La storia della mia ciccia

giovane, sfatta e magra
2012

Non so definire con precisione quando sia iniziata la storia con il mio corpo o – parafrasando un titolo famoso – la storia della mia ciccia. Posso tornare con la mente ai giorni in cui sotto la doccia, mentre perdevo tempo a mischiare prodotti vari in una ciotola trasparente o a disegnare cuoricini sui vetri, iniziavo a piangere ripetendomi che ero brutta. Non solo mi dicevo: sei brutta, ma soprattutto mi chiedevo perché proprio io – con tutte le bambine e le adolescenti del mondo – dovevo essere brutta. Forse ero alle medie o forse mi è successo anche al liceo, fatto sta che ci sono voluti almeno 18 anni per sentirmi decente, ovviamente grazie a un uomo. Durante i 20 mi sono sentita finalmente bella – con un picco a 26 anni, nel 2008 – per poi tornare a precipizio verso un’altra idea di me ancora più complessa e di cui è difficile parlare. Non so nemmeno di preciso quando io abbia iniziato a percepirmi grassa – quando io sia diventata davvero grassa lo so benissimo – ma ricordo che c’erano alcuni numeri critici, quando andavo all’università, che non avrei mai dovuto superare.

Andare con ordine, in questa storia, è per lo più impossibile: in quinta elementare ho smesso di andare a danza – che mi piaceva, ma senza passione – perché il mio fisico non era adatto a quella disciplina. Chi lo avesse deciso poco importa al momento. Avevo già quella tendenza alla pancia prominente, con gambe massicce, anche se nel complesso ero di sicuro magra. Ricordo che sempre quell’anno a scuola ci fecero pesare e segnare sul quaderno i kg di tutti a distanza di tempo per vedere la crescita o – eventualmente – il dimagrimento. Credo che fosse un semplice esercizio di matematica. Io ero assente durante la prima pesata ma c’ero quando prendemmo i pesi successivi. Dissi di ricordare che pesavo 35 kg. Ero sicura. Quando salii sulla bilancia l’ago segnò 30 kg. Le maestre erano preoccupate, mi chiesero se fossi sicura del mio peso iniziale, mentre io sapevo di aver mentito solo per vedere un -5 kg sulla tabella riportata sul quaderno. Mi ricordo ancora la soddisfazione e il mio sorriso idiota.

Alle medie non ingrassai e rimasi una tavola da surf per tutti e tre gli anni più critici. Non avevo forme, non avevo seno: ero una bambina. Le mestruazioni arrivarono per la prima volta durante gli esami di terza media, il giorno successivo al mio compleanno. Per mesi avevo mentito alle compagne raccontando di dolori, assorbenti e durata per non sentirmi esclusa e incapace di comprendere – già non potevo vedere Beverly Hills e dei Take That non me ne fregava niente – senza altri argomenti sarei stata completamente tagliata fuori. Venni smascherata quasi subito e dovetti inventare una scusa per la mia bugia. Credo che anche questo episodio – e lo sviluppo tardivo e veloce – influirono sulla storia del mio corpo, della mia ciccia. In ritardo avevo perso il primo dente, in ritardo ero persino nata. Una vita a rincorrere i tempi al centro della gaussiana.

Al liceo ero ufficialmente grassa. Non oggettivamente e non in modo evidente: lo ero per me e lo diventai soprattutto quando iniziai a mettere il corsetto per 20 ore al giorno tutti i giorni. I vestiti dovevano essere brutti perché si bucavano con i ferri, dietro. Le cicatrici sulla schiena ci sono ancora. Avevo le lenti a contatto, un rialzo di 1 cm nella scarpa e il corsetto. Quell’anno chiusi definitivamente la mia storia decennale con il dentista (come tutti ho sperimentato Frank, un apparecchio mobile che mettevo alle elementari, quello fisso e il famigerato baffo di notte, gli elastici e le compresse violette per la pulizia) ma questa tendenza a “correggermi”, sebbene avesse un significato di salute e non di estetica, me la sono portata dietro per un po’. Avevo una serie di difetti e i difetti andavano corretti. Nessuno sport. Alle medie mi nascondevo a leggere Bianca Pitzorno, al liceo volevo uscire e andare a ballare ma era molto difficile trovare una compagnia, per me che ero così timida. Il mio liceo – che rifarei con quanta più forza possibile – è stato un merda dal punto di vista umano. Lo rifarei cambiando sezione senza nessun dubbio e nessuna remora.

Sto divagando. Tornando alla storia della mia ciccia, questa si scontra e interseca inevitabilmente con questa faccenda dell’inadeguatezza e dell’ansia, che a 21 anni è diventata attacchi di panico e a 31 depressione. Non voglio pensare a cosa potrà succedere a 41, visti i precedenti. Ho bisogno di parlare del mio corpo: non l’ho mai fatto eppure è stato sempre un preciso termometro del mio grado di equilibrio. Anche la sua percezione è una storia di me: non riesco, da anni, a guardarmi in foto, se non in foto precise e in tempi particolari. In foto non mi riconosco e non voglio essere io, quella.

L’anno della maturità ho perso 9 kg, ero innamorata di ogni sfumatura di mogano e avevo finalmente trovato l’amore da un anno. In ritardo, come sempre. Quando mi ha lasciata – gli attacchi di panico erano una costante – ho perso 7 kg in una settimana, diventai splendente, mi innamorai di me stessa: forse pure troppo. Imparai a usare il mio corpo come non capitò mai più e lo ricordo come un periodo – con altri uomini – intenso e sicuro, grazie a una donna che professionalmente mi ha aiutata a capire ciò che non stava andando per il verso giusto all’università e nella mia vita esterna al corpo. Da allora ho avuto pochissimi altri episodi di panico e da allora ho iniziato a scrivere. Chi dice che la scrittura o la fotografia terapeutica non esistono è perché li confonde con la letteratura o con la versione professionale. Io scrivevo – in realtà anche alle elementari, i miei diari li ricordo ancora – senza pensare a come ma più a cosa. Il mio attacco, ciò che provavo e sentivo. Inizialmente dovevo solo registrare giorno e ora, ma non riuscivo a fare solo quello: era necessario scrivere tutto e scrivere pagine e pagine.

