Interi nuovi mondi

CIMG6696Chiudevo sempre le finestre, anche quando il caldo di luglio appiccicava i vestiti alla pelle. Mi sbarravo in casa – quando stavo da sola – dopo aver perlustrato ogni angolino di ogni stanza. Non ricordo quando cominciò e non so dire che età avessi quando la paura di quell’insetto prese il sopravvento su tutto. Doppia vespa la chiamavamo in famiglia  e così è rimasta ancora nel mio linguaggio; ma credo che si tratti della vespa muratore, in un gergo sempre colloquiale ma più diffuso. Aveva quelle due zampette cascanti come due fili. Era grande, cicciona con due palle nere a formare un corpo fastidioso alla vista. Quei due fili cascanti catalizzavano tutta la mia attenzione. Mi ricordavano le zampe di un ragno: le sottili o grosse, lunghe, pelose e schifose zampe di un ragno, l’altra mia paura. Anche il corpo a bottone era simile. Ancora adesso, mentre scrivo, mi sto grattando qui e là con la sensazione di schifo che serpeggia lungo il mio corpo.

Al liceo provai a chiudermi sul balcone. Sì: non ero riuscita a far uscire l’animale e così ero uscita io sul balcone, con la finestra chiusa. In estate, quando un famigliare tornava a casa, aprendo la porta lo accoglieva una cappa di caldo: “Ele, ma apri quella finestra”. Una cantilena. Una litania detta con la voce del rimprovero. Già. Poi c’erano le cene estive, le finestre aperte e loro che entravano: io scappavo urlando, urlando con tutto il volume possibile e accompagnando le urla a scatti da centometrista e a smorfie di terrore. Urla, fughe, porte che sbattevano. Ricordo una telefonata a Valeria dal telefono in camera dei miei. Tra una chiacchiera e l’altra, sentii qualcosa all’orecchio. Mi voltai: le sue zampette, il giallo e il nero, il suo aspetto minaccioso erano lì, per me. Lanciai il telefono insieme a un urlo di gola, acuto e stridulo. Scappai. Ancora, come sempre. Ogni estate era la solita tragedia ed era invivibile. I miei mi assecondavano un po’ – anche perché le mie reazioni erano talmente scomposte da non poter fare altro – poi si arrabbiavano, poi mi costringevano a non chiudere, a non isolare, a non farmi condizionare. Era impossibile. La mia reazione era più forte di ogni cosa. Di ogni logica, razionalità, sgridata, castigo, autorità. Il potere era in quelle due palline nere con zampe a penzoloni.

Come mi passò questa paura non riesco a ricordarlo. So solo che ora reagisco meglio. Non sto proprio a fare San Francesco né con loro né con ragni e altri insetti, ma so che ho padronanza di me, del mio battito cardiaco, del sudore, delle corde vocali, dello scatto da preda, dell’ansia e del terrore. Quando penso alla doppia vespa, penso che non siamo noi a scegliere le nostre paure. Capitano. Noi scegliamo cosa farne, di queste paure. Scegliamo quali domande porci e come sentirci quando scopriamo di avere reazioni impensabili senza un reale pericolo di vita. Noi scegliamo di accettarle e di starci dentro. In mezzo.

Questa paura qui, proprio quella per le doppie vespe – che me le vedo davanti agli occhi ancora prima che il mio cervello elabori altri concetti collegati alla paura – questa paura gialla come le api, e intensa o stridula come le mie urla, rumorosa come le porte sbattute e veloce come le fughe di stanza in stanza; ecco, proprio lei mi è tornata in mente durante un volo Roma-Milano.

Non ho paura di volare, non più: ormai mi addormento poco prima di decollare per svegliarmi a ridosso dell’atterraggio. L’ho sperimentata poche volte, solo ai tempi in cui i per me i voli erano una cosa rara. L’uomo accanto a me, invece, era terrorizzato. Circa quindici minuti prima dell’atterraggio ha iniziato ad agitarsi, a stringere le mani della compagna, a sudare sulla fronte. Si muoveva molto e parlava a bassa voce in un modo aggressivo e alterato. Ho ripensato a vespe e ragni. Ma soprattutto ho detto nella mia mente a quell’uomo: sei qui, manca poco. Respira. In fondo aveva deciso di starci, nella sua paura. L’aereo lo aveva pur preso, no? Io ero sfinita e soddisfatta: quel giorno avevo fatto una cosa minuscola e piccolissima per lavoro ma fondamentale per me. Ero stata da un cliente importante per un training e avevo parlato davanti a un’esigua manciata di persone. Per me è stato come scoprire un nuovo pezzo di me. Avevo già parlato in pubblico prima e una volta anche come docente. La questione non è “cosa” ho fatto (per una timida conta anche quello). La questione è simbolica e riguarda il come. Come mi sono sentita, come ho deciso di sentirmi. Come l’ho vissuta prima, dopo e durante. Non è solo quel training ma è tutta questa nuova esperienza lavorativa a essere una scoperta.

