Percorso e arrivo

metamorphosis-228720_1920“La maggior parte delle persone vive come se la vita fosse un arrivo”. Non è l’inizio, ma la conclusione di un discorso fatto di poche battute precise e determinate. Perché nella teoria siamo tutti bravi.

La meta ci deve essere, chiaro, ma la vita è percorso: altrimenti quando ci si ferma un istante a riflettere si sprofonda. Ciò che non abbiamo prevale a tal punto da gettarci nella disperazione. Perché in ogni istante ci sarà sempre un tutto che non abbiamo. Un niente che ci appartiene. Possiamo rigirarla in ogni modo, ma riusciremo sempre a scovare la mancanza o il fallimento: amore, lavoro, casa, interessi… E per fortuna! Significa che siamo sempre nel percorso, dentro questa ruota. Ottenuti alcuni risultati, ecco che le carte si mescolano e la partita ricomincia. Quella casa in affitto non è più una conquista, la forza di stare sola può vacillare, il lavoro ha sete di stimoli come se fossimo nel deserto. Arrivare vuol dire anche ricominciare oppure morire.

Eppure viviamo tutti come se l’arrivo fosse più importante di ciascun passo. Sì, sono ripetitiva con queste metafore da pellegrina, eppure, benché sembra una teoria consolidata – senza escludere quanto sia fondamentale avere una meta – la gente, come dice chi mi ha scritto, vive nell’arrivo.

Quanto mi è ora chiaro lo spreco di energie per un voto e per un pezzo di carta e non per imparare, per essere felice mentre scoprivo, studiavo, sapevo. Quanto mi illumina e mi rasserena sapere di aver bisogno di rimettermi in moto, di cambiare e procedere continuamente. So che a un nuovo cambiamento, a un nuovo obiettivo, ci sarà quella sensazione dolorosa di non avere. Non essere. E so che andrà solo affrontata come qualsiasi metamorfosi, come qualsiasi parto, come qualsiasi rinascita.

Si ricomincia, si procede, si indietreggia, a volte si distrugge e si ricostruisce, perché la vita e la felicità non sono mai – o non solo – un arrivo. L’arrivo può essere anche triste e malinconico, deludente o rabbioso, può voler dire perdere qualcuno, o qualcosa.

Per me invece la felicità è una risata prorompente, una routine piacevole, un inizio e una fine e ciò che vi è in mezzo, una sfida, un desiderio, un giorno qualsiasi, un momento preciso, un bacio, l’inatteso, la sorpresa, il rovescio della medaglia, i doni, la bellezza, il movimento, il crepitio e i rumori in una carrozza di un regionale veloce. La felicità sono pagine scritte, l’arte, la sapienza, i limiti umani e chi li supera, le lacrime di una madre, un volto stanco e anziano, un occhio luminoso, lo sguardo d’amore di un padre, le scelte di un figlio. La vita è il momento del percorso nel quale siamo. Qualsiasi esso sia. Rinascita, ricaduta, dolore o gioia, novità o insofferenza. Con quello che abbiamo e con ciò che manca.

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Rabbia

background-84678_1280Salii su un convoglio senza aria condizionata. Il caldo era insopportabile e malsano, quasi da attacco d’ansia e svenimento. Un’atmosfera solida e soffocante, qualche viaggiatore seduto. Mi chiesi come potessero resistere, lì, sopportando con grazia. Non era solo calore: era mancanza di ossigeno, di respiro. Mi mossi in avanti, camminando decisa, e venni ripagata da alcune carrozze fresche.

L’indomani mi capitò qualcosa di molto simile: non sul treno del ritorno – dopo un’intera giornata di sole e caldo – ma al mattino. C’erano trenta gradi da poco tempo e un pizzico di aria riusciva a fuoriuscire da qualche apertura. Mi accomodai senza pensarci, il sole mi batteva addosso con prepotenza. A Rogoredo mi spostai, per migliorare lievemente la mia condizione.

«Ci pensai tutto il giorno a questo atteggiamento, sai?»

La mia estetista mi ascoltò attenta. Stavo per affrontare un trattamento rilassante, prima delle ferie. Non l’avrei vista per più di un mese e mancava solo un massaggio per lasciare un ricordo positivo del suo passaggio.

In altre circostanze della vita, quando il caldo si rivelò insopportabile, mi diressi subito più avanti, incurante delle altre persone, di chi – chissà perché – stava lì. Non mi posi alcuna domanda e non diedi per scontato che lungo tutto il treno mancasse l’aria. Non mi fermai in laboratorio, in università, perché quel senso di inadeguatezza mi colse subito. Non mi lasciai vincolare dalle altre persone, né dall’idea che quel treno sarebbe stato tutto così, identico a sé stesso.

