Lavare i piatti

IMG_7557.JPGMi piace lavare i piatti: anche quando sono così tanti che ci metto venti minuti, mi incasino e perdo acqua da tutte le parti. Mi piace insaponare, sciacquare, posare per far sgocciolare.

Sono tanti, anche se poi io sono una. Colazione: una tazza, un cucchiaino. Due cucchiaini se faccio casino. Un piatto quando mi vizio con la mia colazione preferita, quella salata. E allora anche una forchetta, un coltello, un pentolino o una padella se mangio l’uovo. Io sono una anche a cena. E mentre lavo i piatti penso che non so cucinare: che non tollero cucinare. Odiare è eccessivo. Diciamo che mi scoccio. Quindi sporco piatti a caso, l’insalatiera in frigo con qualche avanzo, posate in eccesso: una cade, l’altra la schiaffi nel lavello anzitempo, la terza la dimentichi sulla mensola, mentre dai un occhio al cellulare in carica. Infine una padella, nei rari momenti in cui dio-microonde è a riposo.

Ma non lavo subito. Lascio strategicamente accumulare colazioni-cene-colazioni-tapperware del pranzo (se non sono rimasti in ufficio)-cene-colazioni, fino a quando il rubinetto sparisce alla vista e si creano mondi magici laggiù, vicino allo scarico. Da bambina pensavo che dagli scarichi potessero uscire schifezze mostruose, insetti, materiale viscido e marrone, robette gelatinose, animali, robe oscure con movimenti a mulinello ma al contrario. E che potesse essere una sorpresa. Qualcosa di imprevedibile, qualcosa che non succede mai, ma che a un certo punto, quando meno te lo aspetti, eccolo lì!

Dicevamo che mi piace lavare i piatti, quando ormai non ho più scelta: la vivo come una sorta di meditazione. Alcune volte insapono tutto, appoggio, sciacquo. Altre volte insapono-sciacquo-insapono-sciacquo. Altre volte sono più fantasiosa. Spesso allago la cucina e me stessa. Mi rilasso, medito, penso solo a quella tazza lì, a quando mi sono trasferita e non avevo manco un piatto perché nell’altra casa a Pavia ogni stoviglia era del proprietario. Penso al trasloco di due anni fa, quasi. Penso agli scatoloni fino al terzo piano, a Silvia che rideva. Penso al mio tentativo di scassinare la casa del vicino, convinta che fosse la mia. I piatti, poi, sono arrivati da un’amica, sono verdi e gialli. Le tazze le avevo: la mia preferita ha una scritta in cirillico e “l’autografo” di Dostoevskij. La gratto un po’ di più perché si crea sempre un segno netto di tè rappreso. Un cerchio perfetto che ne identifica il livello. Dicevo che meditare è pensare al sapone sul piatto, al momento preciso in cui sto pulendo i rebbi, per stare in presenza mentale, o pensare alle feste della SOS. Quando Katia lavava e io asciugavo. E non era un piatto, ma pentole e mestoli e tegami e quello per friggere e quello per il brasato e i taglieri e le posate. Asciugavo tutto, dopo una serata trascorsa alle patatine fritte: “sono pronte?”, “3 porzioni”, “troppo sale dicono”. Si attendeva la fine di giugno, si attendeva: per stare in cucina, andare alla messa per finta tutti in divisa, qualche volta capitavi di turno. Ho in mente giornate lunghe mesi. Il caldo, l’HACCP, la musica, lo stare, l’appartenere, i flirt e quella volta che dopo. Ecco.

E sempre intorno a quegli anni, o poco prima, ricordo che amavo cucinare. Ci provavo. Avevo qualche piatto consolidato e qualche cena ben riuscita. In quattro, magari. Io, mia sorella e i nostri morosi dell’epoca. Mio fratello ha sempre fatto da cavia, giusto per fargli capire cosa significa avere 11 anni in meno di me: se penso che ne ha solo 24 mi viene l’ansia da capello bianco e da sorella bisbetica. Si cambia, come per i figli: ne volevo cinque e avevo solo 19 anni. Al liceo avevo crisi materne. Quando da scuola andavamo a piedi alla fermata dell’autobus in piazza del Popolo, a Como, passavamo sempre davanti a qualche negozio di bavaglini e cazzate: i miei gridolini accompagnavano l’idea che sarei diventata mamma. Presto. Prestissimo. E con tanti bambini, dai tre ai cinque. Ora potrei farmi chiudere le tube, se non fosse troppo estremo.

Lavare i piatti mi rilassa. Dopo aver sciacquato ogni cosa e aver accumulato stoviglie sul ripiano del lavello, mi sento soddisfatta come se avessi finito un cruciverba, come se avessi tirato a lucido i cassettini della mente, come se avessi tolto i pezzi del Jenga senza far cadere la torre. Lavando i piatti, ho la musica accesa e penso ai corsi di ballo dimenticati, alle mie amiche del liceo che non vedo da tre anni, ai Goonies e al concerto assurdo di Nek, Pezzali e Renga (farò anche la sostenuta, ma alle medie non sapere a memoria tutti gli 883 era sacrilegio. Mia zia mi aveva regalato la cassetta di Nord Sud Ovest Est, mentre mio padre brontolava di smetterla di isolarsi in quelle maledette cuffie. Gli ormoni per Nek e per i capelli di Renga sono finiti tra i motivi di vergogna adolescenziale insieme alla maglietta “don’t touch” della Onyx).

