Buon viaggio

sign-429419_1280Buon viaggio, che sia un’andata o un ritorno
Che sia una vita o solo un giorno
Che sia per sempre o un secondo
L’incanto sarà godersi un po’ la strada
Amore mio comunque vada fai le valigie e chiudi le luci di casa…

Mara mi saluta così, con le parole di una canzone, attraverso Whatsapp. C’è chi mi chiede se sono pronta, chi si accerta che gemelli e pesci siano ben sintonizzati, google che  mi ricorda insistentemente di avere un volo alle 20.00. Alle 20.00. Ho ancora un giorno intero per chiudere lo zaino viola, i lavori, la casa, le indecisioni. Per scrivere messaggi di ansia vera o placebo che sia: sì, perché ormai per forza devo essere agitata, continuando a dirlo.

Che poi sto andando in vacanza, santo cielo!

Prendila con rilassatezza, se non vedi tutto non succede niente. Meglio la qualità. Prima lato argentino o prima quello brasiliano? Poco importa. Scopri, sperimenta, lascia andare e… come viene, viene.

L’ignoto diventerà noto come il futuro diventa presente. Quando sarai lì, nel momento esatto in cui ci sarai, chiederai come e dove prendere un treno, un bus, prenotare una stanza, varcare un confine, accedere a un parco, mangiare brasiliano, fare la turista, visitare, assaporare, bere una birra, conoscere backpacker e autoctoni, vivere le sorprese e le scoperte dell’attimo. Ricordi l’Asia? La cena con il musicista ceco che suonava l’ukuele e la serata con la donna canadese? O il passaggio in auto ricevuto da una thai che non ti mollava più?

Segui il tuo corpo. La tua mente è importante, ma sei già molto cerebrale e introspettiva! Stavolta segui il tuo corpo. Come quando cammini, come quando balli. Dai peso a ciò che ti dice il tuo corpo. Lo hai fatto sul Cammino, fallo ancora.

Lo stupore è la tua arma migliore, insieme all’entusiasmo. Ripensa alla felicità estrema in Cambogia: quando il diluvio ti ha accolto a Siem Reap dopo aver viaggiato con il sole per sei-otto ore e aver capito che ai templi saresti andata il giorno dopo. Quindi di cosa ti preoccupi? Di perdere un aereo? Temi il fastidio, l’imprevisto, la tappa che salta? Queste situazioni generano spesso più bellezza e piacere di ciò che si pensa di voler fare sfogliando una guida. E perdi solo la prenotazione dell’aereo.

Sì, ti hanno detto che è pericoloso. Non farci caso e usa la testa. La soluzione non esiste, a meno che non ti chiudi in casa. Le tue paure sono legittime, ma non ha senso stare a sondarle tutte e sono per lo più dovute al fatto che sei sola. Ma non lo sei mai davvero, ricordalo!

Ci sarà una stanchezza buona, che nulla ha a che fare con quella lavorativa o quotidiana. Non preoccuparti per le tue energie ai minimi storici: stai andando in vacanza, con il tuo adorato zaino viola e con i pensieri ridotti al minimo. Ora senti quel sottofondo che ti fa dire: ma come faccio a pensare e a ricordarmi tutto? Ecco, là non ci sarà. Ci sarete solo tu, la bellezza da scoprire, e i bisogni primari.

Ricarica le energie, perché lo sai che succede. Non aspettarti nulla: né il troppo, il sogno, le rivelazioni o il wow a tutti i costi; né il crepuscolo, la chiusura, i facili pessimismi. Il fatto – per esempio – che tu sia in anticipo e quasi perfetta con i preparativi non significa che l’inghippo ci debba essere per forza.

Quindi libertà, zaino viola, mente e corpo aperti. Sarà “solo” un altro piccolo viaggio nel tuo viaggio.

 

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La mia paura è gialla e sa di ignoto

golden-pheasant-334658_1280Fare ciò di cui si ha paura.

È il mio filo conduttore, almeno in questo ultimo periodo. E non parlo di follie o sport estremi, né di situazioni pericolose. Abbiamo tutti le nostre piccole e meschine paure. Paure comode, barbare e irrazionali, paure piccolissime e infantili.

Un’amica mi ha raccontato di suo figlio proprio oggi: ha paura del gallo. Ma soprattutto mi ha detto che stanno lavorando per condividerle, queste paure: dov’è la tua paura? E il bambino indica il petto. Poi la paura avrà anche un colore e una forma e infine – mi dice lei – un gesto partirà dal petto e la allontanerà.

Ho sorriso sull’autobus, pensando alle mie paure lungo tutta la mia vita: sono aumentate fino a toccare picchi estremi, diminuite, alcune scomparse. Alcune sono davvero stupide – o almeno io così le vedo – altre sono limiti con cui convivere, senza troppi problemi.

