Frivolezze

600156_10151149704080209_1208774549_nCiao,

stavo guardando il film sulla vita di Johnny Cash.

Quando lui apre tutte quelle lettere di ammiratori che lo ringraziano, in modo istintivo ho pensato: avrei potuto scrivere anche io, così, a Luciano.

Già, avevo undici anni nel 1993, avevo da poco avuto un fratellino, o forse era ancora il 1992 e mia madre aveva un bel pancione dolcissimo. Ricordo poche cose in modo nitido: Eros Ramazzotti che mi dice che ho un bel naso, io che mi addormento al suo concerto, l’euforia del fratellino (dopo una sorella) e la cassettina della madre di una mia compagna di classe.

A memoria sembrava Lambrusco, coltelli, rose e pop corn. È stampata dentro la mente, ma poi mi vedo con questa amica mentre si balla – o meglio si salta – sul suo letto a ritmo di Balliamo sul mondo. Qualcosa non torna, ma chissà cosa. Da lì credo sia iniziata una piccola e sottile passione. Inizialmente fu una carica, una scossa: saltare sul letto, un ritmo incalzante, l’energia di una undicenne. Ma ancora, forse, era presto perché si trasformasse e desse qualche frutto.

Laura Pausini vinse Sanremo – che all’epoca era ancora un evento, almeno in casa mia – proprio quell’anno con La solitudine. Ricordo che alle elementari ritagliavamo da TV Sorrisi e Canzoni i testi delle canzoni preferite, per impararle. A volte capitava che qualcuno potesse fare le fotocopie al lavoro da papà per distribuirle a tutte. Mi ricordo che Laura entrò nel cuore di noi bambine romantiche, prima che io rifiutassi gli stereotipi e diventassi “femminista”.

Poi ci fu il fenomeno 883: chi è nato nei miei anni (intorno all’82) non ha potuto far altro che crescere e vivere con loro un pezzo di adolescenza. Una tappa obbligata, un fluire pigro. Il weekend che finisce a pasta in brodo e affettato, questa casa non è un albergo, Come mai, Nessun rimpianto: quest’ultima canzone la si tirava fuori a ogni storia finita, anche diventati grandi. Mi ricordo mio padre e il suo disappunto per le parolacce, nelle canzoni di quella cassetta colorata regalatami da mia zia per Natale. Conservai con ancora più insolenza Nord Sud Ovest Est, le sue XXX nei testi, ma l’audio ben chiaro.

Sempre alle medie a un certo punto comparve il libretto dei canti dell’oratorio (giuro! Proprio all’oratorio e io ora sono tutto fuorché cattolica, anche se ho la mia dose di spiritualità) era ricco di Liberi liberi e Non è tempo per noi. Ecco, quanto mi ci ritrovavo in quella canzone! Ero una pulce dispersa nel mio mondo di paese, fatto di poche certezze e con la confusione lasciata sulla porta ad attendere il periodo della ribellione, che nel mio caso forse fu tardivo, o meglio, fu graduale. A 33 anni questo periodo sembra ancora non essersi concluso, visto che ho da poco fatto uscire alcune parti del “chi sono”. O chi vorrei essere.

Il Liceo Classico non mi permise grandi distrazioni: testa china fino a sabato quando qualcosa si apriva, qualche libertà. Dapprima il solito oratorio, poi i disco pub e l’Alcatraz e quel ragazzo “grande” che mi piaceva. Due occhi intenti a guardare donne più belle, adulte. Non me. A lui, come se non bastasse, piacevi tu. Di sicuro Urlando contro il cielo era d’obbligo. Poi c’è stata Ho messo via, e con quella scivolarono lontano Laura, Nek, gli 883.

A un certo punto sono comparse Carmen ed Elisa, non ricordo quando, forse più in là. Ma tu eri più forte. Eri tenace ed eri un aiuto. Un aiuto per qualsiasi mio pensiero adolescenziale, per qualsiasi voglia di sognare. A volte eri le parole che avrei voluto sentire da mio padre, a volte eri l’insegnante che non è mediocre, a volte eri solo spinta, energia e carica. Eri sessualità e sensualità. La prima volta che vidi il video di Certe Notti rimasi senza fiato. Avevo 13 anni. E in casa tutti impararono il significato del termine “adolescenza femminile”, mentre io imparai quello di “ormoni”.