La storia della mia ciccia è in realtà semplice, puntiforme e anche molto recente: nel 2013, a 31 anni, dopo un anno magra grazie all’errore Dukan, insieme all’assenza di ciclo per mesi, anni (dal 2011) e poi ancora mesi, è comparsa la/una depressione (non maggiore) che si è acuita quando un medico ha deciso di prescrivermi ormoni per far tornare il ciclo. Insieme a tutto questo scompiglio ho iniziato a mangiare. A mangiare compulsivamente tutto ciò che mi capitava: di nascosto, vergognandomi e imparando a considerare – da quel momento fino ancora a oggi – il cibo come premio o punizione. Nel 2009 avevo smesso di fumare. Credo che questa cosa ossessiva si sia scatenata solo allora perché prima era semplicemente tenuta a bada dalle sigarette, dalle 4-10-20-40 sigarette che fumavo ogni giorno, dal 4 aprile 1997. Ero piena dopo un terzo di pizza e il cibo era solo quello che è: cibo.

La storia della mia ciccia serve solo a me per capire quanta consapevolezza ci sia in un piatto di pasta e per non vergognarmi più (binge eating disorder: se ne parla così poco!). I ciccioni, i sovrappeso spesso vengono accusati di scarsa volontà o – alla meno peggio – di ignoranza. A volte – ma non posso parlare per tutti – è un meccanismo più forte a farci ingrassare, che esula da fatto matematico: se mangi ingrassi e per dimagrire l’introito calorico deve essere inferiore a quanto consumi. Grazie al ca.

Il livello di consapevolezza esiste e su più livelli. C’è chi pensa di mangiare poco e si lamenta ché non riesce a dimagrire, c’è chi – come me – sa benissimo cosa dovrebbe mangiare, come e quando eppure casca nel comfort food, attribuendo al cibo consolazioni che non esistono. Ci sono riuscita solo imponendomi decisioni drastiche: quando decido con quel piglio rigido e rigoroso io non torno indietro e soprattutto non sgarro. Se smetto di fumare, smetto. Se decido di mettermi a dieta, so che da quel giorno sarò integerrima per poi cascare in modo molto più doloroso quando non sopporterò più le privazioni. Sto cercando una via morbida, ultimamente, ma il cibo non tornerà mai più a essere innocente e innocuo.

Avrà sempre per me un valore che va oltre.

(questa storia potrebbe continuare)

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L’aereo

Avrei dovuto essere su un aereo. Mi stropiccio la faccia, il ripiano sul quale mi appoggio è freddo: ho le chiappe gelate. Non so quante ore siano passate. Prima o poi si sveglieranno? Il cellulare mi guarda, spento. Rimetto le mani in tasca e le muovo come se fossero mestoli nel calderone, alla ricerca di una carota nel minestrone. Sono sporca, mi stringo nel piumino che puzza sotto le ascelle. La donna con cui condivido quell’angolo della stazione ha diversi strati di maglioni informi addosso, la sua pelle è tesa, il viso è gonfio su un corpo magro. Quante ore sono passate? Tra poco si sveglieranno, li potrò chiamare, penso.

La donna mi tende le mani a coppa.

Sono rimasta chiusa fuori, dico alla donna, urlando. Ho pochi soldi e non ho le chiavi. Il mio zaino viola, anzi: tutto è là, in quella stanza. Ho perso le loro chiavi e i proprietari non ci sono! Le urlo di nuovo. La donna annuisce, senza parlare. Ho perso l’aereo, aggiungo. Lei annuisce ancora. Sono solo le quattro del mattino: cerco di scaldarmi le mani sfregandole l’una contro l’altra e soffiandoci dentro. La donna allunga ancora le mani. Io resto zitta e guardo in basso, appoggiando la fronte sulle ginocchia.

Come faccio? Anche se li ritrovo e mi aprono, io non ho più un volo. Capisci? Lo dico cantilenando, come se fosse un miagolio. Lei scuote la testa e tende le mani. Apro lo zainetto, quello che uso quando esco per brevi giri in città. È rosa, la cerniera è più scura e ci sono diversi segni di cuciture disfate e rifatte. Lo avrò pagato cinque euro, ma non l’ho buttato quando si è rotto: ho girato per qualche negozio e poi sono andata da un sarto. Apro lo zainetto, dicevo, e tiro fuori un pacchetto di biscotti. Quel giorno lo avevo organizzato proprio bene: avevo incontrato un amico e – verso le undici di quel sabato sera – dopo aver cenato per l’ultima volta con i miei cibi preferiti e bevuto un po’, insieme abbiamo camminato su e giù per il molo per annusare il mare mosso di Tel Aviv. Dopo i saluti, ho frugato nelle tasche, cercando i soldi per un taxi e le chiavi di casa. Non c’era niente. Ammetto di aver pensato: non lo prendo l’aereo, stavolta resto. Ho provato a chiamare Ruben e Micole, i proprietari. Nessuno ha risposto: capisci? Le briciole cascano sul collo del piumino mentre gesticolo con il biscotto in mano. Sono andata davanti a casa, ho bussato, suonato ai vicini. Niente: ed eccomi qui. Guardo la donna che mi sorride con i biscotti pastosi tra i denti. Domattina dovrò essere pronta e veloce. Dovrò correre a un telefono, trovare qualcuno che me lo presti. Dovrò cercare Micole e Ruben per le chiavi di scorta. Poi prenderò lo zaino viola: afferrerò i vestiti sparsi e li butterò dentro premendo bene, insieme ai souvenir. Sentirò il clacson del taxi per l’aeroporto, cercherò di capire quanto costa un biglietto nuovo e con le dita che tremano pagherò, sì, pagherò. Poi passerò in stazione, per salutarti. La guardo: non lo farai.

È domenica pomeriggio: ho lo zaino viola sulle spalle. Alle sette dovrei iniziare a sentire il rumore metallico delle cappelliere che si chiudono e vedere i gesti precisi delle hostess. A mezzanotte qualcuno mi dirà: ma dove eri finita? Magari aprendo la porta con i capelli spettinati, una birra in mano e le occhiaie. Prima, però, passo dalla stazione: la donna è ancora lì. Frugo nelle tasche, cercando qualche moneta. Immagino di non farlo, di non salire sull’aereo. A mezzanotte – calcolo con le dita – sarebbero venticinque ore dalla mia scomparsa: il mio cellulare è ancora spento. Da mezzanotte potranno iniziare a cercarmi.

A tutto quello che.

sdrLa amo e la odio, Marie Kondo.

Che poi è un metodo più che un nome o una persona. La amo per il senso di leggerezza senza colpa che provo quando butto. Quando una camicia quasi nuova ma che mi fa sentire goffa finisce nel sacco degli esclusi. Quando sorrido ringraziando un maglione e richiamando alla mente i momenti in cui mi è venuto in soccorso, nascondendomi, quando non ero pronta. Il maglione si aggiunge al mucchio degli eliminati, con un moto di gratitudine e la consapevolezza di doverlo lasciare andare per età, perché è logoro, perché io sono diversa.
Mia madre mi darà qualcosa di suo: non era previsto e accetterò solo se corrisponde al senso con cui sto eliminando e conservando.