Ragni, vespe muratore o doppie (nel gergo colloquiale), attraversare la strada, fare un’iniezione, aghi, guidare l’automobile, insetti vari, decollare, altezze senza protezione, fare i conti, pesarsi, andare dal dentista, parlare in pubblico (questa non è una paura. Questa sono io. Introversa o timida. Lo faccio, ma a modo mio e nessuno ha il diritto di rompermi le palle o di farmi sentire in difetto!) …

Non so nemmeno se le ho elencate tutte. La maggior parte di loro ha tolto il disturbo senza fatica. A 22 anni ho iniziato a guidare, e la strada credo di saperla attraversare da tempi immemori. Quando sono stata in Vietnam ho provato una sottile sensazione di piacere a buttarmi in quelle vie dove sciami, stormi, nugoli di motorini corrono senza alcuna intenzione di fermarsi. Ad Hanoi attraversare la strada è un’arte e io avevo capito il trucco: vai sicura e decisa e loro ti schiveranno.

Sugli aghi ho ricordi ben più recenti di scenate negli ospedali, con la respirazione a mo di asma e l’impellente necessità di sdraiarmi. Ho in testa anche mia madre che mi insegue per una vaccinazione mentre mia sorella ride sconvolta: era il 2011. Poi, pian piano, è scomparsa anche quella. Inghiottita dalla razionalità, forse, e rimandata indietro ai tempi dell’infanzia: ho passato 4 ore sotto gli aghi della tatuatrice e non solo non ho sentito nulla (a parte il fastidio finale dovuto al tempo, più che all’ago) ma sfumature e linee nere mi hanno rilassato.

Mentre la mia amica mi scriveva, cercavo di pensare al colore delle mie paure e a dove potessero trovarsi.

Le vespe doppie – e insetti di varia origine, forma e dimensione – stanno tra sterno e ombelico. Sono ovviamente gialle e hanno la forma di … Più che altro mi paralizzano, mi fanno venire i brividi e mi sento vampate che salgono alle gola. Mi si crea una sorta di ipersensibilità alla pelle e non so come muovermi. Quella roba, ancora oggi, è lì. Bloccata da polvere di insetticida sparso un po’ ovunque per casa. Eppure non ho la stessa sensazione quando li incontro per strada, all’aria aperta, in India o chissà dove. Basta che non dormano e vivano con me.

Il decollo è stato superato subito: appena ho capito che viaggiare è uno dei motivi per cui la vita è meravigliosa, quella fase del volo mi si è spogliata delle sue minacce. 6  voli in un mese, quando ho scelto quel villaggio sperduto in India, sono stati sufficienti per arrivare – ora – ad addormentarmi ancora prima che si muova qualcosa.

Poi ci sono le altezze senza protezione e lì mi tocca adeguarmi, almeno per ora. Ma non ne faccio una tragedia. Recentemente ho scoperto anche una lieve ansia per spazi troppo chiusi e cunicoli stretti, ma non mi creano grandi disagi e posso sopportarle.

Arriviamo con calma alle paure più eteree, immateriali, legate a gesti e azioni. Non ho paura di fare i conti, né di pesarmi. Ho paura di ciò che posso scoprire, pesandomi e facendo i conti. Mi nascondo e come i bambini nego: se non lo so, non accade; se non lo dico allora non è vero.

È così che un problema di salute è degenerato, solo per un anno per fortuna, ma è stato un anno di sovrappeso che peggiorava di mese in mese con rapidità. Fino a quando mi hanno messo di fronte a una bilancia. Un medico mi ha pesato, ha visto che in sei mesi avevo messo 20 kg e ciò mi ha permesso di affrontare il problema, risolvendolo.Oggi, quando sento che potrei aver qualche etto di troppo, evito di sfuggire alla bilancia. Resisto, mi dico di non farlo, scantono, ma poi mi peso, cazzo: perché tanto se dovesse ricapitare non è non sapendolo che il problema svanisce.

Lo stesso ragionamento vale per i conti, i soldi, le entrate e le uscite o prenotare aerei e guardare una guida turistica. E qui ancora ci devo lavorare.

Ma soprattutto l’ignoto. Credo di averla identificata come la madre di tutte le mie ansie, piccole e grandi. Ci ho sbattuto contro in modo intenso, bello, struggente, quando ho attraversato le mesetas lungo il Cammino di Santiago. Ma quell’ignoto era positivo, le mesetas erano quadri di Magritte e io mi sentivo galleggiare all’interno di un’atmosfera irreale. Solo un tratto mi ha messo alla prova con più asprezza e sto parlando dei 17 km prima di Calzadilla de la Cueza. La sensazione è stata quella di non sapere nulla. Conoscevo solo il mio passo, il presente, il dov’ero e che ore fossero. Null’altro. Caldo e stanchezza hanno fatto il resto. Ero sola e lo ero in ogni senso, non c’era futuro e il passato non serviva.