Quella che non sei è stata per tanto tempo il mio talismano. In un paesino dove davvero o sei troia o sei sposa, dove la paura di non essere bella mi accompagnò per anni e ancora adesso la vivo spesso, Quella che non sei mi sta addosso quanto un vestito su misura. Anche se ora posso dire ciò che sono. Per fortuna.

Il mio sogno? Ho sempre voluto scrivere, dalle elementari credo. In parte si è realizzato, in parte sto ancora scrivendo. Questa lettera è abbastanza di getto, non guardarla in quell’ottica. Quello che voglio dirti è che nelle tue canzoni ho sempre trovato quel “quid” di speranza, quell’illusione buona, la sensazione che noi che ti seguiamo abbiamo alcune caratteristiche in comune, una mentalità simile.

Il ’99 è stato l’anno in cui finalmente ho strappato a mia madre il primo concerto. Forum di Assago, con amici più grandi. Il giorno dopo avevo il compito di storia dell’arte, avevo 17 anni, ho preso 8. Quella notte ho scoperto l’adrenalina e le endorfine. Non sono più riuscita a fermarmi. Ho saltato il primo Campovolo, perché era il compleanno di un tizio (ovviamente avevo un debole per lui, maledetta me), e Nome e Cognome non ricordo per quale motivo. Ho divorato album vecchi fino a consumarli, alcune canzoni che nel frattempo magari mi ero persa per strada: Walter il mago, I duri hanno due cuore, Dove fermano i treni… le ho scoperte più in là con l’età. Forse non le avrei comprese prima.

Ricordo un concerto a San Siro, mia madre che conserva il mio messaggio: “sono davanti, mamma, sono davanti”. Il mio fidanzato dell’epoca che corre per prendere i posti e il diluvio che comunque non mi fa staccare le mani dalle transenne. Il mio esame di informatica, una settimana dopo, andò benissimo. Ricordo tutti i concerti, da quello nel palazzetto di Cantù fino all’Arena di Verona da sola, in una posizione splendida senza nemmeno saperlo, in un weekend di me stessa altrettanto bello e adulto. Ricordo di aver dormito in auto a Campovolo 2011, dopo averci messo 3 ore per trovarla: eravamo arrivate così presto che il parcheggio era deserto. All’uscita la quantità infinita di automobili conferì un aspetto diverso al prato, tanto da non riuscire a orientarsi.

Ricordo le risate e le attese. Ah, l’adrenalina dell’attesa. La gioia e la bellezza di quei momenti. Perché avevano un senso. Erano la mia speranza. Il mio sogno, la mia passione. Ho capito che per ciò che ti appassiona si può davvero fare di tutto: farsi 400 km fino a Cividale, ustionarsi al sole, uscirne a pezzi, distrutti o fradici di pioggia. Ma felici. La mia determinazione in altri campi della vita, a volte, penso di doverla a quella musica, a te, al tuo atteggiamento. La passione agisce sulla mente ed è la mente che tutto può, o almeno può un sacco: può farti fare 900 km a piedi e nei momenti di fatica farti cantare a squarciagola: gambe per andare

Tu rappresenti una zona paterna, una zona sensuale, una zona che mi ricorda il mio scrivere, e infine una zona di amici persi, ex, e amici ancora presenti. Tante tappe della mia vita scandite dalla tua musica e dai tuoi concerti. Non ultime, tra le tappe, ci sono anche le lotte interne della mia mente e quella consapevolezza, quella canzone: non sei più lo stesso.

No, sono migliore ora, sono più me stessa di quanto non fossi prima. Ciò che rimane di noi, a volte, è quel nocciolo duro che non si rompe mai e che è l’essenza di ciò che siamo. Ero pronta anche per il 18 marzo, ma l’influenza non ha voluto sentire ragioni e questa volta – a malincuore, ma con il cuore di un’adulta – devo saltare il tour. Sono pronta a guardarti con occhi diversi, ad ascoltare canzoni vecchie con orecchie nuove, sto cambiando, mi sto sbozzolando e ti tengo lì, nel limbo, lasciandoti andare come posso.