Mi arrivano camicie leggere, in trasparenza, sportive ma anche delicate e adatte al lavoro, un vestito nero, un maglione bordeaux.

Sembra che buttare non significhi per forza perdere qualcosa: spesso è più un guadagnare. Sorrido quando cerco di capire se un vestito si sente più felice appeso o piegato e quando i colori aumentano e la pesantezza decresce andando a destra. La amo perché mi accorgo di avere molti abiti, di avere molto colore e di avere, nascosto da qualche accadimento e accidente, un mio stile.
La amo quando ho finito uno dei passi più difficili – i vestiti – e mi accingo al secondo, i libri, con una reverenza e un rispetto che deriva dalla mia passione per loro e dalla consapevolezza che più mi avvicino alla fine del processo e più sento spazio spazio spazio. Inquietudine.
Recentemente mi sono sentita con quella sensazione di rimestio mista ad attesa che ho provato nel cambio di anno tra duemilaquindici e sedici: stavo per prendere decisioni totalmente anti intuitive come mollare il miglior cliente e cambiare casa, guadagnando meno e spedendo di più: mi sarei trasferita il primo febbraio, un mese che odio e che temo, perché mi ricorda le sessioni di esame, un mese di ormoni per evitare una menopausa precoce, un camminare rasente il buio, tastando il nero, un mese di fame compulsiva che mi ha reso difficile ancora oggi il rapporto con il cibo. Il duemilaesedici arebbe stato l’anno della Transiberiana scelta in modo improvvisato, quando Mara, vedendomi indecisa sul viaggio, me lo ha buttato là in un pomeriggio a Milano. Ho pensato a Strogoff di Jules Verne che il prof Pino ci leggeva in classe alle medie e non ho avuto dubbi. Si parte. È stato un anno di merda, quasi come il duemilaetredici, pur avendo compiuto in entrambi i casi le scelte migliori che ancora oggi benedico per le loro conseguenze.
Tredici e sedici e ora diciannove. Tre, sei, nove. Mi piacciono le ricorrenze, i cicli, gli eterni ritorni e i dejavu; i giochi con numeri, date, visioni a posteriori. Inizio e smetto. Inizio e concludo. Cicli di tre o cinque o quattro anni. Ho sempre ragionato per multipli di quattro: era così che si aprivano e chiudevano vite. 2000 fino al 2004 per poi cambiare tutto da quella data. Fino al 2008 con una esplosione e un nuovo inizio nel duemila e nove: ho smesso di fumare, ballare, ho iniziato un master. Nel 2012 sono diventata freelance. Tutto daccapo, si riparte: il culmine nel 2013 con il mese nero e Pavia che mi acchiappa e non mi mollerà più e lei: l’analista.
Quasi tutto ciò che professionalmente ho iniziato nel 2013 si è spento nel 2016, più o meno, con strascichi nell’anno seguente.
Vedevo ogni cosa sgretolarsi come se fosse friabile ed era per mano mia.. Costruisci, distruggi, ricrea. Costruisci, distruggi, ricrea. Mi vedo con la picozza in mano a spaccare una roccia dura che si rompe e si ricompone incessantemente. Io mi decompongo e ricompongo in spazi e tempi che non coincidono, in verità, con questa convenzione dell’anno solare. A volte mi ritrovo più nel capodanno di settembre e nei suoi ricominciare. Altre volte prediligo il compleanno, per me sacro, o qualche evento speciale che mi indica un momento, un giorno, un periodo di energia o cambiamento.
Cambiamento.
Lo cerco e lo desidero per quella scarica di adrenalina che lascia residui negli occhi, che mi lascia sporca ma euforica, confusa ma viva. Lo temo: lo affronto male. Uno dei miei schemi consiste nell’andare giù, toccare il fondo dell’insofferenza e quindi distruggere tutto con una mazza da baseball, non lasciare niente in vita: nemmeno me stessa. Si brucia tutto, si muore, si tocca il punto più in basso e solo allora si decide che è ora di cambiare. Anzi: si decide di agire per cambiare dopo mesi passati a dire di voler cambiare, ma di non esserne capace.
Sto migliorando questo schema troppo impegnativo, stressante e traumatico, ma in parte qualcosa ancora mi porta lì.
Il cambiamento affrontato malamente è un’altra cosa che ancora di me non comprendo. Quando a febbraio del 2013 ho cambiato casa – casa e non città – ho avuto un piccolo attacco di panico. Eppure era così semplice e così voluto!
Quando ho lasciato un cliente importante, sono rimasta inquieta per giorni, forse mesi, prima che accadesse, ed è la stessa inquietudine che ho provato in questi giorni, solo stemperata. Non ho decisioni così forti da prendere e non percepisco novità imminenti. Non credo di cambiare casa né lavoro e per il 2019 ho in mente solo di riprendere yoga e studiare il francese: niente di strano, dunque, sebbene lo sia la notte tra incubi e bizzarrie, tra guerre, morti e amore che nasce.
Amore. Che. Nasce.
All’anno passato devo la capacità di stare e di vivere il presente, di migliorarmi poco per volta ma costantemente. Non ci sono grandi rivoluzioni ma solo piccole sfumature: nuovi colleghi, nuove relazioni professionali, nuove parole e nuovi pensieri. Ringrazio un corso di scrittura e quello di fotografia di inizio anno e primavera, quando non so come ci sia riuscita. Ho scoperto Pennabilli, conosciuto fotografi, costruito un piccolo viaggio, ho iniziato i podcast, non ho vinto niente, non mi sono innamorata ma ho amato, ho giocato a modo mio, ho cambiato scrivanie, parrucchiere (ma io non ci vado mai), ho iniziato a cucinare in punta di piedi e a risparmiare seriamente, ho letto tanto, tra cui Blonde e Moby Dick, ho conosciuto donne, mi sono fatta leggere le carte, ho ascoltato. Ho parlato. Sono andata al mio primo Gay Pride. Sono andata tanto al cinema e ho abbandonato qualche pregiudizio. Non ho fatto bagni in mare. Nemmeno uno. Non ho ballato pur volendo. Sono ingrassata e dimagrita. Ho tentato la dieta, ho tentato la corsa, ho avuto una tendinite. Ho visto una volta il pronto soccorso. Ho avuto voglia di scrivere e non saperlo fare su lunghe distanze mi ha innervosito. Ho riso ed è importante. Ho odiato e provato rabbia. Ho pianto. Ho avuto prime volte ma non riesco a ricordarle tutte o non saprei dire quali.
Ho gestito le polarità opposte e contrarie che amo e mi spaventano. Odio, amore, rabbia, ansia, paura, gioia incontenibile, noia, felicità, stupore: sono stati buoni ospiti, hanno lasciato solo un po’ di disordine.

