In libera armonia

harmonica-748243_1280Volevo scrivere di libertà. Quella che ho sentito forte pulsare sotto la pelle in questi giorni, in cui il lavoro mi incatenava alla sedia. In cui il dolore alla tibia mi impediva di correre bene, come avrei voluto.

Mi sono sentita libera, nonostante i vincoli da ufficio, i procrastinare, il rimuginare. La sentivo come l’acqua che scorre, dentro di me. Ero libera nei miei vestiti estivi, sperimentando lunghezze e colori. Ero libera nelle ore notturne, rubate per scrivere ciò che è diverso e quindi più mio.

Ero libera di cercare la solitudine e amarla, ero libera nel progettare le tratte brasiliane con paura ed errore. Ero libera nel desiderare un uomo. Ero libera di desiderare e ottenere – con un atteggiamento timido e inconsciamente provocante – sguardi carichi di altrui desiderio. Ero libera di sentirmi asociale, sportiva, insicura e determinata. Ero libera di fregarmene, ero libera di far sentire la mia voce e perdere la pazienza. Ero libera di stare e andare.

Ero libera di immaginare e leggere, con il naso che toccava quasi il libro, per esserne ancora più rapita. Libera di dire no, un sì, qualche forse. Libera di commentare e di urlare canzoni. Libera di dire “non lo so”. Libera di sdraiarmi dalla mia estetista e chiacchierare di cose vecchie e nuove, tra un piede e una mano smaltata. Libera di essere permalosa, di accettarmi, di rispecchiarmi in parole altrui. Libera di sentirmi come Murakami, di essere ambiziosa, di visualizzare il successo. Libera di vedere segni e frecce nel lavoro e nell’oroscopo di Rob. Libera di prendere un treno a mezzanotte e venticinque e tornare a piedi per il centro all’una di notte. Libera di cantare con le cuffie mentre cammino, con la gente che sorride o mi piglia per matta.

Libera di avere una gonna cortissima, libera di percepire commenti di altre donne (su cosa non saprei, e nemmeno la loro natura) e ridere perché finalmente me ne frego. Non me ne importa proprio. Libera di sventolare le mie opinioni e di non parlare, di essere fredda, di sentire confidenze. Libera di chiedere aiuto. Libera di volere un bacio e non averlo. Libera di invidiare. Ah, quanta invidia di chi fa. Di chi scrive. Di chi ha un lavoro unico e creativo, artistico. Libera di avere paura, e di superarla o di tenerla stretta. Di andare a letto tardi, di mangiare al giapponese e all’indiano, di far uscire una me che non mi aspetto. Come se mi sentissi parlare da fuori. Libera di aspettare un’amica e di sceglierla. Libera mentre gli altri mi mangiano il tempo, libera mentre quel tempo lo ricreo.

Non è della libertà in realtà che vorrei parlare, ma di quel legame, quell’anello che manca e collega i miei due “io” (a volte in pace a volte in guerra) per farne un’unica persona, in libera armonia.

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Tiziano Ferro

11705952_10153567263045209_1466884492_oNon piango più come una volta. Non sfrutto quella valvola di sfogo. Non mi sentivo debole, ma capace di buttare fuori ogni cosa. Certo, significava anche essere inetta nell’affrontare minuzie, sensazioni, rimproveri, insoddisfazioni. Ingombravano la mia mente e uscivano sotto forma di lacrime. E il senso di colpa innescato dalla consapevolezza di avere tutto e non sentirsi a posto acuiva un disagio, un vuoto. Però piangevo. Almeno piangevo.

Ora qualcosa si è rattrappito e cristallizzato all’altezza dello sterno, mi disse una cartomante a una festa di paese. Non una di quelle feste con le zanzare e la pelle appiccicosa, né con le giostre e lo zucchero a velo o le frittelle. Era invece dolciastra e affettuosa, sottile e delicata. La cartomante mi parlò di amore, ovviamente, e di quel sentimento che sta lì e non permette di scegliere, di dare vita a qualcosa. Preferisco rinunciare. Perché? Banale sarebbe dire che non voglio soffrire.
C’è qualcosa di più. Qualcosa che non voglio perdere e qualcosa che non voglio acquistare. Qualcosa che mi fa chiudere per difendermi. Qualcosa che mi fa dire: rinuncio, pur di lasciarmi aperto un orizzonte ampio e solo mio. Mi viene in mente Piazza Unità d’Italia a Trieste. Quell’apertura della terra verso il mare, quel tutto che si distende ed estende. Ed è così che vorrei sentirmi.
Ma paradossalmente ottengo l’esatto opposto. La mia libertà a volte mi rinchiude e mi blocca. La mia libertà non mi fa piangere. Mi ha reso dura, forte, decisa. Tante belle conquiste… e poi?