L’adrenalina pre-partenza, quando il viaggio è sconosciuto e io sono sola, ha un sapore simile. Adoro i chissà, la libertà e la sensazione di farcela da sola, più di ciò che vedo. Adoro gli incontri e il non pianificato.

Ma poi subentra quel senso di ignoto, di ignoto buio, di ignoto che non arriva a farsi noto, quell’idea di non essere abbastanza furba con la logistica, perché non visualizzo – prima di incontrarle – le strade, le fermate, i bus, i luoghi. Se ho paletti da rispettare e intorno ai quali dovermi muovere (voli interni) la situazione mi sembra ancora più contorta e nego, rimandando le prenotazioni. Infine, in tutto ciò, si mescola anche la paura di scegliere: non per la scelta fatta, ma per ciò che ho perso rinunciando a un’altra strada.

E poi, che diamine, ho fatto 4 viaggi perfetti, possibile che lo sarà anche questo? Prima o poi…!

Eppure – in questo groviglio di turbamenti –  voglio superare un altro limite, sempre oltre, sempre più difficile, per non ristagnare nella comfort zone delle cose che so già di saper fare.

Il Brasile non ha nulla di più – a prima vista – di altri viaggi. Ma se l’India è stata il battesimo dell’avventura, l’Asia la prima volta all by myself, il mese a Londra una sfida professionale ed economica, Santiago la fisicità e la paura del fallimento, il Brasile è immensità e scelta (e qualcuno mi ha detto anche pericolo).

E ancora una volta mi accorgo che sto già cambiando, prima di partire. Senza fretta, ma lo sto facendo: scelgo di fare ciò che mi fa paura. In ritardo, ma ho scelto, ho scremato, ho sposato un giro e, pur nelle mille prove e richieste di consigli, alla fine ho fatto le mie scelte: logistiche, economiche, paesaggistiche. Mi sono pesata dopo il mio stop forzato allo sport. Ho fatto anche due conti (ma due e basta). Non sono più tornata sui percorsi esclusi (e qui mi merito un applauso!) e ho iniziato a leggere un libro che mi ha sempre fatto “paura”: “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani.

In generale ho sempre apprezzato l’idea di trovare un po’ di me nei libri, nei romanzi o nei pochi e sporadici saggi che riesco a leggere (e che sto rivalutando). Ma con lui no. No, perché avevo paura dell’invidia, di ciò che vorrei essere, ma che ovviamente non sono e non sarò mai, avevo paura di detestare ancora di più l’essere donna, avere dei limiti organizzativi e paura di tutto ciò che non visualizzo. Un po’ come mi capita quando leggo di gente che prende e parte. Così. E poi? Io che mi agito per un mesetto di ferie…

Mi sono calmata dicendomi una sola cosa. A un certo punto, se dovessi anche solo perdere un aereo, mandando a monte il mio giro a cerchio imperfetto, posso improvvisare.

Improvvisare. Quello a cui vorrei arrivare un giorno. Solo due voli, andata e ritorno e nessun programma.

Frivolezze

600156_10151149704080209_1208774549_nCiao,

stavo guardando il film sulla vita di Johnny Cash.

Quando lui apre tutte quelle lettere di ammiratori che lo ringraziano, in modo istintivo ho pensato: avrei potuto scrivere anche io, così, a Luciano.

Già, avevo undici anni nel 1993, avevo da poco avuto un fratellino, o forse era ancora il 1992 e mia madre aveva un bel pancione dolcissimo. Ricordo poche cose in modo nitido: Eros Ramazzotti che mi dice che ho un bel naso, io che mi addormento al suo concerto, l’euforia del fratellino (dopo una sorella) e la cassettina della madre di una mia compagna di classe.

A memoria sembrava Lambrusco, coltelli, rose e pop corn. È stampata dentro la mente, ma poi mi vedo con questa amica mentre si balla – o meglio si salta – sul suo letto a ritmo di Balliamo sul mondo. Qualcosa non torna, ma chissà cosa. Da lì credo sia iniziata una piccola e sottile passione. Inizialmente fu una carica, una scossa: saltare sul letto, un ritmo incalzante, l’energia di una undicenne. Ma ancora, forse, era presto perché si trasformasse e desse qualche frutto.

Laura Pausini vinse Sanremo – che all’epoca era ancora un evento, almeno in casa mia – proprio quell’anno con La solitudine. Ricordo che alle elementari ritagliavamo da TV Sorrisi e Canzoni i testi delle canzoni preferite, per impararle. A volte capitava che qualcuno potesse fare le fotocopie al lavoro da papà per distribuirle a tutte. Mi ricordo che Laura entrò nel cuore di noi bambine romantiche, prima che io rifiutassi gli stereotipi e diventassi “femminista”.

