Prima o poi

bird-806215_1280Prima o poi. L’ho detto tante volte e lo penso così spesso.

Quel prima o poi per il lavoro, l’amore, la casa… Un “prima o poi” che si trascina: meno pazienza possiedo più  alla sottoscritta non accade alcunché che sia all’improvviso. È un costruire con lentezza, dando vita a ossessioni, attese, illusioni. Un costruire che si porta appresso una valanga di sentimenti negativi e scorie di produzione. Un lentissimo e sofferto raggiungimento dell’apice, che però non arriva.

E allora ripenso e interiorizzo il Cammino, quella sensazione di percorso; ascolto Mariangela; penso a chi a 40-50 anni e oltre si rimette in gioco o ancora cammina senza aver raggiunto la meta (una delle tante che l’uomo si pone), la smetto di fare i capricci e guardo a ciò che ottengo da ciò che subisco come necessario e inevitabile.

I progetti sono l’essenza. Ne ho? Qualcuno. Lo puntello lì, sulla bacheca in sughero, con una puntina colorata… facciamo rossa, sì. Sono progetti imprecisi e imperfetti, dai contorni sfumati. Niente binari, treni, rotaie. Ma ultimamente sempre lei – la mia cara estetista – mi ha aiutato a mettere ordine.

Prima o poi. Idee più che progetti sull’uscio di casa. E intanto vai avanti, no? Come viene, come puoi. Senza pensarci troppo. Ti fai scivolare addosso qualcosa, l’inaspettato e l’improvviso non sempre sai coglierli.

Prima o poi. Lo ringrazi e lo coccoli. Perché non sempre è un rimandare, non sempre è un essere felici “solo quando”, non sempre corrisponde alla non-azione. Sembra – ma solo a prima vista e furbescamente – l’antagonista brutto, sporco e cattivo del “carpe diem”, del vivere e cogliere le opportunità del presente.

Il “prima o poi” ha per me il sapore del procedere. Lo metti lì: che sia un desiderio, una necessità, una voglia. Sai che c’è, sai che alcune scelte seguiranno quella scia. E allora sì che puoi cogliere le occasioni in funzione di un progetto, di una realizzazione o anche solo di un piccolo impegno. Vivendo il presente, ma con nel cuore quel “prima o poi” che rende vera ogni conquista. Lo sforzo, la tensione per tutto ciò che non si costruisce in un giorno.

Il “prima o poi” è ancora più bello quando assapori un tempo, un luogo, uno spazio e puoi dire “quasi ci siamo”; è definitivamente poetico quando resta indietro e lo vedi di spalle, con un sorriso da “te l’avevo detto”, mentre ti indica il desiderio che hai spuntato e messo in tasca. “Il prima o poi” può esigere anche lentezza, calma, ma sai che è lì. Basta non correre e non rovinarlo.

Il “prima o poi” ci fa le moine, ci ammalia e con quelle lusinghe ci tiene in piedi, prendendoci anche un po’ in giro, a volte. È amico della vecchiaia e del tempo che passa, ma almeno muore solo con la morte. Lo sfruttiamo, lo sciupiamo e lo usiamo a sproposito e lui lo sa quando fingiamo. Il “prima o poi” mi dà speranza, perché ne ha da vendere. A volte nel sacco dei suoi regali trovi anche le illusioni, ma tutto fa brodo, dicono. Il “prima o poi” deve sposarsi con l’azione dell’oggi, dell’ora, del qui, del presente. Ma a volte la tradisce con il domani.

I miei “prima o poi” nascono, crescono e maturano al sole dell’entusiasmo. Uso quelli veri, senza sprecarli per ciò che non sarà o potrà non essere. Quando ne affiora uno me lo studio per bene e lo educo con convinzione. Il cimitero dei “prima o poi” ne raccoglie comunque molti, altri sono esangui e affaticati, ma ne vedo sempre qualcun altro fresco e nuovo piroettare nei boschi.

 

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Buon viaggio

sign-429419_1280Buon viaggio, che sia un’andata o un ritorno
Che sia una vita o solo un giorno
Che sia per sempre o un secondo
L’incanto sarà godersi un po’ la strada
Amore mio comunque vada fai le valigie e chiudi le luci di casa…

Mara mi saluta così, con le parole di una canzone, attraverso Whatsapp. C’è chi mi chiede se sono pronta, chi si accerta che gemelli e pesci siano ben sintonizzati, google che  mi ricorda insistentemente di avere un volo alle 20.00. Alle 20.00. Ho ancora un giorno intero per chiudere lo zaino viola, i lavori, la casa, le indecisioni. Per scrivere messaggi di ansia vera o placebo che sia: sì, perché ormai per forza devo essere agitata, continuando a dirlo.

Che poi sto andando in vacanza, santo cielo!

Prendila con rilassatezza, se non vedi tutto non succede niente. Meglio la qualità. Prima lato argentino o prima quello brasiliano? Poco importa. Scopri, sperimenta, lascia andare e… come viene, viene.

L’ignoto diventerà noto come il futuro diventa presente. Quando sarai lì, nel momento esatto in cui ci sarai, chiederai come e dove prendere un treno, un bus, prenotare una stanza, varcare un confine, accedere a un parco, mangiare brasiliano, fare la turista, visitare, assaporare, bere una birra, conoscere backpacker e autoctoni, vivere le sorprese e le scoperte dell’attimo. Ricordi l’Asia? La cena con il musicista ceco che suonava l’ukuele e la serata con la donna canadese? O il passaggio in auto ricevuto da una thai che non ti mollava più?

Segui il tuo corpo. La tua mente è importante, ma sei già molto cerebrale e introspettiva! Stavolta segui il tuo corpo. Come quando cammini, come quando balli. Dai peso a ciò che ti dice il tuo corpo. Lo hai fatto sul Cammino, fallo ancora.