Ho fatto la freelance per 4-5 anni perché la sentivo una forma lavorativa adatta a me. Una forma su misura, da plasmare e adeguare. Quando si migliora, si cresce o semplicemente si cambia, nel lavoro e nella vita, è difficile accorgersi in modo concreto. Lo sai, ma magari non lo percepisci del tutto. Come quando si è a dieta e chi ti vede tutti i giorni non coglie sempre il dimagrimento. Ci vuole distanza. Distanza fisica e temporale. Distacco. Dopo 5 anni mi sono ritrovata a sentire fisicamente il mio cambiamento come se fosse una scatola o una tazza, un oggetto metallico o un soprammobile come quelli del mago di Oz . Meglio e peggio non contano. Conta che sono un’altra persona e non me ne sono mai accorta davvero. Ho dovuto mettermi in gioco per capirlo e farlo con qualcosa che mi ha sempre fatto paura per vari motivi (che non dirò): in questi anni sono migliorata nel mio lavoro e in ciò che nemmeno sapevo di saper fare. Sono migliorata nelle mie ansie e nelle paure, nella gestione delle reazioni, nella capacità di vedere il bello e di essere intraprendente. Sono migliorata nell’amore che metto nelle cose e nello sguardo che rivolgo alle persone. Sono migliorata perché ho fatto un percorso che ringrazio e che ora, guardando indietro, per me è di una bellezza che commuove (ora). Penso a tutto ciò che ho capito essermi piaciuto solo dopo averlo lasciato alle spalle, alle cose che proprio-non-se-ne-parla, alle umiliazioni e alle mortificazioni, agli errori immensi, a quando una cosa non l’ho saputa fare, agli sbagli. Penso a tutte le doppie vespe che mi sono lasciata indietro. Puf! Sparite. Oppure alle doppie vespe che sono ancora lì, ma alle quali guardo con benevolenza. Non amo parlare alle riunioni, non amo parlare a vuoto. Ma so che so fare certe cose e le so fare bene.

Io e l’uomo accanto a me sull’aereo abbiamo deciso di starci. Oggi, abbiamo deciso entrambi di stare. Non si tratta di combattere, affrontare, vincere o superare. Si tratta solo di essere lì, di non cambiare posto. Chissà quanti altri come noi proprio in questo momento stanno sostenendo qualcosa, quanti l’hanno fatto nel corso della giornata e quanti lo faranno in futuro. Piccolezze. Scelte. Dalle quali, se si è fortunati, nascono percorsi, strade o interi nuovi mondi.

Prosit

cimg7272Dammi la forza per riconoscere se sto uscendo dalla comfort zone o se mi sto rassegnando a qualcosa che non mi rappresenta. Me lo sono detta qualche giorno fa tra una frase motivazionale e l’altra, in balìa di una forte necessità introspettiva su ogni minima sensazione provata e sperimentata. Forse non dovrei analizzare così tanto il mio contenuto cerebrale. Mi sento come se interrogassi costantemente i personaggi di Inside Out – cartone che ho trovato abbastanza noiosetto – per capire i motivi dei loro comportamenti e per aiutarli a risolvere le loro problematiche. Senza tuttavia avere alcuna risposta soddisfacente.

“Sei triste, oggi sei triste, Ele perché sei triste? Sei triste e quindi se sei triste è perché questo non va bene e nemmeno questo e questo e quindi allora come facciamo? Niente di ciò che vorresti c’è e tutto ciò che non vorresti c’è. Oddio siamo spacciati, avrai davanti una vita triste, eh…”. Sospiri e lamentazioni che iniziano e non terminano. Stanchezza cronica, impotenza, frustrazione si traducono in una sola cosa: assenza di azione. Resto intorpidita e in attesa della prossima onda di lamentele sterili. Non mi vanto di essere così – non sempre per fortuna – e nemmeno penso che sia un bel biglietto da visita. Però capita. Ci si deve fare i conti e imparare ad aggiustarsi un po’.

Ma non basta. Subito dopo arriva la seconda fase: “sono felice, wow, ma che bello! Senza motivo, eh? Oppure, ah no ecco: sarà l’appuntamento per il tatuaggio, sarà un libro, una serata bella, un’amica o un amico che quando li risenti ti scappa un sorriso. Sarà quel complimento al lavoro o quel risultato raggiunto. Sì, ma che bello, dai che mi sento felice…sarò sempre felice? Sì, ho una forza dentro. Domani alle 5.30 mi sveglio, sì…”

A volte mi sembra quasi che l’appuntamento con queste due fasi non sia mai casuale. Martedì sono serena e piena di voglia di fare, giovedì entro nei miei tunnel oscuri sul senso di ciò che sono e faccio: nessuno.

Una delle strategie che sto adottando per uscire dal pantano è composta da due momenti. O forse sono solo due strategie differenti ma applicate in modo tale che gli effetti si sommino. Il problema è che continuo a ripetermi alcune cose nella testa o addirittura a dirle a voce alta (anche rompendo le scatole al prossimo), con il solo scopo di farle sentire a me stessa più reali, possibili e concrete visto che non sono né vicine né immediate. Ma andiamo per gradi.

La prima strategia è STARE. Declinata in starci, esserci, mettermici, infilarmici dentro, farne parte. Si traduce in dare il massimo ed è un po’ il cappello sotto il quale ci infilerei il “fare tutto con amore”. Tutto: ciò che piace e ciò che non piace. La strategia dello stare implica che non contano orari, logistica, sacrifici, menate perché si vive nel momento presente e si accetta quel momento presente. Proprio quello lì. Diciamo che è parente della tecnica che utilizzo per gli imprevisti/ritardi dei treni. Ormai non è più nemmeno una tecnica visto che non devo fare alcuno sforzo per metterla in atto. È diventata parte di me da almeno cinque anni se non di più. Consiste nell’accettare ciò che succede. Banale. Ma potente. Arrabbiarsi se il treno è in ritardo non risolverà il problema a meno che non ci si rivolga a chi di competenza segnalando il disservizio, senza rabbia. Se il treno è in ritardo semplicemente leggo, sto, aspetto. Scenderò di lì alla stessa ora di chi ha trascorso quel tempo inveendo o lamentandosi. Questa roba la sto applicando sempre più in altri ambiti della mia vita. Ci devo ancora lavorare: a volte sono edonista e inseguo un po’ la piacevolezza e ciò mi porta a non stare, a cercare vie di fuga inutili.

