Com’ero l’anno scorso?

vegetables-836823_640Com’ero l’anno scorso?

Esattamente un anno fa, io, come ero? Cerco le foto del 31 dicembre, quando festeggiai un ultimo dell’anno con persone conosciute pochi giorni prima al solo scopo di camminare insieme per 250 km, più o meno, fino a Finisterre.

Cerco di ripescare la me stessa di 12 mesi fa. Riavvolgo il nastro, come si faceva un tempo con le videocassette, e ho chiaro l’obiettivo di questa azione.

Capire in cosa sono diversa, cambiata, nuova. Cosa ho raggiunto, in cosa ho fallito.

Ricordo che l’anno scorso le classifiche erano ovunque e mi facevano sorridere: i migliori film, album, libri, i personaggi, gli attori, le scoperte scientifiche, le gaffe, le battute, i meme: ogni elemento del 2014 era stato ordinato, schematizzato, sminuzzato e poi ricomposto in una classifica.

Questo è l’anno in cui mi imbatto invece in bilanci di fine anno (e buoni propositi da non fare).

Ricordo che l’anno scorso ho scritto un post in cui sgranavo il mio anno: e ripeto quel verbo perché lo adoro.

Sgranare. Mi piace pensarlo del mio anno passato. Sgranare. Mi piace il suono delle prime quattro lettere, perché ci sono dentro una fatica, una salita, una strada sterrata.

Mi piace perché significa togliere i semi dai baccelli: far uscire il seme, svuotare un bozzolo, scoprirsi, darsi alla vita. Mi piace l’immagine delle mani adorne di rosari. Mi vedo mentre sostengo il mio anno appena trascorso, facendo passare ogni grano dalle dita, tra il pollice e l’indice che si toccano.

Mi piace sgranare perché si dice anche di occhi spalancati. Aperti sul passato, consapevoli dell’eventuale dolore che ne deriva. In cerca del futuro, sebbene gli occhi sappiano di non avere la capacità di vederlo.

Mi piace che significhi anche disgregare e ridurre in pezzi. Il mio anno, eccolo lì intero: io lo voglio sminuzzare per comprendere quali obiettivi abbia raggiunto e quali siano stati i fallimenti.

Ho appena scoperto che vuol dire anche “sbloccare un ingranaggio inceppato”.

Sgrano allora il mio anno passato con il petto in fuori, il respiro profondo e un sorriso di chi vuole sbloccare sempre di più le sue imperfezioni e crescere, migliorare, più su, di più. Sbloccare la catena, sporcarmi del suo nero come quando ero bambina, sulla mia Bmx rossa, per poi poter procedere determinata e libera.

Un anno fa volevo una nuova casa. Non subito, ma l’idea si era innestata. Sapevo che prima o poi quella casa sarebbe dovuta arrivare. Sapevo che avrei dovuto cercarla. Questo è un obiettivo raggiunto, con effetto nel 2016.

Un anno fa ero un po’ meno in forma, poi quest’estate ho raggiunto un buon risultato. Ora sono meglio rispetto a un Natale fa, ma peggio rispetto a giugno. Devo lavorarci ancora, ma sono soddisfatta. Sto andando sola, senza rotelle, senza dietologa. E lotto contro un pessimo rapporto con il cibo che è mentale, più che fisico.

Sono andata in Brasile, non ho mai smesso di camminare, ho continuato anche a ballare.

Ho raggiunto nuove consapevolezze lavorative e non mi sono mai seduta sui risultati o sui lavori più solidi. Ho sempre cercato altro e oltre. Non ho raggiunto grandi obiettivi, lavorativamente, ma ho steso i tappeti, preparato le strade, concimato i terreni.

Ho corso. Per poco, purtroppo, ma l’ho fatto. Ho fatto molta attività fisica.

Mi sono svegliata presto per molto tempo.

Ho scritto. Ho cercato persone che potessero farmi da maestri. Sono migliorata, in parte. Ho scoperto gli spazi, le ridondanze, gli eccessi, le assenze. Ho scoperto di poter scrivere tanto, di non poterne farne a meno. Come respirare, come fare un’attività fisica: abitudini che entrano dentro e diventano un tuo osso, un muscolo, una tua fibra, un tuo neurone. Diventano te.