Disordine e ordine. Marie Kondo, dicevo, la amo e la odio.

La odio perché quando riordino mi sento quella sensazione di accadrà qualcosa di assurdo e terribile. Perché sembra non avere fine, perché devo scegliere, perché devo fare fatica, un briciolo. Perché temo di incasinarmi e procrastinare e finire per avere una casa che è ibrida e più confusa di prima, con i sacchi di vestiti da dare via piazzati all’ingresso e senza una destinazione.
La amo e la odio perché mi prende tempo e a volte è una scusa per non pensare. O per non provare noia: ché mi invento qualsiasi cosa pur di tenerla lontana.

Quando torno a Inverigo, per esempio, durante feste che già per natura portano un pizzico di noia se non vero sonno e dormite pomeridiane, mi impegno a camminare con Iago, scatto foto, guardo film che forse a casa mia non avrei visto o rivisto, come La storia Infinita, La vita è meravigliosa, Il paradiso può attendere, La ricerca della felicità, Birdman, Race e Serendipity. Serendipity che cita Etiopia ed Epitteto riportandomi alla mia maturità e all’estate scorsa. Dai miei (mi viene da scrivere a casa tanto quanto per quella pavese) non riesco né a leggere né a scrivere. Non so perché. Riesco a dormire tanto, a coccolare Iago, a vedere film, a mangiare.

Al massimo organizzo un aperitivo con la mia maestra di matematica delle elementari che ora fa un altro mestiere e che adoro. L’ho rivista per caso nel 2012 e non ci siamo più perse. Quell’anno abbiamo organizzato insieme una cena di classe, ormai trentenni, con le altre maestre e i compagni che abbiamo raggiunto e ci hanno detto di sì. Ricordo che era andata a recuperare un registro con l’elenco dei nostri cognomi per non scordare nessuno.

Al massimo organizzo una camminata per il trentuno, come l’anno scorso, con una coppia di cui lei è una ex voltiana. Stesso liceo, sezioni diverse. Al massimo mi sento vecchia: al massimo sento il tempo passato e che passa come se fosse un panetto solido e morbido tra le mani.

Mi tornano in mente cose, quando vado dai miei sotto le feste: i regali da bambina, i vinili, il monchichi, il labirinto magico, le partite a scarabeo che mi arrabbiavo sempre, le cadute rovinose di mio fratello, le bambole uguali identiche per me e mia sorella, il dolce forno, il grillo parlante che si incazza: avevo detto: palla. P-A-L-L-A. Palla; quella sera del trentuno in cui mi sono truccata molto, forse troppo, come facevo a volte alle medie; quelle sere sfigate in cui non c’era nessuno e quelle in cui si ballava e rideva molto, forse troppo. Mi torna la voglia di salire in solaio a prendere i miei diari delle elementari: quaderni di cui ricordo ancora la copertine e le righe dentro, riempiti tanto, ogni mattina, di nostri pensieri.
Mi viene voglia di prendere la DeLorean e sbirciare un giorno qualunque degli anni novanta o planare sui primi del duemila, quando ho compito diciotto anni.
Mi viene voglia di essere figlia per trovare i miei genitori giovani. Di essere una bambina o adolescente per rivedere come si sta quando Inverigo è come New York e senti il mondo, la pienezza e canti “ti sento vivere” mentre guardi T. giocare a calcio nel campetto dell’oratorio all’intervallo.
Mi viene voglia di tornare indietro, di dire a qualcuno fermati o rallenta ché qui non teniamo il passo, gente. E allo stesso tempo di andare avanti e tornarmene a casa acquisita: alle mie cose da sistemare, ai miei silenzi e al mio spazio, a ciò che.

 

Cambiare se stessi

Partito comunista2Oggi è un giorno di dolore soffuso come di perdita. Dolore è una parola che può apparire forte. Stilettata, fitta, senso di perdita, tristezza. Non so dare un nome. Ci sono dolori della mente di varia natura. Così come abbiamo mal di testa a grappolo, emicrania, cefalea muscolo tensiva, mal di stomaco, acidità, reflusso, pesantezza, crampi: così abbiamo dolori della mente diversi con manifestazioni e sfumature differenti. In passato, ho sperimentato ansia, panico, soffocamento, rabbia irruenta e impulsiva, ineluttabilità, nero, buio, impossibilità di muoversi, senso di fallimento, di ignoto che resta ignoto e nero che resta nero. Oggi è solo un senso di perdita.

Ho percorso avanti e indietro Corso Garibaldi, la mia via preferita, quella di negozietti troppo piccoli, spesso stipati di oggetti, abiti, prodotti, quella del barbiere di una volta con le tende bianche e ritagli di giornale appesi alle vetrine, quella di locali storici e nuovi, di negozi che continuano a cambiare, di fioristi e giochi per bambini, la via di un bar che è sempre quello da anni, di una panetteria molto buona e ben fornita, di un luogo per mangiare il risotto e un altro per le torte, della chiesa di San Michele, quella più bella di tutte. Ho fatto avanti e indietro varie volte. La macchina fotografica nello zainetto, poi appesa al collo: non riuscivo, in mezzo alla gente. Mi vergognavo. Le insegne del Partito Comunista e quella della risuolatrice mi hanno attratto a lungo, ho scattato come se stessi rubando qualcosa. Il talento, la costanza, l’allenamento.

Camminando avanti e indietro incontro una donna che ho conosciuto in montagna, quando mi allenavo per il Kilimanjaro. Mentre apro lo zainetto della Decathlon, mi sovviene che quella lampo si era rotta e l’ho fatta aggiustare ad Addis Abeba: qui forse mi sarei limitata a comprare un altro zaino. La cerniera, ora, è di un colore sbagliato, ma è più resistente.