Sempre nella prima strategia rientra il concetto di lasciare andare. Opporre resistenza a una situazione spiacevole (che poi è come per il ritardo del treno), a qualcosa che non abbiamo e vogliamo ma soprattutto a ciò che non vogliamo e abbiamo non ci aiuta a sciogliere i nodi. Ci fa solo fare sforzi immensi per qualcosa che di fatto è così ed è lì. Opporre resistenza non ci permette di cambiare le carte in tavola, i contesti, le situazioni. Ci fa solo vivere malissimo qualcosa che potremmo limitarci ad accettare così com’è. Sono una persona testarda e come tale spesso mi impunto, mi ossessiono, mi lascio trascinare da un desiderio oppure faccio i capricci per scacciare ciò che non voglio, che non mi rappresenta. La testardaggine e la caparbietà sanno essere ottime alleate fino a che non ti si rivoltano contro. Ossessionarsi di poter essere felici solo se … credo che ci allontani dalla meta in modo direttamente proporzionale al nostro livello di attaccamento. Teniamola lì, la meta, nel cuore. Ma pensiamo soprattutto a muoverci verso e a lasciare andare tutti gli spuntoni che incontriamo lungo il percorso da qui al nostro obiettivo (sempre che si sappia davvero quale sia). Lasciare andare – le poche volte che ci sono riuscita – mi ha aperto, mi ha sollevato, mi ha reso più leggera e serena. E poi ha permesso alla parte più bella di me di raggiungere un risultato, senza quasi accorgermene. Succede nel lavoro e nelle relazioni. Disclaimer: non è assolutamente un sinonimo di rassegnazione. Anzi. Si tratta quasi del suo opposto. Non stiamo abbandonando i nostri progetti ma stiamo accettando ciò che succede mentre siamo sulla strada per costruirli. Ovviamente potrebbe accadere che non si realizzino mai, quei progetti. Lasciarli andare non è segno di rassegnazione ma di saggezza: continueremo la strada un po’ più leggeri e pronti ad accogliere il nuovo. In Israele ho imparato proprio questa lezione e dovrei fare di tutto per applicarla anche ai miei attaccamenti quotidiani, a ciò che potrebbe rendermi felice se lo raggiungessi sapendo bene per esperienza che non è mai vero. Quasi mai vero. Vivendo pienamente ciò che accade nel percorso verso la nostra meta – ossia stando, restando, rimanendo (prima parte della prima strategia)  -, in realtà potremmo anche scoprire che sono più preziose e belle le inimmaginabili conquiste, le nuove sfide, gli incontri non programmabili, i luoghi sconosciuti rispetto a tutto ciò che ci siamo segnati sulla mappa come necessario, desiderato, obbligato. Potremmo anche ringraziare il nostro obiettivo senza il quale non avremmo mai trovato tutto ciò che abbiamo trovato, magari a catena o a cascata. Certo: avremmo avuto altro scegliendo un altro progetto ma non ci è dato sapere come sarebbe stato perché non esiste. Meglio? Peggio? Solo diverso.

La seconda strategia è, appunto, DARSI OBIETTIVI. Progetti. Programmi. Desideri e sogni. Darseli senza soffocare se si fa altro, darseli senza pensare solo a quelli. Darsi idee e progetti realistici, strampalati, curiosi, anche difficili. Con gli occhi, il respiro, il corpo e la mente nel qui e ora. Perché è solo il qui e ora che ti salva, ed è solo il desiderio che ti fa amare tutto del qui e ora. La paura di non arrivarci – almeno per me – è una delle forze propulsive della lamentazione e della procrastinazione (insieme all’impazienza e alla necessità di una gratificazione immediata, essendo spesso affamata di dopamina in ogni sua forma). Mi devo ripetere a voce alta che ciò che faccio ha un senso, che ciò che faccio ha uno scopo, che ciò che sono è un continuo costruire e disfare, ricomporre, ricucire, scucire, smembrare, riadattarsi. Se non rispetto il modo in cui vorrei vivere non significa che io stia sacrificando la coerenza o che mi stia allontanando per forza da me stessa. Significa che ci devo passare attraverso: che sia la fine di qualcosa di importante, il dolore per una perdita, un lavoro che non mi rappresenta, un’attesa che non so accettare. È ora di passarci attraverso per me stessa, per la mia autostima e per la mia crescita personale. Devo capire che per arrivare là devo passare da qui. Non si scappa. Fare i capricci, mugugnare e scalpitare rendono questa fase solo più dura. Insopportabile. E soprattutto diventa tutto una mortificazione. Poi posso scoprire che quello spuntone, quella salita, quel fastidio che avrei voluto scacciare in realtà siano state le cose migliori capitate nel percorso oppure che il dolore è dolore e basta. Lo accetto per quello che è perché so che esiste come esistono rabbia, gelosia, invidia, tristezza, ansia, angoscia…

Tutte queste parole restano solo parole se non si interiorizzano. Come? Non ne ho idea. A volte è come sentire un click, altre volte non c’è verso. Altre ancora ripeto le cose come un mantra ad alta voce a me e agli amici più stretti. In alcuni casi l’esperienza mi ha aiutato, in altri ancora ho capito che solo grazie al lavoro fatto precedentemente con lo yoga, i viaggi o la psicoterapia sono arrivata a cambiare atteggiamento. Oppure ho semplicemente allentato la tensione, disteso i muscoli contratti e mi sono detta: non ha senso. Ed è proprio da quel momento che spesso ogni cosa quel senso lo acquista.