Stanotte ho assaporato parole forti, che un tempo erano pugni allo stomaco. Mi ci ritrovo tutt’ora, le pronuncio urlando in uno stadio come se fossero fisiche, come se le masticassi o le leccassi. Ma non piango, non mi commuovo. Ripercorro il passato, e spunto nella mente tutte quelle situazioni cantate e che io ho superato. Mi sento arida, fredda. Vuota. Non ho nessuno a cui dedicare desideri nascosti, né da mandare a fanculo o da dimenticare. Non desidero alcun ritorno. Tutto è nello scatolone della mia vita precedente. Non ho più la sensazione di aver perso una parte di me, perché questa si è rigenerata come la coda di una lucertola. Canto e penso a tutte quelle vittorie, e alla mia fuga da qualsiasi sentimento.

Ed eccola lì, la verità. Inutile fingere. Io non sono pronta. Non sono pronta ad abbandonare ciò che sono, la mia roccaforte di sicurezza, determinazione, risate, progetti che riguardano solo me. Una roccaforte di curiosità, passione, disciplina. La voglia di imparare, di migliorarmi su tutto, di diventare. Una me che non vuole o non sa lasciare spazi vuoti.

A capo, riga, spazio bianco.

Per dare ritmo, per respirare.

Solo camminando o correndo la mia mente trova il suo spazio bianco. E l’ho capito soprattutto in queste due settimane senza sforzi, per via di una banalissima tendinite. Non tanto per la fatica del riposo, quanto per una frase emblematica detta da un’amica: “Se non sei iperattiva nel corpo, è iperattiva la mente; e viceversa”.

Non sono pronta perché devo sciogliere ciò che si è cementato dentro, ciò che si muove e borbotta con movimenti circolari. Non riesco ad accettare un sentimento perché sento di aver bisogno di dimostrare qualcosa. Perché non voglio accontentarmi, ma non è solo questo. Voglio dimostrare a chi e cosa? Con i miei viaggi, con le mie azioni forti, con la mia sincerità a volte sboccata cosa voglio dire? Che anche se sono timida non sono una “femminuccia”? Si tratta di una sensazione di confusione tra il maschile e il femminile che sono in me? Una ribellione disordinata e spastica ad alcuni stereotipi di genere nei quali non mi trovo? O perché la mia introversione o timidezza mi fanno apparire stupida? Respiro con fastidio una tendenza alle etichette, per cui non importa più se mi va di fare una cosa, perché tanto ci sarà sempre qualcuno che mi dirà che è di moda e sono conformista in ciò che scelgo. O ci sarà qualcuno che invece mi farà sentire un’aliena per alcune banalità, o perché accetto con fatica di possedere in me alcune caratteristiche femminili.

Uno, due, tre se conto Londra, quattro con il Cammino e cinque il Brasile che ancora deve venire. Cinque. Per sentirmi forte. Perché amo viaggiare. Perché la bellezza si auto alimenta e più lo faccio e più lo voglio fare. Perché da sola scopri particolari, vivi esperienza più forti e ogni elemento non è più vacanza, ma viaggio. La soddisfazione di organizzare, di averlo creato tu. Non è tanto ciò che visiti, ma come ti muovi a fare la differenza. E i momenti di felicità sono impensabili: un giorno di diluvio in Cambogia, un aereo interno viaggiando leggera tra Hanoi e Saigon e la guida che prende vita sotto la tua matita; quegli aneddoti che continuerai a ripetere per non dimenticarli mai. Ma c’è anche quella spinta là sotto. Lo sai che c’è. Dimostrare a te stessa di essere forte. Dimostrarlo agli altri. Al sesso maschile soprattutto. Forse a quel padre che vuoi stupire sempre, che vuoi non deludere, al quale vuoi dire che non c’è solo la tua timidezza, e che quella timidezza non è così una brutta roba. Sa essere bella, la stai accettando, ma non riesci a farlo del tutto fino a che non senti che quel legame con l’uomo per eccellenza si è ricomposto. Fiducia, accettazione, orgoglio. Semplicemente amore nelle nostre incolmabili diversità. Diversità di opinione, religione, politica, pensiero, ma stessi geni quando si tratta di quelle caratteristiche di personalità che fanno sorridere.

