Siete bellissimi

kissing-rocks-601602_640Guardo oltre il finestrino, per vedere meglio la scena, per sincerarmi che sia così: in Corso Cavour, vicino a Piazza Vittoria, due giovani ragazzi si abbracciano e poi si baciano. Sulla bocca. Il volto di uno dei due, il solo rivolto verso di me, è raggiante e direi anche stracolmo.

Di cosa? Sarebbe banale dire di amore. Stracolmo di una completezza e di una soddisfazione che si intravedono nelle coppie, non spesso, ma a volte.

All’inizio sono solo curiosa, poi mi rischiaro e sorrido, illuminandomi come se ci fossi io, tra quelle labbra. “Sono bellissimi”, penso.

Poco più avanti mi sembra di sentire una donna di mezza età affermare con vigore un “che schifo”. Ed è così che mi viene in mente che la mia reazione potrebbe essere deformante e confusa tanto quanto la sua.

Conosco persone schifate in generale dalle effusioni pubbliche, etero o gay che siano. Ci sono persone che se ne fregano. Ci sono io che a volte (sempre senza distinzione tra etero e gay) me ne frego, altre volte mi imbarazzo, altre ancora – come in questo caso – che esplodo in un sorriso, pensando che siano bellissimi.

Nei pochi minuti di autobus che mi separano da casa, mi torna in mente la conversazione con un’amica, quella mattina, sulla solitudine.

«Mi abituerò alla solitudine», mi ha detto.

«Non credo sia proprio un abituarsi – le ho risposto – per me è anche amarla alla follia. È cercarla, volerla».

Lei ha espresso un’ammirazione che sento di non meritare, e allora ho aggiustato il tiro.

«Oppure è accettarla, al limite. Nel senso che sai che c’è e fa parte della tua vita. Va e viene in modo naturale e spontaneo».

Ho riflettuto un momento: non sono un’isola.

Anche io, come tutti, alterno momenti di relazioni intense e belle ad altri di solitudine voluta, quasi un bisogno al limite dello spasmo. E se qualcuno mi parla, spengo il cervello senza volerlo. Non ascolto perché è come se entrassi dentro, nella mia testa. Mi rintano lì. Non vedo nulla, non sento, non comunico. Poi esco di nuovo e percepisco la differenza.

Poi c’è la solitudine che non cerchi, ma ti capita: è un po come litigarci, ma resta pur sempre una buona amica. Il sentirsi soli indipendentemente dalle persone che hai accanto, questa è invece una sofferenza e un disagio.

«A un certo punto – le ho detto – non ci fai più caso, diventa normale.

Non perché sia un’abitudine, ma perché è fisiologico.

Non so, come quando un bambino ti parla dei suoi amici di scuola: “Alessio, quello con gli occhiali e Giacomo, quello con la maglietta verde”.

Poi li vedi e uno è nero, l’altro è bianco. Per loro non c’è quella differenza, è normale e non la usano per distinguere. Capisci, cosa intendo?» 

In Corso Cavour, guardando oltre il finestrino, forse non avrei dovuto provare quella gioia così intensa nel vedere due ragazzi baciarsi e abbracciarsi. Sorridere e pensare “siete bellissimi”. Significa che c’è quella differenza e che io – ovviamente, ma purtroppo – mi stupisco ancora di fronte a qualcosa di così normale come l’amore.

Ecco, voglio pensare che forse, in fondo, sorrido e mi illumino per quell’amore che nulla aveva di volgare (che un po’, lo ammetto, mi imbarazza a prescindere), ma tutto aveva di profondo, tenero, puro, spontaneo.

Due labbra, un viso luminoso e quattro braccia che si stringono in Corso Cavour sotto le luci di Natale. E dall’autobus una donna che gioisce per loro senza alcun filtro.

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