Ieri sera sono uscita con un’amica pellegrina che non vedevo da un anno e mezzo. Ci siamo salutate e riviste come se il tempo non fosse mai trascorso e invece eccoci. Siamo uguali eppure diverse. Ci confrontiamo e con poche frasi arriviamo alla conclusione: entrambe abbiamo raggiunto gli obiettivi che avremmo tanto voluto ottenere un anno e mezzo prima. Li abbiamo raggiunti anche da parecchio tempo. Io resto attonita di fronte a questa constatazione: ma come? Non te ne sei accorta di aver fatto quei passi? No. O meglio: sì, ma non è la stessa cosa quando ti metti a tavolino a parlarne con una donna con la quale ti eri vista mesi prima di “farcela” e poi a una distanza sufficiente per guardare indietro con distacco. Vi siete viste quando ancora entrambe sbuffavate  piagnucolavate, annaspavate nella certezza di non essere capaci di trovare una soluzione. Un anno e mezzo dopo vi sembra tutto così facile (faticoso) e così lontano!

“Visto che porta bene parlarne con te – le dico – brindiamo ai prossimi progetti. Che ne dici?”

“Certo! Ai nostri obiettivi futuri!”

(E a tutto ciò che ci capiterà in mezzo.)

 

 

 

Arrabbiarsi

cimg8257“Mettiti qui – mi dice – sulla sedia”.

La guardo, fisso il lettino indispettita e mi siedo.

“Oggi facciamo solo le mani – mi dice – quindi meglio stare qui”. Non riesco a parlare come vorrei, come sono stata abituata a fare in tre anni. Guardarla negli occhi è difficile. Mi sento abbandonata, sola e inconcludente.

Parliamo a stento di scelte. Mi mette di fronte a due opzioni: o stai, resti, continui oppure si pianifica un percorso per uscire. Vale per qualsiasi esperienza: una terapia, un lavoro, un amore, un’amicizia, un viaggio.

Si sta o si esce.

Non si può volere tutto: non si può restare a metà, un po’ dentro e un po’ fuori. Non si può venire qui ogni quindici giorni e stare sul lettino; non si può pretendere di parlare a ruota libera e sperare che il tempo non conti. Non si può scalpitare con insofferenza e volere comunque un aiuto. “Non puoi dirmi che desideri continuare ma in modo diluito, sì, forse, vediamo. È come volere e non volere”. Mi dice. La fisso. Ne ho bisogno – lo so, ho ancora tanto da sistemare – ma voglio anche farcela da sola, voglio avere tempi e obiettivi precisi che non mi diano l’idea di fluttuare in un percorso senza fine, senza arrivi e dispendioso.

È questo un “volere e non volere”?

Abbiamo parlato del lavoro, dell’auto sabotaggio, dell’attesa, dei vincoli. Ah, i maledettissimi vincoli! Quanto li odio. Contratti, regole regole regole, obblighi, dover rendere conto, dipendere, stare, restare, pareti, muri, confini, progetti, legami e rinunce. Libertà che… dove va?

Troppa è quasi peggio che non averla. La sprechi in inutilità, in pensieri sterili, in ricerche infruttuose. L’ho visto, l’ho provato: quanto procrastinare con troppa libertà! Troppa libertà è peggio di una prigione: come posso decidere dove andare se tutto è uguale, se poco cambia e se ogni strada la puoi scegliere? Se non c’è nessuno che ti aspetta in nessun luogo? Ma poca libertà – al contrario – ti soffoca, ti taglia le ali, ti costringe e respinge, ti fa dimenticare chi sei e cosa ami davvero.

Ho da poco iniziato una cosa nuova. Non è semplice adattarsi e abituarsi: ore e ore (spesso sprecate) sui mezzi, il rientro tardi la sera, l’introversione da gestire, le parole, le pause, le relazioni, le emozioni, gli obblighi. Ma paradossalmente si è liberata energia. Energia per usare meglio il tempo a disposizione, per scrivere, per lavorare ad altri progetti, per lavorare bene lì, in quel contesto con poche distrazioni. Sono spaventata e felice, triste e iperattiva: con tante idee e tanta voglia di fare, di imparare e di dare il massimo in tutto. Ho la voglia di svegliarmi alle cinque e di avere una vita più ordinata: di correre, scrivere, leggere leggere leggere (sui mezzi, magari). Di fare un corso di fotografia e di pensare a una seconda laurea, se potrò, in futuro, a settembre. Quella tanto desiderata in psicologia. Ho voglia di risparmiare e di avere Itaca là, nella mente e nel mondo reale, come dice Kavafis.

Ho voglia anche di essere amata. Per-quella-che-sono. Anzi, no: prima ancora ho voglia di amare l’altro per quello che è. Se solo ne avessi l’opportunità. Me ne sono accorta proprio in quella seduta con la mia estetista.

“Ma tu vuoi avere davvero successo, nella vita?”

La guardo – cosa c’entra con l’amore ora lo dico, un attimo – e non so cosa dire. Stavamo parlando del fatto che – quando una cosa la so fare e mi viene riconosciuto – io poi non riesco più a farla di nuovo, quella cosa. Mi blocco, procrastino, invento scuse o pulisco casa. Perché mi succede? Perché riesco a metterci tutto alla prima opportunità e alla seconda non inizio nemmeno? Mi ripete la domanda. Rispondo che sì, che ecco: il concetto di successo è relativo e individuale. Cos’è per me, il successo? Non di certo la carriera in azienda: la mia introversione non ne sarebbe molto felice. E non è lo stile di vita che vorrei.

