Pieno e vuoto

full-moon-415501_1280Silvia non mangia, quasi mai. Sta per passarsi un filo di trucco, si guarda allo specchietto retrovisore mentre il semaforo le concede una pausa, ma desiste. Cambierebbe qualcosa con quel velo di lucidalabbra? Mentre osserva le sue occhiaie e le sopracciglia da rifare, qualcuno inizia a suonare il clacson. Deve riprendere la marcia, sebbene la sua pigrizia la vorrebbe solo a letto tra la penombra e le lenzuola profumate. Silvia ha portato i figli a scuola, ha concluso quell’affare per conto del marito e solo verso le undici riesce a immergersi nel suo lavoro di venditrice porta a porta per casalinghe oppresse e in via di estinzione. Vende alcuni utensili da cucina, vende facilità e tempo libero, sperimenta ricette e intanto nasconde qualche conato. Oggi ha una riunione dimostrativa da Susanna, una cinquantenne che pensa ai nipoti avuti troppo presto. «L’albume a neve, di solito funziona», pensa tra sé e sé. Ripassa mentalmente la lezione e soddisfatta conteggia i pasti di quei due giorni: nessuno. Sorride e pensa di dover andare a correre per quel rotolino sul fianco ossuto e teso, ma può concedersi un caffè al prossimo bar. Eccolo, un altro urto di vomito, solo al pensiero di qualcosa di commestibile. La temperatura è lieve, la giornata promette bellezza, tra colori sgargianti e quel senso di lentezza appagante. Silvia indossa più strati l’uno sull’altro e si porta il bavero del cappotto grigiastro sempre più stretto verso collo e mento. Nasconde per un attimo quelle sue labbra violacee, ma alla fine, scoprendosi, ordina il caffè con voce decisa. I capelli radi sono appiccicati al volto in un taglio corto, con le basette sottili bene in evidenza. La sua magrezza è preponderante e offusca qualsiasi altro suo dettaglio, è una fisicità silenziosa e nessuno – né amici, né genitori, né tantomeno suo marito – ne ha mai pronunciato il nome. Finito il caffè, ci ripensa: in bagno estrae dalla borsa una pochette argentata, si mette con cura un velo di fondotinta, copre le occhiaie, accentua lo sguardo con il mascara e infine si passa quel lucidalabbra rosso. Ora può montare gli albumi con Susanna.

In quella casa entra con calma, appoggia il cappotto e cammina lungo un corridoio stretto da farci passare solo una persona e lungo pochi passi fino al soggiorno. La padrona di casa l’abbraccia con affetto, pur sentendola rigida, e la fa accomodare in una piccola cucina essenziale, con mobili da poco e senza personalità. «Ti presento le ospiti per la dimostrazione: Mariachiara, Lucia e Linda» scandisce bene le parole, con quel senso di appiccicaticcio tipico di questi momenti. Un altro urto di vomito: Mariachiara è enorme. Le pieghe della pancia non si possono contare, ogni suo lato è morbido e curvo, sferico. Il doppio mento crea la sensazione che vi sia un unico blocco di untuosità. Si guardano a lungo e di sfuggita: rimangono con lo sguardo l’una sull’altra per il solo breve momento delle presentazioni, ma ciascuna registra alcuni particolari dell’altra.