I miei tatuaggi sono tre: una frase di un film stupendo del 1993 (Il tempo non muore mai, il cerchio non è rotondo), una conchiglia del Cammino di Santiago con la scritta Buen Camino e un tatuaggio con libri che si trasformano in farfalle o da cui nascono farfalle. Sui libri ci sono un elefante (Saramago), un mappamondo e le lettere della parola Ultreya (vai avanti). I significati sono profondi e quasi solo miei.

Voglio essere me stessa, avere la mia voce, voglio che quella passione mi bruci fino a farmi stare sveglia le notti (per scrivere). In quanto a te, ti lascio andare per conservarti solo nei ricordi. Ormai ho perso per strada la mia vecchia pelle, come un serpente.

Il cerchio non è rotondo, era ora che ti scrivessi.

Grazie,

Eleonora

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Solitudini

book-436507_1280La solitudine che cerco non è quella che trovo. Oggi è forzata, costretta, vincolata e limitata da quattro pareti. Non posso fare le mie lunghe camminate, né correre, né accontentarmi di un giretto in centro. E quindi la disprezzo. Non ne approfitto perché si trasforma in inettitudine e pigrizia. La postura, la stanza, la penombra, il computer, l’aria condizionata sono elementi che percepisco come malsani e portatori di noia.

Poi mi costringo a prendere contatti per un’intervista di lavoro, a pianificare il Brasile, anche se mi sembra di girarci intorno e qualcosa non convince. Infine arrivo anche sul blog. Aspetto che la giornata finisca. Lo sento dentro che la mia è un’attesa. Esco per un caffè e una Coca zero, uso whatsapp e cazzeggio in Facebook. Stavolta no, no che non la amo la solitudine, anche se conoscendomi non è che la sacrificherei proprio per qualsiasi persona o attività. La solitudine del movimento mi appartiene e mi fa godere della solitudine da divano/camera/cucina.

Oggi invece sono vagante, annoiata e mi viene appetito. La musica mi innervosisce e non ho nemmeno aperto il libro, nonostante non veda l’ora di procedere con “La donna giusta”, pieno di ciò che provo e vivo, pieno di considerazioni che quando alzo la testa mi convinco che siano i libri a sceglierci.

Un popolo di pagine che sfugge dalle mani sbagliate. Mi immagino Anna Karenina che si scosta, mentre le sorelle Lisbon premono per farsi acquistare. Una lotta epica tra Kundera e Woolf per spartirsi nei tempi giusti un tizio con il cappello e una signora tatuata. Mentre, dopo l’acquisto, nelle librerie di casa si dispongono in ordine lasciandosi accarezzare. Alcune volte forziamo la mano, lasciamo giù il libro che ci ha chiamati, ne prendiamo un altro titubanti ed ecco che lo piantiamo a metà, o ci sforziamo di leggerlo. “Non ci ascolta, questo qui” tuona Hal Incandenza dal ripiano in alto, dopo essere stato letto un anno fa. “Era il turno di Peter, Judit e Marika”, sussurra un personaggio di Philip Roth.

Non apprezzo la solitudine statica e senza aria, se non quando è tardi. Se non ora che il pomeriggio se n’è andato. E mi dispiace averla persa. Mi dispiace perché domenica scorsa l’ho dovuta addirittura difendere dall’arrivo di un amico, e l’ho sorbita di gusto durante e dopo i miei trenta km. Me la devo conquistare, spesso. Quando invece è totale e forzata – solitudine, libertà, spazio aperto – non so muovermici in mezzo, non so usarla. Procrastino. La trasformo in noia e sonnolenza. Quante possibilità, quanto non ho fatto. Sto. Semplicemente sto.

Tiziano Ferro

11705952_10153567263045209_1466884492_oNon piango più come una volta. Non sfrutto quella valvola di sfogo. Non mi sentivo debole, ma capace di buttare fuori ogni cosa. Certo, significava anche essere inetta nell’affrontare minuzie, sensazioni, rimproveri, insoddisfazioni. Ingombravano la mia mente e uscivano sotto forma di lacrime. E il senso di colpa innescato dalla consapevolezza di avere tutto e non sentirsi a posto acuiva un disagio, un vuoto. Però piangevo. Almeno piangevo.