Penso a chi ha la vita che avrebbe voluto, a chi l’ha diversa ma migliore, a chi l’ha diversa e basta. A chi non sapeva come l’avrebbe voluta. Penso di aver voglia di scrivere tutto quello che sto pensando e so che non sarà mai come l’ho pensato. Diventa quasi un bisogno, a volte. È il mio modo di parlare e di ascoltare; è come mangiare o lavare i piatti.

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Sabato

IMG_8451_REVEsci.

Sono le undici. Hai dormito. Hai dormito molto. Hai dormito fino alle otto, ma sei andata a dormire alle dieci. Ti sei svegliata con il mal di testa, ancora. Con lo stomaco strizzato, ancora. Sospiri. La tiri lunga: fai la lavatrice, stendi, pulisci il minimo, per sentirti almeno a casa. Comoda. Metti in ordine: ti riesce meglio che pulire e ti serve per sentirti sgombra. Scuoti la tovaglia, ne metti una a lavare insieme al copri divano, giallo e arancione, passi uno swiffer.  Impili la roba rimasta senza dimora e inizi la suddivisione: tu nella cartoleria, tu sei un documento, tu sei un libro, tu sei da buttare. In pochissimo hai dato una collocazione a ogni elemento. I libri e i quaderni subiscono un altro passaggio: “la morte dei caprioli belli” lo stai leggendo, lascialo sul tavolo.

“L’ultima lezione”, no, quello no. Non appena è tutto in ordine, quel libro è lì, solo. Lo tenevi sul comodino anche se lo hai già letto: non è il tuo preferito, non è un romanzo né un saggio.

Un uomo che sta morendo ti spiega due cose.

Rileggerne alcuni passi può farti sentire forte, nel giusto, terribilmente sbagliata, può farti ridere, piangere, intristirti, può farti scoppiare in testa qualche domanda. Il momento è decisivo. Il tuo modo di stare nel mondo è determinante.

Aprirlo a caso è una scusa. Lo richiudi.

Chiudi gli occhi. “Esco, non esco, esco”. Fai i tuoi piani mentali: “nel pomeriggio, ma poi, no no: quello mi serve ora”.

Esci. Sono le undici. Tuta, scarpe da running. Sei coperta più del freddo che fa. Non hai voglia. Prendi un bus, abbandonando la bici blu. Emiliano e Adele schiamazzano, cantano. La nonna cerca di calmarli, mentre tu gli chiedi i nomi. Vanno al Castello, a giocare. Quando arrivi in Piazza Petrarca, capisci che il mercato è un po’ come il libro di prima. “Perché mi sono fermata qui? Perché passo dalla via del mercato?”.

Tu adori i mercati: non per comprare. Adori gli odori, la gente che spende, che osserva, che tratta, e quello che urla che c’ha il pollo migliore di tutti, quello che vende il pesce su letti di ghiaccio, la roba troppo colorata, troppo sintetica, i tutto a 1 euro, il baracchino dei formaggi e la coda, la coda per comprare un chilo di pesche. Il miele nostrano, i prodotti nostrani, il senegalese che ti vende lo stile Desigual, le ispaniche, le sudamericane e le romene che comprano o vendono. Ma oggi no. Sai che ti piacerebbe, lo vedi che ti piacerebbe: dietro gli spintoni, la gente lenta, i pacchetti e sacchetti che si scontrano, i profumi troppo forti, i “ciao bella” che non ti puoi fermare, non oggi. È tutto troppo, troppo intorno, che finisce per mescolarsi e scorrerti accanto veloce. E veloce ne esci.

Ti fermi all’altro mercato, con la bancarella dei libri usati, e ti capita tra le mani un Saramago che costava 15.000 lire. “L’anno mille993”. Non lo compri anche se è il tuo scrittore preferito. Ci tornerai. Ora hai mal di testa. Compri una cornice a giorno, ché ti è sempre piaciuto il nome “a giorno” ma anche “vetrino da orologio”, che ti vengono in mente Paola e Raffaella, le urine del ratto da analizzare e quando hai tenuto tra le dita un cuore che batteva o una milza conservata in azoto liquido. Compri la cornice perché, nel tuo riordinare, vuoi rimettere al suo posto il tuo primo acquisto in Tanzania. Un disegno di 9 Masai su un pezzo di stoffa. E ti ricordi bene Jaguar – “come la macchina”, diceva – che te lo ha venduto dopo averti raccontato e accompagnato e aspettato, anche fuori da una chiesa luterana, ed era il tuo primo giorno lì e non sapevi bene… non sapevi niente, altroché. Eppure sei arrivata in un albergo locale, vicino alla stazione dei bus per partire per Moshi, il giorno dopo. E sei arrivata a Kivukoni per vedere il mercato e hai cenato con loro, senza luce, lavandoti le mani con l’acqua che scendeva dalla brocca portata dalla cameriera. E hai comprato quel primo ricordo, perché a Jaguar, ormai, non potevi dire di no.

