Ai matti

CIMG7931“Questo meteo mi manderà ai matti”.

Lo penso mentre stendo il bucato, dopo essere uscita stamattina e in un primo pomeriggio di vento e pioggerellina, per poi veder comparire il sole alle 17:41.

“Quasi quasi esco di nuovo. Mi metto una tuta e vado a fare due passi alla Vernavola”, sussurro.

Mentre stendo, ripenso alla frase sui matti, che adoro proprio. La trovo buffa e dal suono simpatico. Mi piace l’idea che ci sia qualcosa che possa mandare qualcuno ai matti. Non al manicomio – che per fortuna non dovrebbe più esistere, come non esistono più gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari – ma ai matti. Per associazione penso al cappellaio e ad Alice. Penso a un gruppo di gente che si diverte. Oppure a qualcuno di molto, molto stressato.

Cos’è, di preciso, un matto?

Secondo Mariangela ieri la matta ero io: “Potevo mica saperlo che la diventava matta”, dice – parlando di me – a Renata, che a sua volta risponde ad alta voce e in tono sostenuto: “te set ti la matta!”.  Io faccio qualche cenno, mostrando condiscendenza. Mi siedo in un angolo, non fiato. Siamo in Chiesa, c’è il vescovo e ci sono molte persone. Fingo di stare al gioco, che tale non è. Renata, invece, si adira: “siamo in un ricovero per anziani e handicappati. Ti te set l’handicappata. Quale Chiesa?”.  Mariangela continua a inveire, dice che non mi parlerà più se mi siedo di fronte a lei o se le parlo. Mi siedo lontano e sto in silenzio. Mi dice di aspettare le nove e di non rovinare un’acimizia.

“Amicizia, Mariangela”?

Confonde parole e lettere, nessuna sua frase ha significato. Vuole stare per conto suo. Parlo un po’ con Renata, resisto quanto riesco perché sarebbe troppo facile sparire quando la tua amica e nonna acquisita perde lucidità. Sto un po’ così, sebbene io sappia che ciò che dice non è vero. Non è vero, vero? Tentenno: anche sapendo che è demenza senile e che ha 92 anni, soffro per parole taglienti, per eventi rimossi, perché forse un legame non esiste se uno dei due non se lo ricorda. Per un istante mi sono sentita quasi offesa e – addolorata o risentita – me ne stavo per andare.

Renata è dura con Mariangela e credo di sapere perché: ha paura. La sua compagna di stanza di anni, nonché cognata, straparla. Non soffre nel corpo ma nella mente ed è quanto di più spaventoso ci possa essere, da spettatore. Ha detto a suo figlio di farla morire di fame, se dovesse succedere anche a lei. Non riesce a fingere. Deve per forza dirle qual è la realtà. “Tuo marito è morto, tu non lavori, non sei in Chiesa e la tua casa è questa”. Mi ha detto che non ce la fa: per non sentirla ieri mattina aveva già finito la sua “dose” di sigarette – fumate sulle scale antincendio – che una badante molto brava le lascia a disposizione.

Cos’è un matto?

A Pavia ho incontrato molte persone che parlano da sole. In Corso Garibaldi c’era una vecchina alta 1.40-1.50 metri a dir tanto e con una bella gobba. Aveva sempre un cappotto rosso, se ricordo bene. Andava avanti e indietro per la via a parlare e a inveire. Poi c’è l’uomo vestito da ciclista, sempre pieno di lattine di birra. Ricordo di aver visto più volte lungo il naviglio una signora molto truccata e vestita come se fosse uscita da un film d’epoca. Rosa cipria era il suo colore. Ci sono quelli strani e silenziosi. In un bar di Viale Partigiani mi ricordo di un tizio che ripeteva sempre la stessa frase in modo compulsivo. Voleva cambiare dei soldi in moneta: credo che fosse un vizio quotidiano ben noto al barista. Ci ho messo un po’ a capire che le sue frasi avevano l’andamento di un disco fermo allo stesso punto. Sono matti? Non spetta a nessuno dirlo o di sicuro non spetta a me che non sono medico, se di medicina si tratta.

Ci sono persone che più o meno si discostano dalla media o vedono la realtà in modo altro. Ci sono persone che vedono la loro realtà. Ci sono malattie. Ci sono modi diversi di comunicare. Mariangela è solo uno dei possibili estremi ed è un estremo specifico: prima di lei ci sono tante sfumature e casi diversi per età e situazione. Ci sono le piccole manie di tutti perché, come mi ricorda un’amica speciale: “nessuno è completamente sano”, ci sono comportamenti di chi è solo in casa che nemmeno possiamo immaginare (vivendo da sola posso confermarlo). Ognuno ha le sue compulsioni, i suoi dialoghi ad alta voce, le piastrelle da contare, la somma dei numeri di targa. Ciascuno ha qualche vizio e qualche realtà diversa che non ammette o non dice. Ciascuno interpreta. Per Mariangela la matta sono io che mi permetto di urlare in Chiesa (alzo la voce perché sono tutti un po’ sordi, non è che urlo).

“Questo tempo mi manderà ai matti”: io continuo a visualizzare quel posto come un insieme di gente un po’ particolare, che beve tè per il non-compleanno di un cappellaio e che alla fine si trastulla tra pensieri simpatici.  Non lo vedo – non oggi per favore – come in uno dei film che adoro – Ragazze interrotte – o con altre immagini ben più dure e difficili. Oppure con quella sensazione di disallineamento che provavo con la canzone della casa in via dei matti numero zero: l’ho sempre trovata di una tristezza indicibile da bambina e anche oggi. Un casa che non ha niente. Una casa che non ha ciò che serve per definirla casa. In cui non si possono fare delle cose, in cui non si può forse nemmeno entrare, anche se era bella, bella davvero. No. Decido di lasciare nascosta quella parte di solitudine: la componente triste, temuta, dolorosa, umiliante, degradante, a volte pericolosa che invece, purtroppo, esiste.


 

Sono uscita, dopo queste parole. Per la terza volta mi cambio – in tuta, niente di che – ed esco. Afferro anche la borsa e ci metto la macchina fotografica nuova. Magari riesco ad allenarmi, a imparare, ad applicare qualche nozione del corso.  So già, mentre mi lascio la porta alle spalle, che non farò niente.