Mi accomodai inizialmente in un altro contesto simile, ma dal calore sopportabile: un’azienda farmaceutica mi fece crescere e scaldò le mie consapevolezze per due anni . Non mi spostai da sola con la grinta che ora possiedo, ma ciò che doveva scegliermi, mi scelse.

Oggi il tepore è così lieve e guantato che per schiodarmi dal mio sedile mi ci vorrebbe molta più riflessione, coraggio. Forse rabbia? Con chi dovrei arrabbiarmi e per cosa?

Antonia mi guardò perplessa, le mani unte di olio trafissero la mia schiena. «Stai scegliendo?» mi chiese lei, senza esitare.

«Non percepisco scelte, purtroppo – le risposi -. I posti in treno sono quelli, non ne trovo di migliori. Ma sono furiosa e non so perché. Ho una vita bellissima, ma dentro qualcosa rumoreggia, si gonfia, si riempie di acque scure».

Lei tacque a lungo per darmi tregua. I confini erano incerti e confusi. Veniva prima l’insoddisfazione o la rabbia? E le scelte – inesistenti o incapaci a compiersi – erano causa o conseguenza?

«Mi sento come se ogni mio sforzo verso un vagone migliore fosse vanificato, come se ci fosse qualcosa lì, pronto a venire. Un orgasmo che non si compie, una novità che non emerge, che si nasconde, o troppo piccola per generare stupore».

Ho una fame da placare, una costante ricerca. Ma di cosa vorrei nutrirmi? Riempio quello stomaco fittizio con lo sport, esagerando e facendomi male. In passato non sceglievo per paura del non-scelto, per non chiudermi e indirizzarmi. Restavo alla superficie delle cose: facevo, smettevo, abbandonavo, ritornavo, mi tuffavo e risalivo immediatamente.

«Nei miei viaggi – dissi all’estetista, quasi per giustificarmi – non sono bulimica. Li scelgo con cura, uno per ciascun anno. Preparazione, itinerario e ritorno diventano un rito delicato. Li medito, li studio, li plasmo da sola. E con il Brasile ho anche abbandonato quella parte arraffona, insaziabile, che non sa scegliere e vuole ingurgitare tutto il possibile. No, questa volta mi dedico a poche tappe, fatte con cura. Questa volta vince lo stare sull’andare. Il rimanere per assaporare».

«Bene, ma dimmi… concentrati su ciò che non collima. Lascia perdere per un attimo questo bel risultato nei viaggi o il rischio calcolato che hai compiuto sul lavoro poco tempo fa… dimmi invece, cosa non collima con te? Con chi sei arrabbiata e cosa cerchi?»

Ma sì, Antonia, lo sai, vero? Forse sono la mia ambizione e l’incapacità di accettare un treno tiepido, senza vagoni migliori?  Vorrei solo poter sfruttare ogni micro potenzialità che ho a disposizione per dare un senso a me stessa. Non voglio che il mio dato di realtà sia questo scalino lavorativo, non voglio che sia proprio questo dato di realtà a scontrarsi con i miei desideri facendoli capitolare. Va bene avere a che fare con altre impotenze, dal Brasile alla casa, fino addirittura all’amore. Ma non voglio che questa sia la massima ambizione professionale alla quale io possa aspirare. Non mi interessa più l’orizzonte aperto, né le molteplici possibilità del non-scegliere. Ora desidero scegliere, ora voglio e devo vincolarmi alle mie capacità.

Eppure, eppure c’è altro… non sapere cosa mi indispone. Sai quando ti sfugge qualcosa,  e non è nemmeno sulla punta della lingua? È sconosciuto, ma c’è.

Antonia non aspettò le mie risposte confuse: «Riposa, prenditi questo viaggio per fare ciò che sai fare: liberare e riordinare la mente. Saprai scegliere, saprai capire e sciogliere la rabbia»,  disse strofinandomi le tempie e il cuoio capelluto.

Io mi misi a giocare con l’anello, senza pensare, ero solo un po’ più triste, più nervosa. Ultreya, ossia “vai avanti”, è la parola incisa sopra quel cerchio. Ne ho sognato uno identico, ma sporco, rovinato, ammaccato. Quanto dovrò ammaccarmi e sporcarmi prima di riunire i pezzi e andare avanti?

L’inatteso

CIMG8052Mi ero preparata a un giorno senza ansia. Mi sono svegliata quasi in ferie, con la sensazione di essermi riappropriata di otto ore, non più in vendita. Questo venerdì è mio, mi sono detta. Ho iniziato da ciò che è più importante, seguendo il consiglio di Marina, che ha stravolto la prospettiva classica.