E poi ne hai ancora da scavare per scioglierti. Ci sono le blatte da affrontare: gli aspetti oscuri di te, quelli che ti fanno schifo, ma che ci sono. Quella cattiveria che sta lì, quell’egocentrismo che non ti fa vedere l’altro, quell’invidia che va analizzata e sminuzzata. Ho letto un libro sull’introversione: “Quiet” di Susan Cain. Mi ha aperto il mondo del mio narcisismo (mi piaccio e mi amo tantissimo eppure la maggior parte delle volte non mi accetto). E mi ha permesso – tra i mille spunti – di indagare i miei moti di invidia e quindi la mia ambizione, del tutto svincolata dal classico desiderio di diventare quadro in azienda, ma molto più vicino all’idea di fare un lavoro unico, creativo, cerebrale. Ma le schifezze sono ancora più profonde. Mi troveranno, si presenteranno. E le accetterò queste blatte.

Qualche notte fa ho sognato uno sconosciuto nel gesto di presentarsi e subito dopo un uomo che mi soffoca e si lamenta dei miei atteggiamenti ondeggianti, liberi e prepotenti. Ecco. La summa delle mie relazioni: amo il corteggiamento, la lusinga, il riempire alcuni vuoti, la parola piena di contenuto, ma è indispensabile che tutto ciò non ecceda la misura per non vedermi fuggire nella mia amata solitudine. E – forse – sto anche accettando di conoscere ciò che di me è sepolto.

Devi anche fare sì che nessuno si possa sentire in diritto di dirti che devi essere più o meno qualcosa. Non parlo di non accettare critiche costruttive. Sono convinta che serva circondarsi di Maestri.
Parlo invece di quella tendenza che hanno con te alcune persone. Dirti che prendi un gelato troppo calorico (quando hai appena fatto 30 km a piedi), dirti che dovresti parlare in pubblico, guidare l’auto, trovarti un uomo, essere più magra, più femminile, meno spacca coglioni, più socievole, lavorare di più, essere meno chiusa, più – meno – più – meno – più – meno – più – meno e sei sfinita. Perché non vai mai bene. Sei tu la più critica con te stessa e questo rende critici gli altri verso di te. Forse sei tu che – senza saperlo – dai questa autorizzazione? Tu permetti che ti dicano di mangiare di più o di meno, di ballare di più o di meno? Da dove inizia tutto ciò? Da dentro o da fuori? Dove sta la tua debolezza e perché ti ammazzi per colmarla? Quei viaggi per dimostrare che sei forte sono dentro di te. Vuoi urlarlo che sai stare sola, che sei capace di fare “tutto”. E sai bene che non è vero. E sai bene che nessuno ti vorrà meno bene per questo. O ti stimerà e ammirerà di meno.

Alla fine del concerto hai capito che quel nodo, quel grumo sta ancora lì. Ora lo sai. Sai che sei felice fuori e che lo sei dentro, ma solo per tre quarti. “Dopo un lungo inverno accettammo l’amore…”.
Non sono ancora pronta, ma amerò di nuovo, senza vergogna e senza paura. E sarà come quell’abbraccio che mi ha fatto piangere e sciogliere. Quello del fidanzato di un’amica, quello del perdono per uno schiaffo, quello che ha riportato la pace in tempo di lutto. Un abbraccio potente dal quale sono sgorgate lacrime liberatorie. Quel concetto di libertà cambierà, ti cambierà e non sarai mai più schiava di te stessa.

—-

C’è chi ha detto tutto ciò meglio di me:

Scivoli di nuovo
Conti ferito le cose che non sono andate come volevi
temendo sempre e solo di apparire peggiore
di ciò che sai realmente di essere.
Conti precisi per ricordare quanti sguardi hai evitato
e quante le parole che non hai pronunciato
per non rischiare di deludere.
La casa, l’intera giornata,
il viaggio che hai fatto per sentirti più sicuro
più vicino a te stesso,
ma non basta, non basta mai.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

Torni a sentire
gli spigoli di quel coraggio mancato
che rendono in un attimo
il tuo sguardo più basso
e i tuoi pensieri invisibili
torni a contare i giorni
che sapevi non ti sanno aspettare
hai chiuso troppe porte
per poterle riaprire
devi abbracciare
ciò che non hai più
La casa, i vestiti, la festa
ed il tuo sorriso trattenuto e dopo esploso
per volerti meno male,
ma non basta, non basta mai

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

E non vuoi nessun errore
però vuoi vivere
perché chi non vive lascia
il segno del più grande errore.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.
Che chiudo un po’.
Che chiudi…

E ancora …

L’Olimpiade
Casco e non mi arrendo
Riderai vincendo
E saprai che ciò che hai lo devi a te!