Lo stupore è la tua arma migliore, insieme all’entusiasmo. Ripensa alla felicità estrema in Cambogia: quando il diluvio ti ha accolto a Siem Reap dopo aver viaggiato con il sole per sei-otto ore e aver capito che ai templi saresti andata il giorno dopo. Quindi di cosa ti preoccupi? Di perdere un aereo? Temi il fastidio, l’imprevisto, la tappa che salta? Queste situazioni generano spesso più bellezza e piacere di ciò che si pensa di voler fare sfogliando una guida. E perdi solo la prenotazione dell’aereo.

Sì, ti hanno detto che è pericoloso. Non farci caso e usa la testa. La soluzione non esiste, a meno che non ti chiudi in casa. Le tue paure sono legittime, ma non ha senso stare a sondarle tutte e sono per lo più dovute al fatto che sei sola. Ma non lo sei mai davvero, ricordalo!

Ci sarà una stanchezza buona, che nulla ha a che fare con quella lavorativa o quotidiana. Non preoccuparti per le tue energie ai minimi storici: stai andando in vacanza, con il tuo adorato zaino viola e con i pensieri ridotti al minimo. Ora senti quel sottofondo che ti fa dire: ma come faccio a pensare e a ricordarmi tutto? Ecco, là non ci sarà. Ci sarete solo tu, la bellezza da scoprire, e i bisogni primari.

Ricarica le energie, perché lo sai che succede. Non aspettarti nulla: né il troppo, il sogno, le rivelazioni o il wow a tutti i costi; né il crepuscolo, la chiusura, i facili pessimismi. Il fatto – per esempio – che tu sia in anticipo e quasi perfetta con i preparativi non significa che l’inghippo ci debba essere per forza.

Quindi libertà, zaino viola, mente e corpo aperti. Sarà “solo” un altro piccolo viaggio nel tuo viaggio.

 

Anniversario

10380826_10152905239020209_6853920143649821555_oUn anno fa partivo per l’esperienza più intensa, trasformante e introspettiva della mia vita. Non sapevo che sarei arrivata a Finisterre, nei piani c’era solo Santiago, e temevo di non farcela in quei giorni a disposizione. Avevo paura del fallimento.

Un anno fa incontrai le due donne con cui ho intessuto più relazioni: Lily fino a Grañón (10 agosto) e Gyongyi, con la quale sono riuscita a condividere l’arrivo a Santiago. Ma prima ancora devo ringraziare Mara, senza la quale non avrei fatto nulla: mi ha dato l’idea. E l’idea è tutto.

Per festeggiare questo “anniversario” ho deciso di condividere alcune pagine e pezzetti del mio diario di quei primi due giorni, senza correggere o modificare nulla.

Il Cammino ti dà ciò di cui hai bisogno (e non sempre è ciò che vuoi).

 

31 luglio 2014 (partenza da Malpensa verso SJPDP)

La parte più difficile è abbandonare i propri pensieri, le aberrazioni della mente. Non riuscivo a farlo e – mentre ogni cosa sembrava precipitare – trattenevo me stessa. Non riuscivo a lasciarmi andare al Cammino.

In parole pratiche esistono quei piccoli fastidi che, quando meno te lo aspetti, creano un’ansia inspiegabile. Non riuscivo – oggi – a lasciarmi andare all’imperfezione.

La realtà del Cammino è anche la realtà dell’imperfezione. Dimenticanze: una, due, tre. Cavigliera, un paio di calzini e il marsupio. Tutto a Pavia, nella mia casa da un anno. Dove hai la testa, dove? Tutto si risolve, l’amaro resta, anche se si tratta di una sciocchezza.

Lo zaino pesa, quei 7 kg che non volevi raggiungere, ma proprio non sai cosa togliere. I pantaloni di cotone: lo sapevi che pesano, che non si asciugano mai. Non potevi investire in quelli tecnici? Il libro scelto con cura amorevole e lasciato a casa per non fare peso, il Terminal sbagliato e l’ansia di perdere l’aereo… piccoli accidenti. Solo piccoli accidenti che tirano fuori vecchie incapacità.

Il bisogno della perfezione, la voglia e la necessità di non sbagliare. I piccoli rimpianti e rimorsi qui si manifestano con poco, ma nella vita di 32 anni che ho addosso sono vari, diversi, enormi e a volte latenti.

Ebbene, arrivata a Bayonne dopo due aerei e un autobus, la mia mente si appiglia a più non posso a questi accidenti e li trasforma in paranoia e insicurezza.

L’attesa logora. Sono arrivata alle dieci e trenta e devo attendere fino alle 15.00. Un rivolo di sudore perplesso si accosta al volto. Visitiamo Bayonne, sfruttiamo ciò che c’è, pranziamo con gusto. Sfoghiamoci con chi conosce i tarli della mia mente e svuotiamo il cestino. Strizzati Ele, prima di arrivare a SJ. Liberati delle tue zavorre di perfezione e ascolta, annusa, respira, assapora, custodisci, parla, tocca, scuoti te stessa per scrollare di dosso la polvere.

Non esiste lo zaino perfetto, non esiste la vita perfetta. Chi cammina con te si porta dietro le sue esperienze più o meno pesanti, più o meno felici e tristi, dolorose, piene. In pochi momenti avrai la possibilità di riempirti di sensazioni diverse e conoscere gente che per chi resta fermo, gli ci vuole una vita!

Infine si è formato un quartetto: io, Francesco (61), Lily (Ungheria, 31) e una signora ungherese dal nome impossibile, che si occupa di aromaterapia. Ha due figli di 15 e 20 anni, a casa. Si parla inglese, a caso, ci si mescola, si condivide, ci si aspetta. A volte invece si scappa. Si cena insieme e si fanno domande. E io intanto lascio andare, lascio andare sempre più.