Silvia inizia a spiegare con cura ogni singolo strumento da cucina presente nella sua valigetta. Ricorda un po’ la versione femminile delle cassette degli attrezzi ricolme di cacciaviti, viti, martelli, tenaglie, cesoie. Lo stomaco si contrae un po’, ma Silvia è abituata a quei movimenti e apprezza fino alla soddisfazione quel suo organo vuoto. Fuori è piena di vita, dentro è vuota. Mariachiara invece vuole riempire la sua inquietudine. Assaggia con cupidigia tutto ciò che c’è da assaggiare, persino l’albume montato a neve, e più lo fa e più ha fame. Mentre degusta pianifica ogni passo che la separa dal menù del fast food, ha già deciso cosa comprare, sente il grasso colare sulla lingua, la salsa piccante e saporita farsi strada nell’esofago, le patatine sotto i denti che rilasciano il loro gusto di frittura e olio vecchio. Poi torna in quella cucina, accanto alle sue amiche, il cui abito scivola addosso senza fatica, e il senso di colpa le fa aggiungere mentalmente un gelato con caramello e cioccolato. Sarebbe stata male anche quella notte, da sola in quella casa avrebbe chiamato la guardia medica. E l’indomani avrebbe oziato a letto tutto il giorno, senza vestiti da mettersi. Silvia la vede addentare la crostata con lo stesso fare di una donna che bacia per la prima volta uno sconosciuto attraente, e dice: «Pensi che sia cotta al punto giusto? L’ho preparata a casa in poco tempo, non so, magari ho sbagliato qualcosa …». Mariachiara alza lo sguardo lasciando la mano a metà strada tra il piatto e la bocca, senza cedere, solo ritardando l’ingoio con suo enorme disappunto. «Credo sia perfetta, Silvia, sei stata bravissima … assaggia tu, se credi». La provocazione non funziona, Silvia alza una mano come per scacciare qualcosa di fastidioso e si rivolge a Linda per definire l’acquisto, soddisfatta della sua nuova cliente. Dopo i soliti saluti di circostanza, mentre si sta dirigendo alla sua auto, si sente afferrare per il cappotto grigio: è Mariachiara. La testa inclinata, le labbra dischiuse e quegli occhi che non nascondono la consapevolezza dei loro problemi. La massa del corpo non trova forma in vestiti sformati, stretti e costretti, come se indossando jeans e magliette di un tempo potesse far sparire sé stessa. «Andiamo a prenderci un caffè, che ne dici»? Silvia non parla, sale il conato all’idea di sedersi in una tavola calda di fronte a una sudicia ingozzatrice incallita, ma senza dire una parola, quasi come se la verbosità dovesse rispecchiare la parsimonia dell’introito calorico, apre la portiera a Mariachiara e guida fino al primo bar. La sua nuova amica racconta a Silvia della sua piccola libreria di paese, «sai, sembra quella di quel film famoso … ti ricordi? Io ho cura di ogni particolare, ogni libro. È sempre stata la mia passione, leggere. E che fatica realizzare questo obiettivo, ero proprio senza esperienza. Però, ecco, se avessi dei figli sarebbe difficile, mentre un uomo a volte mi tornerebbe utile, ma, oh, no ecco, sono gelosa della mia solitudine… ». Il monologo continua a lungo, inframmezzato da risatine isteriche e segni di interpunzione netti, per dare agio a Silvia di entrare nel discorso, senza successo. Alla tavola calda ogni gesto è controllato, da ambo le parti. Un cucchiaino che mescola la schiuma del cappuccino con lo zucchero, una mano che si porta alla bocca un biscotto. Nessun eccesso: Silvia sorbisce il suo latte caldo, Mariachiara parla con una mano sulla sua tazzina. Quando si salutano hanno paura, perché sanno che a casa tutto cambia. Silvia si rifiuta di cenare e cerca di levarsi di dosso tutta quella fisicità prorompente. Mariachiara a casa, da sola, apre tutte la antine della dispensa, inizia da una manciata di cereali, poi prende del prosciutto, noccioline, crackers, cioccolatini, biscotti, piselli cotti dalla sera prima, un pezzo di formaggio … no, no, si accorge di desiderare solo dolciumi. Si tuffa in quei cereali al cioccolato, dannazione, in casa non aveva nulla. Mangia frutta secca, biscotti, merendine, cioccolatini, e ricomincia daccapo. Poi si decide per il salato e ancora ingoia senza masticare, veloce, con brama, senza vedersi, senza saperlo. Lei non sta mangiando. Lo stomaco è dolorante, lei è sporca ovunque: sulle mani che arraffano e sulla bocca che maledice quel cibo. Si vergogna e butta tutto nella spazzatura quando vede qualcuno. Si vergogna, ma finché in pubblico riesce a controllarsi, lei può considerarsi pura e candida. Poi guarda il suo viso pieno e soffre. Ora però c’è Silvia, sì, Silvia. La chiama subito, le dice di andare da lei: «Silvia, scusa, sento che è come se conoscessimo da sempre. Ti prego, vieni da me». Nessuna risposta, Silvia riaggancia ed esce. Da Mariachiara si trova una scena pietosa, ma dal sapore noto: una donna immersa nel suo vuoto e nello strumento scelto per saziarlo. «Tu stai chiedendo di vivere. Con tutta la forza che possiedi». Poche parole, secche, ma guardandosi negli occhi, decidono di aiutarsi, di essere l’una per l’altra l’estremo che porta all’equilibrio. Improvvisano ciò che sarà, ciò che le coinvolgerà in un lungo e doloroso cammino per rinascere: all’inizio per nutrirsi con il cibo e poi per nutrirsi più in profondità. Silvia si sarebbe trasferita da Mariachiara, con quell’odore di famiglia, quei rumori di convivenza. Silvia avrebbe staccato da una famiglia incompresa e Mariachiara avrebbe riempito quella solitudine liquida. Mangeranno insieme, una di fronte all’altra, e sceglieranno gli alimenti più nutrienti e simbolici, più nobili e semplici. Avvicineranno le posate con lentezza alle loro labbra, sentendo i sapori, parlando, ridendo: quelle verdure che esploderanno di luce, quella pasta preparata con affetto. Silvia mangerà, anche se a stento, Mariachiara resisterà. Fino a quando, un giorno lontano, fatto di tanti giorni di fatiche e litigi, le due donne non avranno più bisogno di pensarci e abbracciandosi ritroveranno una loro dimensione.