La fine
Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo,
Guardo il mio volto allo specchio
ma non saprei disegnarlo
Come ti parlo, parlo da sempre della mia stessa vita,
Non posso rifarlo e raccontarlo è una gran fatica.

Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per reiniziare, per stravolgere tutti i miei piani,
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole.

Non mi sembra vero e non lo è mai sembrato
Facile, dolce perchè amaro come il passato
Tutto questo mi ha cambiato
E mi son fatto rubare forse gli anni migliori
Dalle mie paranoie e dai mille errori
Sono strano lo ammetto, e conto più di un difetto
Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto:
‘Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta’.

Quante ne vorrei fare ma poi rimango fermo,
Guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno,
Non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre,
Se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente.

Il sole esiste per tutti
E trasceso il concetto di un errore
Ciò che universalmente tutti quanti a questo mondo
Chiamiamo amore

Blunotte  – Carmen Consoli
Forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei sforzi inutili
forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei gesti ridicoli
come se non bastasse
l’aver rinunciato a me stessa
come se non bastasse tutta la forza
del mio amore
e non ho fatto altro
che sentirmi sbagliata
ed ho cambiato tutto di me
perché non ero abbastanza
ed ho capito soltanto adesso
che avevi paura
forse non riuscirò
a darti il meglio
ma ho fatto i miei conti e ho scoperto
che non possiedo di più

Ciò che non faccio più

butterfly-108616_1280Non guardo più le vite degli altri. Non come gossip, pettegolezzo o curiosità sordida: quello non è così interessante. Non lo faccio più come confronto impietoso, come sistema giudicante. Non misuro più il mio valore confrontando le strade, gli scalini e i tempi altrui, come se ci fosse un solo sistema per muoversi e una sola unica linea diretta verso l’alto. A volte si scende, ci si ferma, si devia, si danza, si salta. Imparo, dagli altri, assorbo, mi confronto, mi relaziono. Ma non misuro più me stessa.

Non mi curo di ciò che ci si aspetta da me. Non mi interessa che gli altri giudichino una mia scelta come folle, assurda, imprudente. Mi giustifico ancora, a volte, ma non mi importa più di ciò che gli altri vorrebbero che io facessi. I tre tatuaggi sono stati un segno tangibile di questa novità. Evidenti, colorati, pieni di significati solo miei. Dire qualche no, vivere come preferisco, accettare ciò che non posso cambiare, seguire il mio intuito e la mia ragione. Sono più felice. Non sono accondiscendente, ma sono io. O quasi.

Non mi focalizzo più su ciò che manca, se non per migliorare. Non mi lagno di ciò che non ho in modo sterile, che poi non si tratta mai di oggetti o cose, ma di esperienze e pezzi di vita, di lavori, luoghi e capacità. Non sono più ossessionata da ciò che non ho fatto, non sono e non sarò. Spingo invece per migliorare ciò che è in potenza, in me. Penso più spesso alle bellezze di cui sono piena: è a questo che serve camminare, ballare, ridere, avere amici e una famiglia.

Non penso più ai compleanni dei miei ex, alle date speciali di amicizie e amori finiti. Sono semplicemente finiti. Sono là, nella scatola del passato e dei ricordi, mi hanno permesso di essere ciò che sono, ma non hanno alcun riverbero tangibile nella vita che ho adesso. Pensare troppo alla data di una vacanza, della laurea tanto odiata, della prima sigaretta, della prima uscita in ambulanza, non ha alcun senso se non nei racconti attorno a una birra. Penso ai calendari futuri, alle amicizie che durano da uno, dieci, vent’anni o da sempre.

Non penso che dovrei essere più o meno qualcosa. Più bella, più scaltra, meno timida, meno indecisa… sto smettendo. Magari, ecco, mi concedo un appunto sul peso.