Mi emoziono al primo sello (timbro), mi sorprendo per l’accoglienza e mi innamoro già del primo albergue che recita di lasciare fuori lo stress. Ci sono ottomila regole e non ti pesano per nulla. Niente scarpe, doccia fino alle 23 e non alla mattina, niente bucato e niente sveglia prima delle sette. Chi le sopporterebbe, senza lasciar andare? Senza entrare in questa dimensione dove tutto concorre a farti percorrere il tuo Cammino, dove la parola libertà acquista un significato inatteso.

La mia fretta, la paura di non riuscire a fare: “sono le 17.00, devo comprare il cibo per domani, devo prendere i bastoncini, devo, devo, devo…”. Fidati, prenditi il tuo tempo. Domani non potrò partire alle 6.00. Va bene, accettalo. Accogli senza drammi.

1° Agosto 2014 (Primo giorno di Cammino, SJPDP-Roncisvalle)

Stanotte alle 3.00 ero sveglia. Pensavo ai puntini. I giorni, i fatti della nostra vita che uniamo come fossero puntini, magari dopo anni.

Il mio pensiero stanotte era più nitido dello stato mentale attuale, dopo 1200 mt di dislivello positivo, 400 negativo e 7 ore e mezza di cammino forte. Penso al filo invisibile che unisce le cose: le vite, i racconti, le trame e le storie; e il filo che è teso tra una tappa e l’altra del Cammino. Il filo è il Cammino stesso. Non trovo altra logica. E non va nemmeno cercato, semplicemente si cammina. E si arriva. Quasi con sorpresa, di sicuro con fatica.

Io durante il cammino forse non penso. Non sono un soldatino meccanico in marcia, ma se mi chiedessi: “Ele, a cosa hai pensato?” posso citare solo pochi temi: scrivere, yoga, cosa fare arrivata a Roncisvalle, il sentimento lasciato da un panorama, la confusione con le lingue, la bellezza di condividere il Cammino con la ragazza ungherese di 31 anni, la piacevolezza della pausa, di un cappuccino o un panino al prosciutto. Siamo partiti in 4, ma poi ognuno ha il suo Cammino, il suo passo, i suoi accidenti ai piedi, alle gambe, alla schiena, la sua personale quantità di sete e fame. Le sue necessità.

Il caleidoscopico mix di pellegrini altro non è se non una metafora della vita, come è chiaro, senza bisogno che lo dica io. Chi va più veloce, chi ha 7 kg, chi 14, chi preferisce avere la tenda e chi ha magliette da vendere. C’è chi si trucca, chi dice Buen Camino, chi andrà a messa stasera, chi pesa 100 kg e chi 40, chi ha gli scarponi e chi le scarpe da running…

Nonostante il Cammino sia stabilito, io sento che oggi ho scelto. Ho scelto il giorno, la compagnia – almeno tra quella a disposizione – la strada tra due opzioni, le pause, il cibo, la dose di acqua e la frequenza. Ho scelto silenzi e parole.

Posso parlare della fatica di oggi come di una scoperta scontata, della facilità con cui si può faticare se si è motivati e convinti, della bellezza di una nebbia struggente che dava quel senso di confini del mondo. Ho goduto per piccole conquiste ed ero intenta a pensare solo all’acqua, al cibo, alla strada. Un continuo fiorire di novità lungo una via sempre uguale: pecore, mucche, cavalli e distese verdi e follie di dirupi, boschi dove streghe e maghi si danno appuntamento per i loro Sabba. L’unghese (Lily) parla la mia stessa lingua: non si accontenta e abbiamo la stessa esigenza di donne autonome e indipendenti. Ognuna a modo suo.

Al rifugio Orisson un pellegrino ha lasciato una traccia nel guest book: “Quando pensi che sia finita, è proprio allora che comincia la salita. Che fantastica storia è la vita”. Ho sorriso tutta sudata, non avrei trovato parole migliori per dirlo. Non avete idea della pace e del benessere che provo camminando, anche quando vorrei solo arrivare. Non immaginate quanto sia bello e dolce il rumore della pioggia su vetro e legno di questo albergue, dopo cena, in uno stato di sonno e torpore. Tic, tic, tic come di dita che picchiettano sul palmo della mano velocemente, indice e medio, a occhi chiusi.

Sono gli spazi a fare la differenza: camerate, cene del pellegrino e la strada. Gli spazi e la consapevolezza. Viaggiamo soli, ma ancora da sola non sono mai stata nemmeno per un minuto. Viaggiamo soli come arcipelaghi, con l’altro lì, basta un Buen Camino a volte, altre qualche parola in più: un aiuto in lavanderia, una cortesia lungo la strada o la comune nazionalità o ancora il bisogno di informazioni. Sai quando vuoi parlare, sai quando vuoi stare zitto, sai quando e con chi attaccare bottone. Lily era l’ultima ragazza con la quale avrei pensato di stringere amicizia.

Santiago – i primi due giorni di Santiago – sono gli incontri casuali, ma tra i quali un po’ scegli per camminare insieme, per condividere qualcosa, che sia una cena o un semplice saluto. Sono incontri che tornano, ti perdi, ti rivedi, ti ritrovi. Ma non sai prima quanta profondità acquisterà quel legame. Dipende da te e dall’altro, da quanto si investe, da quanto ci si trova bene, da quanto si è con amici o soli. Puoi scegliere, ma è qualcosa di più. Scegli chi, come e quanto. Quanto vuoi investire di te stesso, del tuo tempo e del tuo Cammino?

Io mi torturo per un senso, io mi metto al centro, non ne esco. Ma quando cammino la mia mente si ferma, lascio parlare la mia me più semplice. Lascio che il senso sia la semplicità.

