L’inatteso

CIMG8052Mi ero preparata a un giorno senza ansia. Mi sono svegliata quasi in ferie, con la sensazione di essermi riappropriata di otto ore, non più in vendita. Questo venerdì è mio, mi sono detta. Ho iniziato da ciò che è più importante, seguendo il consiglio di Marina, che ha stravolto la prospettiva classica.

Incanalata nella mentalità che sia il dovere ad avere la precedenza, non mi sono mai posta il problema di cosa sarebbe accaduto invertendo i ruoli. O meglio, cambiando le etichette: “piacere” e “dovere” con “importanza”. L’importanza apre un nuovo cunicolo: importante per sentirmi bene, per guadagnare, per avere la mente serena, per sentirmi appagata, per sorridere, per provare piacere. Da dove inizio?

Inizio a leggere qualche pagina, scrivo un post per il blog, porto avanti un compito di scrittura. Poi passo al lavoro: qualche notizia, riletture, correzioni. Con calma e consapevolezza. E mi accorgo di una cosa. Quando scrivo per lavoro non passo il tempo a pensare di dover e voler finire, fino a che poi finalmente scriverò qualcosa per me stessa. L’ho fatto prima. E l’ho fatto davvero. Altrimenti diventa una rincorsa a qualcosa che non farò mai. O quasi mai. Perché i lavori remunerati avranno sempre la precedenza (come è giusto che sia) e si accumuleranno all’infinito, e ci sarà sempre un nuovo lavoro che mi fa comodo.

Ti fa comodo perché asseconda una tua paura. Quindi procrastini, ritardi, posticipi. Sai che non verrà mai quel momento tutto tuo. Perché dopo i lavori remunerati ci saranno la casa, le commissioni, due passi a piedi, lo sport, gli amici, la telefonata, le chiacchiere con tua madre.

Ciò che ho provato si chiama rilassatezza, ma anche senso di riconquista. Un passo dopo l’altro, ciascuno spontaneo e naturale, senza la sensazione di dire “dai che ho quasi finito, dai, dai che è tardi…”. Mi evito anche una buona dose di palleggi tra lavoro, social e rete, tipici della scarsa concentrazione.

Ma le sorprese, venerdì, non erano ancora finite. Esco per due passi semplici in centro, dopo pranzo. Al ritorno incontro una donna con la conchiglia del Cammino appesa allo zaino. Non è la prima volta che accade, ma questa volta è accanto a me, non sto andando al lavoro di corsa, non è troppo tardi quando vedo il simbolo. La fermo, le mostro il mio braccialetto pieno di frecce gialle e in un attimo si chiacchiera. Con uno sforzo rispolvero l’inglese, dall’ingranaggio lento perché non lo uso mai. Lei parla mischiando italiano, spagnolo e francese. Poi si assesta sull’inglese.

Mi sento a metà strada tra il Cammino e la vita reale, demarcata. Come se uno specchio mi attraversasse lungo il piano sagittale: per metà respiro quell’atmosfera, per metà sono nella città in cui vivo. Mary è partita da Monaco. Ha fatto Innsbruck, Brennero, Verona, Piacenza, Pavia, sopra a una bicicletta in cui c’è più della sua casa. Cerca Cammini non convenzionali e vive in Francia, vicino a Bayonne. La guardo con due occhi che brillano, le racconto delle mie esperienze e si inizia a parlare, proprio come sul Cammino. Si parla davvero. Si è veri. Si parla di sé stessi, di cose semplici, del vero e dell’azione, della riflessione. Niente di pesante o esistenziale. Ma ci si guarda negli occhi. L’accompagno da Gigi, per farsi aggiustare un pezzo della bicicletta e decido di aspettarla, per poi andare insieme a Santa Maria in Betlem dove troverà un alloggio.

Qui prevale il mio lato quotidiano, ossia la consapevolezza di poterla ospitare, ma di non saper gestire quella visita inattesa, nelle mie abitudini. Le offro un cappuccino e le dico il vero – ancora una volta – per fare ammenda del mio comportamento poco pellegrino. Lei è così felice: vuole farmi capire che sì, va bene anche così. Non devi dimostrare nulla, Eleonora.