Io che in viaggio faccio di tutto e che canticchio con le cuffie (me ne vergogno un sacco), sono la stessa persona che non riesce a fare qualcosa per le prime volte senza timore. Stamattina ho corso pochissimo – causa debolezza e sonnolenza che non mi so spiegare – alle 9:00, con gente ovunque. Quando ho iniziato lo facevo solo alle 5:30 per evitare che ci fosse qualcuno: perché di sicuro io non so correre. Temo un giudizio inesistente, visto che nessuno sta a guardare ciò che faccio o non faccio io. Eppure è più forte della logica.

Così è con il corso: non si tratta di girovagare con un cellulare e fare una foto di sfuggita. Devo prendere la mia reflex in modalità manuale e trafficare non poco, visto che ancora mi perdo tra tastini e rotelle. Ho provato, di soppiatto e con titubanza. Senza convinzione. Allora mi sono detta: facciamo che mi alleno prima con i sensi.

Ho percorso la Vernavola studiando i tronchi e le cortecce, le incisioni sugli alberi, la provenienza dei suoni e delle parole. Ho sentito versi di animali, visto galli e fagiani, qualche uccello e tre papere. Ho notato il riflesso degli alberi e delle nuvole nelle pozzanghere molto lunghe e strette, la luna che una donna ha cercato di fotografare con il telefonino. Ho notato le ragnatele tra i piccoli arbusti, i fiori, il movimento dell’acqua.

Ho in mente tutte le persone viste. Madre e figlia che corrono chiedendosi se hanno fatto un km; un paio di amici che parlano di figli; Lorenzo che di tornare a casa con il papà proprio non ne voleva sapere e scappava lontano quanto i suoi due-tre anni gli permettevano di fare. A una donna è caduto un libro. C’erano varie coppie abbracciate o in disparte. Ho visto una bambina sull’altalena, una donna fare flessioni e riposarsi dopo la corsa. Ho sentito gli odori.

Ne ricordo uno soprattutto: una donna era seduta da sola su una panchina nella zona degli ontani. L’ho osservata da lontano. Poi ci siamo incrociate camminando. Aveva un rossetto curato, rosso. Il suo profumo era delicato ma non di bagnoschiuma. Era femminile ma non dolciastro. Al ritorno – cosa che appare da psicopatica ma non lo è – mi sono seduta sulla sua stessa panchina per capire cosa stesse guardando. Ho rivisto la luna e gli ontani e la terra fangosa. Ho cercato di capire da dove provenisse la luce e cosa succede quando tocca qualcosa. Ho capito che quelle rotelle e quei pulsantini della modalità manuale sono solo poco di più di quando si apre word o altri programmi per scrivere. Ho scritto e fotografato mentalmente.

Ho ripensato ai matti prima di tornare a casa.

Alla loro solitudine e alla mia.

 

 

 

 

 

Ricordi

14231307_10154627944705209_6606321737748134000_oQualche giorno fa è stato il compleanno di Gyöngyi. Me lo ha ricordato Facebook.

Nonostante lei sia una persona importante, non sono ancora riuscita a memorizzare la data. Il giorno successivo vedo che è il compleanno di Tito Oshima. Ho fatto gli auguri a entrambi in due modi differenti e ho ripescato nella mia mente ricordi che – di fatto – non sono tali. Sono qualcosa di più.

Mi è sembrato di risentire un profumo.

Quando sento l’odore della mimosa – che a molti fa schifo – sono su un balcone lungo, bianco e marroncino, che si affaccia su una pianta alta e sottile. La posso toccare? La posso guardare fino a giù giù in fondo seguendo il suo tronco esile e arrivando davanti alla finestra dell’appartamento dei miei nonni. Posso salire su quel muretto che corre lungo la ringhiera, per vedere meglio. Non so se la mimosa fosse davvero esile e alta: so come la ricordo io.

Se sento il cocco e la vaniglia – come forse capita a tutti – mi ritrovo addosso un costume bagnato; la pelle è un po’ irritata e granulosa di sabbia e sale e crema. Ci sono odori che non riconosco e che mi portano da qualche parte. Mi è successo recentemente anche con una parola tedesca. Una via, credo. Mi è sembrato di aver vissuto un pezzettino di vita collegato a quelle lettere ma non saprei dire cosa né se sia vero.

Le canzoni? Ho rivisto il video di Ava Adore degli Smashing Pumpkins e la radio del mini market della stazione ha trasmesso gli Offspring: mi sono sentita senza tempo. Mi succede quando ripesco qualche musica dagli anni ’90, anche brutta.

I momenti storici, invece, sono più simili ad àncore: mi è stato chiesto cosa stessi facendo l’11 settembre, senza nemmeno dire l’anno. Tutti noi lo sappiamo. Se ci penso sorrido – e forse lo facciamo in tanti – perché quell’àncora è legata al mio ritorno da Palma di Maiorca l’anno della maturità, poco prima di iniziare l’università. Ero tutte le possibilità del mondo, in quel momento. Ero andata a portare un rullino delle vacanze a sviluppare e stavo in cucina a casa del mio moroso dell’epoca. Lo abbiamo scoperto dal televideo. Sì, televideo. Quella sera bevemmo una birra al Pub Centrale con alcuni suoi amici. Ero spaesata e fuori luogo e in quel bar non ci entrai mai più.

Poi ci sono frasi che ricordi a memoria, i libri e i film o gli espliciti “ti ricordi?”.

Poi ci sono loro. Gyöngyi, Tito e altri. A lei penso spesso. Volevo farlo da sola quel benedetto cammino e invece lei fu sempre presente anche quando ero scontrosa, quando la distanziavo o quando ci perdevamo per poi ritrovarci tappe e giorni dopo. Senza di lei… non so.

Sono andata a trovarla a Budapest e ho conosciuto tutta la sua famiglia, la sua casa. Ho sentito il suono della sua lingua e ci siamo capite. Lei è un’àncora speciale legata a quel momento e di più: lo abbiamo vissuto insieme. Ci sono cose non dette che sappiamo solo noi due.