Poi ci fu il fenomeno 883: chi è nato nei miei anni (intorno all’82) non ha potuto far altro che crescere e vivere con loro un pezzo di adolescenza. Una tappa obbligata, un fluire pigro. Il weekend che finisce a pasta in brodo e affettato, questa casa non è un albergo, Come mai, Nessun rimpianto: quest’ultima canzone la si tirava fuori a ogni storia finita, anche diventati grandi. Mi ricordo mio padre e il suo disappunto per le parolacce, nelle canzoni di quella cassetta colorata regalatami da mia zia per Natale. Conservai con ancora più insolenza Nord Sud Ovest Est, le sue XXX nei testi, ma l’audio ben chiaro.

Sempre alle medie a un certo punto comparve il libretto dei canti dell’oratorio (giuro! Proprio all’oratorio e io ora sono tutto fuorché cattolica, anche se ho la mia dose di spiritualità) era ricco di Liberi liberi e Non è tempo per noi. Ecco, quanto mi ci ritrovavo in quella canzone! Ero una pulce dispersa nel mio mondo di paese, fatto di poche certezze e con la confusione lasciata sulla porta ad attendere il periodo della ribellione, che nel mio caso forse fu tardivo, o meglio, fu graduale. A 33 anni questo periodo sembra ancora non essersi concluso, visto che ho da poco fatto uscire alcune parti del “chi sono”. O chi vorrei essere.

Il Liceo Classico non mi permise grandi distrazioni: testa china fino a sabato quando qualcosa si apriva, qualche libertà. Dapprima il solito oratorio, poi i disco pub e l’Alcatraz e quel ragazzo “grande” che mi piaceva. Due occhi intenti a guardare donne più belle, adulte. Non me. A lui, come se non bastasse, piacevi tu. Di sicuro Urlando contro il cielo era d’obbligo. Poi c’è stata Ho messo via, e con quella scivolarono lontano Laura, Nek, gli 883.

A un certo punto sono comparse Carmen ed Elisa, non ricordo quando, forse più in là. Ma tu eri più forte. Eri tenace ed eri un aiuto. Un aiuto per qualsiasi mio pensiero adolescenziale, per qualsiasi voglia di sognare. A volte eri le parole che avrei voluto sentire da mio padre, a volte eri l’insegnante che non è mediocre, a volte eri solo spinta, energia e carica. Eri sessualità e sensualità. La prima volta che vidi il video di Certe Notti rimasi senza fiato. Avevo 13 anni. E in casa tutti impararono il significato del termine “adolescenza femminile”, mentre io imparai quello di “ormoni”.

Quella che non sei è stata per tanto tempo il mio talismano. In un paesino dove davvero o sei troia o sei sposa, dove la paura di non essere bella mi accompagnò per anni e ancora adesso la vivo spesso, Quella che non sei mi sta addosso quanto un vestito su misura. Anche se ora posso dire ciò che sono. Per fortuna.

Il mio sogno? Ho sempre voluto scrivere, dalle elementari credo. In parte si è realizzato, in parte sto ancora scrivendo. Questa lettera è abbastanza di getto, non guardarla in quell’ottica. Quello che voglio dirti è che nelle tue canzoni ho sempre trovato quel “quid” di speranza, quell’illusione buona, la sensazione che noi che ti seguiamo abbiamo alcune caratteristiche in comune, una mentalità simile.

Il ’99 è stato l’anno in cui finalmente ho strappato a mia madre il primo concerto. Forum di Assago, con amici più grandi. Il giorno dopo avevo il compito di storia dell’arte, avevo 17 anni, ho preso 8. Quella notte ho scoperto l’adrenalina e le endorfine. Non sono più riuscita a fermarmi. Ho saltato il primo Campovolo, perché era il compleanno di un tizio (ovviamente avevo un debole per lui, maledetta me), e Nome e Cognome non ricordo per quale motivo. Ho divorato album vecchi fino a consumarli, alcune canzoni che nel frattempo magari mi ero persa per strada: Walter il mago, I duri hanno due cuore, Dove fermano i treni… le ho scoperte più in là con l’età. Forse non le avrei comprese prima.

Ricordo un concerto a San Siro, mia madre che conserva il mio messaggio: “sono davanti, mamma, sono davanti”. Il mio fidanzato dell’epoca che corre per prendere i posti e il diluvio che comunque non mi fa staccare le mani dalle transenne. Il mio esame di informatica, una settimana dopo, andò benissimo. Ricordo tutti i concerti, da quello nel palazzetto di Cantù fino all’Arena di Verona da sola, in una posizione splendida senza nemmeno saperlo, in un weekend di me stessa altrettanto bello e adulto. Ricordo di aver dormito in auto a Campovolo 2011, dopo averci messo 3 ore per trovarla: eravamo arrivate così presto che il parcheggio era deserto. All’uscita la quantità infinita di automobili conferì un aspetto diverso al prato, tanto da non riuscire a orientarsi.