Risali insieme al tuo mal di stomaco, mentre la musica di Corso Cavour ti fa pensare: “che bella, Pavia!”, con le sue fisarmoniche, i suoi mercatini per ogni angolo e per ogni occasione: quelli di Natale, quelli della festa del Ticino, poi arriva l’autunno o la bella stagione, quelli per San Siro, quelli per la festa di Corso Garibaldi, i mercatini dell’usato, quelli delle chincaglierie, con qualche artista di strada, con le mostre e le frittelle quando c’è il Luna Park. Con quell’esplosione del sabato mattina che Amelie, dopo un po’, la vedi ovunque. Risali tra gli universitari – che non sai cosa ci facciano in facoltà il sabato – e i residui di una cerimonia: carabinieri, un qualcosa di rosso, un mezzo palchetto, qualche bandiera. Lo striscione di Doisneau ti dice che c’è ancora tempo. Delle centosei farmacie ti chiedi se ne sia rimasta almeno una, che poi quando ci entri non sai bene cosa chiedere: alla fine provi, tentenni, riprovi.

Poi al supermercato, in coda, ti inventi una storia sul tizio con il tutore dalla caviglia all’inguine, i rasta biondi e corti, la stampella appoggiata al nastro, per mettere tutta la spesa nei sacchetti con le mani libere. Decidi che è caduto una notte, da ubriaco marcio. Non è la spesa di un ubriaco. Ma niente, per te è caduto di notte. Per te era pure ubriaco. Lui chiede alla cassiera a quanto siamo, “95”, “va bene”, lei prosegue: “98, 100, 102. Lo vuole lo spremiagrumi, signora?”. Mettono lo spremiagrumi in cima alle casse d’acqua e ai sacchetti. “Sono 103 e 47 centesimi”. Lei paga, lui zompetta, la figlia nel piumino fucsia prende la stampella.

Tu resti in coda in attesa del tuo turno, con la cornice in un sacchetto normale, ma con un manico di corda fatto dal commesso della cartoleria: “così è più comoda”, cosa che a te non sarebbe mai venuta in mente.

Lo spremiagrumi ti ha messo tristezza. Torni a casa con la spesa, la cornice a giorno, la roba della farmacia per il mal di testa e per lo stomaco strizzato. Hai dimenticato l’acqua gassata. Sai già che non avrai voglia di andare da Renata, che vorrai dormire o startene in casa e sai che aveva ragione, quando diceva che dopo la morte di Mariangela, là non ci saresti più andata. Non come prima. E insieme allo spremiagrumi ti senti anche un po’ egoista. Ti senti uno di quei mesi un po’ così, tipo dicembre, o come la neve che si scioglie insieme al terriccio, come la sbornia triste, come un sabato di novembre o come un giorno dei morti in ritardo.

Solo viaggiare

IMG_8228 (2)https://www.tpi.it/2017/10/18/donne-pericolo-viaggiare-sole/#r

Ho visto il titolo, ho aperto e letto l’articolo e i commenti su Facebook. Ho tirato un vaffanculo e ho richiuso tutto.

Però ci ho riflettuto.

L’articolo in sé non dice niente e quel poco che dice mi trova d’accordo. Il punto è che non si dovrebbe nemmeno sollevare, questa questione. Soprattutto non citando l’esempio di due donne morte. Due. Non viaggiavano sole. Perché se sola significa “senza uomo” allora il problema è ancora più grande.

Prima di tutto: le donne. Viaggiare soli è un modo di viaggiare, uno dei tanti. Si può viaggiare soli a piedi, soli in bicicletta, soli in treno. In due, in compagnia. Si può viaggiare senza toccare aerei o coprendo lunghissime distanze volando, con guide, senza guida, in hotel di lusso, in tenda, per due giorni o per anni, organizzato, fai-da-te o senza piani.

Il sesso biologico di chi viaggia è del tutto irrilevante. Quando si viaggia, si viaggia.

Le donne che viaggiano sole sono più a rischio degli uomini? Forse ma non è detto: possono violentare, rapinare, uccidere, sfregiare o picchiare me tanto quanto un uomo. Forse il rischio può essere maggiore –  ammettiamolo pure -, ma a questo punto il delta tra uomo e donna è comunque lo stesso che esiste sotto casa, alla stazione di Rogoredo, nei vicoli di notte o su una spiaggia del tuo paese.

Le donne che viaggiano sole non sono avventurose per forza di cose.  Sono timida e introversa: a vedermi in alcuni contesti sembro più un topo da biblioteca che un’esploratrice. Siamo individui variegati e dalle molteplici sfaccettature. Siamo tutti diversi l’uno dall’altro. Abbiamo una passione in comune che – ricordo – è indipendente dal sesso biologico.  Io viaggio sola perché mi piace e non perché non so con chi viaggiare! Anzi, difficilmente riuscirei a partire con qualcuno, se me lo chiedesse (e ho detto dei no).