Mi ripete la domanda: sappiamo di cosa stiamo parlando. Vacillo. Penso a tutti i miei momenti di loop interiore. Quando credo di non valere niente, di non aver combinato niente. Avrei potuto essere una brillante ricercatrice all’estero. Avrei potuto essere una ben più brava e determinata giornalista. Mi ricordo che fino a pochi anni fa parlavo in modo vago di voler avere un fantomatico “lavoro figo”. Mi rendevo conto che non sapevo cosa fosse e non capivo perché volessi una cosa che non riuscivo nemmeno a identificare bene. Invidiavo i ricercatori a New York (un mio amico lo è), il medico di successo, l’ingegnere e non so chi altri. Dicevo: “oh, questi hanno un lavoro figo”! Magari se stavano all’estero ancora di più. Non importava cosa facessero e se a me potesse davvero piacere. Era una questione di prestigio. Poi ho capito che qualcosa stonava. Che dovevo guardare alle capacità e all’interesse reale. Da qui sono partita con l’idea del giornalismo e della scrittura. Ma altri loop, altri scogli. Altre incapacità e per anni c’è stata anche l’ossessione (che non fa mai bene): come se la felicità dipendesse dal traguardo e non dal percorso.

Ora sono in una fase differente. Ora mi chiedo perché vorrei avere “successo”.

Per dimostrare di valere.

Avere bisogno di riconoscimenti esterni continui, avere bisogno di successo per educazione ricevuta, averne bisogno perché sennò inconsciamente pensi che gli altri non ti vogliano o non ti vorranno bene crea solo disastri. Non sentirsi o non essere stati amati abbastanza per quello che si è: ecco la trappola! Ed è la motivazione che conduce al fallimento anziché al successo; che blocca anziché spronare. O meglio: che fa vivere il fallimento necessario e fisiologico come una condanna certa. E allora ecco che ci si blocca per paura di fallire e per paura che nessuno ci amerà mai. Non saremo mai abbastanza. Il viaggio – in parte – rientra in questa visione: so farlo e dimostro qualcosa a me, a qualcuno. Fortunatamente è anche un modo sano per veicolare le mie energie. Per essere me stessa.

Un giorno ho chiesto alla mia amica d’infanzia se lei mi avrebbe voluto bene anche se non fossi stata capace di eccellere in niente. È rimasta basita, giustamente, e ha dovuto tranquillizzarmi. Mi sono messa a piangere. Razionalmente so che non ha senso. Io voglio bene a chi voglio bene indipendentemente da tutto e non valuto così il valore di una persona. Quando invece valuto, giudico o cerco di volere bene a me stessa io ho i parametri del cosa so fare, quanto peso (kg), quante cose ho fatto e ottenuto e quanto successo ho. E non mi amo mai. Gli altri non li ho mai valutati così. Se non per invidia pensando: sono migliori di me. Quante cose sanno fare bene, che bravi!

Ecco. Ora posso rispondere.

Sì, lo voglio. Ora che ho capito che il successo vero  – ancora prima di raggiungerlo – è quello dettato dal gusto di migliorare, dalla voglia di crescere, dall’amore per se stessi e per gli altri. Incondizionato. Sì, lo voglio. Ora che ho capito che il successo per me è voler tornare su quel lettino per dedicarmi a me stessa in modo sano, per imparare ad amarmi e ad amare, per migliorarmi costantemente.

 

 

Nuove me

img_3956Il binario. Quando senti che manca il binario non puoi far altro che deragliare e travolgere tutto con te: case, alberi, persone, ambienti. Trascini via anche le capacità, l’impegno, i sacrifici e le scommesse. Può essere un deragliare lento. Giorno dopo giorno qualcosa slitta dall’altra parte. Così capita che il giorno dopo ti senti l’inseguitrice di qualcosa. Ma di cosa? Bastano anche una lavatrice, un testo non scritto oppure la dieta che “inizio domani” e puf: sei una procrastinatrice.

Senti la tua fragilità come se fosse una consistenza: la tocchi con le dita. Sai che basta un niente per piangere, un niente per crollare, un niente per rifugiarti a letto. Eppure quel niente sembra arrivare e sparire, arrivare e sparire: ritorni in sella. Ti assesti, magari piangi e fissi il computer ma ritorni misteriosamente in sella. Non ti fai domande, vai avanti tenace e rabbiosa difendendo il castello di carte con tutte le forze che hai dentro. Con tutti gli strumenti che l’estetista ti ha passato. Con le procedure migliori. L’ultima volta che sono stata da lei, la mia estetista mi ha detto che non so usare le mappe (e non intendeva le mappe fisiche) nella mia vita quotidiana, ma le so usare in viaggio. So muovermi in viaggio: non so muovermi qui.

Il viaggio è un tema che ritorna spesso. Da quando sono tornata dall’ultimo, in Israele, è passato ormai molto, troppo tempo. Avrei voluto scrivere di tante, troppe cose: anche quelle sono finite nel tritacarne della procrastinazione e della pigrizia. Ma posso rimediare. Ho solo bisogno di fare un po’ d’ordine e accennare con leggerezza ad alcuni punti chiave.