Ondamare

coast-613022_1280«Fra un po’ arriveranno qui anche gli eschimesi. Mancano solo loro in Italia, non crede, signorina?». Il caldo sul bus era insopportabile, davanti a me c’era quell’anziano dai capelli bianchi e dal volto simpatico. Rifiutò più volte le offerte di un posto a sedere, con la scusa bonaria di dover crescere. Mi fece sentire così meno in colpa per non essermi alzata quando – al culmine del pienone – il mio sguardo incrociò il suo. Salì in piazza Vittoria, lo vidi ed ero un poco distante. Tra me e lui un crocchio di ragazzine universitarie o liceali in attesa delle vacanze, alcuni giovani in abiti tipici tradivano origine non italiane. Mi soffermai sulla loro bellezza e sul loro fascino, in quel momento. Non mi alzai e ogni pensiero confermò la mia scelta: “è lontano, ci sarebbe quella tizia, lì vicino, perché non lo fa sedere lei? Sto andando a fare un’ecografia ai tendini della gamba, non ho voglia di alzarmi, fa male”.

Il policlinico era a pochi passi, ma aspettai la fermata successiva. Fu allora che l’anziano dal volto simpatico mi disse: «gli eschimesi, mancano solo loro, e poi in Italia sono arrivati tutti…». Di pietra rimasi. Così su due piedi non trovai argomentazioni politiche e sociali e ammetto la mia ignoranza su welfare e sostenibilità. Quei ragazzi dalla pelle scura nei loro bellissimi abiti erano intorno a me e io rimasi rigida e in tensione, vergognandomi come se avessi fatto uno sgarbo, un dispetto a qualcuno.

“Se è per questo l’Argentina è piena di italiani, glielo hanno mai detto? Sa quanti siamo a Londra? E poi, mi scusi, ma ha proprio scelto la persona sbagliata a cui dirlo. Sono una un po’ spirituale, sa  – badi bene non religiosa, altrimenti le darei forse ragione – e penso al mare fatto di onde – una vecchia immagine di un maestro di meditazione credo – ci sono le onde alte, larghe, basse, piccole, scurissime o di un blu profondo e quelle chiare e trasparenti. Quante onde conosce? Diverse le une dalle altre, eppure tutte fatte di acqua e tutte sono mare, formano il mare. Nascono e muoiono dal mare al mare. Bene… l’umanità è fatta di uomini. Basta con etnie, confini. Sono mentali i confini, sono politici, sono convenzionali. Servono, per carità, ma almeno quando pensiamo, quando possiamo, vediamoci e annusiamoci come esseri umani, ciascuno diverso, ciascuno bello nelle sue tradizioni. Mi affascinano le altre abitudini, i vestiti, i colori…”. Arrivai al padiglione di ortopedia. Non dissi nulla di tutto ciò. I pensieri si limitarono ad accumularsi in testa, in fila e in ordine, ma senza uscire. Non che avessi detto qualcosa di originale, ma a quel bonario anziano sarebbe bastato. A tutti quegli stranieri intorno a me sarebbe bastato per sentirsi… come? Difesi? Accolti? E invece silenzio. Non aprii bocca, nemmeno un suono, un soffio. L’apnea e la vergogna mi accompagnarono fino alla mia fermata e oltre.

«Gli faccia una bella lavata di capo… lo devo sapere io? Mi scusi, ma hanno sbagliato loro, tanto più che era mezzanotte…»

«Eh, signora, manca sempre qualcosa: che sia il codice fiscale, la diagnosi… sempre.»

Ero in coda all’accettazione, quando alla distanza di un paio di pazienti prima di me, si alzarono queste considerazioni a voce molto alta. A pronunciarle fu una donna enorme, vestita di nero, con un figlio ingessato al braccio che avrebbe potuto benissimo farsi la fila al posto della madre. Poco prima lei mi aveva fatto passare per chiedere se fosse quella l’accettazione per l’ecografia: un respiro di gentilezza, che sempre cerco. Eppure le lamentele a voce alta continuarono da più parti. Sbagli, sbagli, dita puntate, errori, accuse. Iniziai a riflettere sulla necessità di fare bene il proprio lavoro.

Anzi, no. Iniziai dapprima a pensare alle accuse, dando per scontata una sorta di tensione collettiva a “fare bene”, ma senza negare l’umanità: non solo gli sbagli per natura, ma anche il giorno no, il vicino petulante, un figlio che non dorme, la gomma bucata, il treno in ritardo, il sacchetto della spazzatura rotto sulle scale, il fidanzato che ti pianta, una notte insonne, il caldo, una pigrizia inspiegabile, il pensiero preoccupante, un bacio inaspettato, l’euforia dell’innamorarsi, quell’appuntamento odioso, i soldi, la farmacia, il corso di danza, le pulizie, la camicia, il mal di testa, la collega che parla, la porta che sbatte… e ora anche la lavata di capo. Quel donnone così gentile con me e con il figlio, non aveva in sé un altro modo per inquadrare quell’errore?

Mi voltai verso la porta di uscita, complici dei rumori, delle voci indistinte. Sentii qualcuno in camice lamentarsi per una porta aperta.

«L’ho trovata aperta… cosa sono la portinaia?»

Il battibecco si compose di poche frasi ripetute con tono acido. Cattiveria, astio, difensiva. Il volume crebbe, le giustificazioni furono pessime, l’accusa si fece piccola in confronto al rapporto colmo di rabbia e ai movimenti tra i due camici bianchi: lei ricominciò a spingere una carrozzina, lui se ne andò sbattendo quella famosa porta e mandandola a quel paese.

“Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte”. Solo questa frase mi arrivò alla mente. Rinnegare cosa?