Non potrò mai dire che viaggiare soli sia sicuro. Mai. Ci possono essere momenti, quando si viaggia soli, nei quali si sale in auto di uno sconosciuto, si entra nelle case della gente, si fanno cose che sì, sono rischiose. Ho paura, a volte. A volte ho avuto i muscoli tesi, alcune volte sono scappata, altre volte ho stretto la mascella pregando (per modo di dire) che mi stessero portando davvero dove dovevo andare perché non è che sono a Cinisello Balsamo e mi accorgo per tempo che non stiamo andando a Milano. In Brasile sono stata minacciata con un machete, a Gerico un uomo ha accostato e si è abbassato i pantaloni – stando in auto, per fortuna -, a Stone Town un tizio con cui ho parlato per un po’, tranquillamente seduta nel dehor dell’ostello, a un certo punto mi ha mostrato un video porno sul cellulare. Rovinano il viaggio? No, perché so che può succedere. Aumentano la paura? Sì, ovviamente. Mi fanno stare più guardinga, cosa che comunque già cerco di essere. Non cancellano – mai lo faranno – tutte le mani tese, i pranzi, i caffè, le informazioni, passaggi ricevuti, un letto e un doccia calda o una semplice merenda con la marmellata fatta di frutti raccolti nella dacia.

Non posso dire che viaggiare – a prescindere dal numero e dal sesso – sia sicuro al 100%. Posso dire che non è obbligatorio accettare passaggi o entrare nelle case. Ci si assume qualche rischio.  E questo lo sappiamo bene.

Il punto è che se ti piace viaggiare (sola/o), ma proprio tanto, c’è un momento in cui la passione, il bisogno, la necessità di fare quella cosa lì superano di gran lunga ogni dubbio, paura, tentennamento. Lo provano persone con altre passioni rischiose per altri motivi, lo proviamo anche noi viaggiatori. Se per voi non è necessario farlo e quindi pensate che qualsiasi cosa brutta che ci succeda in fondo ce la siamo cercata, è un problema vostro, non nostro. Non chiedo a nessuno di viaggiare solo/a, magari ne parlo con gli occhi che brillano, ma non penso che lo debbano per forza fare tutti. Non voglio che chi non lo fa giudichi la mia scelta. Io so cosa rischio, so come mi devo comportare, so che è una scommessa ogni volta e so che potrebbe andarmi malissimo. Ma la bellezza che sperimento supera ogni cosa.

L’alternativa qual è? Non farlo. Non viaggiare. Non fare ciò che è rischioso e che mi fa sentire talmente me stessa da trasformarmi ogni volta. Perché? Perché sono donna (assurdo!)? Perché non è “necessario”? Chi stabilisce cosa lo sia e cosa no? Dove saremmo se avessimo sempre fatto solo il certo, il sicuro e il necessario o l’indispensabile?

Io continuerò a farlo finché potrò, senza avere preclusioni di sorta sulle mete che posso raggiungere e senza pensare al fatto che sono donna. Se mai mi dovesse accadere qualcosa, lo avrò messo in conto (e no, non me la sono andata a cercare).

IMG_8249.jpgCome se avessi dentro una calamita. Una calamita nel petto, nel cuore, insomma dentro. È come se tutto mi si squarciasse. La calamita tira, spinge, cerca là quello che la attrae.

E questo là è la Tanzania.

È come se avessi una fune che qualcuno strattona, lacerando qualcosa. È come se fossi ammaliata dalle sirene di Ulisse, ipnotizzata da flauti e musiche. Mi sento attratta da un senso di appartenenza che non mi spiego. Come se fossi stata a casa, e ora non lo sono più. Come fossi stata riconosciuta, e ora nessuno mi vede. Come se fossi stata me stessa più delle altre volte. Non mi spiego niente. Non conosco quel Paese pur avendolo visto, non ne parlo la lingua né ho in comune la loro cultura. Eppure.

Non è nostalgia, non è mancanza né magone. Non è “essere in vacanza”. È una sensazione di ritorno, di vita, di richiamo, di presenza. Mi è capitato di provarla là, a pochi giorni dal rientro, ma soprattutto a posteriori, dopo.

“L’Africa non mi convince, non fa per me. Non è bella come il Brasile né come la Siberia”, mi dicevo mentre stavo là. Molto di ciò che ho visto non mi ha entusiasmato: molto di ciò che ho vissuto mi ha lasciato rimbombi e frastuoni mentali, ha portato a galla le mie paranoie e le mie ansie. I miei difetti più spicci. Non è stato un viaggio di tramonti infuocati, di albe sulle distese di niente o di elefanti fuori dalla tenda, altrimenti mi sarei spiegata questa sensazione di sanguigno, di ancestrale, di viscerale che sento. No, niente di così prepotente: solo villaggi semplici, pescatori, occhi.