Ricordo le risate e le attese. Ah, l’adrenalina dell’attesa. La gioia e la bellezza di quei momenti. Perché avevano un senso. Erano la mia speranza. Il mio sogno, la mia passione. Ho capito che per ciò che ti appassiona si può davvero fare di tutto: farsi 400 km fino a Cividale, ustionarsi al sole, uscirne a pezzi, distrutti o fradici di pioggia. Ma felici. La mia determinazione in altri campi della vita, a volte, penso di doverla a quella musica, a te, al tuo atteggiamento. La passione agisce sulla mente ed è la mente che tutto può, o almeno può un sacco: può farti fare 900 km a piedi e nei momenti di fatica farti cantare a squarciagola: gambe per andare

Tu rappresenti una zona paterna, una zona sensuale, una zona che mi ricorda il mio scrivere, e infine una zona di amici persi, ex, e amici ancora presenti. Tante tappe della mia vita scandite dalla tua musica e dai tuoi concerti. Non ultime, tra le tappe, ci sono anche le lotte interne della mia mente e quella consapevolezza, quella canzone: non sei più lo stesso.

No, sono migliore ora, sono più me stessa di quanto non fossi prima. Ciò che rimane di noi, a volte, è quel nocciolo duro che non si rompe mai e che è l’essenza di ciò che siamo. Ero pronta anche per il 18 marzo, ma l’influenza non ha voluto sentire ragioni e questa volta – a malincuore, ma con il cuore di un’adulta – devo saltare il tour. Sono pronta a guardarti con occhi diversi, ad ascoltare canzoni vecchie con orecchie nuove, sto cambiando, mi sto sbozzolando e ti tengo lì, nel limbo, lasciandoti andare come posso.

I miei tatuaggi sono tre: una frase di un film stupendo del 1993 (Il tempo non muore mai, il cerchio non è rotondo), una conchiglia del Cammino di Santiago con la scritta Buen Camino e un tatuaggio con libri che si trasformano in farfalle o da cui nascono farfalle. Sui libri ci sono un elefante (Saramago), un mappamondo e le lettere della parola Ultreya (vai avanti). I significati sono profondi e quasi solo miei.

Voglio essere me stessa, avere la mia voce, voglio che quella passione mi bruci fino a farmi stare sveglia le notti (per scrivere). In quanto a te, ti lascio andare per conservarti solo nei ricordi. Ormai ho perso per strada la mia vecchia pelle, come un serpente.

Il cerchio non è rotondo, era ora che ti scrivessi.

Grazie,

Eleonora

Rabbia

background-84678_1280Salii su un convoglio senza aria condizionata. Il caldo era insopportabile e malsano, quasi da attacco d’ansia e svenimento. Un’atmosfera solida e soffocante, qualche viaggiatore seduto. Mi chiesi come potessero resistere, lì, sopportando con grazia. Non era solo calore: era mancanza di ossigeno, di respiro. Mi mossi in avanti, camminando decisa, e venni ripagata da alcune carrozze fresche.

L’indomani mi capitò qualcosa di molto simile: non sul treno del ritorno – dopo un’intera giornata di sole e caldo – ma al mattino. C’erano trenta gradi da poco tempo e un pizzico di aria riusciva a fuoriuscire da qualche apertura. Mi accomodai senza pensarci, il sole mi batteva addosso con prepotenza. A Rogoredo mi spostai, per migliorare lievemente la mia condizione.

«Ci pensai tutto il giorno a questo atteggiamento, sai?»

La mia estetista mi ascoltò attenta. Stavo per affrontare un trattamento rilassante, prima delle ferie. Non l’avrei vista per più di un mese e mancava solo un massaggio per lasciare un ricordo positivo del suo passaggio.

In altre circostanze della vita, quando il caldo si rivelò insopportabile, mi diressi subito più avanti, incurante delle altre persone, di chi – chissà perché – stava lì. Non mi posi alcuna domanda e non diedi per scontato che lungo tutto il treno mancasse l’aria. Non mi fermai in laboratorio, in università, perché quel senso di inadeguatezza mi colse subito. Non mi lasciai vincolare dalle altre persone, né dall’idea che quel treno sarebbe stato tutto così, identico a sé stesso.

Mi accomodai inizialmente in un altro contesto simile, ma dal calore sopportabile: un’azienda farmaceutica mi fece crescere e scaldò le mie consapevolezze per due anni . Non mi spostai da sola con la grinta che ora possiedo, ma ciò che doveva scegliermi, mi scelse.

Oggi il tepore è così lieve e guantato che per schiodarmi dal mio sedile mi ci vorrebbe molta più riflessione, coraggio. Forse rabbia? Con chi dovrei arrabbiarmi e per cosa?

Antonia mi guardò perplessa, le mani unte di olio trafissero la mia schiena. «Stai scegliendo?» mi chiese lei, senza esitare.

«Non percepisco scelte, purtroppo – le risposi -. I posti in treno sono quelli, non ne trovo di migliori. Ma sono furiosa e non so perché. Ho una vita bellissima, ma dentro qualcosa rumoreggia, si gonfia, si riempie di acque scure».

