 – sento le gambe, lo sforzo, i pensieri si vaporizzano. L’allenamento è quasi completato, mi vedo in ogni elemento naturale e canto come una matta mentre cammino verso casa. E sì, vorrei una sola direzione per due sguardi.

Bella, come non sono mai stata

brown-209106_1280Cos’è tutto quell’astio, quella blatta sulla cappa in cucina, quella pippa mentale che ti trasforma in una stronza con la tua migliore amica, cosa non tiri fuori? Sì, sono arrabbiata, anzi no, sono un moto tumultuoso e impetuoso di incazzatura, di nervi, di voglia di sbroccare. La percepisco come una rabbia iperattiva, utile, impaziente. Sono talmente felice per banalità, endorfine, progetti e conquiste che quasi di questa rabbia sembro non accorgermi. E invece eccola, ed è la mia estetista a chiedere conto della mia acidità. Lei. Le dico che voglio… essere io, che spinge e preme questo io, questo ego maledetto. Le dico che a volte preme così forte da farmi sentire imprigionata e impaziente. Ho una mezza ossessione per la scrittura che non si sfoga, come un orgasmo bloccato. Non è l’ossessione sterile del giornalismo che avevo anni fa, che quando ho iniziato davvero a scrivere mi ha lasciato quel vuoto tipico di un obbiettivo troppo desiderato, troppo atteso e insignificante nei risultati. No. È come un misto di paura, di pigrizia, di assenza di idee. Come quando non so cosa dire. E fatico e quella fatica mi lascia come se mi tappassero la bocca, mi togliessero l’uso della parola. E la fatica inibente mi innervosisce. Non è la fatica del muscolo, della corsa, della camminata. Non è la fatica buona. Sembra più un processo di rimescolamento di una massa troppo densa, così che quel cucchiaio resta intrappolato e invischiato. Come un elenco, come questo elenco pieno di frasi che iniziano per “E” e di paragoni che iniziano con il “come” e di parole ripetute. Ho anche quella voglia di prendermi la seconda laurea, in psicologia? Sì, probabile.Il libro sull’introversione che sto leggendo mi fa venire voglia di alzarmi in piedi sul treno e declamarlo, da quanto è vero. Ho la voglia di robetta che sappia di cultura umanistica. Ho la repulsione per la scienza nuda e cruda, non per il ragionamento e nemmeno per il metodo. Voglio rinascere, voglio avere una seconda – o anche terza – adolescenza, intesa come costruzione di me, della personalità, delle inclinazioni. Non posso rimpiangere a vita la mia vecchia strada, ma voglio urlare a tutti chi sono, chi scopro di essere, cosa amo, cosa non apprezzo, qual è il mio stile. Sperimento, ma mi conosco, e l’impazienza buona mi danza davanti. Vorrei dirlo ai miei familiari, chi sono. Come se fossi incinta di me stessa. Lei, l’estetista è lì, e dopo tutto questo vomitare, risistemandomi il viso e il corpo, mi chiede cosa non dico, cosa non tiro fuori, se sia qualcosa che riguarda ciò che accade in quello stanzino. O non accade. Riemerge di nuovo il nervoso, l’impotenza, la parlantina che si spezza. Ecco cosa non dico! Perché, non basta? Cosa non va in queste affermazioni pratiche e concrete? Dovrei scendere, scavare ancora, ma non posso o non riesco. Non vado oltre. Non raggiungo la profondità in cui si nascondono le blatte, non arrivo dentro di me così tanto. E non c’è nulla che non vada in quello stanzino, nulla. Anzi, forse proprio questo chiedere mi infastidisce. Mi piace quello stanzino, quella chaise longue colorata. Forse vorrei un aiuto in più: concreto, pratico, profondo. Per rimettermi in forma, bella come non sono mai stata.