Di Tito Oshima so solo che è uno psicologo giapponese che ha vissuto in Brasile. Ci siamo incontrati a Tiberiade e poi a Gerusalemme per i casi strani del viaggiare. Lui non sa l’inglese ed è per questo che è un’àncora: è l’ancora di un momento di delicatezza e del capirsi comunque. Mi parlava in portoghese – che non so ma ho imparato a capire a naso in Brasile grazie a Gabriela conosciuta a Londra e a Tatiane conosciuta nel Lencois – e io cercavo di rispondere per metà in spagnolo – che non so bene e che lui non sa ma lo comprende a tratti – e per metà in inglese. Avremmo potuto lasciar perdere: chi ci obbligava a parlare? E invece lo abbiamo fatto comunque perché in quel momento aveva un senso. Perché non si è scontati quando si viaggia, non sempre. Perché si è curiosi.

Da quel ricordo ne sgorgano altri che ne chiamano altri fino a rendersi conto che non sono solo ricordi e non sono nemmeno rapporti superficiali o stretti. Sono un domino, sono un processo. Sono me.

Ricostruendo il ricordo ricostruisco non solo ciò che ho fatto e chi ho incontrato ma anche cosa ho provato e cosa è cambiato in me.

A Tito, il giapponese molto molto delicato, ho pensato mentre uscivo dall’ufficio venerdì sera. Ho agganciato a lui – e a tutti i ricordi di viaggio come lui – il mio lavoro. Perché in fondo il lavoro è un viaggio e un domino. È un unisci i puntini.

In ciò che faccio ora, nel mio lavoro – e che mi piace, mi piace proprio – c’è tutto ciò che ho fatto e incontrato prima. Ci sono datori e progetti del passato e ci sono io che mi gusto questo presente (il qui e ora è il modo migliore per vivere. Forse lo sto imparando). Anche qui, come nel viaggio, capacità e intuizioni scaturiscono dal “tragitto” precedente e ogni nuova sfida (di qualsiasi tipo, senza dover intraprendere follie) è accolta con curiosità, delicatezza, un pizzico di agitazione e soddisfazione. Ci sono novità raccolte proprio come i sassolini sulla spiaggia o come si accoglie un passo in più.

Chi incontro, sebbene nella riservatezza del lavoro, mischia vite e informazioni su di sé con quelle degli altri. A volte si parlano lingue diverse. Altre volte si ascolta chi può insegnarci molto. Alcune volte qualcosa non va: anche in viaggio si può essere tristi, scontrosi, arrabbiati o semplicemente si può commettere uno sbaglio o un’imprecisione. In Brasile una mia leggerezza ha fatto sì che finissi minacciata con un machete. Oppure che trovassi ospitalità da una famiglia di Sao Luiz.

Il lavoro è un viaggio. Lo sono i rapporti e le relazioni. Lo è quasi tutto. La mia situazione attuale me lo ricorda spesso: mischia le carte in gioco, mi contiene, mi stimola e mi fa usare al meglio il tempo che ho per coltivare tutto ciò che amo e di cui ho bisogno. Cattura il mio interesse e mi spettina quanto basta. Mi insegna.

Ché per me me imparare, creare e allenarsi sono i verbi migliori al mondo: viaggiare li contiene tutti.

Se tornassi ad avere 20 anni

11902452_10153689598830209_8188847774047519338_nSe tornassi ad avere meno di 20 anni ma con la testa di oggi, smetterei di sentirmi vecchia e accoglierei ogni aspetto con leggerezza.

Non mi preoccuperei del futuro né del passato; non starei tesa a capire se ciò che scelgo sia davvero giusto. Mi sentirei bella e oserei – oh se oserei -: uscirei vestita corta, scollata e colorata come se io fossi la primavera. Non starei con un ragazzo per 4 anni, forse nemmeno per 4 mesi. Mi farei i capelli viola come tanto avrei voluto fare durante il liceo (e alla fine ho provato tutti i colori dal biondo al mogano senza mai approdare al mio preferito).

Proverei a essere eccentrica o a seguire qualche moda in modo ostinato. Mi farei i rasta lunghi. Cercherei di smussare e alleggerire le paure, proprio come le sto aggirando ora (non tutte).

Sarei meno seria. Studierei meno, molto meno! Studierei meglio, in termini di qualità. Sceglierei di nuovo il liceo classico. Eviterei la scuola come luogo totalizzante e non mi giudicherei più per i voti che prendo. Invece che passare su libri e versioni i miei pomeriggi dalle 14 fino alla sera all’ora di cena, avendone anche per dopo, mi applicherei su ciò che si può imparare a fare: mi fermerei a quel corso di teatro anche se tornare a casa da Como era una rottura; imparerei fotografia, tennis o farei un corso di arti marziali. Vagherei di attività in attività in cerca dell’entusiasmo totalizzante: perché il liceo dura solo 5 anni mentre la passione può stare con noi per tutta la vita.

Se tornassi indietro con la testa di oggi non ascolterei – o ascolterei meno – i miei genitori. Mi distaccherei con garbo e fermezza come dovrebbero fare più o meno tutti – o quasi – quando si percepisce che un suggerimento o una guida non rappresentano ciò che si è ma ciò che sono loro. Sbaglierei per il gusto di farlo, rischierei di più. Mi ascolterei. Litigherei di meno.

Oggi, dopo 1000 mt di dislivello in montagna, ho detto a una ragazza di 25 anni che a volte i genitori non vanno ascoltati. Mi ha chiesto di viaggi.

Io a 25 anni ero convinta che fosse troppo difficile e che non sarei mai stata capace di organizzare un viaggio da sola poiché non sapevo organizzare cose ben più semplici! Queste – però – come non essere adatta all’ambulanza perché svenivo a fare un prelievo – sono condanne o giudizi che trasmettiamo agli altri e che gli altri ci appiccicano addosso: chi inizia per primo non saprei dirlo, so che succede. Uno svenimento diventa: non sei in grado di andare in ambulanza. Un po’ di sbadataggine diventa: non sapersi organizzare.