Lei tacque a lungo per darmi tregua. I confini erano incerti e confusi. Veniva prima l’insoddisfazione o la rabbia? E le scelte – inesistenti o incapaci a compiersi – erano causa o conseguenza?

«Mi sento come se ogni mio sforzo verso un vagone migliore fosse vanificato, come se ci fosse qualcosa lì, pronto a venire. Un orgasmo che non si compie, una novità che non emerge, che si nasconde, o troppo piccola per generare stupore».

Ho una fame da placare, una costante ricerca. Ma di cosa vorrei nutrirmi? Riempio quello stomaco fittizio con lo sport, esagerando e facendomi male. In passato non sceglievo per paura del non-scelto, per non chiudermi e indirizzarmi. Restavo alla superficie delle cose: facevo, smettevo, abbandonavo, ritornavo, mi tuffavo e risalivo immediatamente.

«Nei miei viaggi – dissi all’estetista, quasi per giustificarmi – non sono bulimica. Li scelgo con cura, uno per ciascun anno. Preparazione, itinerario e ritorno diventano un rito delicato. Li medito, li studio, li plasmo da sola. E con il Brasile ho anche abbandonato quella parte arraffona, insaziabile, che non sa scegliere e vuole ingurgitare tutto il possibile. No, questa volta mi dedico a poche tappe, fatte con cura. Questa volta vince lo stare sull’andare. Il rimanere per assaporare».

«Bene, ma dimmi… concentrati su ciò che non collima. Lascia perdere per un attimo questo bel risultato nei viaggi o il rischio calcolato che hai compiuto sul lavoro poco tempo fa… dimmi invece, cosa non collima con te? Con chi sei arrabbiata e cosa cerchi?»

Ma sì, Antonia, lo sai, vero? Forse sono la mia ambizione e l’incapacità di accettare un treno tiepido, senza vagoni migliori?  Vorrei solo poter sfruttare ogni micro potenzialità che ho a disposizione per dare un senso a me stessa. Non voglio che il mio dato di realtà sia questo scalino lavorativo, non voglio che sia proprio questo dato di realtà a scontrarsi con i miei desideri facendoli capitolare. Va bene avere a che fare con altre impotenze, dal Brasile alla casa, fino addirittura all’amore. Ma non voglio che questa sia la massima ambizione professionale alla quale io possa aspirare. Non mi interessa più l’orizzonte aperto, né le molteplici possibilità del non-scegliere. Ora desidero scegliere, ora voglio e devo vincolarmi alle mie capacità.

Eppure, eppure c’è altro… non sapere cosa mi indispone. Sai quando ti sfugge qualcosa,  e non è nemmeno sulla punta della lingua? È sconosciuto, ma c’è.

Antonia non aspettò le mie risposte confuse: «Riposa, prenditi questo viaggio per fare ciò che sai fare: liberare e riordinare la mente. Saprai scegliere, saprai capire e sciogliere la rabbia»,  disse strofinandomi le tempie e il cuoio capelluto.

Io mi misi a giocare con l’anello, senza pensare, ero solo un po’ più triste, più nervosa. Ultreya, ossia “vai avanti”, è la parola incisa sopra quel cerchio. Ne ho sognato uno identico, ma sporco, rovinato, ammaccato. Quanto dovrò ammaccarmi e sporcarmi prima di riunire i pezzi e andare avanti?

L’inatteso

CIMG8052Mi ero preparata a un giorno senza ansia. Mi sono svegliata quasi in ferie, con la sensazione di essermi riappropriata di otto ore, non più in vendita. Questo venerdì è mio, mi sono detta. Ho iniziato da ciò che è più importante, seguendo il consiglio di Marina, che ha stravolto la prospettiva classica.

Incanalata nella mentalità che sia il dovere ad avere la precedenza, non mi sono mai posta il problema di cosa sarebbe accaduto invertendo i ruoli. O meglio, cambiando le etichette: “piacere” e “dovere” con “importanza”. L’importanza apre un nuovo cunicolo: importante per sentirmi bene, per guadagnare, per avere la mente serena, per sentirmi appagata, per sorridere, per provare piacere. Da dove inizio?

Inizio a leggere qualche pagina, scrivo un post per il blog, porto avanti un compito di scrittura. Poi passo al lavoro: qualche notizia, riletture, correzioni. Con calma e consapevolezza. E mi accorgo di una cosa. Quando scrivo per lavoro non passo il tempo a pensare di dover e voler finire, fino a che poi finalmente scriverò qualcosa per me stessa. L’ho fatto prima. E l’ho fatto davvero. Altrimenti diventa una rincorsa a qualcosa che non farò mai. O quasi mai. Perché i lavori remunerati avranno sempre la precedenza (come è giusto che sia) e si accumuleranno all’infinito, e ci sarà sempre un nuovo lavoro che mi fa comodo.