Incanalata nella mentalità che sia il dovere ad avere la precedenza, non mi sono mai posta il problema di cosa sarebbe accaduto invertendo i ruoli. O meglio, cambiando le etichette: “piacere” e “dovere” con “importanza”. L’importanza apre un nuovo cunicolo: importante per sentirmi bene, per guadagnare, per avere la mente serena, per sentirmi appagata, per sorridere, per provare piacere. Da dove inizio?

Inizio a leggere qualche pagina, scrivo un post per il blog, porto avanti un compito di scrittura. Poi passo al lavoro: qualche notizia, riletture, correzioni. Con calma e consapevolezza. E mi accorgo di una cosa. Quando scrivo per lavoro non passo il tempo a pensare di dover e voler finire, fino a che poi finalmente scriverò qualcosa per me stessa. L’ho fatto prima. E l’ho fatto davvero. Altrimenti diventa una rincorsa a qualcosa che non farò mai. O quasi mai. Perché i lavori remunerati avranno sempre la precedenza (come è giusto che sia) e si accumuleranno all’infinito, e ci sarà sempre un nuovo lavoro che mi fa comodo.

Ti fa comodo perché asseconda una tua paura. Quindi procrastini, ritardi, posticipi. Sai che non verrà mai quel momento tutto tuo. Perché dopo i lavori remunerati ci saranno la casa, le commissioni, due passi a piedi, lo sport, gli amici, la telefonata, le chiacchiere con tua madre.

Ciò che ho provato si chiama rilassatezza, ma anche senso di riconquista. Un passo dopo l’altro, ciascuno spontaneo e naturale, senza la sensazione di dire “dai che ho quasi finito, dai, dai che è tardi…”. Mi evito anche una buona dose di palleggi tra lavoro, social e rete, tipici della scarsa concentrazione.

Ma le sorprese, venerdì, non erano ancora finite. Esco per due passi semplici in centro, dopo pranzo. Al ritorno incontro una donna con la conchiglia del Cammino appesa allo zaino. Non è la prima volta che accade, ma questa volta è accanto a me, non sto andando al lavoro di corsa, non è troppo tardi quando vedo il simbolo. La fermo, le mostro il mio braccialetto pieno di frecce gialle e in un attimo si chiacchiera. Con uno sforzo rispolvero l’inglese, dall’ingranaggio lento perché non lo uso mai. Lei parla mischiando italiano, spagnolo e francese. Poi si assesta sull’inglese.

Mi sento a metà strada tra il Cammino e la vita reale, demarcata. Come se uno specchio mi attraversasse lungo il piano sagittale: per metà respiro quell’atmosfera, per metà sono nella città in cui vivo. Mary è partita da Monaco. Ha fatto Innsbruck, Brennero, Verona, Piacenza, Pavia, sopra a una bicicletta in cui c’è più della sua casa. Cerca Cammini non convenzionali e vive in Francia, vicino a Bayonne. La guardo con due occhi che brillano, le racconto delle mie esperienze e si inizia a parlare, proprio come sul Cammino. Si parla davvero. Si è veri. Si parla di sé stessi, di cose semplici, del vero e dell’azione, della riflessione. Niente di pesante o esistenziale. Ma ci si guarda negli occhi. L’accompagno da Gigi, per farsi aggiustare un pezzo della bicicletta e decido di aspettarla, per poi andare insieme a Santa Maria in Betlem dove troverà un alloggio.

Qui prevale il mio lato quotidiano, ossia la consapevolezza di poterla ospitare, ma di non saper gestire quella visita inattesa, nelle mie abitudini. Le offro un cappuccino e le dico il vero – ancora una volta – per fare ammenda del mio comportamento poco pellegrino. Lei è così felice: vuole farmi capire che sì, va bene anche così. Non devi dimostrare nulla, Eleonora.

Mary mi chiede se farò un altro Cammino, quest’estate. Il Brasile sembra così piccino (nonostante il mio sincero entusiasmo) di fronte alla potenza di quell’esperienza, che per un attimo esito, poi spiego, precisando di voler fare la via de La Plata l’anno prossimo. Lei, invece, mi fa sentire su un percorso. Lei, che ha vissuto sei anni in Brasile, mi suggerisce, mi racconta, mi galvanizza.

