Mai abbastanza?

11029651_10153689603150209_2837581178152940379_nPersi l’autobus delle 13.00. Cincischiai con uno smartphone all’aeroporto, perdendo di vista l’obiettivo. Ero in giro come una drogata a cercare un WiFi.

Per cosa? Per avvisare a casa che stavo bene, forse. Per controllare di preciso cosa avrei dovuto fare: prendere un bus per Lencois o restare a Salvador de Bahia.

Nei miei programmi studiati a tavolino avevo inserito prima la città e poi la natura. Sarebbe cambiato qualcosa di sostanziale? Il numero degli spostamenti era identico. Ma in quel momento fui certa di voler trascorrere il fine settimana in città e quindi – poiché era lunedì ed era già passata metà giornata – tanto valeva in quel momento prendere un bus e arrivare nel paese che mi avrebbe aperto le porte della Chapada Diamantina.

Ancora natura. Iniziai a esserne un po’ stufa, se così può dire una che sta viaggiando per il Brasile sola e con quel piglio avventuroso che la rende un’altra persona (mi spariscono le occhiaie perenni, quando viaggio). L’indecisione però è un’amica cara che a quanto pare non si leva mai dai piedi.

Quando finalmente mi sentii pronta, scesi nell’atrio dell’aeroporto e prenotai un urbano verso una seconda stazione dalla quale avrei potuto prendere il mio autobus per Lencois. Sette ore di viaggio, più o meno. Non ci misi molto a capire che ero stata una perfetta idiota: 12.05. Avevo perso – per una stupida connessione internet – il collegamento delle 12.00 e di conseguenza l’autobus delle 13.00.

Pensai, da ottimista, di trovare qualcosa per Lencois verso le 15.00, e invece l’attesa in quella stazione si prolungò fin verso le 17.00. Sarei arrivata nel paesino a mezzanotte e memore degli errori organizzativi tra Barreirinhas e Sao Luiz (quella notte venni ospitata da una famiglia molto gentile conosciuta per caso) decisi di prenotare una pousada per l’arrivo.

Le ore di attesa trascorsero lente e pesanti. Comprai una canottiera per pochi soldi, mi attaccai al WiFi, pranzai e feci merenda contemporaneamente, credo. Scrissi il diario e osservai la gente che mi passava davanti senza curiosità e senza interesse. Ero stanca, elettrizzata, e a ogni spostamento sentivo quella sottile paura. Poi mi sarei abituata alla nuova tappa in pochi istanti, con un sentimento di amore smisurato e la voglia di restare per sempre. Dopo due o tre giorni il desiderio di andarmene sarebbe spuntato dal niente, facendomi acquistare un biglietto del bus: via, di nuovo!

Finalmente le cinque arrivarono, mi accomodai al mio posto senza grandi aspettative. I turisti spesso preferiscono le navette ad hoc per loro e a volte – per fortuna – ne incrociavo ben pochi. Avrei fatto le mie sette ore come sempre: guardando fuori dal finestrino, osservando, sognando e leggendo. Scrivere era fin troppo arduo. Adoro quei viaggi: bus e treni mi stimolano e mi affascinano. E mi sento protetta.

In ritardo salirono gli ultimi passeggeri. Accanto a me un posto libero e subito dopo il corridoio altri due numeri vuoti. Eccoci, saranno i miei vicini.

Alzai lo sguardo e mi vidi davanti tre uomini, forse giovani (ma io con le età sono un disastro), di una bellezza disarmante da serie tv. Il più affascinante mi sorrise e si accomodò accanto a me. La mia deglutizione ebbe un piccolo contrattempo, ma mi agitai solo lievemente e continuai a far finta di nulla. Il bus era ancora fermo e finsi di scrivere.

Sono quelle situazioni che immagini, a volte, quando viaggi sola. Ma sai benissimo che quasi sempre il tuo vicino somiglierà di più a un rompicoglioni, magari un po’ puzzolente, chiacchierone, antipatico. Ad andar bene è semplicemente anonimo. Un bambino urlante potrebbe già diventare un incubo. Ecco, quei tre turisti proprio non me li sarei mai aspettata.

Quello accanto a me mi salutò, mi chiese da dove venissi e mi parlò in italiano. Lui è francese di Grenoble, ma vive a Barcellona. Fa il project manager da sei anni, ma a causa della fatica che feci per non sprofondare nel suo sorriso, ecco, non ricordo assolutamente in che azienda o settore. Mi parlò un po’ in italiano, inglese e spagnolo. Erano in vacanza per due settimane, dedicandosi solo a quella costa: Bahia, la Chapada Diamantina, un’altra zona di escursioni e poi Rio. Mi chiese qualcosa sul viaggiare soli, parlammo anche dell’India e del Cammino.

Era interessante: le lingue conosciute, la sua curiosità. Si mise a leggere Amado in portoghese. Mi mostrò dal bus la favela di Bahia. Io ero timida. Ero insicura, ma felice. Poi ci addormentammo un po’ tutti, per svegliarci solo durante la pausa.

Ricordo quella sosta per il suo squallore. Mi ricordo che avrei voluto tanto scrivere, soprattutto al ritorno, quando ci fermammo di giorno e potei notarne gli aspetti tristi in modo più chiaro. Un bar squallido, sporcizia, insegne stonate e lugubri. Gente dall’aspetto poco pulito, in ogni senso. Mi rimase addosso per un po’ il fastidio, e non era povertà né decadenza, che spesso sono di una bellezza struggente. Era assenza di bellezza, era una sensazione di qualcosa di turpe e sporco. Era l’anticamera della meraviglia di Lencois e della Chapada.