Ti fa comodo perché asseconda una tua paura. Quindi procrastini, ritardi, posticipi. Sai che non verrà mai quel momento tutto tuo. Perché dopo i lavori remunerati ci saranno la casa, le commissioni, due passi a piedi, lo sport, gli amici, la telefonata, le chiacchiere con tua madre.

Ciò che ho provato si chiama rilassatezza, ma anche senso di riconquista. Un passo dopo l’altro, ciascuno spontaneo e naturale, senza la sensazione di dire “dai che ho quasi finito, dai, dai che è tardi…”. Mi evito anche una buona dose di palleggi tra lavoro, social e rete, tipici della scarsa concentrazione.

Ma le sorprese, venerdì, non erano ancora finite. Esco per due passi semplici in centro, dopo pranzo. Al ritorno incontro una donna con la conchiglia del Cammino appesa allo zaino. Non è la prima volta che accade, ma questa volta è accanto a me, non sto andando al lavoro di corsa, non è troppo tardi quando vedo il simbolo. La fermo, le mostro il mio braccialetto pieno di frecce gialle e in un attimo si chiacchiera. Con uno sforzo rispolvero l’inglese, dall’ingranaggio lento perché non lo uso mai. Lei parla mischiando italiano, spagnolo e francese. Poi si assesta sull’inglese.

Mi sento a metà strada tra il Cammino e la vita reale, demarcata. Come se uno specchio mi attraversasse lungo il piano sagittale: per metà respiro quell’atmosfera, per metà sono nella città in cui vivo. Mary è partita da Monaco. Ha fatto Innsbruck, Brennero, Verona, Piacenza, Pavia, sopra a una bicicletta in cui c’è più della sua casa. Cerca Cammini non convenzionali e vive in Francia, vicino a Bayonne. La guardo con due occhi che brillano, le racconto delle mie esperienze e si inizia a parlare, proprio come sul Cammino. Si parla davvero. Si è veri. Si parla di sé stessi, di cose semplici, del vero e dell’azione, della riflessione. Niente di pesante o esistenziale. Ma ci si guarda negli occhi. L’accompagno da Gigi, per farsi aggiustare un pezzo della bicicletta e decido di aspettarla, per poi andare insieme a Santa Maria in Betlem dove troverà un alloggio.

Qui prevale il mio lato quotidiano, ossia la consapevolezza di poterla ospitare, ma di non saper gestire quella visita inattesa, nelle mie abitudini. Le offro un cappuccino e le dico il vero – ancora una volta – per fare ammenda del mio comportamento poco pellegrino. Lei è così felice: vuole farmi capire che sì, va bene anche così. Non devi dimostrare nulla, Eleonora.

Mary mi chiede se farò un altro Cammino, quest’estate. Il Brasile sembra così piccino (nonostante il mio sincero entusiasmo) di fronte alla potenza di quell’esperienza, che per un attimo esito, poi spiego, precisando di voler fare la via de La Plata l’anno prossimo. Lei, invece, mi fa sentire su un percorso. Lei, che ha vissuto sei anni in Brasile, mi suggerisce, mi racconta, mi galvanizza.

Sorrido pensando che sia il tipico regalo del Cammino (è la terza persona che incontro e conosco in poco tempo che ha vissuto in Brasile, insieme a Gabriella e a una ragazza del corso di yoga con il fidanzato brasiliano). Là, in quella terra, Mary ha fatto la bibliotecaria per il German Center… (non ricordo bene). Mi racconta di aver iniziato a scrivere un diario dall’età di 12 anni e di non aver più smesso – o quasi – e scrive, scrive sempre. Sono emozionata, penso a Gyongyi, e Pavia si trasforma in una città del Cammino, io sono qui e là allo stesso tempo.

Nessuna chiacchiera vuota – quanto le detesto! Pur apprezzando le risate e i momenti frivoli – nessuna leziosità, finta gentilezza, bellezza artificiosa. Due donne che si incontrano, si mescolano e ripartono. Un contatto su un foglietto è ciò che rimane. E da lì poi…

Solitudini

book-436507_1280La solitudine che cerco non è quella che trovo. Oggi è forzata, costretta, vincolata e limitata da quattro pareti. Non posso fare le mie lunghe camminate, né correre, né accontentarmi di un giretto in centro. E quindi la disprezzo. Non ne approfitto perché si trasforma in inettitudine e pigrizia. La postura, la stanza, la penombra, il computer, l’aria condizionata sono elementi che percepisco come malsani e portatori di noia.

Poi mi costringo a prendere contatti per un’intervista di lavoro, a pianificare il Brasile, anche se mi sembra di girarci intorno e qualcosa non convince. Infine arrivo anche sul blog. Aspetto che la giornata finisca. Lo sento dentro che la mia è un’attesa. Esco per un caffè e una Coca zero, uso whatsapp e cazzeggio in Facebook. Stavolta no, no che non la amo la solitudine, anche se conoscendomi non è che la sacrificherei proprio per qualsiasi persona o attività. La solitudine del movimento mi appartiene e mi fa godere della solitudine da divano/camera/cucina.