Sorrido pensando che sia il tipico regalo del Cammino (è la terza persona che incontro e conosco in poco tempo che ha vissuto in Brasile, insieme a Gabriella e a una ragazza del corso di yoga con il fidanzato brasiliano). Là, in quella terra, Mary ha fatto la bibliotecaria per il German Center… (non ricordo bene). Mi racconta di aver iniziato a scrivere un diario dall’età di 12 anni e di non aver più smesso – o quasi – e scrive, scrive sempre. Sono emozionata, penso a Gyongyi, e Pavia si trasforma in una città del Cammino, io sono qui e là allo stesso tempo.

Nessuna chiacchiera vuota – quanto le detesto! Pur apprezzando le risate e i momenti frivoli – nessuna leziosità, finta gentilezza, bellezza artificiosa. Due donne che si incontrano, si mescolano e ripartono. Un contatto su un foglietto è ciò che rimane. E da lì poi…

Cara Mariangela

bob-dylan-63158_1280Cara Mariangela,

è da tanto che non ti scrivo e ultimamente ho saltato anche qualche sabato. Tu resti sempre nei miei pensieri e il bene che ti voglio è immenso. Mi hai aiutato tanto da quando mi sono trasferita a Pavia e ti ho conosciuta. Credo di poter dire che sei la mia migliore amica in questa città (insieme a Silvia, te la presenterò). Mi hai capita, ascoltata e hai saputo trasmettermi la tua passione, il tuo amore per la vita, la tua saggezza. Ricordo i momenti in cui entravo in Istituto un po’ triste o ansiosa o piena di dubbi e paure. Bastava stare con te, chiacchierare e ridere per uscire da lì rinata. Ogni cosa diventa più chiara e nitida se ne parlo con te. Hai un potere e una capacità enorme: quella di capire le persone. E noi ci capiamo perché siamo così simili, vero? Abbiamo le stesse passioni e la stessa visione della vita. Non sappiamo accontentarci e siamo testarde nel raggiungere i nostri obiettivi. Mi piace quando mi parli della tua giovinezza, del tuo ballare… ti si illuminano gli occhi stupendi che hai. Anche nei momenti in cui la tua mente si adombra di ricordi tristi, non perdi quella forza e quella vitalità incredibili. I tuoi ricordi di vita mi mostrano un percorso e mi fanno avere fede: fede nella vita, nelle sue bellezze e nei suoi colpi bassi, nei suoi regali e nelle sconfitte. Mi fai aprire gli occhi sul percorso, mi riporti al mio cammino.

Vorrei tanto parlare ore con te, mi è piaciuto avere consigli sugli uomini e  capire insieme a te che quelli poco decisi non vanno bene. A volte mi sento così maschile, forte e indipendente che penso di non riuscire a trovare un uomo che sappia come prendermi. E ho paura della mia fragilità. Della me delicata, leggera e schiva. Sul lavoro, il mio sogno preme forte: vorrei scrivere di narrativa. Il giornalismo è solo una parte di ciò che amo fare, e il mio lavoro attuale comprende anche molti compromessi. Penso di avere esaurito la pazienza e che i compromessi ora siano troppi. A volte mi sento entusiasta e combattiva, come se potessi davvero fare tutto; altre volte mi scontro con la realtà, con la paura e con il fatto che – in fondo – non sono capace di mettermi lì e pensare a un racconto. Scrivo solo pensieri miei, spesso brevi, sulla mia vita. Ma ci sto provando, con ogni mezzo, a sbocciare, a diventare ciò che sono, a rendere grazie al dono favoloso della vita, a non sprecarlo: non nel senso di fare di tutto e provare tutto, ma nel senso di capire ciò che è davvero importante per la nostra realizzazione e per lasciare questo mondo con serenità, quando sarà il momento.

Grazie per tutto ciò che mi insegni, perché sono sempre più ricca, luminosa e bella quando ti vedo. E più felice.

Ti voglio bene

 

*tutte le altre lettere a senso unico sono personali, ma ho voluto condividere questa, per ringraziarla davvero e di cuore.