Mary mi chiede se farò un altro Cammino, quest’estate. Il Brasile sembra così piccino (nonostante il mio sincero entusiasmo) di fronte alla potenza di quell’esperienza, che per un attimo esito, poi spiego, precisando di voler fare la via de La Plata l’anno prossimo. Lei, invece, mi fa sentire su un percorso. Lei, che ha vissuto sei anni in Brasile, mi suggerisce, mi racconta, mi galvanizza.

Sorrido pensando che sia il tipico regalo del Cammino (è la terza persona che incontro e conosco in poco tempo che ha vissuto in Brasile, insieme a Gabriella e a una ragazza del corso di yoga con il fidanzato brasiliano). Là, in quella terra, Mary ha fatto la bibliotecaria per il German Center… (non ricordo bene). Mi racconta di aver iniziato a scrivere un diario dall’età di 12 anni e di non aver più smesso – o quasi – e scrive, scrive sempre. Sono emozionata, penso a Gyongyi, e Pavia si trasforma in una città del Cammino, io sono qui e là allo stesso tempo.

Nessuna chiacchiera vuota – quanto le detesto! Pur apprezzando le risate e i momenti frivoli – nessuna leziosità, finta gentilezza, bellezza artificiosa. Due donne che si incontrano, si mescolano e ripartono. Un contatto su un foglietto è ciò che rimane. E da lì poi…

In libera armonia

harmonica-748243_1280Volevo scrivere di libertà. Quella che ho sentito forte pulsare sotto la pelle in questi giorni, in cui il lavoro mi incatenava alla sedia. In cui il dolore alla tibia mi impediva di correre bene, come avrei voluto.

Mi sono sentita libera, nonostante i vincoli da ufficio, i procrastinare, il rimuginare. La sentivo come l’acqua che scorre, dentro di me. Ero libera nei miei vestiti estivi, sperimentando lunghezze e colori. Ero libera nelle ore notturne, rubate per scrivere ciò che è diverso e quindi più mio.

Ero libera di cercare la solitudine e amarla, ero libera nel progettare le tratte brasiliane con paura ed errore. Ero libera nel desiderare un uomo. Ero libera di desiderare e ottenere – con un atteggiamento timido e inconsciamente provocante – sguardi carichi di altrui desiderio. Ero libera di sentirmi asociale, sportiva, insicura e determinata. Ero libera di fregarmene, ero libera di far sentire la mia voce e perdere la pazienza. Ero libera di stare e andare.

Ero libera di immaginare e leggere, con il naso che toccava quasi il libro, per esserne ancora più rapita. Libera di dire no, un sì, qualche forse. Libera di commentare e di urlare canzoni. Libera di dire “non lo so”. Libera di sdraiarmi dalla mia estetista e chiacchierare di cose vecchie e nuove, tra un piede e una mano smaltata. Libera di essere permalosa, di accettarmi, di rispecchiarmi in parole altrui. Libera di sentirmi come Murakami, di essere ambiziosa, di visualizzare il successo. Libera di vedere segni e frecce nel lavoro e nell’oroscopo di Rob. Libera di prendere un treno a mezzanotte e venticinque e tornare a piedi per il centro all’una di notte. Libera di cantare con le cuffie mentre cammino, con la gente che sorride o mi piglia per matta.

Libera di avere una gonna cortissima, libera di percepire commenti di altre donne (su cosa non saprei, e nemmeno la loro natura) e ridere perché finalmente me ne frego. Non me ne importa proprio. Libera di sventolare le mie opinioni e di non parlare, di essere fredda, di sentire confidenze. Libera di chiedere aiuto. Libera di volere un bacio e non averlo. Libera di invidiare. Ah, quanta invidia di chi fa. Di chi scrive. Di chi ha un lavoro unico e creativo, artistico. Libera di avere paura, e di superarla o di tenerla stretta. Di andare a letto tardi, di mangiare al giapponese e all’indiano, di far uscire una me che non mi aspetto. Come se mi sentissi parlare da fuori. Libera di aspettare un’amica e di sceglierla. Libera mentre gli altri mi mangiano il tempo, libera mentre quel tempo lo ricreo.