Non mi avvolgo più di rimpianti, lasciandoli cadere su di me a formare un mantello. Quando ho smesso, ho sentito un click nella testa, come quando ho smesso di fumare. Non esistono i rimpianti. Ho sempre scelto ciò che volevo, quando mi capitava di dover scegliere. Se potevo scegliere. Ora, nella stessa situazione, farei scelte differenti? Magari è perché sono cambiata io, il contesto, le condizioni e la rete di amicizie e relazioni. Non ho fatto psicologia? Perché non ne ero convinta, perché non era la scelta che in quel momento mi appariva più saggia. Magari per compiacere, perché no. Non avevo ancora smesso di fare ciò che ci si aspettava da me, all’epoca.

Non arretro più. No, se non in casi eclatanti, amando e accarezzando la mia timidezza. Perché ha valore tanto quanto l’esuberanza. Il piede, ora, va in avanti. Resta l’ansia leggera, l’agitazione a tratti. Resta il silenzio quando non so cosa dire, perché a me le chiacchiere a vuoto non piacciono, ma esplodono racconti quando ne vale la pena.

Non fingo più. Se non voglio esserci, se non posso esserci, se non mi piace qualcosa o non ci credo, ora lo dico. Dico ciò in cui credo, che penso, che so, quando ho davanti – beninteso – qualcuno per cui so che vale la pena sforzarsi. Altrimenti lascio correre, ma perché lo voglio io, non perché devo fingere per quieto vivere. Basta, con il quieto vivere. Non dico di sì per poi lamentarmi, con la paura che l’amica si offenda. Non scendo a compromessi che non siano leciti e validi. Gestisco la mia vita senza accontentare tutti, sempre e per forza.

Non nascondo i miei gusti, nemmeno quando sono criticabili ossia sempre, da almeno qualcuno. Non nascondo il mio folle amore (ormai relegato nel cantuccio giovanile) per Ligabue, nemmeno quando ridendo vedo battute su accordi e pessima musica, adoro Tiziano Ferro e mi è sempre piaciuta una sola canzone – giuro una sola – di Gigi d’Alessio. E quindi? Non faccio la fighetta perché leggo i Nobel: io mi ci diverto, e adoro quel premio proprio perché senza sarei stata nell’ignoranza di autori favolosi, che mi hanno stravolto, guidato, fatto riflettere e sorridere. Adoro Wallace tanto quanto ascolto bachate a ripetizione anche se “fanno tamarra”, mi piace mangiare e gustare i sapori. Mi piacciono le trattorie spartane e i menù un po’ rustici (dai nervetti alla cassoeula), ma anche il “sushi cinese” dei ristoranti di qui. Mi fa dormire il Signore degli Anelli, almeno secondo il ricordo che ne ho io quando lo vidi al cinema, magari lo vedo ora e cambio idea. Accetto di poter cambiare idea. Ho dei problemi con pianoforti e musica classica, o con la lirica. Non ho la tv perché mi urta la confusione e il rumore “alla Bonolis”. Adoro Pavia.

Non mi lascio trascinare così tanto dalle ossessioni, dalle compulsioni, dal controllo. L’ansia di volere a tutti i costi andare qui, là, lì è scomparsa. Se penso al Brasile per quest’estate, non mi viene più quella tensione ossessiva che mi fa perdere di vista il resto. L’ossessione di essere questa o quella persona ha lasciato il posto al fare, al vivere, al camminare.

Infine non mi scoraggio più sentendomi inetta. Ma ancora mi impigrisco e mi blocco, nonostante sia iperattiva e impaziente. Ancora non capisco perché mi sento ferma, a volte. Ancora non bilancio gli opposti che risiedono in me. Ma c’è tempo, e sono già tante le cose non faccio più. Ed è per questo che sono già felice.

Figlio mio, ti prego, sbaglia

sheep-338225_1280Ciao Ele. In pochi istanti un fiume di frasi, parole, aggiornamenti messi lì come in una coperta patchwork – se mai esistano ancora – su quello schermo. Non ci sentiamo da anni, quanti? Mi chiede di mia sorella, a Londra. No, no … ha vissuto due anni a Bangkok. Quindi 2012, all’inizio però. Non ero stata ancora in Asia zaino-in-spalla, né un mese a Londra, non sapeva che vivevo a Pavia da un anno e mezzo o che mi sono fatta 900 km a piedi. Il lavoro va bene. Ma tu? Come sta la piccola? Arriva la foto … è la sua fotocopia, la mia vicina di banco del liceo in miniatura. Ti ho letto da qualche parte, mi dice, mi sono commossa. È lei a commuovere me. Per te, ecco ciò che ti è piaciuto, lo ripropongo qui:

Se avessi un figlio gli augurerei una sola cosa: sbaglia.