Pieno e vuoto

full-moon-415501_1280Silvia non mangia, quasi mai. Sta per passarsi un filo di trucco, si guarda allo specchietto retrovisore mentre il semaforo le concede una pausa, ma desiste. Cambierebbe qualcosa con quel velo di lucidalabbra? Mentre osserva le sue occhiaie e le sopracciglia da rifare, qualcuno inizia a suonare il clacson. Deve riprendere la marcia, sebbene la sua pigrizia la vorrebbe solo a letto tra la penombra e le lenzuola profumate. Silvia ha portato i figli a scuola, ha concluso quell’affare per conto del marito e solo verso le undici riesce a immergersi nel suo lavoro di venditrice porta a porta per casalinghe oppresse e in via di estinzione. Vende alcuni utensili da cucina, vende facilità e tempo libero, sperimenta ricette e intanto nasconde qualche conato. Oggi ha una riunione dimostrativa da Susanna, una cinquantenne che pensa ai nipoti avuti troppo presto. «L’albume a neve, di solito funziona», pensa tra sé e sé. Ripassa mentalmente la lezione e soddisfatta conteggia i pasti di quei due giorni: nessuno. Sorride e pensa di dover andare a correre per quel rotolino sul fianco ossuto e teso, ma può concedersi un caffè al prossimo bar. Eccolo, un altro urto di vomito, solo al pensiero di qualcosa di commestibile. La temperatura è lieve, la giornata promette bellezza, tra colori sgargianti e quel senso di lentezza appagante. Silvia indossa più strati l’uno sull’altro e si porta il bavero del cappotto grigiastro sempre più stretto verso collo e mento. Nasconde per un attimo quelle sue labbra violacee, ma alla fine, scoprendosi, ordina il caffè con voce decisa. I capelli radi sono appiccicati al volto in un taglio corto, con le basette sottili bene in evidenza. La sua magrezza è preponderante e offusca qualsiasi altro suo dettaglio, è una fisicità silenziosa e nessuno – né amici, né genitori, né tantomeno suo marito – ne ha mai pronunciato il nome. Finito il caffè, ci ripensa: in bagno estrae dalla borsa una pochette argentata, si mette con cura un velo di fondotinta, copre le occhiaie, accentua lo sguardo con il mascara e infine si passa quel lucidalabbra rosso. Ora può montare gli albumi con Susanna.

In quella casa entra con calma, appoggia il cappotto e cammina lungo un corridoio stretto da farci passare solo una persona e lungo pochi passi fino al soggiorno. La padrona di casa l’abbraccia con affetto, pur sentendola rigida, e la fa accomodare in una piccola cucina essenziale, con mobili da poco e senza personalità. «Ti presento le ospiti per la dimostrazione: Mariachiara, Lucia e Linda» scandisce bene le parole, con quel senso di appiccicaticcio tipico di questi momenti. Un altro urto di vomito: Mariachiara è enorme. Le pieghe della pancia non si possono contare, ogni suo lato è morbido e curvo, sferico. Il doppio mento crea la sensazione che vi sia un unico blocco di untuosità. Si guardano a lungo e di sfuggita: rimangono con lo sguardo l’una sull’altra per il solo breve momento delle presentazioni, ma ciascuna registra alcuni particolari dell’altra.