Ora qualcosa si è rattrappito e cristallizzato all’altezza dello sterno, mi disse una cartomante a una festa di paese. Non una di quelle feste con le zanzare e la pelle appiccicosa, né con le giostre e lo zucchero a velo o le frittelle. Era invece dolciastra e affettuosa, sottile e delicata. La cartomante mi parlò di amore, ovviamente, e di quel sentimento che sta lì e non permette di scegliere, di dare vita a qualcosa. Preferisco rinunciare. Perché? Banale sarebbe dire che non voglio soffrire.
C’è qualcosa di più. Qualcosa che non voglio perdere e qualcosa che non voglio acquistare. Qualcosa che mi fa chiudere per difendermi. Qualcosa che mi fa dire: rinuncio, pur di lasciarmi aperto un orizzonte ampio e solo mio. Mi viene in mente Piazza Unità d’Italia a Trieste. Quell’apertura della terra verso il mare, quel tutto che si distende ed estende. Ed è così che vorrei sentirmi.
Ma paradossalmente ottengo l’esatto opposto. La mia libertà a volte mi rinchiude e mi blocca. La mia libertà non mi fa piangere. Mi ha reso dura, forte, decisa. Tante belle conquiste… e poi?

Stanotte ho assaporato parole forti, che un tempo erano pugni allo stomaco. Mi ci ritrovo tutt’ora, le pronuncio urlando in uno stadio come se fossero fisiche, come se le masticassi o le leccassi. Ma non piango, non mi commuovo. Ripercorro il passato, e spunto nella mente tutte quelle situazioni cantate e che io ho superato. Mi sento arida, fredda. Vuota. Non ho nessuno a cui dedicare desideri nascosti, né da mandare a fanculo o da dimenticare. Non desidero alcun ritorno. Tutto è nello scatolone della mia vita precedente. Non ho più la sensazione di aver perso una parte di me, perché questa si è rigenerata come la coda di una lucertola. Canto e penso a tutte quelle vittorie, e alla mia fuga da qualsiasi sentimento.

Ed eccola lì, la verità. Inutile fingere. Io non sono pronta. Non sono pronta ad abbandonare ciò che sono, la mia roccaforte di sicurezza, determinazione, risate, progetti che riguardano solo me. Una roccaforte di curiosità, passione, disciplina. La voglia di imparare, di migliorarmi su tutto, di diventare. Una me che non vuole o non sa lasciare spazi vuoti.

A capo, riga, spazio bianco.

Per dare ritmo, per respirare.

Solo camminando o correndo la mia mente trova il suo spazio bianco. E l’ho capito soprattutto in queste due settimane senza sforzi, per via di una banalissima tendinite. Non tanto per la fatica del riposo, quanto per una frase emblematica detta da un’amica: “Se non sei iperattiva nel corpo, è iperattiva la mente; e viceversa”.

Non sono pronta perché devo sciogliere ciò che si è cementato dentro, ciò che si muove e borbotta con movimenti circolari. Non riesco ad accettare un sentimento perché sento di aver bisogno di dimostrare qualcosa. Perché non voglio accontentarmi, ma non è solo questo. Voglio dimostrare a chi e cosa? Con i miei viaggi, con le mie azioni forti, con la mia sincerità a volte sboccata cosa voglio dire? Che anche se sono timida non sono una “femminuccia”? Si tratta di una sensazione di confusione tra il maschile e il femminile che sono in me? Una ribellione disordinata e spastica ad alcuni stereotipi di genere nei quali non mi trovo? O perché la mia introversione o timidezza mi fanno apparire stupida? Respiro con fastidio una tendenza alle etichette, per cui non importa più se mi va di fare una cosa, perché tanto ci sarà sempre qualcuno che mi dirà che è di moda e sono conformista in ciò che scelgo. O ci sarà qualcuno che invece mi farà sentire un’aliena per alcune banalità, o perché accetto con fatica di possedere in me alcune caratteristiche femminili.