  1. Sono me stessa. In viaggio. (Ele, suvvia: non si può vivere in viaggio!). Brutta, incapace, felice, isterica, coraggiosa, organizzata: non me ne frega niente. Ho le mie malinconie, le riflessioni da introversa, odio la noia, mi stupisco di come io reagisca meravigliosamente agli imprevisti. So muovermi nel mio habitat naturale: spostarmi, relazionarmi con sconosciuti, stare in ambienti nuovi, andare a prendermi incontri, storie, luoghi. Me li vado a prendere io. Li cerco. Mi muovo. Muoversi: amo soprattutto questo del viaggio. Amo il sottile piacere della ricerca di una meta – che poi passa in secondo piano quasi sempre – e del modo per raggiungerla. Adoro cercare mezzi, controllare orari, verificare opzioni e vagliare ipotesi. Adoro studiarmi la guida e annotare per ogni data i miei progetti. “28 dicembre: Tiberiade, come ci arrivo? Parto da… da Zfat, sì, e dopo? Una notte qui, un’altra là. Due, facciamo due notti e poi da nord scendo a sud, mi pare logico…”.  E questa volta è stato davvero così. Ho avuto in dono il viaggio tanto desiderato: improvvisato dal primo passo all’ultimo. Dovevo fare una cosa e ne ho fatta un’altra senza pensare di aver fallito – solo un po’ all’inizio – e imparando quanto è bello scompigliarsi un po’ nei propri progetti, carpire suggerimenti, chiederli a volte. Ho capito che da sola non sempre mi basto e che non c’è niente di male nel chiedere e ricevere aiuto.
  2. Il rientro: ovvero della capacità di non preoccuparsi a vuoto. Quella notte – dopo un controllo durato 1 ora e mezza all’aeroporto di Tel Aviv, dopo che mi hanno svuotato tutto lo zaino e il responsabile della sicurezza mi ha chiesto qualsiasi cosa, soprattutto sulla mia permanenza in Palestina – mi sono resa conto di non avere le chiavi del portone. Ho passato in rassegna due o tre soluzioni, sapendo di arrivare a Malpensa a mezzanotte, e poi sono crollata in un sonno di 4 ore dal decollo all’atterraggio. Perché rimuginare quando da lì non avrei potuto fare niente? Tanto valeva dormire se poi mi aspettava una notte all’aperto. Niente ansia inutile: ho accettato la me che assomiglia a Bridget Jones ma che non per questo è un’oca poco intelligente. Sono solo poco incline al controllo. Ho suonato ai vicini alle 2.00 di notte. Mi hanno aperto senza mandarmi – almeno non visibilmente – a fanculo e ho dormito a casa mia (la faccenda è stata ben più complessa di così, ma soprassediamo).
  3. Il ritorno, la realtà. La prima settimana è stata faticosa, isterica e piena di malesseri: ogni singolo granello di polvere mi stava aspettando. Più volte e in diverse occasioni mi sono ripetuta: “sii come in viaggio, Ele, sii come in viaggio”. E in parte ha funzionato anche se solo come palliativo. Mi sono sentita tirata di qui e di là da piccole seccature e da grandi rivoluzioni (grandi nel mio piccolo). Mi sono sentita persa e abbandonata e poi ancora grintosa e decisa. Sono stata male pensando il peggio di me stessa. I miei soliti loop su quanto io poco valga, su quanto sia incapace – da lucida nemmeno riesco a ripeterli – e su quanto ormai io possa fare ben poco per rimediare a questo disastro di persona. So che tutto ciò non è necessariamente vero. Difficile rendere l’idea che non sia una lamentazione sterile: e più un fissare il vuoto. Sentirselo dentro e subirlo. È così che intrinsecamente mi sento, pur sapendo che la razionalità mi dice altro: “sbagli punto di vista” (dirmi che valgo o che posso cambiare non risolve i loop).

È passato un mese più o meno esatto di questo nuovo anno. Dal 9 gennaio a oggi. Un concentrato liofilizzato. Un mese che sono sembrati due anni e allo stesso tempo un mese che è un puntino piccolo, piccolo. Non riesco a riprendere in mano tutte le onde che lo hanno plasmato, tutte le centrifughe che mi hanno scombinato. Ho compreso, masticato e digerito cose nuove di me e degli altri. Mi sono sentita frustrata e delusa da me stessa. Mi sono vista ridere e scrivere. Mi sono sentita l’adrenalina addosso e la bellezza. Mi sono sentita utile. E inutile. Mi sono arrabbiata, mi sono congelata nei miei auto sabotaggi. Mi sono vista vivere e sopravvivere. Ho sognato e immaginato nuovi balli, nuovi viaggi. Nuove me.

Primo giorno d’inverno. Le giornate si allungano

dandelion-445228_1280È come un filo annodato intorno a qualche organo interno. Due mani tirano le estremità e stringono. Rilasciano. Stringono. Poi arrivano valanghe di sassi piccoli piccoli. Anche minuscoli: si rovesciano tremando sull’organo annodato. Non stanno fermi se non per pochi istanti. Il tempo di una chiacchiera, un commesso che mi serve o una telefonata ma poi riprendono ad agitarsi, a scuotersi. A volte questi sassi piccoli piccoli desiderano fuoriuscire attraverso le corde vocali, si gettano fuori come forsennati, senza regole né mestiere, invadendo spazi altrui. Li freno, li blocco, ma scappano. Scappano sempre un po’, per dispetto o necessità. I fili liberi che annodano gli organi cercano invece di espandersi, di legare altro e altro ancora. Desiderano il contatto, la vicinanza. Vogliono tessere relazioni e stringere nodi, stringere altri organi. Diffondersi e stringere.