Silvia inizia a spiegare con cura ogni singolo strumento da cucina presente nella sua valigetta. Ricorda un po’ la versione femminile delle cassette degli attrezzi ricolme di cacciaviti, viti, martelli, tenaglie, cesoie. Lo stomaco si contrae un po’, ma Silvia è abituata a quei movimenti e apprezza fino alla soddisfazione quel suo organo vuoto. Fuori è piena di vita, dentro è vuota. Mariachiara invece vuole riempire la sua inquietudine. Assaggia con cupidigia tutto ciò che c’è da assaggiare, persino l’albume montato a neve, e più lo fa e più ha fame. Mentre degusta pianifica ogni passo che la separa dal menù del fast food, ha già deciso cosa comprare, sente il grasso colare sulla lingua, la salsa piccante e saporita farsi strada nell’esofago, le patatine sotto i denti che rilasciano il loro gusto di frittura e olio vecchio. Poi torna in quella cucina, accanto alle sue amiche, il cui abito scivola addosso senza fatica, e il senso di colpa le fa aggiungere mentalmente un gelato con caramello e cioccolato. Sarebbe stata male anche quella notte, da sola in quella casa avrebbe chiamato la guardia medica. E l’indomani avrebbe oziato a letto tutto il giorno, senza vestiti da mettersi. Silvia la vede addentare la crostata con lo stesso fare di una donna che bacia per la prima volta uno sconosciuto attraente, e dice: «Pensi che sia cotta al punto giusto? L’ho preparata a casa in poco tempo, non so, magari ho sbagliato qualcosa …». Mariachiara alza lo sguardo lasciando la mano a metà strada tra il piatto e la bocca, senza cedere, solo ritardando l’ingoio con suo enorme disappunto. «Credo sia perfetta, Silvia, sei stata bravissima … assaggia tu, se credi». La provocazione non funziona, Silvia alza una mano come per scacciare qualcosa di fastidioso e si rivolge a Linda per definire l’acquisto, soddisfatta della sua nuova cliente. Dopo i soliti saluti di circostanza, mentre si sta dirigendo alla sua auto, si sente afferrare per il cappotto grigio: è Mariachiara. La testa inclinata, le labbra dischiuse e quegli occhi che non nascondono la consapevolezza dei loro problemi. La massa del corpo non trova forma in vestiti sformati, stretti e costretti, come se indossando jeans e magliette di un tempo potesse far sparire sé stessa. «Andiamo a prenderci un caffè, che ne dici»? Silvia non parla, sale il conato all’idea di sedersi in una tavola calda di fronte a una sudicia ingozzatrice incallita, ma senza dire una parola, quasi come se la verbosità dovesse rispecchiare la parsimonia dell’introito calorico, apre la portiera a Mariachiara e guida fino al primo bar. La sua nuova amica racconta a Silvia della sua piccola libreria di paese, «sai, sembra quella di quel film famoso … ti ricordi? Io ho cura di ogni particolare, ogni libro. È sempre stata la mia passione, leggere. E che fatica realizzare questo obiettivo, ero proprio senza esperienza. Però, ecco, se avessi dei figli sarebbe difficile, mentre un uomo a volte mi tornerebbe utile, ma, oh, no ecco, sono gelosa della mia solitudine… ». Il monologo continua a lungo, inframmezzato da risatine isteriche e segni di interpunzione netti, per dare agio a Silvia di entrare nel discorso, senza successo. Alla tavola calda ogni gesto è controllato, da ambo le parti. Un cucchiaino che mescola la schiuma del cappuccino con lo zucchero, una mano che si porta alla bocca un biscotto. Nessun eccesso: Silvia sorbisce il suo latte caldo, Mariachiara parla con una mano sulla sua tazzina. Quando si salutano hanno paura, perché sanno che a casa tutto cambia. Silvia si rifiuta di cenare e cerca di levarsi di dosso tutta quella fisicità prorompente. Mariachiara a casa, da sola, apre tutte la antine della dispensa, inizia da una manciata di cereali, poi prende del prosciutto, noccioline, crackers, cioccolatini, biscotti, piselli cotti dalla sera prima, un pezzo di formaggio … no, no, si accorge di desiderare solo dolciumi. Si tuffa in quei cereali al cioccolato, dannazione, in casa non aveva nulla. Mangia frutta secca, biscotti, merendine, cioccolatini, e ricomincia daccapo. Poi si decide per il salato e ancora ingoia senza masticare, veloce, con brama, senza vedersi, senza saperlo. Lei non sta mangiando. Lo stomaco è dolorante, lei è sporca ovunque: sulle mani che arraffano e sulla bocca che maledice quel cibo. Si vergogna e butta tutto nella spazzatura quando vede qualcuno. Si vergogna, ma finché in pubblico riesce a controllarsi, lei può considerarsi pura e candida. Poi guarda il suo viso pieno e soffre. Ora però c’è Silvia, sì, Silvia. La chiama subito, le dice di andare da lei: «Silvia, scusa, sento che è come se conoscessimo da sempre. Ti prego, vieni da me». Nessuna risposta, Silvia riaggancia ed esce. Da Mariachiara si trova una scena pietosa, ma dal sapore noto: una donna immersa nel suo vuoto e nello strumento scelto per saziarlo. «Tu stai chiedendo di vivere. Con tutta la forza che possiedi». Poche parole, secche, ma guardandosi negli occhi, decidono di aiutarsi, di essere l’una per l’altra l’estremo che porta all’equilibrio. Improvvisano ciò che sarà, ciò che le coinvolgerà in un lungo e doloroso cammino per rinascere: all’inizio per nutrirsi con il cibo e poi per nutrirsi più in profondità. Silvia si sarebbe trasferita da Mariachiara, con quell’odore di famiglia, quei rumori di convivenza. Silvia avrebbe staccato da una famiglia incompresa e Mariachiara avrebbe riempito quella solitudine liquida. Mangeranno insieme, una di fronte all’altra, e sceglieranno gli alimenti più nutrienti e simbolici, più nobili e semplici. Avvicineranno le posate con lentezza alle loro labbra, sentendo i sapori, parlando, ridendo: quelle verdure che esploderanno di luce, quella pasta preparata con affetto. Silvia mangerà, anche se a stento, Mariachiara resisterà. Fino a quando, un giorno lontano, fatto di tanti giorni di fatiche e litigi, le due donne non avranno più bisogno di pensarci e abbracciandosi ritroveranno una loro dimensione.