Ho fatto avanti e indietro diverse volte, con la testa che si riempiva e svuotava di pensieri e del mio dolore sottile come di perdita: ché qui ci abitavo e ora ci passo raramente. I primi due anni a Pavia li ho trascorsi percorrendo quella via tutti i giorni e ora non la vedo quasi più. Ci devo andare apposta. Vorrei un taccuino per scrivere di nuovo questi flussi mentali, ma non so nemmeno scegliere un quaderno, un’agenda. Poi non la uso l’agenda, mi dico. Di quaderni ne ho tanti: ma poi li uso? A quadretti non mi piace, lo voglio a righe, lo voglio piccolo, ma non troppo piccolo. Ma poi, che me ne faccio se ha solo le righe? Un planning? Osservo: tutte quelle domande mi fanno sentire male: obiettivi del mese, della settimana e del giorno, i tre task prioritari, cosa hai fatto per la salute oggi? Per il benessere? Qual è la tua ricompensa? Cosa ti distrae, cosa hai imparato, cosa devi imparare questa settimana? Sono in apnea.

Volevo un portafoglio minimalista, di quelli che mi impedirebbero di accumulare scontrini e carte fedeltà di negozi in cui sono entrata una sola volta. Sono entrata alla Latteria, per il secondo caffè e una brioche al cioccolato: non dovevo, avevo detto che avrei resistito. Non sto nei patti. Non riesco a stare nei propositi: alimentari, sportivi, di disintossicazione dal cazzeggio e dai social, di risparmio, di crollo sul letto morta di sonno. Riesco a cucinare nel weekend: la mia conquista di questo periodo. Riesco a farlo, a non girarmi dall’altra parte per continuare a dormire.

Ho camminando avanti e indietro e non sono riuscita a regalare nemmeno la brioche alla persona che me l’ha chiesta, poco prima che aprissi la porta della Latteria. Sono tanti a chiedere l’elemosina, soprattutto il sabato. Uno mi ferma e mi dice: me la compri una brioche? Io sussurro, lui ripete, io non rispondo. Non so perché. Entro. Mangio la mia, bevo il caffè. Me ne può dare una vuota da portare via? Quando esco lui non c’è. Non c’è più da nessuna parte. Aspetto, vado avanti e indietro per il Corso: ecco perché ho fatto avanti e indietro. Lui si era come dileguato, come se non fosse mai esistito. Ritorna il dolore fitto come di perdita, come di solitudine quella che a volte subiamo e non quella che cerchiamo. Sento come se fossi a casa, una casa da cui sono mancata. La brioche la do a un altro, dopo esserci passata davanti troppe volte, senza osare per vergogna.

Faccio avanti e indietro e sono felice della piega delle cose – ma quel dolore etereo non passa -: della vita a Pavia, del mio lavoro, della crescita – a volte traballante, a volte velocissima – che ho avuto negli ultimi anni. Sono contenta dei miei viaggi: ché, se li guardo all’indietro, vedo un’evoluzione chiara e nitida, una capacità sempre più sottile di fare ciò che vorrei fare. Sono contenta di essere sempre stata circondata da stimoli di ogni tipo, da persone dense, dalla potenza della mia curiosità. Faccio avanti e indietro e leggo un messaggio su Facebook: una compagna di una scuola estiva di comunicazione mi dice che dieci anni fa avevo un qualcosa, una determinazione e una curiosità negli occhi per il suo lavoro di giornalista che ha visto in poche persone. La strada è andata in altro modo: la disillusione. Ciò che immaginavo non era; ciò che immaginavo su di me non era. Le mie proposte fuori fuoco; i tanti “scrivi bene, ma…”, la mia pazienza che non sopporta, il giornalismo senza adrenalina in cui ho trovato casa, un tesserino arrivato tardi, molto tardi, la mia necessaria sensazione di appartenenza. Mi sono disinnamorata del tema, che non era il mio: la scienza. Non nel giornalismo, perlomeno.

Camminando per quella via penso a quando non stavo bene, ai coinquilini che ho avuto e alle esperienze che ho cercato anche quando ero in ritardo per viverle, sapendo che io sono sempre in ritardo. Penso a Fabio Volo: ché io lo difendo sempre un po’, anche se ora capisco che è quello che è – e lui si vende per quello che è, non per altro di più – lo difendo perché c’era a spiegarmi cosa fosse un attacco di panico, quando io a 21 anni ho iniziato a sperimentarli. Quando io ho iniziato a capire che scrivere di getto mi aiutava moltissimo per mettere ordine.

Faccio avanti e indietro e torno sui miei passi: in Duomo, tra le bancarelle che mi fanno ripetere che adoro i mercati, lungo Viale XX settembre: un sorriso da un venditore taciturno – quanto avrei bisogno di uno sguardo così – e da un altro che alza la voce: toccate con le vostre manine, gente! La via centrale a passo d’uomo, un passeggino che ingorga; le bancarelle di qualità, quelle gastronomiche accanto a cestoni di offerte a due euro, alle cover dei cellulari, agli oggetti più strampalati e assurdi. Penso – ma non ricordo più come ci sia arrivata – alla pazienza, alla lentezza, a qualche metafora sulla capacità di insistere. Le puzze della gente, l’odore del cibo. Il gazebo di Forza Italia e quello della Bonino. I cani. Le vite che non sono mai stata.

I mercatini di Natale in Piazza sono più calmi: mappamondi, bussole, sciarpe morbide, un portafoglio minimalista è là ed è viola, ma devo chiedere e mi scoccia: vorrei solo guardare e non ho nemmeno contanti.

Ho comprato la focaccia nel negozietto ligure che avevo visto giorni fa e nel quale non avevo osato entrare: mi immagino assaggiarla a piccoli bocconi mentre cucino un risotto, ma in realtà l’ho già finita prima ancora di scrivere. Ho bisogno di ripulire. Ho sognato le mestruazioni e il sollievo di cambiarsi prima di macchiarsi, ho sognato bottiglie in vetro che cadono ma non si rompono: casse impilate di bottiglie di acqua e vino in vetro. Cadono, in cantina, ma non si rompono. Mio nonno osservava. Mio nonno, il padre di mio padre: quello che avrebbe compiuto gli anni il 22 novembre.

Ho bisogno di ripulire, di un gesto nuovo ogni giorno, di tenere fede ai miei propositi e di lasciare andare quelli che non. Stasera vedo una pellegrina conosciuta a Olveiroa quando diluviava, mentre io ero in pace e quiete perché le scelte non erano determinanti. Non lo sono mai. Ieri sera ho riletto per caso alcuni messaggi di una mia vecchia vita e di un cliente che chiamavo: “il pazzo”. Mi sono sentita sprecata. Ieri sera ho letto Moby Dick affascinata e ho visto Blue Jasmine e ho pensato che per cambiare il contesto, dobbiamo cambiare noi stessi: e ci vuole più di una semplice festa.