Se mi sposto più in alto, verso la gola, trovo un masso lucido e rotondo. Poi salgo ancora, salgo nella mente. Mi sento come una bambina che sta per essere sgridata. Sì, è colpa mia. Certo che me lo merito, l’ho combinata la marachella. Mi nascondo: il viso, le mani e infine tutto il corpo. Mangio schifezze capaci di neutralizzare sassi e fili e bambine sgridate per il tempo dell’ingurgito. Inizia il circo dei rimproveri. Non sono decisioni sbagliate: sono io essere sbagliata. I miei errori non sono errori: sono io stessa l’errore. Io sono i miei difetti, le mie mancanze o noncuranze, la mia immaturità. Non sono brava, non sono bella, non sono capace, non sono professionale, non so fare la cameriera e nemmeno la freelance, non so niente, non sono niente. Sono sbagliata. Il circo prosegue. Ridono di me.

Mi nascondo mentre i sassi sprofondano nell’organo annodato. Dentro e dentro, sempre più in profondità. L’immobilità mi sorprende mentre nella testa ogni scelta diventa un fallimento, ogni momento negativo diventa il tutto. La mia vita sembra inebetita. Nella mia mente dicono che non si muoverà mai più. Te la tieni così, cara. La bambina viene sgridata, i nodi si stringono e i sassi pungono da quanto sono ormai stretti l’uno all’altro e profondi dentro il cuore. La vita è immobile, congelata, incapace di spostarsi. Mi surgelo anch’io: le lacrime ghiacciano. La sfera nella gola si rigira stiracchiandosi e i fili vorrebbero trovare appigli. Appigli.

Il senso di colpa affiora tenendo in mano una lista di “volevo”. Volevo fare quel lavoro con amore, volevo scrivere un post su come preparare un viaggio: già, come si prepara un viaggio? Volevo cimentarmi nell’esercizio per la Nottola, scrivere per un concorso, volevo propormi, volevo mettermi a dieta, volevo sorridere, volevo fare, volevo leggere, volevo informarmi e volevo impegnarmi, volevo non essere in ritardo. Le cose sedimentano l’una sull’altra e io non le faccio: le inseguo, le rincorro, a volte mi sveglio alle 5.00 per farne alcune mentre tutto il resto porta sempre l’etichetta del “dopo”. I sassi premono, i fili hanno ormai fagocitato ciò che c’era. Nella testa il circo continua a mostrare la propria mercanzia. C’è chi vende inadeguatezza, chi autocritiche, c’è chi si cimenta in una danza del fallimento – sono l’attrazione principale e hanno anche una bella insegna al neon – c’è chi fa roteare cerchi di insoddisfazione e chi in un angolo si accartoccia su se stesso creando una forma geometrica strana, il senso di colpa. Non dovevo, dice. Lo urla per meglio farsi sentire. La tristezza sta al pozzo a bere un po’, senza nessuno a farle compagnia. Devo ospitarli per forza, non ho scelta. Faranno baldoria, mi metteranno la mente in disordine ma non posso cacciarli.

Nel frattempo prosegue quella sorta di congelamento. In biologia, se non erro, si dice “periodo refrattario”. Avviene dopo l’orgasmo maschile, ma anche nelle cellule nervose e cardiache dopo l’eccitazione. Nella fase di depolarizzazione e in gran parte della ripolarizzazione la cellula non può più essere attivata per un certo periodo. Io mi trascino. Mi obbligo. Alterno il circo alla refrattarietà. Alterno la sveglia alle 5.00 a tutti quei “dopo” che mi fermano. Faccio quello che devo fare sospinta da qualcosa che mi tiene. Cosa? Un nocciolino nascosto tra i sassolini e i fili stretti stretti. Un nocciolino di bene per me stessa che altri – a volte – chiamano a gran voce.

Oggi è il primo giorno d’inverno: le giornate iniziano ad allungarsi.

Limiti

IMG_1329.JPGNello yoga non si fa violenza al proprio corpo. Si deve rispettare il limite.

Sembra una follia in una società in cui superare i propri limiti è un dogma al quale aderire, altrimenti si è spacciati. Nello yoga la prospettiva è diversa. Sì, il nostro corpo ha dei limiti: alcuni sono dovuti a posture errate, vita sedentaria, chiusura, malesseri, paure; altri sono dati dalla nostra conformazione fisica, ossia da come è fatto il nostro corpo in ossa, muscoli, adipe e struttura.

La pratica costante li rispetta entrambi

Nel primo caso, però, si fa spazio, praticando giorno dopo giorno senza ossessionarsi ma godendo della pratica. Le spalle con pazienza si aprono, la schiena respira, le anche si sciolgono e il limite si supera: riesci a fare quella posizione prima impossibile, riesci a non sentire dolore e ad andare più in là. Riesci ad allungarti ancora un po’. Senza violenza e senza coltello tra i denti, con i giusti tempi. Senza guardare il vicino di tappetino.Senza giudizio.

Gli altri limiti, invece, li accetti. Non ti rassegni, non ti accontenti: accetti. Accettare significa che quei limiti sono benvoluti, sono lì, sono meravigliosi perché sono te. Accettare gli errori, le imperfezioni, ciò che accade e che non si può cambiare, accettare i fallimenti come le gioie, accettare dolore, rabbia, frustrazione e impotenza, incapacità e malessere così come si accettano le cose belle credo che significhi amare (sé stessi, gli altri e la vita). Significa aprirsi: stimola ad agire e a trovare nuove soluzioni. Accettare è un atto d’amore profondo che lenisce. Accettare aiuta a praticare per superare i limiti del “primo tipo” e a trovare nuovi spazi per essere sé stessi, per diventare ciò che si è.

A volte si deve ammettere di non farcela da soli. Ci si deve guardare dentro e quando si tocca il proprio fondo – profondissimo o a soli 2 metri da terra (senza giudizio) – si può impazzire o scegliere di chiedere aiuto. A volte il desiderio della propria compiutezza, della realizzazione e del senso di sé (che non è la felicità del Mulino Bianco) è così forte da sentirlo in ogni cellula, come una lacerazione.