Flussi di pensieri o coscienza sparsa

stones-167089_1280Il ritorno è sempre caos. Che sia per un mese, nove giorni o un anno. Credo sia più determinante e incisiva l’intensità dell’esperienza. L’inaspettato o l’inatteso, ciò che non è stato previsto. Alice direbbe che la sua mente sembra seguire questa strada. Prevede una reazione, la studia, la esamina, la sminuzza in parti piccole e certe. Non ha dubbi. Alice sa di voler tornare a casa, di avere le gambe stanche e impazienti di muoversi a un altro ritmo, sa di essere lieta di assaporare le vecchie abitudini. Si sente in pace Alice, all’idea di tornare. Quel viaggio tanto più perfetto quanto più è circolare: desiderio ardente di partire, gioia all’idea di atterrare di nuovo tra amici, lavoro e appuntamenti prestabiliti. Pochi giorni a casa, e già qualcosa delle sue previsioni le sfugge. Si sente sollevata all’idea che quel Cammino le manchi di nuovo e che partirebbe ancora senza esitazione. Per qualche istante, in quei nove giorni, aveva temuto di aver rovinato una perfezione, la bellezza intatta del suo viaggio estivo. È disorientata, Alice, perché quel tornare le sembra insipido, nonostante quei due passi di danza, la sua amica di 89 anni e la felicità per le piccole cose, un teatro, una risata, il risveglio.  Quelle piccole felicità che l’hanno tenuta allerta, vigile, senza rammarico. Accarezza quella sensazione piacevole, ogni volta che ripete agli altri – provandolo davvero – che il Cammino ti riporta alla vita.

Si sente ridondante, piena, sente un’inattesa felicità per aver scampato il pericolo di aver sprecato un’occasione, credendo di tornare dicendo che no,questa volta non era stato perfetto, non c’era stata alcuna magia, questa volta non aveva funzionato. Ma dopo questo primo sentore di previsioni errate, ecco, a cascata arrivano tutti gli altri sentimenti per una portentosa adunata. Cosa vorranno? Si chiede Alice strabuzzando gli occhi. È stata assente solo per nove giorni, in cui la fatica per qualsiasi cosa è stata la Regina di Cuori del suo estraniarsi. E invece sono lì: una leggera ansia per il lavoro, percepita come il senso di vuoto che provi sulle giostre, nervoso verso sé stessa, insoddisfazione, mancanza, assenza, e poi vita e pienezza e turbamento. Tutto insieme. Bella e tristemente sciupata, confusa, felice, luminosa, melanconica, strana. Pausa. Risale lentamente ogni sensazione, ciascuna le appare con un sonoro “pof”, per poi andarsene dopo una sosta più o meno lunga. Ripensa a tutto e ringrazia: la fatica è la chiave. La salita è la nuova conquista. Il primo Cammino le ha detto “goditelo”, con tutti quei “Buen Camino” che uscivano dalle bocche e dai muri. Il primo Cammino le ha detto tante cose, ma Alice pensa a quell’eccitazione per il percorso, la terra, il muscolo, il km. Alla bellezza del tragitto e alla rabbia dell’arrivo – inattesa, inaspettata. Mai Alice avrebbe pensato di provare rabbia arrivata a Santiago. Mai Alice avrebbe pensato di doversi arrendere a un arrivo diverso, dopo 800 km, bloccata da qualcosa di unico, mai avrebbe immaginato, nemmeno il giorno precedente, che il pianto sarebbe arrivato in Cattedrale, durante la messa, un misto amaro di profonda angoscia, tristezza, ira, rimpianto. Mai avrebbe pensato di arrivare alla fine del mondo, di considerarlo il suo arrivo e di essere serena e appagata, là. Sull’Oceano, con la conchiglia perfetta tra le mani e un senso di protezione e sicurezza mai sperimentato prima.

Il secondo Cammino, invece, le ha detto “vai avanti, vai più in là, vai oltre”, grazie al nuovo saluto – Ultreya – emerso solo ora qui e là e reso tangibile e concreto da un anello. Alice lo porta sempre con sé, con tutti i simboli del Cammino e quell’augurio che le serve proprio ora che si sente ferma, ora che vorrebbe trasformarsi, e si accontenta di esternarlo con nuovi capelli e idee da mettere sulla pelle. Ma non basta: Alice ha sempre detto di non amare gli anelli, non ne ha mai avuto uno, se non da bambina, o quella fedina della sua prima cotta. Eppure, quando ha visto quello del Cammino, non ha avuto dubbi. Era perfetto. Il Viaggio dei “mai” disattesi o dei “mai più” detti e ritrattati. Dopo la perfezione, dopo che ogni cosa ha seguito fluidamente il passo di Alice, ecco la dissonanza, la difficoltà di accettare, pur nella necessità di doverlo fare. Alice sapeva di dover lasciare andare senza essere passiva, ma giocando di equilibrio e di fatica. Sente l’urgenza di novità e cambiamenti premere allo stomaco, ora che è a casa. Si sente seduta su un ingranaggio pronto a sbloccarsi, ma ancora gracchiante e immobile. Alice, per ora, è nel suo paese.