Ogni volta che tradisco un mio pensiero, che non parlo, che dico l’opposto di ciò che sono, che ometto, che taccio, che amplifico o sminuisco, ecco che penso a questa citazione, a me cara. Ho taciuto sull’autobus rinnegando qualcosa, ma non solo: per tre volte tutti noi abbiamo rinnegato l’umanità, l’essere senziente, il non-sé. Facendoci del male, suppongo.  

Respirai a fondo dispiaciuta, ma senza giudizio, tornando a essere un “io” come gli altri e chiacchierando in attesa con un’altra paziente.

«Viganò, prego…»

L’inatteso

CIMG8052Mi ero preparata a un giorno senza ansia. Mi sono svegliata quasi in ferie, con la sensazione di essermi riappropriata di otto ore, non più in vendita. Questo venerdì è mio, mi sono detta. Ho iniziato da ciò che è più importante, seguendo il consiglio di Marina, che ha stravolto la prospettiva classica.

Incanalata nella mentalità che sia il dovere ad avere la precedenza, non mi sono mai posta il problema di cosa sarebbe accaduto invertendo i ruoli. O meglio, cambiando le etichette: “piacere” e “dovere” con “importanza”. L’importanza apre un nuovo cunicolo: importante per sentirmi bene, per guadagnare, per avere la mente serena, per sentirmi appagata, per sorridere, per provare piacere. Da dove inizio?

Inizio a leggere qualche pagina, scrivo un post per il blog, porto avanti un compito di scrittura. Poi passo al lavoro: qualche notizia, riletture, correzioni. Con calma e consapevolezza. E mi accorgo di una cosa. Quando scrivo per lavoro non passo il tempo a pensare di dover e voler finire, fino a che poi finalmente scriverò qualcosa per me stessa. L’ho fatto prima. E l’ho fatto davvero. Altrimenti diventa una rincorsa a qualcosa che non farò mai. O quasi mai. Perché i lavori remunerati avranno sempre la precedenza (come è giusto che sia) e si accumuleranno all’infinito, e ci sarà sempre un nuovo lavoro che mi fa comodo.

Ti fa comodo perché asseconda una tua paura. Quindi procrastini, ritardi, posticipi. Sai che non verrà mai quel momento tutto tuo. Perché dopo i lavori remunerati ci saranno la casa, le commissioni, due passi a piedi, lo sport, gli amici, la telefonata, le chiacchiere con tua madre.

Ciò che ho provato si chiama rilassatezza, ma anche senso di riconquista. Un passo dopo l’altro, ciascuno spontaneo e naturale, senza la sensazione di dire “dai che ho quasi finito, dai, dai che è tardi…”. Mi evito anche una buona dose di palleggi tra lavoro, social e rete, tipici della scarsa concentrazione.

Ma le sorprese, venerdì, non erano ancora finite. Esco per due passi semplici in centro, dopo pranzo. Al ritorno incontro una donna con la conchiglia del Cammino appesa allo zaino. Non è la prima volta che accade, ma questa volta è accanto a me, non sto andando al lavoro di corsa, non è troppo tardi quando vedo il simbolo. La fermo, le mostro il mio braccialetto pieno di frecce gialle e in un attimo si chiacchiera. Con uno sforzo rispolvero l’inglese, dall’ingranaggio lento perché non lo uso mai. Lei parla mischiando italiano, spagnolo e francese. Poi si assesta sull’inglese.

Mi sento a metà strada tra il Cammino e la vita reale, demarcata. Come se uno specchio mi attraversasse lungo il piano sagittale: per metà respiro quell’atmosfera, per metà sono nella città in cui vivo. Mary è partita da Monaco. Ha fatto Innsbruck, Brennero, Verona, Piacenza, Pavia, sopra a una bicicletta in cui c’è più della sua casa. Cerca Cammini non convenzionali e vive in Francia, vicino a Bayonne. La guardo con due occhi che brillano, le racconto delle mie esperienze e si inizia a parlare, proprio come sul Cammino. Si parla davvero. Si è veri. Si parla di sé stessi, di cose semplici, del vero e dell’azione, della riflessione. Niente di pesante o esistenziale. Ma ci si guarda negli occhi. L’accompagno da Gigi, per farsi aggiustare un pezzo della bicicletta e decido di aspettarla, per poi andare insieme a Santa Maria in Betlem dove troverà un alloggio.

Qui prevale il mio lato quotidiano, ossia la consapevolezza di poterla ospitare, ma di non saper gestire quella visita inattesa, nelle mie abitudini. Le offro un cappuccino e le dico il vero – ancora una volta – per fare ammenda del mio comportamento poco pellegrino. Lei è così felice: vuole farmi capire che sì, va bene anche così. Non devi dimostrare nulla, Eleonora.

Mary mi chiede se farò un altro Cammino, quest’estate. Il Brasile sembra così piccino (nonostante il mio sincero entusiasmo) di fronte alla potenza di quell’esperienza, che per un attimo esito, poi spiego, precisando di voler fare la via de La Plata l’anno prossimo. Lei, invece, mi fa sentire su un percorso. Lei, che ha vissuto sei anni in Brasile, mi suggerisce, mi racconta, mi galvanizza.

Sorrido pensando che sia il tipico regalo del Cammino (è la terza persona che incontro e conosco in poco tempo che ha vissuto in Brasile, insieme a Gabriella e a una ragazza del corso di yoga con il fidanzato brasiliano). Là, in quella terra, Mary ha fatto la bibliotecaria per il German Center… (non ricordo bene). Mi racconta di aver iniziato a scrivere un diario dall’età di 12 anni e di non aver più smesso – o quasi – e scrive, scrive sempre. Sono emozionata, penso a Gyongyi, e Pavia si trasforma in una città del Cammino, io sono qui e là allo stesso tempo.