Questa ragazza, dicevo, la sentivo insicura, incerta: non sa cosa fare d’estate perché le sue amiche sono tutte fidanzate. Vai, le dico! Anche in Europa va bene! Lei avrebbe voluto andare in Israele con l’Università per un lavoro su Masada (studia ingegneria) ma sua madre ha detto no perché è pericoloso. Ero affranta per lei che oltretutto non può disobbedire: “fino a quando pagano i miei…”

Se tornassi alle medie ascolterei i Take That per uniformarmi, anche se mi facevano schifo. Ascolterei anche musica davvero figa, se avessi il modo di conoscerla. Se tornassi alle medie cercherei di non farmi dire dalla prof di matematica che introversione significa non avere grinta: perché ne avevo e ne ho da vendere, solo che non si vede(va). Se tornassi alle medie canterei ancora di più e più forte sopra alle canzonette per indispettire mio padre; e se tornassi alle elementari farei altrettanto con le sigle dei cartoni. Farei stupidate, riderei per scemate, salterei di più sul divano, starei ad annoiarmi senza sensi di colpa.

Se tornassi indietro mi scapicollerei lungo le discese; eviterei di fare la brava bambina; manderei a fanculo il pianoforte (che ora mi è in odio ed è un peccato) ben prima di arrivare ai sei anni di tortura e romperei le palle con insistenza per continuare danza o per iniziare yoga (la primissima lezione da bambina me la ricordo ancora: mi era piaciuta da matti).

Se tornassi indietro con la testa che ho ora sarei ostinata, arrabbiata e durissima, a volte cinica, molto fragile e spesso in ansia, sarei curiosa ed entusiasta, sognatrice (ma lo ero già), sarei un’intransigente femminista. Ma non sarei io. Sarei un’altra bambina. Un’altra adolescente. Sarei una donna con altre strade e altre cose da capire.

Sarei diversa, ora.

Cosa ci manca?

P_20170416_102420_1Dicono che ormai il sessismo sia ovunque.

Qualsiasi cosa è sessismo: si sbuffa, si alzano gli occhi al cielo, si pensa al politicamente corretto come a un nemico. La realtà è che tutto è sessismo perché ci siamo immersi fino al collo. Ci sono battaglie ormai dimenticate e sepolte perché siamo convinte che le conquiste femminili del passato siano sufficienti. Ora siamo alla pari. In fondo, cosa ci manca? Possiamo laurearci, lavorare, siamo sessualmente più libere delle nostre nonne, ci spostiamo come vogliamo e diciamo la nostra nelle occasioni in cui vogliamo farlo. Siamo anche in politica e occupiamo ampi settori della società. Si dice che possiamo diventare ciò che vogliamo: dall’astronauta alla fashion blogger. Possiamo fare soldi o non farli; fare figli o non farli; sposarci o non sposarci.

Cosa ci manca?

Ci mancano sicurezza, menefreghismo, oggettività e imparzialità.

Abbiamo in abbondanza commenti saccenti, accuse, osservazioni e dubbi. Sanguiniamo per lotte interne, per lotte contro una visione della donna ancora lontana da quella paritaria ed equanime. Femminismo non significa dare qualcosa in più alle donne, né essere contro l’uomo: significa pretendere di essere considerati allo stesso modo senza che quello che si ha tra le gambe influenzi il giudizio, le opportunità, le scelte. Uguali nelle rispettive diversità, insite nel fatto stesso di essere individui diversi.

Sì, ci sono differenze anatomiche e fisiologiche legate a ormoni, utero, ovaie e testicoli.

Fine. That’s it.

Il resto è tutto individuale. Oppure sociale: mode, convenzioni, abitudini. Il rosa è stato un colore maschile, gli uomini portavano parrucche e tacchi e chissà quanto ancora cambieranno le preferenze tra i due sessi in fatto di mode. Cosa sia da donna e cosa sia da uomo lo decide la società nel corso del tempo, non la biologia. Per non parlare dei ruoli. Esistono ancora convinzioni sui ruoli talmente profonde e diffuse da non essere nemmeno viste. Parlo delle sottigliezze presenti ancora nel linguaggio, nei giochi per bambini, nelle frasi di circostanza. Nella sicurezza che molti uomini incapaci ostentano, nel classico atteggiamento dominante sul lavoro, nelle discussioni, nella coppia.

Mi è capitato di sentire raccontare di una donna che lavora e studia. Si sta laureando in Economia e Commercio, ha 28 anni e dice: “è difficile conciliare tutto, soprattutto perché ho anche un marito. Io alla sera mi mangerei anche solo un panino per poi mettermi a studiare, ma a lui non posso mica dare un panino, no? Gliela devo preparare una fettina di carne o un piatto di pasta”. E ancora peggio sentire: “ha un marito che… insomma: gli va fatto da mangiare, devi lavarlo, dargli i vestiti puliti e stirati…”: era chiaramente un’esagerazione, soprattutto sul “lavarlo” utilizzato per indicare probabilmente la pulizia della casa e la cura complessiva del suddetto marito. Ero raggelata. Ha un marito o un cane? È la moglie o la colf? Poi sento parlare di un medico che non tollera la posizione di responsabilità lavorativa della consorte, perché gli impedisce di stare tranquillo e di portare avanti il suo lavoro di prestigio. Perché ecco: se la bimba piange e tu donna hai la reperibilità io non posso di certo rinunciare al mio riposo notturno. Ho il mio lavoro. Chiaro.

In queste settimane ho visto donne sentirsi inferiori. Ho letto articoli in cui si ribadiva l’eccezionalità di una donna che in USA è riuscita a fare un lavoro “da uomo”, in un ambito come l’ingegneria nucleare che è maschile: concetto ripetuto nel pezzo più e più volte in chiave di emancipazione – forse – ma con il velo triste della consapevolezza che ci siano ancora ambiti maschili. Ho sentito commenti dispregiativi per gonne corte, sessualità disinibita, bellezza sfoggiata. Sono andata a correre con i legging, una mattina alle sei. Mi sono sentita osservata e commentata da due netturbini. Non so cosa si siano detti: ho solo provato disagio. Di primo acchito pensavo al mio culone, alla ciccia da smaltire, al fatto che anche con il reggiseno sportivo si vede che ho un seno importante. In realtà qualsiasi fossero le loro battute, ho deciso di non uscire più a correre in legging esattamente per come sono stata osservata, quando invece non dovrebbe importarmi granché né del culo né di altro. Sto correndo e devo farlo in comodità. Ho fatto il loro gioco.