Una cantilena di mai

10819589_10153065294665209_139836670_oUna serie di MAI ripetuti come una cantilena. Questo Cammino è stato una sorta di elastico che si tende e si rilascia, si contrae e rilassandosi ammorbidisce i MAI, quelli non detti, quelli urlati, quelli anche solo pensati o scritti. Solo 250 km da Ferrol a Santiago, continuando per Muxia e Finisterre. Sembrava una allegra scampagnata per chi – solo quattro mesi prima – aveva appena percorso i 900 km del Cammino francese. Eppure non è stato semplice, e tutti i MAI che mi hanno accompagnato ancora rimbombano nella mia testa, quasi volessi pentirmi di averli esplicitati. Mai più d’inverno, ché d’inverno il freddo ghiaccia il sudore e la condensa si deposita ovunque, d’inverno lo zaino – quella casa che ti porti appresso per tutti i giorni di cammino – è per forza più pesante. Mai più nella stagione in cui l’abbigliamento rende i movimenti impacciati, e ogni cosa acquista un volume e una consistenza importante, pesante. Togli quando sudi, metti quando il gelo ti coglie d’improvviso. Maglietta termica, pile, giacca, scaldacollo, fascia – che assorbe il sudore, allontana i capelli e copre le orecchie – guanti, che ogni tanto uno si smarriva chissà dove. Togli, metti, sfila, fermati, fatti aiutare. E intanto lo zaino si gonfia oppure ti gonfi tu. Mai più un Cammino corto, ché nella brevità non riesci nemmeno ad avere il tempo di liberarti delle sovrastrutture mentali, quelle abitudini radicate che giacciono lì senza che nessuno lo sappia: la preoccupazione inutile, la fissa per un dettaglio, il giudizio, la paura, l’ansia da prestazione. Mai più così corto, perché coincide con veloce, o almeno così ti sembra, e allora vai come un mulo con la testa china, macinando passi e km con il tuo solo corpo, lasciando la mente senza il nutrimento di cui ha bisogno. Che tu vada veloce o lentamente, hai sempre quella percezione di affanno, quella dell’arrivo che conta. Mai più quando il freddo rende la meta poco morbida, trasformandola in qualcosa di spigoloso e arcigno, contro cui lottare ancora e ancora. La doccia gelata, il bagno esterno, un paesino sperduto, i riscaldamenti spenti o poco accesi, una logorroica hospitalera che ti fa sentire ubriaco. «Mai si trova riposo per la mente», sembra dire al tuo corpo già stanco ogni giorno di Cammino. Mai più senza allenamento, pensavo io, come se fosse questa la sola motivazione che rendeva duro il percorso. Mai più in gruppo – ah quante volte l’ho pensato, detto e ripetuto – perché moltiplica le fatiche invece di dividerle, per l’assenza di scelta, per l’organizzazione lenta, per le partenze e le rincorse, per quella mente poco libera di andare. Quattro persone, divenute cinque camminando, mi hanno protetta, sostenuta, aiutata, mi hanno fatto sorridere e ridere, hanno condiviso. La mia allergia al gruppo c’è ancora, da perfetta egoista solitaria che ama far da sé. Ma la sera, quando si rideva a cena, o quando si improvvisavano balletti tra la brina e il freddo mattutino, quando qualcuno ti metteva a posto la borraccia o ti aspettava o condivideva la sua vita negli aspetti più dolorosi, proprio allora mi scioglievo e volevo dare. Allora si manifestava in me un lampo di comprensione, destinato a sparire alla prossima costrizione. E di nuovo ancora un «mai più» faceva capolino, guastandomi, perché non c’era abbastanza tempo per accettare. Scegliere, muoversi, fare, ma accettare. In tutto questo andare è necessario accettare, anche i mai più, anche le resistenze, il muscolo che tira, il dolore fisico e mentale, le diversità, anche le scelte naturali che facciamo senza compierle o che compiamo senza farle realmente. È necessario cedere e andare oltre il limite. E ora, a casa, tutto quello a cui ho detto «mai più» manca, perché corrisponde a ciò che più mi ha permesso di imparare: l’inverno, la durezza, il freddo, la brevità del cammino e i miei cinque compagni di viaggio. I mai e i sempre – i mai più e i per sempre – servono solo per contraddirci ed essere incoerenti.