Nessuna chiacchiera vuota – quanto le detesto! Pur apprezzando le risate e i momenti frivoli – nessuna leziosità, finta gentilezza, bellezza artificiosa. Due donne che si incontrano, si mescolano e ripartono. Un contatto su un foglietto è ciò che rimane. E da lì poi…

Tiziano Ferro

11705952_10153567263045209_1466884492_oNon piango più come una volta. Non sfrutto quella valvola di sfogo. Non mi sentivo debole, ma capace di buttare fuori ogni cosa. Certo, significava anche essere inetta nell’affrontare minuzie, sensazioni, rimproveri, insoddisfazioni. Ingombravano la mia mente e uscivano sotto forma di lacrime. E il senso di colpa innescato dalla consapevolezza di avere tutto e non sentirsi a posto acuiva un disagio, un vuoto. Però piangevo. Almeno piangevo.

Ora qualcosa si è rattrappito e cristallizzato all’altezza dello sterno, mi disse una cartomante a una festa di paese. Non una di quelle feste con le zanzare e la pelle appiccicosa, né con le giostre e lo zucchero a velo o le frittelle. Era invece dolciastra e affettuosa, sottile e delicata. La cartomante mi parlò di amore, ovviamente, e di quel sentimento che sta lì e non permette di scegliere, di dare vita a qualcosa. Preferisco rinunciare. Perché? Banale sarebbe dire che non voglio soffrire.
C’è qualcosa di più. Qualcosa che non voglio perdere e qualcosa che non voglio acquistare. Qualcosa che mi fa chiudere per difendermi. Qualcosa che mi fa dire: rinuncio, pur di lasciarmi aperto un orizzonte ampio e solo mio. Mi viene in mente Piazza Unità d’Italia a Trieste. Quell’apertura della terra verso il mare, quel tutto che si distende ed estende. Ed è così che vorrei sentirmi.
Ma paradossalmente ottengo l’esatto opposto. La mia libertà a volte mi rinchiude e mi blocca. La mia libertà non mi fa piangere. Mi ha reso dura, forte, decisa. Tante belle conquiste… e poi?

Stanotte ho assaporato parole forti, che un tempo erano pugni allo stomaco. Mi ci ritrovo tutt’ora, le pronuncio urlando in uno stadio come se fossero fisiche, come se le masticassi o le leccassi. Ma non piango, non mi commuovo. Ripercorro il passato, e spunto nella mente tutte quelle situazioni cantate e che io ho superato. Mi sento arida, fredda. Vuota. Non ho nessuno a cui dedicare desideri nascosti, né da mandare a fanculo o da dimenticare. Non desidero alcun ritorno. Tutto è nello scatolone della mia vita precedente. Non ho più la sensazione di aver perso una parte di me, perché questa si è rigenerata come la coda di una lucertola. Canto e penso a tutte quelle vittorie, e alla mia fuga da qualsiasi sentimento.

Ed eccola lì, la verità. Inutile fingere. Io non sono pronta. Non sono pronta ad abbandonare ciò che sono, la mia roccaforte di sicurezza, determinazione, risate, progetti che riguardano solo me. Una roccaforte di curiosità, passione, disciplina. La voglia di imparare, di migliorarmi su tutto, di diventare. Una me che non vuole o non sa lasciare spazi vuoti.

A capo, riga, spazio bianco.

Per dare ritmo, per respirare.

Solo camminando o correndo la mia mente trova il suo spazio bianco. E l’ho capito soprattutto in queste due settimane senza sforzi, per via di una banalissima tendinite. Non tanto per la fatica del riposo, quanto per una frase emblematica detta da un’amica: “Se non sei iperattiva nel corpo, è iperattiva la mente; e viceversa”.

Non sono pronta perché devo sciogliere ciò che si è cementato dentro, ciò che si muove e borbotta con movimenti circolari. Non riesco ad accettare un sentimento perché sento di aver bisogno di dimostrare qualcosa. Perché non voglio accontentarmi, ma non è solo questo. Voglio dimostrare a chi e cosa? Con i miei viaggi, con le mie azioni forti, con la mia sincerità a volte sboccata cosa voglio dire? Che anche se sono timida non sono una “femminuccia”? Si tratta di una sensazione di confusione tra il maschile e il femminile che sono in me? Una ribellione disordinata e spastica ad alcuni stereotipi di genere nei quali non mi trovo? O perché la mia introversione o timidezza mi fanno apparire stupida? Respiro con fastidio una tendenza alle etichette, per cui non importa più se mi va di fare una cosa, perché tanto ci sarà sempre qualcuno che mi dirà che è di moda e sono conformista in ciò che scelgo. O ci sarà qualcuno che invece mi farà sentire un’aliena per alcune banalità, o perché accetto con fatica di possedere in me alcune caratteristiche femminili.

Uno, due, tre se conto Londra, quattro con il Cammino e cinque il Brasile che ancora deve venire. Cinque. Per sentirmi forte. Perché amo viaggiare. Perché la bellezza si auto alimenta e più lo faccio e più lo voglio fare. Perché da sola scopri particolari, vivi esperienza più forti e ogni elemento non è più vacanza, ma viaggio. La soddisfazione di organizzare, di averlo creato tu. Non è tanto ciò che visiti, ma come ti muovi a fare la differenza. E i momenti di felicità sono impensabili: un giorno di diluvio in Cambogia, un aereo interno viaggiando leggera tra Hanoi e Saigon e la guida che prende vita sotto la tua matita; quegli aneddoti che continuerai a ripetere per non dimenticarli mai. Ma c’è anche quella spinta là sotto. Lo sai che c’è. Dimostrare a te stessa di essere forte. Dimostrarlo agli altri. Al sesso maschile soprattutto. Forse a quel padre che vuoi stupire sempre, che vuoi non deludere, al quale vuoi dire che non c’è solo la tua timidezza, e che quella timidezza non è così una brutta roba. Sa essere bella, la stai accettando, ma non riesci a farlo del tutto fino a che non senti che quel legame con l’uomo per eccellenza si è ricomposto. Fiducia, accettazione, orgoglio. Semplicemente amore nelle nostre incolmabili diversità. Diversità di opinione, religione, politica, pensiero, ma stessi geni quando si tratta di quelle caratteristiche di personalità che fanno sorridere.