Tutto ciò che c’è da fare

shoe-270930_1280Mi sveglio nella notte, pensando sia già ora. Mi rigiro tra il soddisfatto e l’impaziente. Non è ansia, ma quella voglia che sia già mattina tipica dei bambini. Quella voglia di fare o quella paura di non svegliarsi per tempo e perdere qualcosa di bello. Stamattina era anche timore di un esame, un colloquio orale, lo spauracchio di tutti gli introversi. Poi si fanno le 5.30. Già, sono loro. Gesti rapidi, un sonno sulle palpebre che si leva in poco tempo e sono pronta per correre, per imparare a farlo seguendo un programma. Sono solo le 5.45, la luce non è piena, ma soffusa. So che mi aspetta un nuovo spettacolo tra il fiabesco e l’onirico, mentre io cammino, corro, sudo e indosso una nuova abilità. L’entusiasmo è quasi eccessivo, come sempre. Ho questi toni alti per le bellezze minuscole, mie, naturali. Per ciò che mai avrei pensato di poter fare e quando mi scopro a farlo – davvero e con costanza – mi stupisco e prendo il megafono per raccontarlo. Scrivendo.

Quello che ricevo come risposta mi fa sentire sempre un po’ in colpa. La chiamano forza di volontà. E se lo mettono nero su bianco, come stamattina, mi sento davvero in imbarazzo. Non è così, io lo so e me lo sento addosso. Si tratta di momenti e occasioni. Se fosse forza di volontà farei fatica, mi rigirerei nel letto venti volte e con quel senso del dovere profondo che attanaglia alcuni oppure sfruttando una disciplina appresa sui banchi di scuola, emergerei dalle coperte per vestirmi. Gesti lenti, voglia assente. Entusiasmo che cresce di poco a ogni passo, ma non guarda oltre. Si intravede solo fatica, obbligo, volontà e necessità. Io non sono così. Se prendo una decisione e la porto a termine – dalla dieta al fumo passando per cammini e corse (e ancora non so quanto durerà la “passione” nuova) – o la perseguo, significa che ciò che faccio mi piace, lo voglio, è il momento giusto. Da anni mi dico che dovrei correre. Anni. Eppure non l’ho mai fatto. Un paio di settimane fa senza motivo mi sono svegliata alle cinque e mezza, tra surrene iperattivo e altri fattori, e mi sono detta: “che si fa? Corriamo! Non ci sarà in giro nessuno che guarda come lo faccio, posso usare la mia App favolosa che mi guida in modo graduale. Andiamo”. Mi improvviso, metto su due robette tra il tecnico e il ridicolo ed esco. Da lì, con calma, ho pensato che poteva fare al caso mio. Mi sentivo energica e solare. Rispetto ai famosi “anni fa”, quando lo dicevo senza farlo, ho cambiato abitudini e bioritmo. Non so perché, ma ora sono più allodola che gufo e amo svegliarmi presto. Non ho attinto a una forza sconosciuta, ho solo aspettato che maturasse questa voglia, che si unisse all’esigenza, che sposasse la curiosità e trovasse l’occasione per cadere dall’albero. La corsa ha trovato me, così come il cammino, la dieta e lo stop al fumo. Mi perdo per cose più piccole, che non è ancora o non sarà mai il momento di fare. Quante volte ho provato a smettere di fumare? Sono riuscita solo quando il tempo era maturo, la mia mente pronta ad accogliere quella richiesta, il mio corpo favorevole. E non basta. Ho imparato a creare il tempo. Quando si scopre questa possibilità è come soffiare quanto il vento, rendersi fluidi, leggeri, sinuosi. Si respira energia: più si ha voglia di fare, più si fa e più si alimenta questa onda di benessere. Si crea tempo, si usa, se ne apre ancora davanti a sé, si sfrutta quello nuovo con un’abilità e una maestria prima sconosciute. Si perde, si gioca, si sciupa e si riconquista, langue, abbonda, si spreca, si ricrea. Si fa, solo stando nel momento presente. E si amplifica, rendendo la forza di volontà un punticino lontano, laggiù, dal quale si è forse partiti, per poi staccarsi e lasciare alla bellezza, alla voglia, alla mente e al corpo tutto ciò che c’è da fare.