Non parlammo più per tutto il resto del viaggio, eravamo troppo stanchi. Quando arrivammo poco dopo mezzanotte mi precipitai giù dall’autobus – loro nemmeno avevano capito di essere a Lencois, stavano rischiando di perdere la fermata! – afferrai con velocità il mio zaino viola e seguì il ragazzo con il cartello: pousada dos duendes. Io sperai davvero che non fosse la loro stessa pousada.

Nessun saluto. Non mi voltai nemmeno.  Stavo scappando e lo riconosco, quando lo faccio.

Mi addentrai nella cittadina restandone ammaliata fin da subito, sebbene fosse notte. La mia sistemazione era perfetta: abbastanza hippie, abbastanza amichevole, colorata e interessante. Era troppo tardi per prenotare escursioni e l’indomani avrei dovuto optare per qualcosa da fare da sola, senza bisogno di guide. Non avrei potuto chiedere di meglio!

Quello che successe il giorno seguente varrebbe quasi un altro spazio a parte. Rividi i francesi, la sera, per il tramonto su Morro do pai Inacio – tipico e inevitabile per chi si reca in quei luoghi – ma mi limitai a salutarli e a chiedere un timido “come stai?” al mio vicino dal sorriso splendido. Stavo fuggendo ancora. Un anno fa feci la stessa cosa sul Cammino, spiazzata da due occhi azzurri e da un abbraccio dolce e spontaneo.

Perché scappo? La mia prolissità nel racconto di un momento, soprattutto all’interno di un viaggio, mi porta a svelare i retroscena di questo post: nelle mie prime intenzioni avrei dovuto liquidare in poche righe l’incontro con i francesi e usarlo come spunto per un tema diverso. Non penso sia stata mancanza di sintesi, piuttosto necessità.

Ho pensato a questa fuga quando ho letto un post particolare di una donna grassa con un marito bellissimo (post che ora non mi fa più l’effetto iniziale).

Parto dal presupposto che si debba stare bene sia dal punto di vista della salute, sia con sé stessi. Soffrire e far di tutto per accettarsi, da grasse o sovrappeso, non è una buona strategia. Accettarsi e sentirsi belle per davvero, anche con i difetti leciti che per forza di cose abbiamo, è un’altra condizione. Ed è una condizione sana. Altro ancora è decidere di fare qualcosa per migliorarsi poiché quel difetto (obesità, magrezza eccessiva) è dannoso.

Premettendo che al momento di salute non voglio parlare e che accettarsi dipende dai nostri desideri ed è soggettivo, mi sono chiesta cosa c’entri il grasso con l’amore.

Un uomo bellissimo può essere attratto, innamorarsi, voler sposare una donna che abbia un qualsiasi tipo di aspetto fisico (e viceversa). E ripeto, non parlatemi di salute, perché non c’entra. Mi accorgo invece che non è una faccenda così normale nel sentire comune.

E lo so perché io sono la prima a fuggire. Non sono obesa, certo, e stiamo parlando di incontri fugaci, non di innamoramento né di matrimonio.

Eppure io sono insicura. Sono insicura e scappo. Sono insicura se lui è bello, se lui è colto, se lui è interessante. Ma soprattutto se è bello, perché nella mia testa si infila il pensiero che di sicuro la vuole bella. Di sicuro io non sono abbastanza. Di sicuro non sta flirtando con me, ma io non resisto e scappo, perché poi si vede che io invece lo guardo diversamente. E allora mi sentirei anche un po’ cretina.

Il giorno dopo, al tramonto, sono stata con un olandese di Rio, sposato: mi dava sicurezza, riuscivo a parlarci e a starci insieme. Anche a fidarmi. Aveva un’auto, lo avevo incontrato per caso mentre passavo davanti a un bar di Lencois per pranzo. Mi aveva riconosciuto lui, stando nella stessa pousada, e mi aveva chiamato da lontano. Pranzammo e infine decidemmo di vedere qualcosa insieme senza guida.

Io al mattino avevo già fatto una delle possibili escursioni a piedi. Ero partita sola, ma poi avevo trovato sul cammino un ragazzo del posto che si era offerto, per pochi soldi, di spiegarmi qualcosa (e anche su questi racconti vorrei soffermarmi, ma non ora). Avrei potuto farne un’altra simile, sempre partendo a piedi da Lencois, ma ho preferito raggiungere luoghi più distanti e affidarmi a una compagnia alternativa. 

Così ho incontrato di nuovo il francese e così sono scappata per la seconda volta. Se analizzo gli uomini dei miei viaggi scappo solo da quelli belli o per me sessualmente attraenti. A Ilha Grande ho conosciuto un giornalista di Toledo che aveva fatto il Cammino. Simpatico, curioso, viaggiatore. Non ha minato in alcun modo la mia sicurezza e non sono scappata, se non per la voglia di stare sola di cui a volte ho bisogno.

Scappare è normale? Sentirsi insicuri fisicamente lo è?

In viaggio non posso essere curata come potrei esserlo qui, eppure mi percepisco sempre più bella.

Ma non quando di fronte ho qualcuno che mi lascia senza fiato. Allora inizio a pensare che non ho fatto le sopracciglia, che ho un baffetto selvaggio, che i capelli stanno diventando dei rasta giallo canarino per il sole, che sono struccata e vestita da figlia dei fiori, che quel cibo fritto assaggiato qui e là mi ha fatto spuntare un nuovo rotolino.

Inizio a dissezionarmi e a sentire che non sono abbastanza. Qui e in viaggio, quindi anche quando sono più me stessa possibile. E mi calmo solo dopo essermi punita, con la fuga.

 

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