Per carità: a chi non sfugge qualche commento? Chi senza nemmeno saperlo non esprime un giudizio? In questo caso, tuttavia, non si tratta solo del “giudizio”, ma del giudizio legato al sesso. Una volta, un anno fa circa, ho giudicato un tizio con delle buffissime scarpe a punta. Viola. Non che fosse la prima volta che esprimevo un “parere” su un abbigliamento eccentrico ma questa volta ho esagerato e sono stata riportata alla realtà da un’amica. Voglio potermi vestire come mi pare eppure sono la prima a muovere osservazioni. Ho considerato lui ridicolo senza saperlo, quando invece mi riferivo solo ed esclusivamente a quelle scarpe che A ME non piacciono. Questo però era slegato dal suo sesso e avrebbe dovuto essere slegato anche da lui. Non che sia meno grave, intendiamoci, ma non era un commento dovuto al fatto che una donna deve essere in un certo modo e non in un altro in quanto DONNA. Il vestito da puttana, la gonna giro figa, il se l’è andata a cercare, il commento su quanti figli faccia o non faccia, se li cura lei o c’è una baby sitter, il come ti vesti e il quanto si è magri/grassi, le assenze dal lavoro o il troppo lavoro: sono tutti giudizi frequenti sulle scelte delle donne. Spesso portati avanti anche da altre donne.

L’uomo che viaggia per lavoro non è giudicato come la donna che viaggia per lavoro. Anche questa cosa della paternità spesso ancora sottotono mi manda in bestia: la piantiamo di dire “uh che bravo” a ogni uomo che cambia un pannolino, cucina, stira o fa la spesa? Si tratta solo di un uomo normale. Normalissimo e che fa il suo dovere tanto quanto la donna. Odio le pubblicità dei prodotti per la casa o quelle nelle quali la mamma è una sorta di figura mitologica che si deve fare in quattro. Odio gli articoli dei “femminili” che parlano di cosa dire a un uomo o non dire per non turbarlo, poverino.

La smettiamo di dire che se un parcheggio è uscito male di sicuro al volante c’è una donna?

La smettiamo di tarpare le ali alle donne? Quando ero a Santiago un uomo mi ha detto: “certo che il Cammino è il solo viaggio che potete fare voi donne, da sole”. Quando sono partita per il Brasile era un continuo raccomandarsi (e va bene), quando sono andata in Israele una donna mi ha chiesto: “non partirai da sola, vero? Io non camminerei nemmeno in Salento da sola”. Di sicuro non ha fatto a Tito (in quanto uomo) la stessa domanda. E lo so perché solo dopo una lunga conversazione, in cui mi ha spiegato il percorso, mi ha parlato di questa persona che sarebbe partita nel mio stesso periodo ma che “ama viaggiare solo, quindi non ti posso dare il suo contatto”. Ora che parto per la Tanzania ad agosto e ho deciso di provare a salire sul Kilimanjaro ne ho sentite varie: va bene conoscere problemi, rischi, effetti avversi di un’esperienza che non ho mai fatto. Va bene sapere come allenarsi. Va bene capire la fattibilità. Va bene tutto. Non va bene sentirsi dire a priori “non ce la farai mai”. C’entra con l’essere donna? Sì. Perché alcune frasi simili a un uomo – ne sono certa ma non riesco ad argomentarlo – non verrebbero mai dette. Sono stata a camminare con un uomo a giugno dell’anno scorso. 90 km da Serravalle a Genova in due giorni. Al termine, per ringraziarmi della compagnia e credendo di fare una cosa gradita, ha scritto: bravissima a Eleonora che mi è stata dietro! Sono stata ferma e decisa nella mia risposta e ho chiesto di cambiare quella frase messa su Fb.  A un uomo lo avrebbe mai detto? Lo avrebbe scritto così anche se lui fosse stato più lento? Quando qualcuno dice “donna con le palle” o esalta/sminuisce una donna in ciò che fa, lo sta facendo in quanto donna o in quanto persona? Si direbbero le stesse frasi a un uomo?

La parità non c’è nel momento in cui una donna si sentirà sempre giudicata come donna. Sempre inferiore e insicura per ciò che fa a meno che non sia perfetta. Oppure esaltata perché per una donna…

Non saremo pari, non saremo libere fino a che ci sarà un giudizio molto forte su cosa ci piace, chi siamo e cosa vogliamo e possiamo fare.

Manca la sicurezza nelle nostre potenzialità e il coraggio dell’imperfezione. Le nostre capacità sono sminuite, svalorizzate, accantonate senza rendercene conto. Abbiamo spesso paura di dire stupidaggini perché temiamo il giudizio. Lo noto spesso quando un uomo dice stronzate sul lavoro eppure prevale su una donna, quando in modo bonario la zittisce, quando ci sono le battutine sull’automobile, il calcio, la politica: che sembrano piccolezze ma influenzano la percezione di sé. Quando una donna deve averla data per… (ottenere un lavoro?). Quando non si critica la scelta di un uomo di stare con una bella donna, ma una donna che sceglie un uomo per il suo denaro è messa alla gogna. Perché?  La donna che guarda uno spogliarello maschile è disdicevole, che fa sesso per gioco, che si masturba, che va sui siti porno, che usa sex toys. Dall’altro lato abbiamo la gonna alla caviglia, la donna quella riservata e pudica: anche quella non va bene. Sempre un giudizio, elenchi su come dovremmo essere o comportarci, a cosa e come dovremmo pensare, quale fisico avere, quali abiti indossare, quali scelte compiere per essere conformi al nostro sesso.