Oggi invece sono vagante, annoiata e mi viene appetito. La musica mi innervosisce e non ho nemmeno aperto il libro, nonostante non veda l’ora di procedere con “La donna giusta”, pieno di ciò che provo e vivo, pieno di considerazioni che quando alzo la testa mi convinco che siano i libri a sceglierci.

Un popolo di pagine che sfugge dalle mani sbagliate. Mi immagino Anna Karenina che si scosta, mentre le sorelle Lisbon premono per farsi acquistare. Una lotta epica tra Kundera e Woolf per spartirsi nei tempi giusti un tizio con il cappello e una signora tatuata. Mentre, dopo l’acquisto, nelle librerie di casa si dispongono in ordine lasciandosi accarezzare. Alcune volte forziamo la mano, lasciamo giù il libro che ci ha chiamati, ne prendiamo un altro titubanti ed ecco che lo piantiamo a metà, o ci sforziamo di leggerlo. “Non ci ascolta, questo qui” tuona Hal Incandenza dal ripiano in alto, dopo essere stato letto un anno fa. “Era il turno di Peter, Judit e Marika”, sussurra un personaggio di Philip Roth.

Non apprezzo la solitudine statica e senza aria, se non quando è tardi. Se non ora che il pomeriggio se n’è andato. E mi dispiace averla persa. Mi dispiace perché domenica scorsa l’ho dovuta addirittura difendere dall’arrivo di un amico, e l’ho sorbita di gusto durante e dopo i miei trenta km. Me la devo conquistare, spesso. Quando invece è totale e forzata – solitudine, libertà, spazio aperto – non so muovermici in mezzo, non so usarla. Procrastino. La trasformo in noia e sonnolenza. Quante possibilità, quanto non ho fatto. Sto. Semplicemente sto.

In libera armonia

harmonica-748243_1280Volevo scrivere di libertà. Quella che ho sentito forte pulsare sotto la pelle in questi giorni, in cui il lavoro mi incatenava alla sedia. In cui il dolore alla tibia mi impediva di correre bene, come avrei voluto.

Mi sono sentita libera, nonostante i vincoli da ufficio, i procrastinare, il rimuginare. La sentivo come l’acqua che scorre, dentro di me. Ero libera nei miei vestiti estivi, sperimentando lunghezze e colori. Ero libera nelle ore notturne, rubate per scrivere ciò che è diverso e quindi più mio.

Ero libera di cercare la solitudine e amarla, ero libera nel progettare le tratte brasiliane con paura ed errore. Ero libera nel desiderare un uomo. Ero libera di desiderare e ottenere – con un atteggiamento timido e inconsciamente provocante – sguardi carichi di altrui desiderio. Ero libera di sentirmi asociale, sportiva, insicura e determinata. Ero libera di fregarmene, ero libera di far sentire la mia voce e perdere la pazienza. Ero libera di stare e andare.

Ero libera di immaginare e leggere, con il naso che toccava quasi il libro, per esserne ancora più rapita. Libera di dire no, un sì, qualche forse. Libera di commentare e di urlare canzoni. Libera di dire “non lo so”. Libera di sdraiarmi dalla mia estetista e chiacchierare di cose vecchie e nuove, tra un piede e una mano smaltata. Libera di essere permalosa, di accettarmi, di rispecchiarmi in parole altrui. Libera di sentirmi come Murakami, di essere ambiziosa, di visualizzare il successo. Libera di vedere segni e frecce nel lavoro e nell’oroscopo di Rob. Libera di prendere un treno a mezzanotte e venticinque e tornare a piedi per il centro all’una di notte. Libera di cantare con le cuffie mentre cammino, con la gente che sorride o mi piglia per matta.

Libera di avere una gonna cortissima, libera di percepire commenti di altre donne (su cosa non saprei, e nemmeno la loro natura) e ridere perché finalmente me ne frego. Non me ne importa proprio. Libera di sventolare le mie opinioni e di non parlare, di essere fredda, di sentire confidenze. Libera di chiedere aiuto. Libera di volere un bacio e non averlo. Libera di invidiare. Ah, quanta invidia di chi fa. Di chi scrive. Di chi ha un lavoro unico e creativo, artistico. Libera di avere paura, e di superarla o di tenerla stretta. Di andare a letto tardi, di mangiare al giapponese e all’indiano, di far uscire una me che non mi aspetto. Come se mi sentissi parlare da fuori. Libera di aspettare un’amica e di sceglierla. Libera mentre gli altri mi mangiano il tempo, libera mentre quel tempo lo ricreo.

Non è della libertà in realtà che vorrei parlare, ma di quel legame, quell’anello che manca e collega i miei due “io” (a volte in pace a volte in guerra) per farne un’unica persona, in libera armonia.