Uno, due, tre se conto Londra, quattro con il Cammino e cinque il Brasile che ancora deve venire. Cinque. Per sentirmi forte. Perché amo viaggiare. Perché la bellezza si auto alimenta e più lo faccio e più lo voglio fare. Perché da sola scopri particolari, vivi esperienza più forti e ogni elemento non è più vacanza, ma viaggio. La soddisfazione di organizzare, di averlo creato tu. Non è tanto ciò che visiti, ma come ti muovi a fare la differenza. E i momenti di felicità sono impensabili: un giorno di diluvio in Cambogia, un aereo interno viaggiando leggera tra Hanoi e Saigon e la guida che prende vita sotto la tua matita; quegli aneddoti che continuerai a ripetere per non dimenticarli mai. Ma c’è anche quella spinta là sotto. Lo sai che c’è. Dimostrare a te stessa di essere forte. Dimostrarlo agli altri. Al sesso maschile soprattutto. Forse a quel padre che vuoi stupire sempre, che vuoi non deludere, al quale vuoi dire che non c’è solo la tua timidezza, e che quella timidezza non è così una brutta roba. Sa essere bella, la stai accettando, ma non riesci a farlo del tutto fino a che non senti che quel legame con l’uomo per eccellenza si è ricomposto. Fiducia, accettazione, orgoglio. Semplicemente amore nelle nostre incolmabili diversità. Diversità di opinione, religione, politica, pensiero, ma stessi geni quando si tratta di quelle caratteristiche di personalità che fanno sorridere.

E poi ne hai ancora da scavare per scioglierti. Ci sono le blatte da affrontare: gli aspetti oscuri di te, quelli che ti fanno schifo, ma che ci sono. Quella cattiveria che sta lì, quell’egocentrismo che non ti fa vedere l’altro, quell’invidia che va analizzata e sminuzzata. Ho letto un libro sull’introversione: “Quiet” di Susan Cain. Mi ha aperto il mondo del mio narcisismo (mi piaccio e mi amo tantissimo eppure la maggior parte delle volte non mi accetto). E mi ha permesso – tra i mille spunti – di indagare i miei moti di invidia e quindi la mia ambizione, del tutto svincolata dal classico desiderio di diventare quadro in azienda, ma molto più vicino all’idea di fare un lavoro unico, creativo, cerebrale. Ma le schifezze sono ancora più profonde. Mi troveranno, si presenteranno. E le accetterò queste blatte.

Qualche notte fa ho sognato uno sconosciuto nel gesto di presentarsi e subito dopo un uomo che mi soffoca e si lamenta dei miei atteggiamenti ondeggianti, liberi e prepotenti. Ecco. La summa delle mie relazioni: amo il corteggiamento, la lusinga, il riempire alcuni vuoti, la parola piena di contenuto, ma è indispensabile che tutto ciò non ecceda la misura per non vedermi fuggire nella mia amata solitudine. E – forse – sto anche accettando di conoscere ciò che di me è sepolto.

Devi anche fare sì che nessuno si possa sentire in diritto di dirti che devi essere più o meno qualcosa. Non parlo di non accettare critiche costruttive. Sono convinta che serva circondarsi di Maestri.
Parlo invece di quella tendenza che hanno con te alcune persone. Dirti che prendi un gelato troppo calorico (quando hai appena fatto 30 km a piedi), dirti che dovresti parlare in pubblico, guidare l’auto, trovarti un uomo, essere più magra, più femminile, meno spacca coglioni, più socievole, lavorare di più, essere meno chiusa, più – meno – più – meno – più – meno – più – meno e sei sfinita. Perché non vai mai bene. Sei tu la più critica con te stessa e questo rende critici gli altri verso di te. Forse sei tu che – senza saperlo – dai questa autorizzazione? Tu permetti che ti dicano di mangiare di più o di meno, di ballare di più o di meno? Da dove inizia tutto ciò? Da dentro o da fuori? Dove sta la tua debolezza e perché ti ammazzi per colmarla? Quei viaggi per dimostrare che sei forte sono dentro di te. Vuoi urlarlo che sai stare sola, che sei capace di fare “tutto”. E sai bene che non è vero. E sai bene che nessuno ti vorrà meno bene per questo. O ti stimerà e ammirerà di meno.

