Parole vuote

A un certo punto sefont-705667_1280nti urlare nella testa. Ed eccola, l’esigenza di solitudine farsi largo. Non è stare sola in sé, ma eliminare gli eccessivi stimoli, il tuo nome pronunciato fino al vomito da chi ti chiede e vuole, le richieste lecite, le pretese, le giuste obiezioni, i favori e i lavori, gli imprevisti, i contatti da mantenere. Ma anche quel tizio che ti chiede la strada, la telefonata che desideravi, il caldo sul tram e il freddo gelido dell’ufficio. Le chiacchiere vuote.

Sulle chiacchiere vuote potrei dilungarmi. Le chiacchiere vuote dilatano lo spazio, soffocano il tempo. Se avessero una forma e una consistenza sarebbero molto simili a quelle del mercurio nel termometro di un tempo, che quando si spargeva per il pavimento – sempre della cucina, chissà perché – ti divertivi a raccoglierlo con un foglio di carta, senza toccarlo. Lo osservavi mentre si univa, molliccio eppure concreto. Fragile. Sembrava sul punto di liquefarsi, rompersi, fondersi. Lasciarsi andare. Come se “chissà quanto regge in quello stato simile a un budino”. E lui regge.

Le chiacchiere vuote sono tenaci e insostituibili: servono per rompere i silenzi, eliminare il disagio, unire goccioline sparse, riempire buchi, vuoti insopportabili con vuoto mascherato e sonoro. Servono per i contatti, la gente, le isole che non siamo, la folla, quella conoscente, quel collega, il cliente.

Eppure io mi sento un budino quando capisco che arriva il momento delle chiacchiere vuote. Le evito, se posso. Più che altro non le so dire. Balbetto, incespico, sto zitta, annuisco con gli occhi a pesce. Sembro stupida. A volte è timidezza, altre volte è bisogno di stare zitta e sentire silenzio.

In questo ultimo caso il il mio segnale è chiaro, sto zitta, non ti parlo, quindi smettila con blablabla che non me ne frega un cazzo del matrimonio di tua cugina, né della collega stronza o dei denti di tuo figlio. Che poi spengo il cervello e puoi dirmi ciò che vuoi che non ti sento, è più forte di me.

Altre volte è mancanza di contenuto: di cosa parlano, le chiacchiere vuote? Del tempo, del caldo d’estate, del freddo in inverno, della salute, degli acciacchi, dello scorrere di qualcosa, dei defunti a volte, delle ferie, del rientro dalle ferie, dell’ultimo fattaccio di cronaca, la politica è solo quella da bar, quasi sempre ci si infila una lamentela, mai della felicità o della gioia, nemmeno per un motivo più che valido. Non si tocca la tristezza, solo piccoli ululati di scoramento, nei casi peggiori. Ci si augurano belle cose, si danno suggerimenti non richiesti, si concorda quasi sempre su qualcosa. I figli, quelli sono un dovere sociale, parlarne non solo è lecito, ma d’obbligo. Oppure l’anziano genitore. Di un evento? Libri, viaggi e film per carità, non sarebbero vuote!

Le chiacchiere vuote non sono più così vuote quando ci metto del mio. Ho imparato che non so parlare del tempo, non so lamentarmi del caldo, non saprò mai di cosa parlano le chiacchiere vuote, che parole servano, come si costruiscano. Ho trasformato il balbettio e la faccia da pesce spaesato in un pregio, in un vanto. Ho deciso di dire sinceramente agli amici quando non ho voglia di parlare né di vederli, quando ho bisogno dello spazio solitudine. Ho capito chi sono gli amici migliori quando il silenzio non genera imbarazzo, ma pace.

Con i conoscenti mi appiglio alle loro, di chiacchiere vuote e mi sposto di liana in liana, come quando in India ho provato ad appendermi a quella pianta e a dondolare. Intorno c’era la vastità di una terra arida e secca, le crepe sul terreno, il terriccio che s’alzava con il vento. I bambini e un insegnante di poco più di vent’anni vollero farmi provare e assaggiare il loro cuore, l’India: nel silenzio più pieno che abbia mai sentito.

E poi ci sono gli sconosciuti, l’autobus, le code in posta, l’ospedale, i treni, i contatti di lavoro, le amiche di amiche, i parenti di amici. Con loro parlo di ciò di cui so parlare. A volte parlo di me, di ciò che faccio, di ciò che penso. Con loro può essere una sorpresa o una delusione, poco importa. Alcuni capiscono, altri si straniscono: mi sta raccontando cosa ha fatto in ferie? Mi sta dicendo “qualcosa” invece che un “niente”? A volte rispondo a domande, con sincerità; altre volte basta uno sguardo. Ci sono casi di complicità incomprensibile e momenti di silenzio imbarazzante. Ci sono situazioni in cui appaio logorroica, estenuante, un fiume senza spazi.

Riempio il vuoto delle chiacchiere, ma evitando lo spreco, perché le frasi piene sono poche al mondo. Ne abbiamo in dotazione solo un numero esiguo: per questo usiamo quelle vuote per riempire e tendere fili tra persone. Non sono meno belle, sono solo più faticose, almeno per me. Non le sopporto, ma ci convivo. Per evitarle inseguo la solitudine, il silenzio, le amicizie strette e i divertimenti fisici e attivi. Oppure scrivo, a volte anche tutte quelle parole vuote che non so dire.

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