Non è la saudade del Brasile: quella è più simile a una musica malinconica, alla bossa nova, a un “mi ricordo…”, più simile a una sbronza, a un sapore che vorresti riprovare, a una città che ti piacerebbe rivedere, più affine alla nostalgia, alla voglia di atmosfere, di colori, di natura, di una uruguaiana che ti legge le carte lungo la strada coloniale di Paraty, accanto a una chiesa bianca, della farofa de banana, dell’acaraje e di una camminata sotto l’acqua a Ilha Grande.

Non è il magico fascino dell’isola di Olkhon, della Siberia, del lago Baikal con i suoi sciamani, il suo ghiaccio, le sue possibili favole. Non è quel pezzo di cuore che sta ancora là, tra i bicchierini di vodka della gente di Irkutsk in vacanza sull’isola, mentre aspetto che passi la pioggia per salire a nord. Non è quell’eterno spostarsi in Mongolia, il sentirsi una bambina felice nella mia ger davanti a spazi che non si riempiono mai. Non è quella voglia di rifarla ancora: in inverno, al contrario, da Vladivostok, in ogni sua variante. Non è quell’atmosfera surreale sperimentata in quei 3 giorni e 4 notti in treno, che quelle sensazioni di protezione ed estraneità le senti ancora sulla pelle. Non è la cultura millenaria di Pechino che ti fa pensare che prima o poi visiterai la Cina come si deve.

Non è quel non-luogo che è stato Santiago, il percorso, il cammino: l’azione semplice e  trasformatrice, che a volte mi manca e cerco. Non è il non-ritorno: da Santiago non si torna più a casa, ma non è detto che ci si voglia ritornare per forza. A qualcuno – a me – per ora ne è bastato uno di Cammino, che di anno in anno è capace di sprigionare un nuovo insegnamento, un nuovo punto di vista, una nuova forza. Migliora invecchiando, come il vino.

Non è come Israele e Palestina: il ricordo di un ex fidanzato della tardo adolescenza. Quella storia importante ma giovane e acerba. Quella prima volta seria, quella condivisione ingenua. Quel sorriso a metà, quell’eterna giovinezza. Quel disincanto e quello sguardo lì.

Non è come India, Thailandia, Cambogia, Vietnam il cui ricordo e la cui nostalgia si perdono nel tempo dei “ci tornerò” anche se sai di voler vedere troppo, di voler sperimentare ancora. Non è come quei viaggi abbozzati, quei luoghi del Messico visti prima di imparare a viaggiare. Non è come Londra, che quando sei tornata dopo 5 settimane non avresti più voluto essere italiana ma nemmeno viverci, là. Non è come l’Europa così uguale a te; non è come New York, Toronto, Montreal visitate male, di sfuggita, dove solo ricordi sbiaditi e sonnacchiosi – le cascate del Niagara, l’Empire State Building e Harlem – sono rimasti a darti sapore.

Non è come niente prima della Tanzania. Non è mancanza, non è nostalgia.

È forza, spinta, richiamo, carne.

È qualcosa che lacera. È qualcosa di vivo.

Metafore

La bici scende, scivola, va da sola.

Io sto molliccia sulla sella, sovrappensiero. Pedalo, mi fermo, pedalo. Lascio che vada, non rifletto, mi accorgo della mia distrazione.
La bici piglia saltelli, sconnessioni del terreno, velocità a volte: lascio che vada, poi riprendo il controllo. Ho freddo, a maniche corte. La luce serve solo in certe zone: lungo la pista ciclabile, poco prima di piazza Gaffuri, in Via Fabio Filzi.

Mi piace quando in bici non ci penso, quando sono ovattata e altrove e quando so di non prestare attenzione: alle auto, ai semafori, ai rigonfiamenti dell’asfalto mal tenuto, alle discese. Mi riposo, come in sospeso, in ipnosi.

Mi piace rischiare e svegliarmi e non fare granché, ma poi freno, sul confine.
Pedalo, pedalo e arrivo. E osservo il naviglio che tanto mi manca da due anni, da quando non ci abito più vicino. Non guardo l’orologio. Cerco le chiavi.

Avevo paura – se ci penso, che scema – ora è la mia abitudine radicata che se manca lo sento. Stretta al bus prima, ho dovuto scardinarlo a piccoli tentativi; stretta alla bici blu oggi, ci passerò l’inverno.

Racconti africani. To Moshi (verso il Kilimanjaro)

L’autobus è giusto. La prenotazione online diceva partenza alle 7:00. Guardo il biglietto e leggo 6:45. Mi confonto con una danese a pochi sedili da me: è quello giusto. Si va ad Arusha con tappa a Moshi.

Poche fermate dopo, sale un uomo con il mio stesso numero di sedile ma è lui ad aver sbagliato bus. Mi rilasso.

Leggo e scrivo, osservo i villaggi, le casupole, gli uomini seduti su moto ferme, ad aspettare. Un gruppo di tizi ha una maglia nera con la scritta Uber. Il bus si lascia alle spalle una scuola montessoriana.