Si prova a tentoni all’inizio. Poi va sempre meglio. Anche se non si sa proprio come andrà a finire.

Andrà tutto bene

«Andrà tutto bene»

«E come?»

«È un mistero».

(Shakespeare in Love)

Stamattina, prima di andare a votare alle 9.00 con qualche anziano e il vuoto di una domenica mattina di dicembre, ho letto un post che parlava di piani B, di paura e di ansia lette tra le righe o magari appiccicate a quel post dal mio carattere. Il post trasudava quel senso di cedimento e di dubbio che ti può cogliere impreparato e stordire come una vertigine. Ho letto risposte molto decise e sicure.

Qual è la mia risposta? Ieri ho ritrovato dopo mesi una donna che chiede l’elemosina fuori dal Carrefour di Pavia. Abbiamo parlato un po’, dopo il sorriso inizia a corrugare la fronte e a dirmi che ha bisogno. Cerco di fare ciò che posso: a volte è un no, altre volte qualche moneta. Ieri le ho comprato due cose. Le è bastato dirmi che ha l’ansia e prende lo Xanax per convincermi e farmi sentire meglio. Perché alla fine è così che funziona: è un gesto egoistico anche quello, anche dare. Purtroppo o per fortuna.

Ho pensato alla mia ansia – che forse non è nemmeno giusto chiamarla ansia, anzi – dell’anno più “faticoso” della mia vita. E a quel post sul famoso piano B. Non sono brava nei piani B. Se mi fisso su qualcosa diventa l’ossessione del periodo. Non sono brava nemmeno ad approfondire: quel mio insistere spesso diventa sterile, come girare sulla ruota del criceto. Eppure, a dispetto del mio solito modo di procedere, sto tirando fuori delle risorse inaspettate: ossia la capacità di tamponare una perdita d’acqua e un’incertezza. Mi sto mettendo in moto per gestire il vuoto. Non importa se la strada sia sbilenca o un po’ più lunga del previsto – mi dico – almeno sto quasi in carreggiata, sto con gli occhi fissi e lo sguardo focalizzato, non inizio a roteare le pupille a casaccio facendomi prendere dal panico. Non è un piano B perché forse il piano B non esiste. Si tratta solo di aggirare frane, superare belve feroci, a volte attendere dietro a un riparo, in certi periodi si corre spensierati, in altri si arranca con la lingua a penzoloni.

Ho ripensato a un post sull’isola di Olkhon:

«La storia classica della mela non mi convince. Più che in due metà uguali, in alcuni casi è stata suddivisa in tanti pezzi differenti per forma e dimensione. Io sto andando a cercare questi pezzettini (o a spargerli). Quello sull’isola di Olkhon è, a quanto pare, particolarmente grandicello. Kuzhir non è bella. È un insieme di case di legno a disposizione casuale, terra, polvere, fango, buche, caffè, negozietti e furgoncini. L’isola non ha quasi niente, ma tutto contribuisce a renderla affascinante. Ho fatto colazione non al bar ma in famiglia, con zuppa di polpette e patate, insalata e tè con latte. Ho giocato a “mafia”, ho riso, sono uscita la sera con Masha, che gestisce l’ostello per la stagione estiva, per assaggiare un pesce marinato e per ascoltare la sua vita, scoprendo gli universali: appena mangia pane o dolci ingrassa e si lamenta. Mi chiede se tornerò la prossima estate o se penso di andare a Mosca quest’inverno.
Mentre passeggio per l’ultima volta con un sole caldo, sento un clacson e vedo mani che si agitano dal finestrino: “Bye Elenora”. Spasiba Olkhon Island»

Camminiamo tutti in cerca del nostro talento, della nostra capacità: non parlo di cose enormi o fenomenali (anche, per alcuni): essere genitore, prendersi cura di altri, essere empatici, raccontare, far sorridere, raccogliere lacrime, insegnare, appassionare, organizzare, vendere, emozionare, catturare, guarire, studiare, osservare…

Alcuni la trovano subito. Trovano questo tesoro molto presto e passano la vita a metterlo a frutto, magari senza nemmeno saperlo. Alcuni ci mettono di più, per altri si traduce in desiderio di essere o fare qualcuno o qualcosa e lo perseguono. Altri ancora ne sono inconsapevoli, ma camminano comunque verso quella direzione. Altri sono lenti, lentissimi e impiegano la vita a sperimentare, provare, assaggiare: a volte – purtroppo – senza soddisfazione. Per loro il cammino è una continua ricerca di pezzetti di sé. A volte ne mettono uno nella bisaccia e ne cade fuori un altro, oppure riescono a riempirla tutta per bene: ne scartano alcuni, quando appassiscono.

Per questo credo che non esista un piano B, ma un continuo cammino per prove ed errori, per tentativi e incastri. Un cammino che non riparte da zero, mai. Nemmeno quando fai qualcosa per la prima volta, perché è un “io” diverso da quello di prima. Si cambia lo sviluppo della storia, un po’ l’intreccio, ma mai l’attacco o l’incipit. Non torni indietro, nemmeno quando ti sembra di assistere a una regressione. E se anche ci si sente spaesati, bisogna aver fiducia nella nostra natura umana: varrà sempre la pena averla vissuta, anche se non si arriverà mai a un posto nel mondo o all’equilibrio. Anche quando ci si sente mediocri o si pensa di non eccellere.

Cos’altro ho da fare se non provare? Dicono che il tempo passi comunque.