Ciò che non faccio più

butterfly-108616_1280Non guardo più le vite degli altri. Non come gossip, pettegolezzo o curiosità sordida: quello non è così interessante. Non lo faccio più come confronto impietoso, come sistema giudicante. Non misuro più il mio valore confrontando le strade, gli scalini e i tempi altrui, come se ci fosse un solo sistema per muoversi e una sola unica linea diretta verso l’alto. A volte si scende, ci si ferma, si devia, si danza, si salta. Imparo, dagli altri, assorbo, mi confronto, mi relaziono. Ma non misuro più me stessa.

Non mi curo di ciò che ci si aspetta da me. Non mi interessa che gli altri giudichino una mia scelta come folle, assurda, imprudente. Mi giustifico ancora, a volte, ma non mi importa più di ciò che gli altri vorrebbero che io facessi. I tre tatuaggi sono stati un segno tangibile di questa novità. Evidenti, colorati, pieni di significati solo miei. Dire qualche no, vivere come preferisco, accettare ciò che non posso cambiare, seguire il mio intuito e la mia ragione. Sono più felice. Non sono accondiscendente, ma sono io. O quasi.

Non mi focalizzo più su ciò che manca, se non per migliorare. Non mi lagno di ciò che non ho in modo sterile, che poi non si tratta mai di oggetti o cose, ma di esperienze e pezzi di vita, di lavori, luoghi e capacità. Non sono più ossessionata da ciò che non ho fatto, non sono e non sarò. Spingo invece per migliorare ciò che è in potenza, in me. Penso più spesso alle bellezze di cui sono piena: è a questo che serve camminare, ballare, ridere, avere amici e una famiglia.

Non penso più ai compleanni dei miei ex, alle date speciali di amicizie e amori finiti. Sono semplicemente finiti. Sono là, nella scatola del passato e dei ricordi, mi hanno permesso di essere ciò che sono, ma non hanno alcun riverbero tangibile nella vita che ho adesso. Pensare troppo alla data di una vacanza, della laurea tanto odiata, della prima sigaretta, della prima uscita in ambulanza, non ha alcun senso se non nei racconti attorno a una birra. Penso ai calendari futuri, alle amicizie che durano da uno, dieci, vent’anni o da sempre.

Non penso che dovrei essere più o meno qualcosa. Più bella, più scaltra, meno timida, meno indecisa… sto smettendo. Magari, ecco, mi concedo un appunto sul peso.

Non mi avvolgo più di rimpianti, lasciandoli cadere su di me a formare un mantello. Quando ho smesso, ho sentito un click nella testa, come quando ho smesso di fumare. Non esistono i rimpianti. Ho sempre scelto ciò che volevo, quando mi capitava di dover scegliere. Se potevo scegliere. Ora, nella stessa situazione, farei scelte differenti? Magari è perché sono cambiata io, il contesto, le condizioni e la rete di amicizie e relazioni. Non ho fatto psicologia? Perché non ne ero convinta, perché non era la scelta che in quel momento mi appariva più saggia. Magari per compiacere, perché no. Non avevo ancora smesso di fare ciò che ci si aspettava da me, all’epoca.

Non arretro più. No, se non in casi eclatanti, amando e accarezzando la mia timidezza. Perché ha valore tanto quanto l’esuberanza. Il piede, ora, va in avanti. Resta l’ansia leggera, l’agitazione a tratti. Resta il silenzio quando non so cosa dire, perché a me le chiacchiere a vuoto non piacciono, ma esplodono racconti quando ne vale la pena.

Non fingo più. Se non voglio esserci, se non posso esserci, se non mi piace qualcosa o non ci credo, ora lo dico. Dico ciò in cui credo, che penso, che so, quando ho davanti – beninteso – qualcuno per cui so che vale la pena sforzarsi. Altrimenti lascio correre, ma perché lo voglio io, non perché devo fingere per quieto vivere. Basta, con il quieto vivere. Non dico di sì per poi lamentarmi, con la paura che l’amica si offenda. Non scendo a compromessi che non siano leciti e validi. Gestisco la mia vita senza accontentare tutti, sempre e per forza.

Non nascondo i miei gusti, nemmeno quando sono criticabili ossia sempre, da almeno qualcuno. Non nascondo il mio folle amore (ormai relegato nel cantuccio giovanile) per Ligabue, nemmeno quando ridendo vedo battute su accordi e pessima musica, adoro Tiziano Ferro e mi è sempre piaciuta una sola canzone – giuro una sola – di Gigi d’Alessio. E quindi? Non faccio la fighetta perché leggo i Nobel: io mi ci diverto, e adoro quel premio proprio perché senza sarei stata nell’ignoranza di autori favolosi, che mi hanno stravolto, guidato, fatto riflettere e sorridere. Adoro Wallace tanto quanto ascolto bachate a ripetizione anche se “fanno tamarra”, mi piace mangiare e gustare i sapori. Mi piacciono le trattorie spartane e i menù un po’ rustici (dai nervetti alla cassoeula), ma anche il “sushi cinese” dei ristoranti di qui. Mi fa dormire il Signore degli Anelli, almeno secondo il ricordo che ne ho io quando lo vidi al cinema, magari lo vedo ora e cambio idea. Accetto di poter cambiare idea. Ho dei problemi con pianoforti e musica classica, o con la lirica. Non ho la tv perché mi urta la confusione e il rumore “alla Bonolis”. Adoro Pavia.

Non mi lascio trascinare così tanto dalle ossessioni, dalle compulsioni, dal controllo. L’ansia di volere a tutti i costi andare qui, là, lì è scomparsa. Se penso al Brasile per quest’estate, non mi viene più quella tensione ossessiva che mi fa perdere di vista il resto. L’ossessione di essere questa o quella persona ha lasciato il posto al fare, al vivere, al camminare.

Infine non mi scoraggio più sentendomi inetta. Ma ancora mi impigrisco e mi blocco, nonostante sia iperattiva e impaziente. Ancora non capisco perché mi sento ferma, a volte. Ancora non bilancio gli opposti che risiedono in me. Ma c’è tempo, e sono già tante le cose non faccio più. Ed è per questo che sono già felice.

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6 pensieri su “Ciò che non faccio più

  1. Leggendo questo testo mi sono completamente ritrovata nelle tue parole.. bellissime e conoscendo ti un pochino ancora più colme di significato! Sono orgogliosa di te! E ringrazio il cammino per averci fatto conoscere! Brava Ele!

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