Non è della libertà in realtà che vorrei parlare, ma di quel legame, quell’anello che manca e collega i miei due “io” (a volte in pace a volte in guerra) per farne un’unica persona, in libera armonia.

Cara Mariangela

bob-dylan-63158_1280Cara Mariangela,

è da tanto che non ti scrivo e ultimamente ho saltato anche qualche sabato. Tu resti sempre nei miei pensieri e il bene che ti voglio è immenso. Mi hai aiutato tanto da quando mi sono trasferita a Pavia e ti ho conosciuta. Credo di poter dire che sei la mia migliore amica in questa città (insieme a Silvia, te la presenterò). Mi hai capita, ascoltata e hai saputo trasmettermi la tua passione, il tuo amore per la vita, la tua saggezza. Ricordo i momenti in cui entravo in Istituto un po’ triste o ansiosa o piena di dubbi e paure. Bastava stare con te, chiacchierare e ridere per uscire da lì rinata. Ogni cosa diventa più chiara e nitida se ne parlo con te. Hai un potere e una capacità enorme: quella di capire le persone. E noi ci capiamo perché siamo così simili, vero? Abbiamo le stesse passioni e la stessa visione della vita. Non sappiamo accontentarci e siamo testarde nel raggiungere i nostri obiettivi. Mi piace quando mi parli della tua giovinezza, del tuo ballare… ti si illuminano gli occhi stupendi che hai. Anche nei momenti in cui la tua mente si adombra di ricordi tristi, non perdi quella forza e quella vitalità incredibili. I tuoi ricordi di vita mi mostrano un percorso e mi fanno avere fede: fede nella vita, nelle sue bellezze e nei suoi colpi bassi, nei suoi regali e nelle sconfitte. Mi fai aprire gli occhi sul percorso, mi riporti al mio cammino.

Vorrei tanto parlare ore con te, mi è piaciuto avere consigli sugli uomini e  capire insieme a te che quelli poco decisi non vanno bene. A volte mi sento così maschile, forte e indipendente che penso di non riuscire a trovare un uomo che sappia come prendermi. E ho paura della mia fragilità. Della me delicata, leggera e schiva. Sul lavoro, il mio sogno preme forte: vorrei scrivere di narrativa. Il giornalismo è solo una parte di ciò che amo fare, e il mio lavoro attuale comprende anche molti compromessi. Penso di avere esaurito la pazienza e che i compromessi ora siano troppi. A volte mi sento entusiasta e combattiva, come se potessi davvero fare tutto; altre volte mi scontro con la realtà, con la paura e con il fatto che – in fondo – non sono capace di mettermi lì e pensare a un racconto. Scrivo solo pensieri miei, spesso brevi, sulla mia vita. Ma ci sto provando, con ogni mezzo, a sbocciare, a diventare ciò che sono, a rendere grazie al dono favoloso della vita, a non sprecarlo: non nel senso di fare di tutto e provare tutto, ma nel senso di capire ciò che è davvero importante per la nostra realizzazione e per lasciare questo mondo con serenità, quando sarà il momento.

Grazie per tutto ciò che mi insegni, perché sono sempre più ricca, luminosa e bella quando ti vedo. E più felice.

Ti voglio bene

 

*tutte le altre lettere a senso unico sono personali, ma ho voluto condividere questa, per ringraziarla davvero e di cuore.