È

reflection-101005_640È vedere un cielo lattiginoso, con il sole che passa attraverso le barriere.
È sentire gratitudine per un paesaggio malinconico al ciglio dell’autostrada.
È passare accanto a una città e pensare a quanto sia bella,
è avere accanto i binari di una linea che non conosci. Proprio lì, attaccati alla tua strada, e oltre prati a dismisura. Quei binari che prima erano il Po, largo e placido, languido vestito di pioggia sottile, con il sole offuscato dalla nebbia leggera.
È osservare quelle pozzanghere nelle quali piove, quei cerchi concentrici nei quali metti il piede noncurante.
È vedere bellezza ovunque e senza tempo, senza il meteo nella mano, senza la lamentela pronta.
È sorridere per un’illusione e una fantasia.
È scrivere e immaginare di farlo, è ordinare e disordinare, è l’energia e il sonno, è dedicare due ore a un acquisto stupido.
È stupirsi e piangere, è deprimersi e godere.
È.

Piaceri sottili

puzzle-140904_1280Il rumore di un pezzo di puzzle che si incastra con gli altri e l’organizzazione di una giornata perfetta. Sei persino in anticipo. Tu, dal ritardo cronico. Hai fatto tutto senza forzature, ogni cosa è scivolata al suo posto. Senti il piacere di quelle stanze pulite senza fretta e con la musica che ti porta in altri luoghi, ma consapevole di ogni tuo gesto. La colazione ricca e fuori orario della domenica mattina si scioglie dolce nella tua voglia di startene tranquilla. Il sabato dalla tua amica, quella che ha 88 anni, a ridere come se ne avessimo tutte quindici, lo shopping eccessivo, ma utile, gli acquisti che accadono quando devono, quel libro – forse il terzo in pochi giorni – a cui non hai saputo dire no. Senti il lavoro che scorre sotto le tue dita, sulla tastiera su cui ci ha mangiato di tutto e sullo schermo dove venerdì sera è passato un bel film al quale non hai retto per il sonno. Senti quella sensazione dei pallini di cellophane che scoppiano sotto le tue dita. E cammini, riesci a trovare spazio per una mostra, un’opera teatrale e il parco della Vernavola, dove senti gli ontani e quel silenzio imperfetto. Leggi meno: ed ecco che un sopracciglio si alza per il disappunto, ma balli di più e di più ancora. E ti senti bella. E senti quel piacere sottile dell’acqua calda quando sei gelata, del tè allo zenzero che pizzica sulla lingua, del dolce che ti sei meritata, del cappuccino alle cinque del mattino e con il cacao, della scarpa che ti sta a perfezione, del passo riuscito e della parola che hai ritrovato, del sole di novembre tra le mura del castello, della risata fragorosa, dello smalto rosso messo male, di ciò che riesci ad aggiustare, di qualcosa che scrocchia al tuo orecchio, di quando ti addormenti e te ne accorgi, di quando proprio ti svegli presto, di quel complimento perfetto e al momento giusto. Di quel cappotto rosso che volevi e hai trovato per caso, di quella vacanza inaspettata per Natale.