Lo so che questo discorso è scoordinato e disordinato. So che è un ammasso di percezioni. Ma ne ho viste e sentite molte questa settimana ed è un peccato anche per gli uomini. Non è una lotta contro di loro, perché anche loro subiscono le rispettive discriminazioni legate alla virilità. Mi rattristo pensando al loro rapporto con le lacrime, con la vergogna e con la debolezza.

Ho sentito la necessità di esternare il mio femminismo. Un femminismo che vuol dire: poter essere ciò che vogliamo. Tutto ciò che vogliamo con i mezzi che abbiamo, con leggerezza, errori, intelligenza, inventiva e creatività. Con una gonna cortissima, una scollatura profonda, un maglione a collo alto e un paio di pantaloni della tuta. Con 4 figli o nessuno. Con un marito o 10 amanti. Con obiettivi solo nostri che ci illuminano gli occhi.

Elle sul lettino

CIMG1758Elle è uno di quei film che mi piacciono. Che finissi a parlarne sul lettino dell’estetista e che le due percezioni fossero così differenti non lo avrei proprio immaginato. Ero uscita dal cinema con una fredda e lucida calma, dopo una domenica pigra e fallimentare.

Il film – a quanto sembrava – mi aveva fatto bene: proprio come la giornata trascorsa con me stessa tra poche azioni semplici, anche se alcune mal riuscite (ho corso solo 25 minuti e non ho saputo rinvasare bene l’orchidea). Non possedevo l’entusiasmo di Revenant né l’energia di Il diritto di contare. Non ero muta come per Manchester by the sea né sognante e innamorata sulle note di La La Land.  Ero calma: ero la lama di un rasoio o una superficie metallica.  Convinta di aver capito ma con un irrisolto addosso.

Poi lunedì sera sono andata da lei, come tutti i lunedì. Non la vedo in volto mentre parlo, come càpita da tre anni e mezzo. Si aggrappa al film che io cito con noncuranza, come semplice orpello al fluire del discorso. Mi chiede, incalza, penetra: scopro che ero rimasta sulla superficie, appoggiata come un insetto su uno strato acquoso, sottile e color metallo.

Io cito l’ambiguità, il gioco sottile e incomprensibile, la sospensione. L’attrice è meravigliosa: sarebbe perfetta, se esistesse la perfezione. La dottoressa mi parla dell’ambiente in cui lavora Michèle, la protagonista del film.  Mi dice qualcosa su quel rimando del videogame, quel rimpallo sulla violenza continua e quella sua freddezza: come se non le fosse mai accaduto niente. Io sottolineo la nudità e la verità di un grottesco per me così terribilmente umano! Ho avuto la sensazione di una piazza della vergogna senza vergogna; di qualcosa che succede e che finalmente si dice.

Una donna che scopa con il marito dell’amica; una donna che si masturba; una donna che va con uno molto più giovane; una madre ridicola alla quale non vorremmo assomigliare; una donna gelosa per puro orgoglio ma indifferente all’ex-marito; una donna innamorata di dio; un uomo che tradisce; una donna che desidera un’altra donna; un uomo succube; una donna aggressiva; una coppia che si inganna; due amiche che condividono. Siamo tutti, noi.

Poi c’è l’eccesso. La violenza esasperata fino al limite del sopportabile. Il padre che uccide bambini; lei che subisce violenza e reagisce da automa; l’amante che le chiede sesso dopo la violenza e la scena fredda e disturbante di un cestino per la carta straccia; lo stuzzicadenti nell’involtino della compagna dell’ex; il troppo in poche persone attorno a un tavolo. Quella donna non la salvo nemmeno per un istante. O meglio: non l’ho mai condannata per un solo minuto del film. A me lei piace. Alla mia analista no.

Ma andiamo con ordine.  Per la mia interlocutrice questa donna è disturbata – se ho colto bene il suo discorso – travolta da eventi che l’hanno resa vittima e carnefice. Non prova piacere: nessuno. Non ha mai un’emozione, non c’è affetto. Il figlio è il risultato di questa lacuna ed è per questo che si fa un po’ fregare da Josie, da un figlio palesemente non suo, da una donna che lo insulta. Il riscatto finale – per la mia analista – avviene proprio grazie all’intervento di questo figlio: ci sono uno stemperarsi, uno sciogliersi finali. Lei si ammorbidisce e aiuta l’ex marito, accoglie la nuora e il nipote non suo, rivolge una parola d’attenzione alla vicina di casa e sembra voler iniziare una nuova vita con l’amica.

Sì, tutto questo c’è. Non l’ho visto perché ero intenta a pensare ad altro. A pensare che tra Michèle e il figlio preferisco Michèle: quel ragazzo insipido mi turba. La scena in cui lui viene umiliato durante la dispersione delle ceneri di sua nonna è per me più insopportabile di altre scene violente del film. Lei per me è bella, anzi bellissima. Fiera, fisico perfetto, disinibita, determinata, decisa, precisa, elegante, impeccabile. Fredda. Come la lama di un coltello. Asettica da dare fastidio. È come il rumore del gessetto alla lavagna. Ha una sua perfezione inattaccabile, che non si scompone. Mi ritrovo in alcune sensazioni profonde tanto che non riesco a vederla come il personaggio negativo, da redimere o salvare (eppure io sono così diversa, così opposta!). Per me lei gioca in modo consapevole e metodico: cerco di capire quanto sia vero lo stupro, mi convinco che forse non lo è mai stato. Sono certa che alla fine Michèle ha usato la strategia della manipolatrice in modo che fosse suo figlio a uccidere l’aggressore e vicino di casa Patrick (ed è qui che mi viene chiesto: allora lei non la salva nemmeno alla fine? Io non ho nessuno da condannare!).

Michèle alla fine non si redime perché per me non ha nulla da farsi perdonare se non un’abilità eccessiva. Patrick prima di morire chiede perché, mentre sua moglie dice a Michèle: “lei gli ha dato ciò di cui aveva bisogno, per un po’”, lasciando intendere il non lecito.

Mente alla polizia, ancora.