Le nostre forme

leaf-409258_1280Mi sento bella. Basterebbe. Tre parole da scandire bene, da dire alla mia estetista, o da mostrare. Esibisco questa sensazione con sfrontatezza, quando capita. Timida e poco avvezza alla me benevola e al corpo in mostra, mi fingo sicura. Sono al contempo casta e sensuale, certa di tutto ciò che questo mondo rappresenta. Per me. Il mondo della percezione del corpo, di un anno di problemi di salute, di conflitti, improvvisi dimagrimenti e compulsivi aumenti di peso, conditi da ormoni instabili e insofferenza. Sentirmi bella, vanitosa e narcisa per me è una conquista. Dimenticare i confronti, amare le mie gambe, sentirmi primaverile e fluida sono sensazioni che accolgo con benevolenza. Acquisto abiti, gonne. Mi raddrizzo come a dire “eccomi”. Lo faccio in punta di piedi, con quella inconsapevolezza chiara che mi contraddistingue parlando di corpo. Spendo per accentuare la sensazione, senza esagerare. Non vedo l’ora di correre e muovermi ancora e ancora nello spazio preciso occupato dai miei difetti, il chiletto in più. Non riesco a condividere la teoria assoluta dell’accettarsi incondizionatamente: se lo avessi fatto non avrei avuto un sacco di problemi, ma nemmeno schiaccianti vittorie. Vedo donne propagandare il curvy e mi confondono: che differenza c’è tra promuovere obesità (sovrappeso) o eccessiva magrezza malsana? Al di là di soggettivi motivi che impediscono il cambiamento e hanno bisogno della vera accettazione sia per il troppo sia per il pochissimo, perché non promuovere la bellezza della varietà delle forme? Quanto siamo belle nelle nostre molteplici sfumature! Un fianco largo, una vita esile, le ossa che strutturano, danno e tolgono. Piedi affusolati o piccolini, mani leggiadre o mascoline, zigomi, tondi, ovali, quadrati, un bacino stretto stretto, una curva prorompente, una conca vicino alla clavicola. Una tempia, una nuca libera o piena di pensieri quanti sono i capelli. Chi ha gambe lunghe, chi le ha possenti. Muscoli, pancetta, qualche segno sulla pelle per dire che anche lei ha vissuto intensamente. Forme salutari, vive, senza eccessi. Forme di donne dagli occhi indagatori e ipercritici, che dagli uomini dovrebbero imparare a fregarsene. Perché anche loro hanno la pancia da birra e lasagne, o sono scheletrici e poco tonici, ma ci fanno impazzire comunque. Perché loro ci guardano e noi finiamo con mettere nei loro occhi le nostre paure e insicurezze. Agiamo, quando possiamo, per piacere a noi stesse, scegliamo il livello che ci fa innamorare di noi e raggiungiamolo. Ma accettiamo anche l’imperfezione, la nostra forma, quelle piccole unicità che ci rendono davvero belle. Oggi mi sento bellissima. Lo dovevo dire. 

Questa mattina sono scivolata

bananas-594354_1280La vidi una settimana fa per la prima volta, bruttina, le spalle larghe. Con la coda nera e un fisico tarchiato, mi domandai come avrebbe mai potuto sedurre un uomo. Non che fosse necessario saperlo, sia ben chiaro. Eppure non potei frenare quella domanda irriverente, almeno nella mente. Mi chiesi anche come facesse l’amore.

«Le è mai capitato, dottore? Di avere certi interessi sulle persone che vede, diciamo sul treno… o su di noi. Quanti ne vede, di pazienti?»

Il medico tirò su gli occhiali e disse: «ecco, mi sto giusto chiedendo perché mi stia raccontando tutto questo…». Mi guardai le ginocchia sbucciate e sentii il dolore penetrare nella caviglia. Sì, ero lì per ben altri motivi, eppure non potevo starmene zitta.

«Mi lasci finire, devo spiegare, la prego…». Il medico annuì, spazientito. La penna giocherellava  tra le sue dita, si posava e si sollevava.

Ecco, dove ero rimasta? Quella donna mi salutò e mi guidò nello studio accanto. Cercai di non immaginarmela a letto. Stava per bucherellarmi la pelle con aghi e colori, che importanza poteva avere la sua sensualità mascolina? Mi avrebbe sfiorato con le mani, lungo la caviglia e il piede da tatuare: scacciai le fantasie e pensai alla cena con lui, quella sera.

In mezzo a questi ricordi sorrisi al medico, e cercai le parole per proseguire, frugando nella borsetta. «Insomma, con la tatuatrice, successe un pasticcio…». Mi lasciai sedurre, lentamente. «Non che abbia fatto chissà cosa…». Il medico sbuffò: «venga al punto, signorina».