 

 

 

16 anni

600156_10151149704080209_1208774549_nVorrei avere sedici anni solo per poter morire dietro ai Maneskin. L’ho pensato stamattina mentre camminavo con le cuffiette e la loro musica. Ho ripercorso i miei concerti di cui ora penso: davvero? Avevo quella sensazione di euforia estrema, l’aspettativa, l’ansia, la ricerca di una catarsi, di qualcosa che sarebbe successo anche se – in realtà – non succedeva niente.

Ligabue era la mia malattia, sopraggiunta all’età di tredici anni davanti al Superclassifica show di Seymandi, osservando con la forchetta a mezz’aria un uomo con i capelli lunghi, la voce roca, qualche ruga bellissima, che si faceva abbracciare e accarezzare. C’era il bar Mario, qui c’è Marlena. Sono stata anche ad altri concerti, alcuni di dubbio gusto, altri incredibili: Bruce, ma anche –  nel nostro piccolo – Fabi, Silvestri e Gazzè.

Ero già adulta.

Il cuore accelerato e la sensazione che tutto accada lì e in quel momento li ho avuti solo prima dei 25 anni. Che tutto esploda di adrenalina, attesa, felicità e sospensione è successo forse ancora, in coda, a 29 anni: poi è stato un lento spegnersi in modo naturale. Ora Ligabue non esiste più e non so nemmeno cosa canti: non credo che mi piacerebbe. Ho superato una fase e ho potuto salutare con gratitudine il mio totem giovanile. Tra chi non ho mai sentito e non potrò più sentire ma vorrei, ci sono Amy, Freddy Mercury, Bowie, i Nirvana e Guccini.

Ho pensato ai sedici anni anche per un altro motivo. Recentemente guardavo i pantaloni della tuta dell’Adidas che metto nel weekend, a casa e fuori, quando mi fisso su indumenti che al lavoro non posso portare. Li ho guardati perché sono un po’ rovinati, ma poco: me li aveva comprati mia madre al liceo, per fare educazione fisica. Che ancora se penso al liceo mi chiedo perché non ho studiato – senza studiare sui libri come una scema – dedicandomi all’esplorazione di altri mondi. Mi ricordo quando andavamo in palestra a piedi, attraversando Como, che con quella scusa ne accendevo una: la mia inadeguatezza perenne, tra aerobica e softball che pure mi piaceva un sacco.

Non ho nulla di quel periodo che sia durato – in ogni senso – e che mi vada ancora bene o sia di moda. Gli altri, le altre tute, sono durate poco più di un anno, al massimo due o tre, rompendosi o rovinandosi. Questi pantaloni si sono allargati e ristretti insieme a me, sono caduti larghi e si sono avvinghiati alle cosce e all’addome, sono venuti a camminare e correre e hanno fatto yoga, hanno visto il liceo, due case a Inverigo, forse Trieste e Lugano e di sicuro Pavia, magari li ho portati anche in Erasmus a Madrid.

Ho un ricordo così nitido che è come se fosse accaduto ieri e invece è successo ventun anni fa: ero in un negozio di vestiti a Lurago, accanto alla sede dell’associazione di ambulanza con cui ho vissuto per otto anni. Ero con mia madre, avevo 17 anni e volevo un maglione. Un maglione largo – orribile se ci penso ora – a righe orizzontali larghe e colorate ma di colori sbiaditi e cupi. Avevo provato un paio di pantaloni neri, jeans suppongo. Mia madre aveva fatto un commento sulle mie gambe, in positivo. Una donna era entrata dopo di noi: era un’amica di mia mamma. Quanti anni ha? Diciassette. Ha chiesto a chi? Chi ha risposto? Ero fortunata ma era anche “già diciassette?” Sei grande! Beate te che hai diciassette anni. Diciassette come una benedizione, mentre io mi sentivo tutto tranne che. Eppure sì, la percepivo la bellezza della mia età anche se volevo nasconderla dentro a un maglione largo, senza forme, insulso e anonimo. Bello in quanto poco femminile, in quanto alternativo, diverso, non come lo avrebbe preso mia madre.

Venerdì è venuta mia sorella a trovarmi: non ci vedevamo da Natale eppure non me ne ero accorta: ho fatto in tempo a dimagrire, ingrassare, dimagrire, ingrassare ancora. Non ha visto niente. Lei è sempre bellissima. Mi ha guardato e ha detto: ma quei pantaloni? Li hai da, da… Dal liceo. Dal liceo e resistono. Abbiamo parlato di cose che ormai durano poco, che sono effimere, veloci, che fanno subito i pallini. Come sospettavo, prima di dormire non sono riuscita a leggere: ho fatto quasi apposta ad aprire il libro, per vedere se sarebbe stato come quando dividevamo camera. Siamo opposte e a volte ci gioco esagerando. Ieri mattina abbiamo fatto una colazione bellissima alla Latteria, nella mia via preferita, Corso Garibaldi. Dice che Pavia è più bella di Pisa e mi si riempie il cuore di gioia: non la capiscono in tanti, Pavia, perché c’è la nebbia, il clima di merda torrido d’estate e gelido umido in inverno, che se esci torni con i capelli bagnati fradici, ci sono zanzare come squali e il naviglio che ristagna o che è troppo, il Ticino che può esondare, i parchi presi di mira al primo raggio di sole, le grigliate e i ciclisti, le solite vie, il solito paese troppo grande e troppo piccolo, il solito pavese antipatico, qualche volta nevica pure. Eppure c’è il Ticino e la nebbia che visti camminando sono bellissimi. E il naviglio che arriva fino a Milano, il Castello, i localini, le mostre, un cinema in centro che deve vivere: perché la bellezza delle poltrone in velluto con il sedile che si tira giù e la sala unica con un solo film che sta fuori una settimana e con quasi nessuna pubblicità è sublime. Ed è sublime anche andarci in bicicletta anche se fa freddo. Siamo andati a fare colazione alla Latteria, dicevo, con la torta e il latte e lo smoothie, dopo che la sera prima tra orari di arrivo, indecisione e il libanese che non consegna e il greco che ce lo porta alle undici, alla fine l’unico delivery decente è stato McDonald’s. Abbiamo camminato per qualche via a caso, passando dal mercato: vorrei avere un taccuino e una macchina fotografica ogni santa volta. Una cliente chiama amore un venditore. Abbiamo discusso su un paio di cose, parlato di un paio di cose e poi ci siamo salutate.

Sedici anni. Lei ne aveva dodici, mio fratello – che ora vive a Parma –  cinque.

Vorrei avere sedici anni per piccole cose: per morire davanti ai Maneskin e sussultare per uno sguardo, per ricominciare daccapo.