Ci fermiamo per cinque minuti al ciglio della strada. L’autista e un altro uomo trafficano nel motore. Si riparte, sussultando. Il bus è nuovo, pulito. Pian piano ci lasciamo alle spalle le zone piu popolose ed entriamo nel verde di palme e vegetazione rarefatta. La terra si fa rossa e le case incontrate, a gruppi piccoli e isolate oppure con più corpo, sono uguali a quella terra. Ne incontro alcune in costruzione. Ci sono quelle curate e quelle di lamiere e sporcizia. I tetti di paglia, i muri di mattoni o un unico blocco color grigio argilla dentro il quale si infagottano tronchi di legno, storti.

Ci fermiamo per una sosta che diventa un autobus rotto. Pacchi, borse, valige e zaini riempiono il piazzale. I bambini sono calmi, le mamme composte. C’è ordine e nessuno si infervora, nei toni. Chiamano un bus nuovo. Ci possono volere dieci minuti come un’ora. Magari dicono un’ora e ce ne vogliono tre. Sono tranquilla, non ho fretta e di sicuro arrivo a Moshi per sera. Se non avessi appuntamento per la check list dell’attrezzatura, sarei più rilassata. Comunque so che posso cambiare piano. Nulla è determinante.

La danese è calma e lenta. Ha capelli crespi e un po’ bianchi raccolti in una cipolla, sulle gambe chiare si intravedono i peli. Il vestito è leggero, scollato e dritto. Ha un foulard scuro sulle spalle. Le ciabatte in gomma nera stonano tanto quanto le unghie sporche. Insegna. Ha due figli di 17 e 19 anni. Mi ricorda Gyongyi, la donna ungherese di Santiago. Insieme alla danese c’era un’altra donna ucraina, che però ha preferito starsene da sola. Ha imparato un po’ di swahili e insegna in Tanzania. Vive qui, da un anno. Insegna e viaggia.

Arriva un bus. Ci sono solo 4 posti, dicono. Mi vergogno ma mi butto tra i primi lasciando lì le donne con i loro figli. Saliamo noi tre e forse un paio di altre persone. Più di 4 di sicuro. L’aria condizionata non c’è, i finestrini sono quasi coperti dalle tendine. Vedo l’Africa a strisce e cerco di cogliere quanto posso, tra un sonno e l’altro. La danese mi guarda, indica il termometro e ride. 83°C. Ce ne saranno meno di 30, si sta bene. Moshi sembra non arrivare mai e spero che qualcuno mi avvisi. Il ragazzo accanto a me mi chiede se voglio fare a metà della sua merendina. Ringrazio e rifiuto, stupita. Parliamo poco ma scopro che studia al college ad Arusha. Quando scendo a Moshi, l’ucraina spigolosa e solitaria scende con me per aiutarmi a contattare la mia agenzia: mal che vada prendo un taxi, so dove devo andare.

Gladys Adventure. Scelta all’ultimo momento e con la sensazione di potermi fidare solo di lei. Riusciamo a sentirci per telefono, e attendo che Jackson mi venga a prendere. Tutto procede come previsto: check list dell’attrezzatura e filata in “hotel”, gestito da un anziano molto sdolcinato, dalle parole strisciate e dall’abito che sembra un pigiama. Ci sa fare. Mi dice che ho la stanza più bella, anche se sono tutte uguali, legnose, spartane, con la zanzariera e qualche insetto, la doccia che è un tubo, i rumori esterni di animaletti.

Vedo quatttro turisti che potrebbero essere i miei compagni di scalata, ma no: non lo sono. Resto folgorata da uno di loro. Lo conservo come ricordo di buon auspicio. Come inizio, non c’è male.

Noleggio una boraccia (ne ho solo due), un paio di pantaloni da sci, una giacca pesante anti vento e anti pioggia offerta da loro, un paio di guanti tecnici, un sacco a pelo 0 F, un contenitore termico per la borraccia. Si fa quasi subito buio e ceno nel caffè accanto a Gladys: un locale ordinato e pulito, all’occidentale pur essendo in ogni dettaglio Africa, quella dei film americani sul colonialismo. Cerco di muovermi per acquistare gli immancabili rotoli di carta igienica e la colazione per domani: le luci non esistono e Moshi crolla nel buio quasi completo, interrotto solo dai fari di auto, boda boda e apecar.

Al caffè mi fermo più del previsto: mangio e chiacchiero con Jackson, che lavora in ufficio (non come guida né portatore).

“Sei pronta per domani?”

“Sono agitata, non credo”.

Mi lascia mangiare poi mi chiede se ho marito e figli e con chi vivo.

“Qui le donne fanno i figli presto, spesso senza sapere chi sia il padre. Hanno quindici, sedici anni e tutto grava sulla famiglia di origine. Poi sposano un altro uomo”.

“Non studiano?”

“Le donne? Poche vanno avanti. Se non restano incinte e se non vogliono sposarsi. Ma la Tanzania piano piano sta crescendo e il livello di educazione sta aumentando… ci stiamo riprendendo dopo il colonialismo di tedeschi e inglesi. Siamo indipendenti dal 1961! Dobbiamo importare tutto e ci servono i dollari. Quelli dei turisti.”