Il fatto è che ci pensai tutta settimana. Non sapevo se dirlo al mio fidanzato, se rivederla, se fingere. Ma poi stamattina arrivai in stazione di corsa, affannata e confusa barcollando su un tacco dodici, e quando li vidi – lui e la mia tatuatrice –  baciarsi senza ritegno… «io scivolai, dottore». Le mie gambe non ressero, la vista si offuscò e io scivolai sull’asfalto umido, accarezzandolo con le braccia morbide e irrigidendo quella maledetta caviglia tatuata.

 

 

 

L’armadio

home-649340_1280Ci sarebbe un armadio da riordinare,

fatto di vecchi abiti da buttare,

di scontrini e di ricordi ormai in disuso.

Un armadio pieno di amici che c’erano:

ora stanno stretti, ma li ringrazio per la loro bellezza di un tempo.

Un armadio con una cassettiera di punti di vista da ridimensionare,

dialoghi asciutti e vuoti e un buco della cintura da spostare.

Un armadio di vecchie paranoie,

inutile tenerle, in caso,

si sa mai che tornino di moda.

Lavori e passioni stanno nell’anta a destra,

qualche macchia che non va più via,

qualcosa che si può accomodare.

Poca roba buona che mi sta ancora perfetta.

L’anta dell’indecisione non so se aprirla per pulirla, lasciare che prenda aria,

o tenerla cupa e triste.

Nell’ultimo ripiano dell’armadio, le paure non hanno preso polvere.

Per fare spazio mi devo chinare un po’,

accovacciarmi, sbuffare:

ma eccole, vecchie e rinsecchite.

Che dite, le buttiamo?

Ci sarebbe un armadio con i giusti spazi

e respiri che scorrono liberi,

un armadio con qualcosa di vecchio da conservare

una memoria da cui partire.

Ora, ci sarebbe un armadio da riempire.

Ciò che non faccio più

butterfly-108616_1280Non guardo più le vite degli altri. Non come gossip, pettegolezzo o curiosità sordida: quello non è così interessante. Non lo faccio più come confronto impietoso, come sistema giudicante. Non misuro più il mio valore confrontando le strade, gli scalini e i tempi altrui, come se ci fosse un solo sistema per muoversi e una sola unica linea diretta verso l’alto. A volte si scende, ci si ferma, si devia, si danza, si salta. Imparo, dagli altri, assorbo, mi confronto, mi relaziono. Ma non misuro più me stessa.

Non mi curo di ciò che ci si aspetta da me. Non mi interessa che gli altri giudichino una mia scelta come folle, assurda, imprudente. Mi giustifico ancora, a volte, ma non mi importa più di ciò che gli altri vorrebbero che io facessi. I tre tatuaggi sono stati un segno tangibile di questa novità. Evidenti, colorati, pieni di significati solo miei. Dire qualche no, vivere come preferisco, accettare ciò che non posso cambiare, seguire il mio intuito e la mia ragione. Sono più felice. Non sono accondiscendente, ma sono io. O quasi.

Non mi focalizzo più su ciò che manca, se non per migliorare. Non mi lagno di ciò che non ho in modo sterile, che poi non si tratta mai di oggetti o cose, ma di esperienze e pezzi di vita, di lavori, luoghi e capacità. Non sono più ossessionata da ciò che non ho fatto, non sono e non sarò. Spingo invece per migliorare ciò che è in potenza, in me. Penso più spesso alle bellezze di cui sono piena: è a questo che serve camminare, ballare, ridere, avere amici e una famiglia.

Non penso più ai compleanni dei miei ex, alle date speciali di amicizie e amori finiti. Sono semplicemente finiti. Sono là, nella scatola del passato e dei ricordi, mi hanno permesso di essere ciò che sono, ma non hanno alcun riverbero tangibile nella vita che ho adesso. Pensare troppo alla data di una vacanza, della laurea tanto odiata, della prima sigaretta, della prima uscita in ambulanza, non ha alcun senso se non nei racconti attorno a una birra. Penso ai calendari futuri, alle amicizie che durano da uno, dieci, vent’anni o da sempre.