Per quelle grandi va bene averne trentasei.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia persona

9322Quando ho voglia di scrivere ma non so cosa scrivere finisco qui.

Verso le quattro Mara mi ha detto: io vado. Ho sentito come un incrinarsi sottile. Non abbiamo fatto chissà cosa, nel weekend: ci siamo viste molto tardi, sabato sera, perché io sono andata a meditazione. Siamo state qui da me, mentre io arrancavo tra la spazzatura da buttare, le lenzuola ancora stese ad asciugare, la casa poco pulita, il fondotinta finito sulla maglia appena messa. Siamo uscite presto per andare al giapponese, uno mai provato prima, con mezz’ora di anticipo sulla prenotazione.

Anche per meditazione è stata tutta una novità: ho scoperto una nuova zona di Pavia mai vista e – in bicicletta – ho attraversato un ponticello sospeso nel verde bagnato e lucido: mi ha ricordato un film, ma non saprei dire quale. Sono stata in una nuova palestra, con nuove persone. Ho sentito nuove voci. Ho conosciuto Anna perché viaggia. Quella mattina avevo fatto il mio solito giro fino a Certosa, diciassette km per pulire la mente. Avevo cucinato per tutta la settimana, bruciando una torta salata. Avevo cercato di pulire e di riordinare per l’arrivo di Mara, con scarso successo. La sera prima avevo finito Istanbul e iniziato un nuovo romanzo.

La scelta di un nuovo libro racchiude in sé un rito. Devo studiare i dorsi di tutto ciò che ancora ho da leggere – e sono tantissimi libri – mi soffermo su qualcosa, seleziono secondo le voglie del momento, se ne ho e se le conosco. Leggo gli incipit, anche se non sempre mi aiutano, oppure pagine casuali. Blonde mi aveva stregata da subito, non riuscivo a staccarmi: è così che un libro mi sceglie. In altri casi il primo capitolo è meno definitivo o determinante. Magari mi piace, ma stuzzica, mi incuriosisce senza troppo chiasso. Quando il libro non è quello giusto, finisce che lo pianto a metà. Poi mi capita di ritornarci dopo anni e di considerarlo un capolavoro. Con Il maestro e Margherita è stato così. Questa volta avevo in testa Moby Dick: ho preso qualche altro romanzo, ho letto paginette qui e là. Ho scelto. Proviamoci: voglio iniziare a leggere romanzi di viaggio che non siano catalogati come libri di viaggio (chessò Chatwin, Terzani, Kapuściński e tanti altri) ma che sono di viaggio ancora più di questi ultimi. Sono i precursori. Moby Dick inizia risuonando ovunque: lui che decide di partire quando è pieno di “ipo” (ipocondrie), l’acqua e il suo significato (cerco sempre acqua quando viaggio), le prime descrizioni. Mi risuona.

Erano stati un venerdì sera e un sabato ordinari, ma nuovi.

Dopo il giapponese, la zuppa di miso in chiusura e il dorayaki che ci ha ricordato un capodanno passato al cinema a Milano a vedere Le ricette della signora Toku, Mara e io ci siamo rintanate in casa con una tisana. Ho in testa la sua reazione e le mie risate quando le ho detto che era finito il caffè. Abbiamo visto Il piccolo principe, incastrate sul mio divano a due posti, con le sedie nere dell’ikea a fare da tavolino. Ci siamo addormentate presto, un po’ accampate in un letto fatto male, con le lenzuola più belle e pulite ancora là, in cucina, ad asciugare. Quando mi sono svegliata, Mara era in piedi da molto prima di me. Fuori pioveva. Mi ha proposto una colazione al bar, ma io ho mugugnato qualcosa, ci ho ripensato e ho di nuovo mugugnato. Siamo rimaste a casa, con il latte e i biscotti.

Cosa facciamo?

Ho pensato a una mostra, a un bar, a un negozio simile all’Ikea, alla Feltrinelli, abbiamo immaginato di andare persino al cinema al mattino, ma non c’era. Abbiamo aperto Netflix, tanto era prestissimo, ma non sembravamo convinte. Abbiamo provato a definire quel weekend come languido, come malinconico: volevamo esserlo, in sintonia con la pioggia, girando per il centro con fare assente e pigro. Alla fine Mara ha avuto un’idea: “andiamo al bar a prenderci un caffè, all’Esselunga a fare la spesa e ti cucino ciò che preferisci. Mangiamo a casa”.

Ho sorriso. Mi sono sentita coccolata. Alla lista abbiamo aggiunto lo spritz e un misto sfizi surgelati come aperitivo, il caffè e una cassa d’acqua, approfittando dell’auto. La lista Mara l’ha scritta sulle schede di trama, bianche, appoggiate nella zona dedicata alla cartoleria. Ha messo un refuso buffo, per cui il gorgonzola è diventato gongorzola. Eravamo ancora appollaiate sul divano a due posti. Accanto a lei lo stendino era stato nel frattempo svuotato e riempito di nuove cose appena lavate. I vetri delle birre di parecchie settimane erano spariti dalla sera prima, il lavello era sgombro. Sul tavolo sostava ancora una pigna di libri: per la scelta del venerdì sera. Dopo un caffè silenzioso e la spesa veloce in mezzo a troppa gente, siamo andate in Feltrinelli senza fare acquisti ma osservando. Abbiamo riso, ma non ricordo per cosa. Ho tenuto per un po’ tra le mani “Propizio è avere ove recarsi”, che leggerò, leggerò per forza.

In cucina, Mara mi ha ricordato mia madre, quando leggevo – o cercavo di farlo – e lei mi chiedeva continuamente cose: da piccola nemmeno sentivo, costringendo mia madre a ripetere e ad alzare la voce. Lo spritz era troppo forte. Abbiamo messo la musica. Ricordi passati: i Verve, Madonna. Una canzone attuale che adoriamo entrambe nello stesso modo: Shape of you.

Nel frattempo Mara faceva e preparava. Io collaboravo ripulendo. Ho scoperto di non sapere di avere un cucchiaio di legno e un elastico, per chiudere la confezione del riso. Ho scoperto che devo acquistare un servizio di piatti e che la tazza del museo di Dostoevskij non sembra così speciale se non per me, tanto che non la butto nemmeno se ha il manico rotto. Mi ha chiesto perché ho le infradito fuori dalla finestra e tante piccole cose la cui risposta è una sola: pigrizia o noncuranza. Tra le pieghe di queste azioni, ci sono state parole: confidenze, sfoghi, racconti di disegni di Leo, di fotografie, di tempi e ricordi. Di cose di me che lei sapeva prima di me. Di quando ho mandato a fanculo il vicino che giocava a fantacalcio sul balconcino, urlando insieme agli amici. Di quando ero magra e di quando, la prima volta che mi ha visto sul bus a Trieste, avevo un cappotto nero e sembravo tirarmela. In realtà ero delirante per via di una casa sporca e di gatti che pisciavano ovunque. Avevo anche la febbre.