Sospiro, aspettando che prosegua. Mi chiede se sono cristiana. Lui è musulmano. Secondo lui qui la suddivisione è metà e metà, con alcuni induisti (in Tanzania si sente l’influsso indiano anche nel cibo), ho notato anche un tempio sikh. Le tribù sono 120, ciascuna con la sua lingua. Machame è una tribù, per esempio e ha una sua lingua. Mi chiede se un figlio lo terrei se capitasse, anche se non lo voglio. Divago.

“Quando tedeschi e inglesi se ne sono andati, noi non sapevamo fare niente. Erano loro le macchine, la tecnologia, le competenze. Abbiamo dovuto ricominciare, con l’istruzione. Ora riceviamo delle ‘donazioni’ dall’Europa”, si ferma un attimo. Mi fa capire che non sono proprio vere donazioni.

“Ci costruiscono strade, portano le macchine e le tecnologie necessarie e in cambio hanno l’oro della Tanzania: noi non abbiamo le risorse per ottenerlo e lavorarlo”.

Ci tiene a dirmi che stanno crescendo e, forse leggendo qualcosa nei miei occhi, mi ripete che il turismo fa bene. Alle 21:30 la signora del caffè chiude. L’uomo spazza per terra e rassetta, tira su le sedie, pulisce. Ci fa capire che dobbiamo andarcene.

“Domani…”

“Sì, domani alle sette. Apre alle sette Gladys?”

“Sì ma partite alle otto. Non preoccuparti. Hai tutto”.

Buonanotte Jackson. Il viaggio è iniziato.

Racconti africani. Le prime ore

L’aereo si svuota: una hostess cerca di contare i passeggeri rimasti a bordo. Richiama alcuni italiani che si erano riuniti in mezzo al corridoio come palline di mercurio, dopo una separazione forzata qua e là per tutto il viaggio.

Siamo pochi: io, due gruppi di giovani, uno dei quali sta andando in una missione cattolica e una coppia in abiti neri. Lei porta i rasta da un lato, dall’altro è rasata. Un occhio mi osserva da sotto la nuca mentre mi dà le spalle. Una scritta in hindu o tailandese l’accompagna. Gli altri sono scesi a Zanzibar: una fermata del veivolo prima di atterrare al capolinea: Dar es Salaam. I voli hanno funzionato da imbuto. Fino a Muscat c’era un caos vacanziero di famiglie, coppie con valigie enormi, gruppi di maturati. Molti sono poi andati a Bangkok, altri in Tanzania. La maggior parte è scesa sull’isola.

Sono in Africa per la prima volta. L’aeroporto non è propriamente “internazionale” come mi sarei aspettata: cerco un baracchino vodacom e il cambia valute, come se fossimo alla stazione autobus di una qualsiasi città indiana. I tempi sono lenti ma non ho fretta. Mi concedo un taxi fino all’albergo fuori dal centro. Passiamo per stradine tutte uguali, la gente sul ciglio a vendere, cucinare, mercanteggiare all’aperto o all’ombra delle loro casupole basse e piatte.

“Oggi vendono le capre”, mi dice il tassista seduto alla mia destra. Attraversiamo binari senza passaggio a livello: anche lì la gente si dispone lungo i margini, i confini, le linee. La musica e il vociare sono costanti, un sottofondo.

Mi dice che quella è la zona locale, dove vivono. In centro, invece, trovo i negozi, il mercato, un museo. Penso all’incipit di Anna Karenina: la povertà si somiglia tutta, le contraddizioni e i dettagli quelli no, sono diversi. La temperatura è perfetta, il caldo piacevole e non umido. Arrivo al mio hotel decentrato, non bello (mi sono fatta cambiare camera) ma funzionale: domattina in 5 minuti sarò alla stazione dei bus per le mie prime dieci ore verso Moshi, dove mi aspetta – spero – Gladys. Sono già le 17.00 quando esco dall’hotel per andare in centro. Sono in giro da più di 24 ore.

La strada verso un bus, a quanto sembra, è lastricata di occhi. Occhi curiosi, fissi, sorridenti, fastidiosi. Hello, how are you? Karibu! Nice tattoo! Jambo! Parole a raffica in inglese e kswahili. Mi rivolgo a una donna per chiedere dove sia la fermata per il centro.

In 30 minuti arrivo a Kivukoni, il capolinea, dove cammino a passo veloce cercando di cogliere il più possibile: mi sento osservata e non sono ancora a mio agio. Le donne sono variopinte di gialli e fiori e verdi, in tailleur o con il velo. Sembrano appartenere a tre paesi diversi. Il mercato del pesce è voci, ressa, colori e odori. La gente sta sempre ai lati del marciapiede e vende: radici che sembrano zenzero ma di colore arancione, frutta, noccioline, bibite, scarpe, pesce disposto su piccoli tavolini quadrati che ricordano quelli di chi gioca alle tre carte. Ci sono anche quelli che le scarpe le lucidano.Mi rilasso, stando attenta alle bici e a chi porta pesi sulla testa e sulle spalle.