Fallimenti? Il mio lavoro in realtà non è cambiato di una virgola. Non sono stata costante nella corsa, ho avuto il solito fuoco di iperattività che si è spento. Non approfondisco e procrastino. Non ho scritto il racconto che avrei voluto, non ho fatto il corso tanto desiderato, non ho raggiunto la forma fisica che avrei voluto raggiungere.

Come su un trampolino mi sono preparata con i muscoli tesi, il viso contratto. La concentrazione vestiva la mia figura: una sorta di costume in grado di combattere i venti della distrazione e le correnti sfavorevoli. La rincorsa, il salto. No, non ancora. Non ho fatto quel salto di qualità che mi ero tanto preparata a fare e che ormai si trascina da anni.

C’è un “ma”. Anzi, ce ne sono due.

Il salto di qualità è un percorso libero, in divenire. È un flusso fatto di passi e gradini e mini traguardi raggiunti. Guardando indietro, vedo una donna che sgomitando e con fatica è passata da una gavetta lavorativa lunga, lenta, estenuante. Complici il periodo storico e sociale, le deviazioni di rotta e la mia testardaggine nel voler fare ciò che amo.

Non è un tuffo dal trampolino, non solo quello, almeno. Ho lanciato il peso del laboratorio indesiderato, ho praticato la staffetta degli stage, ho corso la maratona di un master biennale, mi sono applicata nella traversata a nuoto in stile libero della partita iva. E sono qui: qualche gara vinta, qualcuna persa, alcune sono ancora tutte da giocare.

Sono in partita, questo è certo, e ne avrò per un bel po’, si spera.

Il secondo “ma” deriva da una consapevolezza del tutto umana. Ho la necessità di dare agli anni un senso a posteriori. Se il 2013 è stato l’anno di crisi costruttiva, il 2014 è stato l’anno della rinascita. Ho avuto una rinascita lenta e ponderata: non quella tutta scintille e lustrini (2012), destinata a perire nella sua apparenza.

Nel 2014 Pavia è diventata più stabile e sicura, più mia. Ho ballato, ho seguito una dieta del corpo e della mente, ho percorso un Cammino fisico e uno mentale. Mi sono tatuata. Ho acquistato autostima e sicurezza, diventando sempre più me stessa.

Ho scoperto cose di me che non sapevo: ho attinto a una forza sconosciuta, imparando il potere della mente e del corpo e le sue infinite possibilità. Yes, I can è stato il mio 2014. Io posso. Io sono una granfiga, per dirla in gergo tecnico.

Il 2015 si è adagiato su questo potere, assorbendone tutti gli effetti positivi. È stato l’anno che mi piace chiamare “consolidamento”. Sono stata più lenta, anzi lentissima. Un passo piccolo dietro un altro passettino, qualche momento in cui mi sono voltata a guardare, come Orfeo la sua Euridice, qualche indietreggiamento.

Dopo il Brasile, che mi ha dato forza, coraggio, che ha allenato altre parti di me e che mi ha permesso di definire sempre di più la mia personalità di viaggiatrice, mi sono calmata. Il mio fisico lo ha chiesto e io a fatica lo sto assecondando.

Serve la calma per accudire un terreno preparato tra il 2014 e il 2015. Serve la pazienza per continuare a renderlo adatto, coltivabile. Attesa. Mi sono sentita un contadino.

Mi sono sentita ferma e spenta a partire da settembre, ma era solo l’impressione di chi non ha dimestichezza con quell’attività magica e solenne, quasi sacra, che è la gestazione.

Ogni seme va curato e di ogni percorso, progetto, volontà si devono rispettare i tempi. Non troppo presto, non troppo tardi. Seguire il ciclo naturale e accettarlo è il modo migliore per ottenere il massimo.

Ora dalla calma e dal riposo, la guerriera si prepara per un nuovo anno. Trae le sue energie dagli strumenti che ha. Respira, si mette in posizione – quella yogica è perfetta – e fiera, nel momento presente, affronterà i prossimi cambiamenti.

Sapere che tutto è impermanente, perituro e destinato a mutare mi fa sentire bene. Questo mi basta per chiudere l’anno con un sorriso e sgranare gli occhi sul nuovo che mi aspetta.

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4 pensieri su “Com’ero l’anno scorso?

  1. Ciao Eleonora, per me è tua la più bella riflessione che il nuovo anno impone anche a chi non ama i bilanci. Sgranare è una parola intensa e preziosa, il filo conduttore perfetto per il susseguirsi delle emozioni che racconti. E che condivido. 🙂

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