Dopo pranzo avevamo entrambe sonno e le guance rosse, tanto da decidere di vedere un film a letto. Io lo avevo già visto: ora dormo, mi sono detta. Invece no. Abbiamo riso ancora, per motivi scemi. Quando il film è finito ci siamo preparate un caffè americano, ho pulito la cucina, lavato le stoviglie, tentato di riordinare. Mi ha detto: fra poco vado. Come? Così presto?

È stato qui che ho sentito un incrinarsi di qualcosa. Il sole si stava facendo vedere proprio in quel momento, sarebbe tramontato di lì a un’ora. Sarei uscita, ma dopo, non insieme a Mara: dovevo organizzarmi. L’ho salutata, con l’ansia e con qualcosa di nostalgico e malinconico, che in realtà non c’era stato, nel weekend. Dopo poco sono uscita con la reflex in borsa, diretta verso il ponte coperto dal quale si vede benissimo il tramonto. Nella chiesa di San Francesco ho acceso una candela a San Giorgio: il santo più diffuso in tutta l’Etiopia. Ho osservato il selciato luccicante ovunque, le vecchie che andavano a messa, i bambini e i cani usciti di corsa appena è uscito il sole, ho sentito l’odore di crepes alla Nutella che usciva da un negozio. Quando sono rientrata, in casa c’era l’odore del soffritto – che amo –  e di quel tanto cucinare che la mia casa non aveva mai visto prima: qui vivo da quasi tre anni, a Pavia da sei nel 2019. Di vite in questi sei anni ne ho vissute almeno due.

Ho appoggiato la borsa, mangiato qualcosa velocemente: ho sentito di dover scrivere.

A chi e cosa non lo so, ma lo dovevo fare.

 

 

 

 

Confusione

Etiopia-418Mi dicono che sono bloccata: me lo dicono persone che mi conoscono bene, benissimo, chi non mi ha mai visto, chi mi ha visto mezza volta, chi mi ascolta parlare, chi non crede nella psicoterapia, chi ci crede troppo, chi parla per sentito dire, chi ha studiato, chi mi chiede anche perché? Chi non sa niente di me e chi sa qualcosa, quasi mai chi sa tutto. Mi dicono che lo sono in fotografia e nella scrittura. Me lo dico da sola, lo faccio credere, lo credo e diventa vero, lo vivo, lo esprimo, lo trasmetto. Lo sono anche in cucina e in amore. Lo vedo. Forse lo faccio apposta senza sapere di fare apposta e senza sapere perché. E forse mi sono anche un po’ stufata.

Sono andata a Bergamo impiegandoci più del previsto: a rallentatore, con le mani freddissime e asciutte, un senso di vampata quando la città mi ha inghiottita. Ho incontrato un fotografo che è anche un genio, mi ha parlato per ore di Platone e Aristotele, mentre io pescavo ricordi con difficoltà da qualche cassettino: erano troppo in fondo, troppo chiusi, troppo impolverati. Quasi relitti. Mi torna in mente la scena di apertura di Titanic. I miei ricordi stavano lì: sott’acqua tra le alghe e i cimeli di un tempo splendido. Ero ancora in panico – quasi un attacco –  per un incrocio o rotonda che ancora adesso mi sto chiedendo come diamine funzioni, ed ecco che, prima che potesse andarsene quella sensazione viscida e stancante, mi è venuto un altro tipo di panico: quello da programmazione, step, cose-necessarie-che-devi-studiare-e-sapere.

Come se dovessi studiare tutto oggi, in queste poche ore. Come se dovessi.

Non devo. Voglio. Ho capito ciò che non voglio e un pizzico anche ciò che voglio. Capire prima di tutto. Anzi, voglio fare. Sporcarmi, fare cose talmente imperfette da essere sbagliate, fare senza dirmi che non è il momento giusto, che devo rifinire, sistemare, non sono ancora capace. Vaffanculo. Faccio e basta. Come viene, viene. Mi mancano diverse basi per fare la brioche che magari non sarà una brioche, mi manca la post produzione – tutta – mi manca un “cosa vuoi fare?”.  Le regole senza regole, ché io e le regole…

Sto raccogliendo input.

Sto leggendo Imperium, ho aperto Istanbul di Pamuk. Mi sono innamorata di Pamuk (già dopo Neve), perché – tranne Saramago che resta il mio assoluto – sono ballerina nelle mie infatuazioni. Quindi devo finire in fretta Imperium ché Istanbul mi sta piacendo di più. Settimana scorsa sono andata a correre per due mattine: poca roba come km e minuti. Ho troppo da portare. poco fiato e poco tempo: ma l’ho fatto. Mi sono svegliata per tre mattine alle 5:30 (una per yoga), sono andata al cinema a vedere un affare di famiglia – dormendo e ridendo e rimanendo a bocca aperta, con l’amaro dentro – ho scritto le pagine appena sveglia, quelle che nessuno leggerà – nemmeno io – ma che mi servono, ho contattato persone, fatto girare energie, chiesto, domandato, risposto a chi mi chiedeva informazioni sul Kilimanjaro o sulla Tanzania (in due in poco tempo), fissato incontri con amici e con mostre che vorrei vedere, con sconosciuti che vorrei incontrare, sono in un vortice. Positivo e pericoloso, pericoloso e positivo.

Fanculo ai blocchi (ci sono, ci sono sempre…): ripeto, ripeto, ripeto, come per essere sicura che alcune cose siano vere. Un’amica mi suggerisce di parlare con il censore interno e farlo stare buono buono, dandogli un contentino. Io penso che sia una buona strategia, tanto parlo già da sola in abbondanza. Penso che ci sia troppa roba. Troppa roba per un giorno solo, mentre guido in tensione e disidratata e confusa. E poi prenderò un treno: e penso al treno che adoro, che mi rilassa. Ho la borsa e la testa piene. Mi dico che sto tagliando: niente più corsi, forse solo teatro, ché non posso non fare niente. Niente. Niente più. Iago mi fa festa ed è triste quando capisce che me ne sto andando. Lo saluto. Tornerò presto.

Sto tagliando dappertutto per fare spazio, ma sembra che invece siano cresciute ancora più piante con più rami, con più foglie e con un sacco di fiori.

Non ci sono ancora frutti.