Prima dell’ultimo delitto decide di dire la verità agli altri. Mi ricorda quella sincerità ruvida mia e di Mariangela: se non ho voglia di vedere un’amica lo dico, se Mariangela deve mangiare e non vuole gente tra i piedi lo dice. Così tante volte ho detto ciò che pensavo come se non avessi filtro: per me è stata una conquista di anni di analisi su me stessa e su quella paura delle reazioni altrui, della perdita, dell’abbandono. Quel compiacere che per fortuna ho debellato.

L’argomento si chiude, parliamo d’altro, ma non facciamo che ripetere quanto sia strano avere due visioni così diverse. Elle sul lettino, tra analista e paziente.

 

Una tastiera nuova

P_20170328_190333_1Sacchetto, scatoletta dello yogurt, residui di passato di verdure su un contenitore di plastica: controllo ogni superficie. Ribalto il sacco nero più volte. Ci sono gli scarti, gli odori penetranti e acidi dei batteri, il profumo chimico della plastica nera, calze rotte. Dalla vicina sale il profumo di qualcosa di fritto o unto. Di ragù, forse.
Le mie mani continuano a rovistare.

Mi alzo, cammino e guardo sotto divano e poltrona. Afferro la scopa e provo stanare quello che sto cercando e che la mia vista, a quanto pare, non riesce a scovare. Ho perso o buttato una micro USB per mouse e tastiera Wifi.

Tutto è iniziato domenica sera quando afferrando in malo modo la tazza di caffè d’orzo, ormai lì da un po’ di ore, ho innaffiato la tastiera del portatile. Non ho pensato alle conseguenze: ho asciugato con un tovagliolo di carta, riposto la tazza nel lavandino e sussurrato un “merda”. Dopo poche parole ho capito che qualcosa si era guastato.
Prima è stata la “c” ad abbandonarmi. Pigiavo e pigiavo. Niente da fare. Ho sollevato il tasto per staccarlo dalla tastiera, ho pulito, asciugato e rimesso a posto ogni cosa: anche i pezzettini bianchi a incastro ché quelli è un attimo a perderli o a romperli.
Poi sono state le “a” a diventare zoom e le “t” che hanno aperto comandi e finestre mai viste. Infine, senza che io toccassi alcunché, sono iniziate le sequenze automatiche di “w” o di “0”.
Spento e riacceso, ho infine controllato se Aranzulla avesse scritto qualcosa su tastiere possedute o impazzite. Niente.
Il pc era appena stato riparato: avevo cambiato la tastiera perché si era rotto lo spazio. L’ho tenuto insieme con lo scotch colorato per giorni, prima di decidermi a cambiare tutto, qualche mese fa.

Bene. Siamo di nuovo daccapo e ora c’è il rischio che salti il pc. Quando qualcuno mi ha fatto notare la gravità della faccenda, sono corsa a salvare 5-anni-da-freelance&viaggi su un disco esterno. Nel frattempo cercavo di non stare in ansia per il lavoro, quello che devo fare da casa dopo l’ufficio. Quello che a volte non-ne-posso-davvero-più ma che devo, e che prima mi piaceva e mi piace ancora adesso. Solo che farlo non come freelance ma da dipendente – sono le stesse cose ma più potenti perché vedo tutto il processo – riempie gli spazi e lascia solo la stanchezza come rimasuglio; lascia la voglia di muoversi, correre, sudare, ridere e fare anziché starsene seduti al pc.  Non dimentichiamo che è pure primavera con quella roba di colori, ormoni, risvegli e respiri.

Questa domenica ho iniziato a lavorare dopo chilometri passati a correre e a camminare. Ho iniziato dopo un pigro perdere tempo: non abbastanza in fretta da evitare il calo di endorfine né da finire prima che la tazza si rovesciasse. Che poi le endorfine, quando precipitano così violentemente, lasciano quella sensazione di ubriacatura triste che – unita all’impotenza per il computer – mi ha spinta diritta a dormire. “Lunedì comprerò un computer al volo”, mi sono detta. Poi è diventato: “Comprerò una tastiera, ma martedì”.

Così martedì quella tastiera mi ha regalato una passeggiata in centro a Milano, alle 19 con l’ora legale. E non andavo spedita di corsa: osservavo i turisti, le macchine della polizia, le palme, la Mondadori, la Rinascente, un cinema con la fila fuori e un giaciglio improvvisato a terra, i cavalletti per osservare la luce sul Duomo, la pazienza per cogliere l’attimo accanto al selfie veloce, le coppie che si baciano, chi vende qualcosa, chi chiede qualcosa, il solito che fa i ritratti e quello che suona. Le puzze, il pomodoro e il formaggio dei panzerotti di Luini, l’odore di fritto, di pizza, di caffè, di sudore e di uomo profumato, di Lush, di dolciastro, di finto, di chiuso, di secco. Il sole che acceca e mi costringe a spostarmi.

Ho trovato un Trony nel sottopassaggio della metro, in San Babila, che così da Duomo me la sono fatta tutta a piedi anche al ritorno, con la tastiera in mano. Ho chiamato qualche fiorista che avrebbe chiuso alle 21 per sapere se avevano il terriccio per Orchidee. Non lo avevano. Sono tornata a casa che era tardi e avevo una fame eccessiva. Ho mangiato in fretta con quella gestualità poco accorta, veloce e imprecisa di chi deve fare troppe cose e ha davvero tantissima fame o gli scappa la pipì e non riesce proprio a staccarsi da ciò che deve fare. Ho aperto la tastiera mentre avevo qualcosa in cucina che… non ricordo bene se stavo ancora cenando in piedi o se stavo preparando, scaldando. Forse era l’acqua per la tisana. Quindi, dicevo, apro la scatola di corsa e butto tutto ciò che impiccia. Mi metto lì, con mouse, tastiera e pc. Le pile? Dove sono le pile? Nel cartone finito nel sacco. Ripesco.
Poi, dai che forse funziona, ma… ma dov’è? Manca la micro!

Ritorno davanti al pc con le sue due tastiere inservibili. Faccio un movimento sgraziato – che novità – e colpisco il mouse. Chiudo gli occhi cercando di non sentirmi del tutto stupida. Lo raccolgo da terra: sembra integro ma mi sposto poco più in là perché manca una pila. Sì, è uscita la, la…la micro! Mi chino a raccogliere e inizio a ridere. Accanto alla pila c’era la micro che se ne stava ben tranquilla alloggiata nel mouse. Sono andata a dormire dopo aver scoperto che la tastiera nuova funzionava e che ogni cosa era al suo posto.