E poi ne hai ancora da scavare per scioglierti. Ci sono le blatte da affrontare: gli aspetti oscuri di te, quelli che ti fanno schifo, ma che ci sono. Quella cattiveria che sta lì, quell’egocentrismo che non ti fa vedere l’altro, quell’invidia che va analizzata e sminuzzata. Ho letto un libro sull’introversione: “Quiet” di Susan Cain. Mi ha aperto il mondo del mio narcisismo (mi piaccio e mi amo tantissimo eppure la maggior parte delle volte non mi accetto). E mi ha permesso – tra i mille spunti – di indagare i miei moti di invidia e quindi la mia ambizione, del tutto svincolata dal classico desiderio di diventare quadro in azienda, ma molto più vicino all’idea di fare un lavoro unico, creativo, cerebrale. Ma le schifezze sono ancora più profonde. Mi troveranno, si presenteranno. E le accetterò queste blatte.

Qualche notte fa ho sognato uno sconosciuto nel gesto di presentarsi e subito dopo un uomo che mi soffoca e si lamenta dei miei atteggiamenti ondeggianti, liberi e prepotenti. Ecco. La summa delle mie relazioni: amo il corteggiamento, la lusinga, il riempire alcuni vuoti, la parola piena di contenuto, ma è indispensabile che tutto ciò non ecceda la misura per non vedermi fuggire nella mia amata solitudine. E – forse – sto anche accettando di conoscere ciò che di me è sepolto.

Devi anche fare sì che nessuno si possa sentire in diritto di dirti che devi essere più o meno qualcosa. Non parlo di non accettare critiche costruttive. Sono convinta che serva circondarsi di Maestri.
Parlo invece di quella tendenza che hanno con te alcune persone. Dirti che prendi un gelato troppo calorico (quando hai appena fatto 30 km a piedi), dirti che dovresti parlare in pubblico, guidare l’auto, trovarti un uomo, essere più magra, più femminile, meno spacca coglioni, più socievole, lavorare di più, essere meno chiusa, più – meno – più – meno – più – meno – più – meno e sei sfinita. Perché non vai mai bene. Sei tu la più critica con te stessa e questo rende critici gli altri verso di te. Forse sei tu che – senza saperlo – dai questa autorizzazione? Tu permetti che ti dicano di mangiare di più o di meno, di ballare di più o di meno? Da dove inizia tutto ciò? Da dentro o da fuori? Dove sta la tua debolezza e perché ti ammazzi per colmarla? Quei viaggi per dimostrare che sei forte sono dentro di te. Vuoi urlarlo che sai stare sola, che sei capace di fare “tutto”. E sai bene che non è vero. E sai bene che nessuno ti vorrà meno bene per questo. O ti stimerà e ammirerà di meno.

Alla fine del concerto hai capito che quel nodo, quel grumo sta ancora lì. Ora lo sai. Sai che sei felice fuori e che lo sei dentro, ma solo per tre quarti. “Dopo un lungo inverno accettammo l’amore…”.
Non sono ancora pronta, ma amerò di nuovo, senza vergogna e senza paura. E sarà come quell’abbraccio che mi ha fatto piangere e sciogliere. Quello del fidanzato di un’amica, quello del perdono per uno schiaffo, quello che ha riportato la pace in tempo di lutto. Un abbraccio potente dal quale sono sgorgate lacrime liberatorie. Quel concetto di libertà cambierà, ti cambierà e non sarai mai più schiava di te stessa.

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C’è chi ha detto tutto ciò meglio di me:

Scivoli di nuovo
Conti ferito le cose che non sono andate come volevi
temendo sempre e solo di apparire peggiore
di ciò che sai realmente di essere.
Conti precisi per ricordare quanti sguardi hai evitato
e quante le parole che non hai pronunciato
per non rischiare di deludere.
La casa, l’intera giornata,
il viaggio che hai fatto per sentirti più sicuro
più vicino a te stesso,
ma non basta, non basta mai.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

Torni a sentire
gli spigoli di quel coraggio mancato
che rendono in un attimo
il tuo sguardo più basso
e i tuoi pensieri invisibili
torni a contare i giorni
che sapevi non ti sanno aspettare
hai chiuso troppe porte
per poterle riaprire
devi abbracciare
ciò che non hai più
La casa, i vestiti, la festa
ed il tuo sorriso trattenuto e dopo esploso
per volerti meno male,
ma non basta, non basta mai

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

E non vuoi nessun errore
però vuoi vivere
perché chi non vive lascia
il segno del più grande errore.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.
Che chiudo un po’.
Che chiudi…

E ancora …

L’Olimpiade
Casco e non mi arrendo
Riderai vincendo
E saprai che ciò che hai lo devi a te!

La fine
Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo,
Guardo il mio volto allo specchio
ma non saprei disegnarlo
Come ti parlo, parlo da sempre della mia stessa vita,
Non posso rifarlo e raccontarlo è una gran fatica.

Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per reiniziare, per stravolgere tutti i miei piani,
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole.

Non mi sembra vero e non lo è mai sembrato
Facile, dolce perchè amaro come il passato
Tutto questo mi ha cambiato
E mi son fatto rubare forse gli anni migliori
Dalle mie paranoie e dai mille errori
Sono strano lo ammetto, e conto più di un difetto
Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto:
‘Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta’.

Quante ne vorrei fare ma poi rimango fermo,
Guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno,
Non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre,
Se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente.