Passo accanto a una chiesa dalla quale escono voci potenti. Prima di entrare mi si accostano due uomini: al primo do poco retta, il secondo mi ispira fiducia. Parla italiano, imparato sul campo. Si chiama Jaguar, come la macchina, mi dice. Lui mi chiamerà Leo per tutto il tempo. Mi dice che quella chiesa è tedesca:  se voglio quella romana devo andare più avanti. Voglio entrare. Lo saluto ma so che lo avrò alle calcagna a lungo.

Il rito è un canto e un ballo e un tuono e una festa. La gente balla. Balla davvero. Muovono i corpi, le mani e il diaframma. Una donna vestita di rosso mi dice di entrare. Sto in fondo. Due donne ballano verso di me e io sorrido. Alla fine entra Joyce, mi prende in contropiede, mi afferra la mano e mi porta sulle panche accanto a lei,  che con la voce e un movimento della lingua lancia acuti fortissimi. Partecipo con loro: la musica è trascinante e non faccio fatica a farmi coinvolgere.

Quando esco, Jaguar è ancora lì e torna. Mi parla in italiano e mi accompagna, mentre cammino fino alla chiesa “romana”. Sembra che ci sia un rito ma è poco interessante. Insiste e cedo facendomi portare a bere qualcosa in un posto verso il mare, scendendo qualche gradino dal marciapiede principale. “Io guardo lontano”, mi dice quando lo avviso di non avere intenzione di fare safari, “se io ti porto bene e sono guida brava, tu poi lo dici in Italia, scrivi su internet e io ho lavoro”.

Sorrido. Mi racconta che a Moshi ci sono i Masai e che le tribù in Tanzani sono 120. Fallito il tentativo safari, prova di dirmi che mi accompagna dove voglio andare:

“tu paghi per te e io per me”,

“no, è il tuo lavoro!”

“Io guardo lontano: per dirlo ai tuoi amici devi vedere come lavoro. Anzi, come si dice in italiano? Società! Tu mi porti clienti da Italia e dividiamo”.

Alla fine mi mostra delle stampe, fatte da lui.

“Sono qui da poche ore, se inizio subito con i regali…”, ma lui mi ha accompagnato e per quanto non volessi, alla fine ha investito professionalmente su di me e io gli ho dato corda. Acquisto una delle sue tele di Masai che – come dice lui – hanno solo il pareo, non mettono le mutande e sono i primi tra le tribù della Tanzania.

Vuole “venire a Italia”: un suo amico italiano di Benevento gli ha detto che c’è lavoro con i pomodori e che si guadagna bene. Gli piace Venezia, dalle foto. Lo saluto, mi dà il suo numero. Un uomo in coda per il biglietto mi chiede in inglese che lingua stessimo parlando.

Non salgo subito sul primo bus perché la gente corre veloce, si spinge e alcuni cadono. Sul secondo va meglio ma resto comunque pigiata corpo a corpo come nell’ora di punta sulla rossa a Milano. In due – senza aver chiesto – mi avvisano quando devo scendere, anche se il display mostra le fermate. Il bus è nuovissimo e le pensiline funzionali e ben curate. Puoi entrarci solo con il biglietto scansionando il QR code ai tornelli. Quando scendo è buio anche se sono solo le 19.30, mi faccio strada tra moto, apecar, vocianti, terra polverosa ai margini, copertoni. I negozietti hanno qualche luce e insegna, le case sono parallelepipedi bassi e colore della polvere, beige. Ceno in una specie di dehor dell’albergo, pieno di gente che beve e mangia al buio. Una griglia su più piani mostra quello che mi dicono sia pollo fritto. Mi arrivano addosso i fumi e finalmente un odore forte. Ordino del pesce con riso. Prima di mangiare arrivano con una ciotola e una brocca d’acqua per farmi lavare le mani. Divoro quel pesce saporito e piccante, condito con verdure, e mischio i fagioli al riso (sembra quello glutinoso thailandese). Chiacchiero con un indiano di Delhi trovato nel mio hotel. Lui domani partirà per Arusha, per un safari. Lo avevo scambiato per un occidentale: penso a quanto stereotipi, aspetto e contesto agiscano sulla nostra mente. Accorcino o allunghino distanze.

Distanze.

Domani ho 10 ore di bus per Moshi per andare da Gladys. Mi pregusto il senso di protezione, incontri (se ci saranno) e questo dilatarsi del tempo, tipico del viaggio. “Siediti a sinistra, sul bus, così vedi le montagne”.

Me lo ha scritto Gladys: iniziamo a trovare il bus, alle sei e mezza domattina.

(Disclaimer: scritto da un cellulare a fatica e senza editing e soprattutto stanca)

(Aggiornamento: a Moshi sono arrivata felice. Mi sono seduta a sinistra ma il bus si è rotto. Su quello che ci ha recuperato ero a destra.)