Mancano solo un orologio da muro e il rinvaso dell’orchidea, mancano i vestiti impilati da mettere nell’armadio e quelli ancora da piegare per bene (ché io non stiro). E con tutto quello che avrei potuto e voluto scrivere con la mia nuova tastiera, cosa faccio? Racconto un episodio cretino che inizia mentre sto rovistando nella spazzatura.

Atto di fiducia

CIMG4943Stamattina mi sono svegliata con un paio di pensieri e ho scelto te – non me ne volere – per esternarli. Ne ho bisogno per fare ordine nella mia mente caotica. Non mi basta scriverli: li devo condividere. Non sono sfoghi. Sono piccoli atti di fiducia.

Sarà egoistico versare questi contenuti nelle orecchie e nella mente di qualcuno? Sì, lo è. Non ho scusanti né giustificazioni. Quindi fai quel che devi: leggi, butta, non rispondere, rispondi, criticami. Poi io mi sentirò attaccata e risponderò e il cerchio senza chiusura si chiuderà con due persone che non possono essere l’una la testa dell’altra. Sono atti di fiducia. Niente di più e niente di meno.

Dicevo: un paio di pensieri. Il viaggio è ciò che mi tiene viva. Lo so bene che è un palliativo. È una cura temporanea che agisce sul presente e sull’attesa. Nel presente significa preparare, stravolgere e organizzare. Sognare, anche. Avere un obiettivo e muoversi con quella sensazione di caramella che frizza in bocca. Lavora sull’attesa perché mi permette di sapere che ci sono inizio e fine. Inizio e fine di un contratto, inizio e fine del viaggio, inizio del ritorno. Io adoro gli inizi e le conclusioni. Inizio-Fine. Se so che ci sono i capi, gli estremi, le parti che contengono, io mi sento in pace. Altrimenti tutto quel per sempre mi distrugge. L’infinito lo amo solo nei paesaggi, nel mare, nei laghi che si credono mari, nelle aperture degli orizzonti e nella Piazza Unità d’Italia di Trieste.

Ogni viaggio è stato un insegnamento. Il Brasile è stato: lasciare andare . La Transiberiana è stato: stare e accettare. Israele: fallire e scoprire l’improvvisazione (e quanto siano belli i piani B).  Il viaggio di quest’anno ha iniziato i suoi insegnamenti attraverso la preparazione. Io, ora, devo imparare a dipendere.

Odio dipendere. Esistono due dipendenze: quella negativa, nella quale credo che nessuno voglia stare. Dalle droghe agli abusi, passando per i rapporti dipendenti in modo malsano ma assolutamente normali. La dipendenza positiva è invece quella dei rapporti sani, costitutivi della nostra stessa natura umana. Questi rapporti sono il nostro mondo e la nostra vita. Io, nel dubbio, evito molta parte – non tutta, sarei al manicomio – della dipendenza buona.

Stavolta, avendo scelto di salire sul Kilimangiaro, ho bisogno di un allenatore. Non posso allenarmi da sola perché non so come fare. Ho bisogno di un altro essere umano. Non è solo tosto perché devo vincere questa idiosincrasia ma anche doloroso perché si fa strada la sensazione di non esistere, per gli altri. Qualcuno deve dirmi: “ok, andiamo. Mi ci metto io, Ti porto io in montagna”.

Perché dovrebbe farlo? Perché dovrebbe prendersi questo incomodo? Chi sono io se non quella che rompe, disturba, parla a sproposito. Serpeggia in me quella necessità molto umana che io cerco di nascondere perché tanto non mi dà retta nessuno: il bisogno di sentirsi non dico amati, almeno considerati. Ho in testa Million Dollar Baby e tutte le volte che avrei voluto un allenatore nella vita, in cui avrei avuto bisogno di un maestro con quello sguardo lì su di me e invece niente. Ho imparato a farne a meno e non ho ottenuto grandi risultati.

Ho poi pensato che se riuscissi ad avere questa determinazione anche nella vita quotidiana e non solo nei viaggi, forse ora sarei capace di fare qualcosa di utile e bello e di farlo bene. A prescindere dal fatto che non ti piace come scrivo (dimenticalo, per un attimo), se avessi messo lo stesso impegno nel trasformare i miei viaggi in parole, forse avrei combinato qualcosa di buono. Ho investito nella scrittura la maggior parte degli anni post laurea. E ora?

Poi leggo chi scrive davvero bene. Ma davvero bene. Chi sa usare e dosare capacità tecniche ed empatia, chi sa trasmettere, chi lo fa con maestria ed eleganza. Chi sa inventare. Io non so inventare. Non so costruire storie dal nulla. So raccogliere ciò che esiste e so mettere in ordine parole. Guardo e osservo chi vive. Forse più di me. Chi si sposa e fa figli (che non voglio, ma mi chiedo: dove si trova il tempo anche per quello?), chi è pure bellissima, chi è anche in carriera in altri settori e ha passioni e talenti che non si contano. Mi arriva forte l’odore di quella roba brutta: dicono che si chiami invidia.

Ho pensato a quanto io sia incline ad aspettare, sebbene sprovvista di pazienza. Ciò che aspetto non arriva mai o arriva in ritardo o arriva qualcosa che non vorrei, come non lo vorrei. L’accettazione salva, placa, tranquillizza e fa scoprire la bellezza dove meno si pensa di trovarla. Mi peserà non eccellere in questa vita. Mi peserà non avere un talento o non sapere quale sia. Mi peserà perché non riesco a fingere che non mi importi. Mi pesa avere questo maledetto vizio di scavare tante buche poco profonde anziché poche molto profonde (non è mia, è una citazione yogica): è faticoso fermarsi e stare, l’ho imparato in viaggio. Lo so fare per cose semplici e piccole ma non per le passioni, le capacità e le azioni complesse. Tu sai scavare buche profonde: ti ammiro per questo.

Grazie e buona giornata,
E.