Figlio mio, figlio di chiunque tu sia, bambino che vedo correre per strada, ti prego, dammi retta: sbaglia. Godi un mondo a sbagliare, cadere, riprovare. Ridi sbagliando e sorseggia una bibita fresca con il sorriso sulle labbra quando da adulto vedrai i tuoi sbagli. Non posso più chiedere ai miei genitori questo augurio, questa follia, questa libertà, ma posso donarla a chi arriverà dopo di me.

Se avessi un figlio gli direi di fare cazzate, provandoci con tutto sé stesso. Di avere il periodo dark, punk, rock, ska, house, metal, telemarketing, streaptease, cazzeggio, sigarette, discoteca, film, sesso, musei, dipendenze, scappo di casa al liceo, lavoro in proprio, studio matto e disperatissimo, artista, pony, commessa, jeans strappati, ragazza madre o padre, conto a zero, volontariato, religioni, ascetismo, materialismo.

Gli direi di avere una vita degenere e provata, sofferta, piena, struggente. Se avessi un figlio gli direi di non seguire il binario e di non fare il bravo ragazzo o ragazza per forza. Non gli direi di non andare in giro sgualcito, che chissà cosa dicono di sua madre. Gli direi di fregarsene più che può e di sentirsi bella/o: che ci vogliano due minuti o sei ore davanti allo specchio, come è nella sua indole. Gli direi che non conta se sei perfetto nei tempi, conta cosa cazzo ci fai con quel tempo. Conta se in quegli anni di università e di lavoro hai ribaltato il mondo, sei scappato di casa, ti sei fidato della gente imparando a conoscerla, hai dato e hai vissuto seguendo la solidarietà e il principio dell’incontro e dell’amicizia cruda, non quella dei salamelecchi. Conta se ti sei fatto fregare dal primo che passa, se hai provato di tutto per mantenerti, se hai viaggiato ovunque con i soldi del lavoro all’ucicinema, conta se hai amato tanto e con forza solenne chiunque abbia incontrato la tua stessa voglia di vivere. Conta che tu abbia abbracciato le tue paure, rabbie, rancori, malesseri e malumori.

Se avessi un figlio soffrirei sapendo di dirgli tutte queste cose, vorrei proteggerlo dal dolore e dall’errore, dal rimpianto che ne consegue. Ma se avessi un figlio saprei anche guardarmi indietro con consapevolezza, stringerei i denti e gli direi: figlio mio, ti prego, sbaglia.

Pubblicata su GallizioLab

Allora niente lo è

Se non sono vita gli errori, allora niente lo è.

Cerchiamo di evitarli e aggirarli, ci colpevolizziamo e parliamo di tempo perso e buttato, di sofferenza come di un’inutilità, di una non-vita. Perché? Anni spesi con un uomo o una donna sbagliata non sono la nostra vita stessa e il nostro percorso? Anni trascorsi in un lavoro stretto o in un’ossessione professionale non ci permettono forse di capire se deviare o stare?

Se non è vita fare la spesa, rompere un bicchiere, baciare chi non è per noi, allacciarsi le scarpe, correre, pulire la cucina, prendere un mezzo, fare la fila, allora cosa lo è? Non di certo quel momento di perfezione vissuto in ferie, non la festa delle nozze né il party di laurea: la vita è come ci sei arrivata a quel cazzo di party di laurea. Anche se poi la butti perché tu cambi e non ti rispecchia più, anche se scegli altro perché siamo impermanenti e ti scopri diversa. Anche se non riesci a stare con quell’uomo che hai sposato, anche se le ferie finiscono e quel viaggio ti resta. Ma come ci sei arrivata a quel viaggio? E a quello dopo ancora? Pulendo camera tua, cantando, lavorando in quella pizzeria, dando gli esami, baciando sconosciuti, ballando latino americano, guardando film in inglese, comprando vestiti che non hai messo, cucinando per te sola, spintonando gente sul tram e osservando fuori dalla finestra con occhi assenti.

Ogni traguardo racchiude tutti i momenti, compresa quella volta che hai perso le chiavi di casa o quando hai tamponato quel tizio sulla statale. Ogni errore ci devia e ci riprende, ci plasma e ci orienta. Ogni imprevisto ci rende vivi, ogni abitudine ci costruisce. Se non sono vita gli errori, le abitudini e gli imprevisti, allora niente lo è.