Non penso che dovrei essere più o meno qualcosa. Più bella, più scaltra, meno timida, meno indecisa… sto smettendo. Magari, ecco, mi concedo un appunto sul peso.

Non mi avvolgo più di rimpianti, lasciandoli cadere su di me a formare un mantello. Quando ho smesso, ho sentito un click nella testa, come quando ho smesso di fumare. Non esistono i rimpianti. Ho sempre scelto ciò che volevo, quando mi capitava di dover scegliere. Se potevo scegliere. Ora, nella stessa situazione, farei scelte differenti? Magari è perché sono cambiata io, il contesto, le condizioni e la rete di amicizie e relazioni. Non ho fatto psicologia? Perché non ne ero convinta, perché non era la scelta che in quel momento mi appariva più saggia. Magari per compiacere, perché no. Non avevo ancora smesso di fare ciò che ci si aspettava da me, all’epoca.

Non arretro più. No, se non in casi eclatanti, amando e accarezzando la mia timidezza. Perché ha valore tanto quanto l’esuberanza. Il piede, ora, va in avanti. Resta l’ansia leggera, l’agitazione a tratti. Resta il silenzio quando non so cosa dire, perché a me le chiacchiere a vuoto non piacciono, ma esplodono racconti quando ne vale la pena.

Non fingo più. Se non voglio esserci, se non posso esserci, se non mi piace qualcosa o non ci credo, ora lo dico. Dico ciò in cui credo, che penso, che so, quando ho davanti – beninteso – qualcuno per cui so che vale la pena sforzarsi. Altrimenti lascio correre, ma perché lo voglio io, non perché devo fingere per quieto vivere. Basta, con il quieto vivere. Non dico di sì per poi lamentarmi, con la paura che l’amica si offenda. Non scendo a compromessi che non siano leciti e validi. Gestisco la mia vita senza accontentare tutti, sempre e per forza.

Non nascondo i miei gusti, nemmeno quando sono criticabili ossia sempre, da almeno qualcuno. Non nascondo il mio folle amore (ormai relegato nel cantuccio giovanile) per Ligabue, nemmeno quando ridendo vedo battute su accordi e pessima musica, adoro Tiziano Ferro e mi è sempre piaciuta una sola canzone – giuro una sola – di Gigi d’Alessio. E quindi? Non faccio la fighetta perché leggo i Nobel: io mi ci diverto, e adoro quel premio proprio perché senza sarei stata nell’ignoranza di autori favolosi, che mi hanno stravolto, guidato, fatto riflettere e sorridere. Adoro Wallace tanto quanto ascolto bachate a ripetizione anche se “fanno tamarra”, mi piace mangiare e gustare i sapori. Mi piacciono le trattorie spartane e i menù un po’ rustici (dai nervetti alla cassoeula), ma anche il “sushi cinese” dei ristoranti di qui. Mi fa dormire il Signore degli Anelli, almeno secondo il ricordo che ne ho io quando lo vidi al cinema, magari lo vedo ora e cambio idea. Accetto di poter cambiare idea. Ho dei problemi con pianoforti e musica classica, o con la lirica. Non ho la tv perché mi urta la confusione e il rumore “alla Bonolis”. Adoro Pavia.

Non mi lascio trascinare così tanto dalle ossessioni, dalle compulsioni, dal controllo. L’ansia di volere a tutti i costi andare qui, là, lì è scomparsa. Se penso al Brasile per quest’estate, non mi viene più quella tensione ossessiva che mi fa perdere di vista il resto. L’ossessione di essere questa o quella persona ha lasciato il posto al fare, al vivere, al camminare.

Infine non mi scoraggio più sentendomi inetta. Ma ancora mi impigrisco e mi blocco, nonostante sia iperattiva e impaziente. Ancora non capisco perché mi sento ferma, a volte. Ancora non bilancio gli opposti che risiedono in me. Ma c’è tempo, e sono già tante le cose non faccio più. Ed è per questo che sono già felice.