Alla fine del concerto hai capito che quel nodo, quel grumo sta ancora lì. Ora lo sai. Sai che sei felice fuori e che lo sei dentro, ma solo per tre quarti. “Dopo un lungo inverno accettammo l’amore…”.
Non sono ancora pronta, ma amerò di nuovo, senza vergogna e senza paura. E sarà come quell’abbraccio che mi ha fatto piangere e sciogliere. Quello del fidanzato di un’amica, quello del perdono per uno schiaffo, quello che ha riportato la pace in tempo di lutto. Un abbraccio potente dal quale sono sgorgate lacrime liberatorie. Quel concetto di libertà cambierà, ti cambierà e non sarai mai più schiava di te stessa.

—-

C’è chi ha detto tutto ciò meglio di me:

Scivoli di nuovo
Conti ferito le cose che non sono andate come volevi
temendo sempre e solo di apparire peggiore
di ciò che sai realmente di essere.
Conti precisi per ricordare quanti sguardi hai evitato
e quante le parole che non hai pronunciato
per non rischiare di deludere.
La casa, l’intera giornata,
il viaggio che hai fatto per sentirti più sicuro
più vicino a te stesso,
ma non basta, non basta mai.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

Torni a sentire
gli spigoli di quel coraggio mancato
che rendono in un attimo
il tuo sguardo più basso
e i tuoi pensieri invisibili
torni a contare i giorni
che sapevi non ti sanno aspettare
hai chiuso troppe porte
per poterle riaprire
devi abbracciare
ciò che non hai più
La casa, i vestiti, la festa
ed il tuo sorriso trattenuto e dopo esploso
per volerti meno male,
ma non basta, non basta mai

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.

E non vuoi nessun errore
però vuoi vivere
perché chi non vive lascia
il segno del più grande errore.

Scivoli di nuovo
e ancora come tu fossi una mattina
da vestire e da coprire
per non vergognarti
scivoli di nuovo e ancora
come se non aspettassi altro
che sorprendere le facce
distratte e troppo assenti
per capire i tuoi silenzi
c’è un mondo di intenti
dietro gli occhi trasparenti
che chiudi un po’.
Che chiudo un po’.
Che chiudi…

E ancora …

L’Olimpiade
Casco e non mi arrendo
Riderai vincendo
E saprai che ciò che hai lo devi a te!

La fine
Io non lo so chi sono e mi spaventa scoprirlo,
Guardo il mio volto allo specchio
ma non saprei disegnarlo
Come ti parlo, parlo da sempre della mia stessa vita,
Non posso rifarlo e raccontarlo è una gran fatica.

Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani
Per reiniziare, per stravolgere tutti i miei piani,
Perchè sarà migliore e io sarò migliore
Come un bel film che lascia tutti senza parole.

Non mi sembra vero e non lo è mai sembrato
Facile, dolce perchè amaro come il passato
Tutto questo mi ha cambiato
E mi son fatto rubare forse gli anni migliori
Dalle mie paranoie e dai mille errori
Sono strano lo ammetto, e conto più di un difetto
Ma qualcuno lassù mi ha guardato e mi ha detto:
‘Io ti salvo stavolta, come l’ultima volta’.

Quante ne vorrei fare ma poi rimango fermo,
Guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno,
Non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre,
Se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente.

Il sole esiste per tutti
E trasceso il concetto di un errore
Ciò che universalmente tutti quanti a questo mondo
Chiamiamo amore

Blunotte  – Carmen Consoli
Forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei sforzi inutili
forse non riuscirò
a darti il meglio
più volte hai trovato i miei gesti ridicoli
come se non bastasse
l’aver rinunciato a me stessa
come se non bastasse tutta la forza
del mio amore
e non ho fatto altro
che sentirmi sbagliata
ed ho cambiato tutto di me
perché non ero abbastanza
ed ho capito soltanto adesso
che avevi paura
forse non riuscirò
a darti il meglio
ma ho fatto i miei conti e ho scoperto
che non possiedo di più