Questa mattina sono scivolata 2

bananas-594354_1280La vidi una settimana fa per la prima volta, bruttina, le spalle larghe. Con la coda nera e un fisico tarchiato, mi domandai come avrebbe potuto sedurre un uomo. Non che sia necessario saperlo, sia ben chiaro. Eppure non potei frenare quella domanda, almeno nella mente. Mi chiesi anche come facesse l’amore.

Una settimana fa stavo in attesa nel suo studio da tatuatrice, che lei – mi disse – acquistò solo pochi anni fa, dopo aver fatto esperienza da un collega, il migliore della zona. Mi ero finalmente decisa per una fenice sulla caviglia: poco originale, ma significativa. Il mio fidanzato tentennò, si indispettì e alla fine accettò la mia decisione. L’ombra che vidi sul suo volto la compresi solo stamattina.

La pioggia, fuori, copre ora il brusio sottile della sala d’attesa, mentre le porte di uno altro studio si aprono sui miei pensieri. Entro dal mio medico, zoppicando.

«Una brutta distorsione, mi sembra», dice guardando da lontano, «mi dica un po’, è caduta?». Esito un istante.

«Credo di doverle prima parlare della mia tatuatrice»

«Come, scusi?»

«Le è mai capitato, dottore? Di avere certi interessi sulle persone che vede, diciamo sul treno o su di noi?»

Il medico tira su gli occhiali. Mi guardo le ginocchia sbucciate e sento il dolore penetrare nella caviglia. Sì, sono lì per ben altri motivi. «Mi lasci spiegare, la prego». Il medico annuisce, spazientito.

Una settimana fa quella donna, Elettra, mi guidò verso il lettino sfiorandomi. La voce era lieve, soffusa. Io provai subito un certo disagio e cercai di non immaginarmela a letto. Stava per bucherellarmi la pelle, che importanza poteva avere la sua sensualità mascolina? Mi avrebbe sfiorato con le mani, lungo la caviglia e il piede da tatuare: scacciai le fantasie e pensai che quella sera sarei dovuta andare a cena con il mio fidanzato.

«Lo conobbi su un treno, sa? Il mio fidanzato, dico. Mi rivolse la parola solo perché incuriosito dal mio libro sul Brasile. In realtà mi stava tenendo d’occhio da mesi, mentre io leggevo. Racconti, Richard Yates, e anche un ottimo saggio sull’introversione che io…»

«Signorina? La sua distorsione?»

«Sì, sì, mi scusi. Aspetti».

Mi schiarisco la voce e in mezzo a questi ricordi sorrido, cercando le parole per proseguire, mentre frugo nella borsetta.

«Dove ero rimasta? Ah sì, ecco, insomma, con la tatuatrice, successe un pasticcio».

Mi lasciai sedurre. Un gioco sottile fatto di sguardi, di frasi di circostanza. Soddisfai le mie curiosità sul suo lavoro, anche solo per sentire la sua voce. Durante una pausa i nostri volti si avvicinarono, troppo. In quell’istante si fermò anche il mio respiro. Fu allora che le sollevai il mento per baciarla.

La cena con il fidanzato, quella sera, fu logorroica: ero eccitata e febbricitante. Il tatuaggio coperto dalla pellicola spurgò e fiotti di inchiostro si mescolarono ad altri liquidi. Il mio nervosismo venne nascosto dal lieve dolore alle linee tatuate. Lui si mostrò tranquillo, ma distaccato.

«Dottore, come potrà immaginare, dopo quel giorno, io pensai a quella donna per tutta la settimana. Capisce bene che io non…, non mi guardi così, la prego».

Non sapevo se dirlo al mio fidanzato, se rivederla, se fingere. Scelsi il silenzio.

«Stanotte l’ho raccontato a un’amica, dottore, abbiamo bevuto parecchio. No, non sono caduta per questo».

«Continui», sussurra il medico.

«Stamattina arrivai in stazione di corsa, barcollando su un tacco dodici, e quando li vidi – lui e la mia tatuatrice –  baciarsi senza ritegno, io scivolai, dottore».

Le mie gambe non ressero, la vista si offuscò e io scivolai sull’asfalto, accarezzandolo con le braccia e irrigidendo quella maledetta caviglia.

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Una storia di corna e leggerezza

typewriter-111407_1280La prossima volta glielo dico. Sì, ci ho pensato. Quella sua interpretazione proprio non mi va giù e forse gli dico anche che tutta questa autoreferenzialità mi indispone. Ok, ha ragione. Ho smesso di leggere un libro a settimana, narrativa per essere precisi. Ho smesso di concentrarmi, divago, progetto, fantastico. La musica di Spotify mi conduce in quei vicoli di coincidenze inventate pensando che siano quasi già vere. Sono stanca e voglio pensieri miei, parole mie, elaborazioni della mia mente. Voglio qualcosa che si muova. I libri sono statici e impongono immobilità al mio corpo. Ok, avrò anche piantato un libro complicatissimo a pagina 100 e qualcosa. Io non lo faccio, d’abitudine. Mi torturo, ma non abbandono. Non lascio ciò che inizio. Sono sicura? Non lascio ciò che mi piace, forse… Infinite Jest mi piaceva, L’arcobaleno della gravità al momento mi lascia un sottile disgusto. Cammino e la rabbia cresce. No, non è rabbia. Impotenza, sensazione di non essermi spiegata a dovere. Al posto di quel libro ora nella mia borsa c’è un manuale di scrittura. Racconto. Conflitto, voce, intreccio, trama… quella roba lì. Alla quale io tengo. Sprovvista di maestri, di direzioni, di frecce gialle, che altro potrei fare? Agire. Mi sembra il minimo. E lo faccio seguendo un’onda dettata da conoscenze che mi mostrano contatti che mi citano personaggi e libri di scrittura. Non posso sapere, almeno non con certezza, se possiedo o no quel granello di sabbia dal quale hanno ricostruito Fantàsia, sì, quelli là, quelli della Storia Infinita – Sebastian, Atreiu e il Fortuna Drago – ma posso esercitare. Cosa? O il nulla o quel granello. Quindi non significa che io desideri solo giocare, semplificare nel senso meno faticoso del termine. Mettere ordine, sì, certo. Non voglio solo le istruzioni, per alleggerire la mente da tomi difficili. Non è così che la vedo tutta questa storia di corna: ho tradito la narrativa e quel romanzo ostico con un manuale. Non l’ho fatto per avere una storia leggera e senza impegno o perché mi sto arrendendo alle difficoltà dell’introspezione. Mi sto impegnando. Voglio solo sapere come si fa e provarci seguendo quelle regole. Il romanzo è lì, i miei romanzi sono in attesa sulla mensola per quando arriverà il tempo maturo, mentre la mia voce o il mio corpo – quello vero – non possono più aspettare. Sì, glielo dico, forse con un tono duro. Un sasso incrocia la mia scarpa e schizza lontano. Alzo gli occhi prima di sbattere contro un passante, rallento e ripeto ogni parola nella mia testa. Eppure qualcosa mi sfugge… l’attesa, l’impazienza, l’inconsapevolezza.