Percorso e arrivo

metamorphosis-228720_1920“La maggior parte delle persone vive come se la vita fosse un arrivo”. Non è l’inizio, ma la conclusione di un discorso fatto di poche battute precise e determinate. Perché nella teoria siamo tutti bravi.

La meta ci deve essere, chiaro, ma la vita è percorso: altrimenti quando ci si ferma un istante a riflettere si sprofonda. Ciò che non abbiamo prevale a tal punto da gettarci nella disperazione. Perché in ogni istante ci sarà sempre un tutto che non abbiamo. Un niente che ci appartiene. Possiamo rigirarla in ogni modo, ma riusciremo sempre a scovare la mancanza o il fallimento: amore, lavoro, casa, interessi… E per fortuna! Significa che siamo sempre nel percorso, dentro questa ruota. Ottenuti alcuni risultati, ecco che le carte si mescolano e la partita ricomincia. Quella casa in affitto non è più una conquista, la forza di stare sola può vacillare, il lavoro ha sete di stimoli come se fossimo nel deserto. Arrivare vuol dire anche ricominciare oppure morire.

Eppure viviamo tutti come se l’arrivo fosse più importante di ciascun passo. Sì, sono ripetitiva con queste metafore da pellegrina, eppure, benché sembra una teoria consolidata – senza escludere quanto sia fondamentale avere una meta – la gente, come dice chi mi ha scritto, vive nell’arrivo.

Quanto mi è ora chiaro lo spreco di energie per un voto e per un pezzo di carta e non per imparare, per essere felice mentre scoprivo, studiavo, sapevo. Quanto mi illumina e mi rasserena sapere di aver bisogno di rimettermi in moto, di cambiare e procedere continuamente. So che a un nuovo cambiamento, a un nuovo obiettivo, ci sarà quella sensazione dolorosa di non avere. Non essere. E so che andrà solo affrontata come qualsiasi metamorfosi, come qualsiasi parto, come qualsiasi rinascita.

Si ricomincia, si procede, si indietreggia, a volte si distrugge e si ricostruisce, perché la vita e la felicità non sono mai – o non solo – un arrivo. L’arrivo può essere anche triste e malinconico, deludente o rabbioso, può voler dire perdere qualcuno, o qualcosa.

Per me invece la felicità è una risata prorompente, una routine piacevole, un inizio e una fine e ciò che vi è in mezzo, una sfida, un desiderio, un giorno qualsiasi, un momento preciso, un bacio, l’inatteso, la sorpresa, il rovescio della medaglia, i doni, la bellezza, il movimento, il crepitio e i rumori in una carrozza di un regionale veloce. La felicità sono pagine scritte, l’arte, la sapienza, i limiti umani e chi li supera, le lacrime di una madre, un volto stanco e anziano, un occhio luminoso, lo sguardo d’amore di un padre, le scelte di un figlio. La vita è il momento del percorso nel quale siamo. Qualsiasi esso sia. Rinascita, ricaduta, dolore o gioia, novità o insofferenza. Con quello che abbiamo e con ciò che manca.

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La terza

tuba-388989_1280Arriva il momento in cui una coinquilina se ne va. Sì, perché vivo con altra gente, cosa che a molti sembra poco confortevole, quasi fastidiosa. Non si tratta di un imperativo né di una necessità. Si tratta di spendere per ciò che preferisco – la casa di una single-che-non-c’è-mai non rientra al momento tra le mie priorità – e di risparmiare sul tempo. Perché poter fare le pulizie in tre, per dirne una, non è come farle da sola. E la differenza nei miei weekend la noto. Vivo con uno studente silenzioso, G., con cui si è instaurato un brillante rapporto di reciproco rispetto della solitudine (che io tanto amo) e con la terza inquilina. La terza. Non si può chiamare altrimenti, visto che ne sono passate tre, da quando ci sono io. La terza è ballerina, instabile, effimera. La terza mi fa sentire quel sordo rumorino quando dice che se ne va. Tumb. Lievissimo, perché non lego come in amicizia, ma ne sento l’arrivo e la partenza. Sento le regole che si infiltrano, la mia freddezza che lentamente si scioglie quando scopro che non c’è nulla da temere. Tumb. «Io lascio la casa a metà febbraio». Incolore, insapore, inodore. Bene, male. Dipende da chi arriverà. Tu andavi bene, ma non è che mi strappo i capelli ora che vai via. Che dire? Tumb. Riconosci il tonfo, lo osservi. Andrai a Tunisi per lavoro: valigie, trasloco, quell’aria sbarazzina dal sapore estivo, inviti per il mare ai quali associo le immagini di un turbante beige e di una lieve brezza di sabbia. Tumb, è un saltino e una sospensione aritmica. Senti che tu sei ancora lì, vedi scorrere le tre donne che se ne sono andate e tutti i vuoti d’aria che hanno prodotto arrivando e partendo. Quando arrivano senti un’apnea, quando vanno senti il rilascio. Conoscere quella nuova non mi dà alcun sentimento, viceversa ripenso alle altre due prima di te. A., è andata a convivere, ma non si è granché mossa dalla sua routine pavese, e questo mi rilassa, ci vediamo, condividiamo un’esperienza e sì, siamo amiche, ora, fuori casa. La seconda era una mia conoscenza lavorativa, si muoveva come un’onda, la percepivo come una carovana di troppe carrozze, troppi rumori, troppo…come il vento del master l’ha portata qui, lo stesso vento l’ha riportata dai suoi. Ecco, poi ci sei tu che vai a Tunisi. E io a giugno festeggio due anni, con un pizzico di quel Tumb più stropicciato, più patetico, più prezioso e più ardente, ché – a dirla con un luogo comune – sono proprio volati o sembra ieri. Ma a volerci spendere una parola in più posso dire che è capitata, questa città. È capitata questa casa, che anche se io l’amo mi riporta alla mente quell’autostrada di Silvestri (ma Pavia non ha nulla a che vedere con l’incrocio, la casa, la chiesa e la croce), per questo avrei giurato di starci poco, giusto quel tempo necessario per… per cosa? Per sceglierla. Per scegliere la nebbia, la voglia, l’acqua e il cammino.Per scegliere quel mattino che arriva prestissimo, quella strada che porta al treno, e quella piazza gremita di gente, ma non sempre. Per scegliere quel saluto a chi ormai riconosco, quell’impegno che ho preso, quel «ciao, come va?» sussurrato, per scegliere le solite strade su cui camminare – e sorriderci da sola, pensando – e quel parco che cambia di stagione in stagione. Per sceglierla ancora, insieme a quel Tumb.