A, come…

beach-192981_1280Lo si custodisce da sguardi indiscreti e fragili, si cerca di non sporcarlo con frasi banali e luoghi comuni. Ci si interroga, ma senza che le parole escano per trasformarsi in roccia o piuma. A chi poi potrebbe interessare quel subdolo rimescolarsi delle nostre budella fisiche e mentali, chiamato amore?

Alice ama avvicinarsi e allontanarsi e adora avere quella paura che la frena. Si accosta al pelo dell’acqua, alla sua superficie crespa e tremolante, ma limpida come uno specchio: avvicina un alluce, ma la temperatura la spaventa e si ritrae. Ci riprova, si immerge un poco, ma poi sceglie di fare il morto a galla, allontanandosi da tuffi da improbabili altezze. Guarda lassù, quelle rocce a picco sull’acqua. Solleva lo sguardo strizzando gli occhi e lacrimando un poco: nemmeno quelle alture alle sue spalle coprono il caldo sole di luglio. Alice è da sola, i sassi sotto le sue gambe, la sua schiena e i suoi glutei le ricordano l’intensa muscolatura del suo corpo compatto sdraiato sull’asciugamano. Afferra un libro, lo ributta giù. Alice alterna la voglia di innamorarsi alla necessità della solitudine e della libertà, ma puntualmente viene disattesa in qualsiasi fase lei si trovi. Nulla di ciò che vorrebbe sembra corrispondere a ciò che vede all’esterno. Si scopre deconcentrata, euforica, come una quindicenne al suo primo turbamento. Oppure si innamora delle sue partenze solitarie e della possibilità di fare. Si accovaccia sul lavoro per tenerlo caldo e farlo crescere, come solo la passione sa fare: produce e ride e si muove e suda. Ma presto scopre che ciò che pensava potesse dipendere solo da lei, delude e illude, entusiasma e innalza, tanto quanto ciò che implica contatti sfuggenti e abbracci corposi. Alice ci pensa e a margine di una pagina di quel libro annota qualche parola: non la adoro, questa paura. Questa paura è la causa del mio stare. Quella che ti blocca lì in paralisi. Devo iniziare ad arrabbiarmi. Qualcuno le dice che è coraggiosa, e sempre sorride vergognandosi di tutto quello che sta dentro per paura, di ogni cosa che non esce, di quel parto non voluto.

Ripensa a quel sogno e alla dicotomia nella quale si rifugia ogni giorno. Vigile e sveglia: vive, si agita, si dimena ed esplode in mille rivoli di gioiosa iperattività statica, da tapis roulant. In sogno è incinta di nove mesi, immobile, enorme. E non vuole partorire, non lo vuole. Non vuole compiere l’azione, non riesce a portarla a termine e non vuole ciò che ne deriva. Alice si guarda a partire da quegli alluci smaltati salendo su fino alla sua spalla sinistra. Con un colpo secco si porta eretta con la schiena: devo partorire, basta, facciamola finita.

Ritorna bambina per un istante e la mente la riporta alla prova dello specchio di La storia Infinita: i buoni si scoprono malvagi e i cattivi vedono la loro natura magnanima. Quello specchio mostra il tuo vero io, e i più fuggono urlando. Si alza per riflettersi nell’acqua color sasso e subito dopo si tuffa con una piccola rincorsa, che odora di sorriso.

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