Il sole esiste per tutti
E trasceso il concetto di un errore
Ciò che universalmente tutti quanti a questo mondo
Chiamiamo amore

Blunotte  – Carmen Consoli
Forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei sforzi inutili
forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei gesti ridicoli
come se non bastasse
l’aver rinunciato a me stessa
come se non bastasse tutta la forza
del mio amore
e non ho fatto altro
che sentirmi sbagliata
ed ho cambiato tutto di me
perché non ero abbastanza
ed ho capito soltanto adesso
che avevi paura
forse non riuscirò
a darti il meglio
ma ho fatto i miei conti e ho scoperto
che non possiedo di più

Dov’è il vero?

298060_10150318717905209_6063289_nÈ morto il proprietario di un piccolo supermercato di provincia, una catena. Ha cambiato nome così tante volte che nemmeno li ricordo tutti. Era piccolo, ma ben fornito e tenuto benissimo. Ci potevi trovare tutto, e credo che abbia servito generazioni di abitanti di paese, prima dell’arrivo dei centri commerciali e degli Iper. Mi secca quando senti: è venuto a mancare, è scomparso ecc… Perché? La morte non si può dire? È morto ed è la sola parola che si possa utilizzare. Non posso dire di averlo conosciuto, ma se ne parlo è perché qualcosa mi ha colpito. Per la prima volta un lutto di paese mi tocca, me ne dispiaccio con sincerità. Escludendo persone conosciute, intendo, non sono di certo così fredda. Leggo la notizia al volo su un whatsapp di mia madre, esclamo “oh no” in modo spontaneo e mi fermo ripensando all’India. Non era giovane, ma nemmeno vecchio. Non saprei dire l’età, so che aveva qualche problema di salute. Conosco nome e cognome, la moglie con cui ha diviso la sua vita. Non aveva figli, ma una nipote morta di tumore. Non lo conoscevo ed era quasi il mio vicino di casa. L’interazione con lui passò attraverso l’India ed è ciò che di lui rende i contorni più netti. Nel 2011 la mia decisione di fare un’esperienza di volontariato lontana si scontrò e incontrò con quel vicino di casa. Sempre un messaggino di mia madre, se non ricordo male, per dirmi che lui aveva fondato una scuola in India in memoria della nipote. Quando gli ingranaggi si mettono in moto, penso che sia difficile fermarli e arrestarli. Una sorta di domino che arriva alla fine. Non voglio fare la fatalista, perché credo nell’azione e nelle scelte, ma ho sperimentato la forza di ciò che “deve” succedere, qualcosa che ha tutta l’aria di essere pronto e maturo per te. Tu hai agito, hai scelto e quella scelta ti sta addosso come un vestito su misura, come se te lo avessero dipinto addosso. Ecco, quello non fu l’India. C’era scritto “sono acerba, non forzare la mano” in ogni passo: non avevo soldi, non ero abbastanza in orario, ho persino trovato l’Asl piena per le vaccinazioni, ho avuto problemi con passaporto e visti, e persino qualche inconveniente con l’agenzia di viaggi che ha prenotato il mio volo, ho dimenticato a casa la tachipirina e ho avuto la febbre. Ricordo ancora quando per un attimo pensai di dover viaggiare con Aeroflot. Prima, però, parlai con quell’uomo, il fondatore, che mi trasmise – vado a memoria e qualcosa posso essermelo ricostruito dopo, di fantasia – la bellezza, la magia, la necessità, la verità racchiuse nelle terre indiane. Conobbi Giovanna, grazie a lui, così da potermi confrontare con un’altra volontaria. La convinzione montava e saliva, nonostante tutti i problemi, e rimasi testarda fino in fondo. In India ci andai. Fu acerba? Sì, un po’ sì, ma era ciò di cui avevo bisogno. Fu come quella nuotata in acque profonde quando tentenni e hai paura. Non credo di poterla chiamare davvero esperienza di volontariato, ma in quel nulla indiano – in quel villaggio di quattro anime dove si inauguravano con feste i bagni dentro casa o la costruzione di una doccia – posso mettere un paletto che divide “prima” e “dopo”. Quasi quanto lo fu l’Erasmus, per motivi diversi, a 21 anni, anche l’India fu un confine narrativo nella mia vita. Sì, l’India – quella che io ho vissuto – è vera, necessaria, magica.

Lo stupore per quella morte è stato incalzato dall’amaro delle relazioni. Non ci si conosce. Per nulla. Ciò che mi ha proprio spinto a scrivere più di quanto già volessi fare è stato un altro whatsapp, una nota vocale, dove nemmeno puoi fermare eventuali incomprensioni prima del degenero. Una malinconica disamina della vita di quell’uomo, immaginato chiuso dentro il suo supermercato, senza uscire, senza ferie, senza godere e vedere il mondo: questo mi ha recitato come una litania la mia amica. E avrebbe avuto anche ragione a esprimersi così, con rammarico e tristezza profonda, se tutto ciò fosse stato vero. E invece quest’uomo sconosciuto andava in India non appena poteva e trascorreva i mesi in quel villaggio. E credo l’abbia anche visitata, a modo suo, quella terra. Sì, certo, non so quante altre ferie si sia mai fatto né che vita possa aver avuto: alternava le casse, le corsie, i pelati e i surgelati nonché 8000 abitanti che non sapevano chi fosse, con i colori, le spezie, i pentoloni all’aperto, la doccia con il secchio, la polvere, la terra, gli odori non programmati e tanti bambini e famiglie che lo conoscevano benissimo, anzi, gli erano grati. M’immagino, senza averlo mai visto, gli inviti e le cene da quelle famiglie. I sorrisi. “In India mi passa qualsiasi acciacco”, ricordo che lo disse e ricordo di aver pensato: quanto è vitale quest’uomo che all’apparenza sembra un fantasma. Ditemi voi, ora, dov’è il vero? Lui è morto e secondo me ha scelto l’India.