Cosa ci manca?

P_20170416_102420_1Dicono che ormai il sessismo sia ovunque.

Qualsiasi cosa è sessismo: si sbuffa, si alzano gli occhi al cielo, si pensa al politicamente corretto come a un nemico. La realtà è che tutto è sessismo perché ci siamo immersi fino al collo. Ci sono battaglie ormai dimenticate e sepolte perché siamo convinte che le conquiste femminili del passato siano sufficienti. Ora siamo alla pari. In fondo, cosa ci manca? Possiamo laurearci, lavorare, siamo sessualmente più libere delle nostre nonne, ci spostiamo come vogliamo e diciamo la nostra nelle occasioni in cui vogliamo farlo. Siamo anche in politica e occupiamo ampi settori della società. Si dice che possiamo diventare ciò che vogliamo: dall’astronauta alla fashion blogger. Possiamo fare soldi o non farli; fare figli o non farli; sposarci o non sposarci.

Cosa ci manca?

Ci mancano sicurezza, menefreghismo, oggettività e imparzialità.

Abbiamo in abbondanza commenti saccenti, accuse, osservazioni e dubbi. Sanguiniamo per lotte interne, per lotte contro una visione della donna ancora lontana da quella paritaria ed equanime. Femminismo non significa dare qualcosa in più alle donne, né essere contro l’uomo: significa pretendere di essere considerati allo stesso modo senza che quello che si ha tra le gambe influenzi il giudizio, le opportunità, le scelte. Uguali nelle rispettive diversità, insite nel fatto stesso di essere individui diversi.

Sì, ci sono differenze anatomiche e fisiologiche legate a ormoni, utero, ovaie e testicoli.

Fine. That’s it.

Il resto è tutto individuale. Oppure sociale: mode, convenzioni, abitudini. Il rosa è stato un colore maschile, gli uomini portavano parrucche e tacchi e chissà quanto ancora cambieranno le preferenze tra i due sessi in fatto di mode. Cosa sia da donna e cosa sia da uomo lo decide la società nel corso del tempo, non la biologia. Per non parlare dei ruoli. Esistono ancora convinzioni sui ruoli talmente profonde e diffuse da non essere nemmeno viste. Parlo delle sottigliezze presenti ancora nel linguaggio, nei giochi per bambini, nelle frasi di circostanza. Nella sicurezza che molti uomini incapaci ostentano, nel classico atteggiamento dominante sul lavoro, nelle discussioni, nella coppia.

Mi è capitato di sentire raccontare di una donna che lavora e studia. Si sta laureando in Economia e Commercio, ha 28 anni e dice: “è difficile conciliare tutto, soprattutto perché ho anche un marito. Io alla sera mi mangerei anche solo un panino per poi mettermi a studiare, ma a lui non posso mica dare un panino, no? Gliela devo preparare una fettina di carne o un piatto di pasta”. E ancora peggio sentire: “ha un marito che… insomma: gli va fatto da mangiare, devi lavarlo, dargli i vestiti puliti e stirati…”: era chiaramente un’esagerazione, soprattutto sul “lavarlo” utilizzato per indicare probabilmente la pulizia della casa e la cura complessiva del suddetto marito. Ero raggelata. Ha un marito o un cane? È la moglie o la colf? Poi sento parlare di un medico che non tollera la posizione di responsabilità lavorativa della consorte, perché gli impedisce di stare tranquillo e di portare avanti il suo lavoro di prestigio. Perché ecco: se la bimba piange e tu donna hai la reperibilità io non posso di certo rinunciare al mio riposo notturno. Ho il mio lavoro. Chiaro.

In queste settimane ho visto donne sentirsi inferiori. Ho letto articoli in cui si ribadiva l’eccezionalità di una donna che in USA è riuscita a fare un lavoro “da uomo”, in un ambito come l’ingegneria nucleare che è maschile: concetto ripetuto nel pezzo più e più volte in chiave di emancipazione – forse – ma con il velo triste della consapevolezza che ci siano ancora ambiti maschili. Ho sentito commenti dispregiativi per gonne corte, sessualità disinibita, bellezza sfoggiata. Sono andata a correre con i legging, una mattina alle sei. Mi sono sentita osservata e commentata da due netturbini. Non so cosa si siano detti: ho solo provato disagio. Di primo acchito pensavo al mio culone, alla ciccia da smaltire, al fatto che anche con il reggiseno sportivo si vede che ho un seno importante. In realtà qualsiasi fossero le loro battute, ho deciso di non uscire più a correre in legging esattamente per come sono stata osservata, quando invece non dovrebbe importarmi granché né del culo né di altro. Sto correndo e devo farlo in comodità. Ho fatto il loro gioco.

Per carità: a chi non sfugge qualche commento? Chi senza nemmeno saperlo non esprime un giudizio? In questo caso, tuttavia, non si tratta solo del “giudizio”, ma del giudizio legato al sesso. Una volta, un anno fa circa, ho giudicato un tizio con delle buffissime scarpe a punta. Viola. Non che fosse la prima volta che esprimevo un “parere” su un abbigliamento eccentrico ma questa volta ho esagerato e sono stata riportata alla realtà da un’amica. Voglio potermi vestire come mi pare eppure sono la prima a muovere osservazioni. Ho considerato lui ridicolo senza saperlo, quando invece mi riferivo solo ed esclusivamente a quelle scarpe che A ME non piacciono. Questo però era slegato dal suo sesso e avrebbe dovuto essere slegato anche da lui. Non che sia meno grave, intendiamoci, ma non era un commento dovuto al fatto che una donna deve essere in un certo modo e non in un altro in quanto DONNA. Il vestito da puttana, la gonna giro figa, il se l’è andata a cercare, il commento su quanti figli faccia o non faccia, se li cura lei o c’è una baby sitter, il come ti vesti e il quanto si è magri/grassi, le assenze dal lavoro o il troppo lavoro: sono tutti giudizi frequenti sulle scelte delle donne. Spesso portati avanti anche da altre donne.

L’uomo che viaggia per lavoro non è giudicato come la donna che viaggia per lavoro. Anche questa cosa della paternità spesso ancora sottotono mi manda in bestia: la piantiamo di dire “uh che bravo” a ogni uomo che cambia un pannolino, cucina, stira o fa la spesa? Si tratta solo di un uomo normale. Normalissimo e che fa il suo dovere tanto quanto la donna. Odio le pubblicità dei prodotti per la casa o quelle nelle quali la mamma è una sorta di figura mitologica che si deve fare in quattro. Odio gli articoli dei “femminili” che parlano di cosa dire a un uomo o non dire per non turbarlo, poverino.

La smettiamo di dire che se un parcheggio è uscito male di sicuro al volante c’è una donna?

La smettiamo di tarpare le ali alle donne? Quando ero a Santiago un uomo mi ha detto: “certo che il Cammino è il solo viaggio che potete fare voi donne, da sole”. Quando sono partita per il Brasile era un continuo raccomandarsi (e va bene), quando sono andata in Israele una donna mi ha chiesto: “non partirai da sola, vero? Io non camminerei nemmeno in Salento da sola”. Di sicuro non ha fatto a Tito (in quanto uomo) la stessa domanda. E lo so perché solo dopo una lunga conversazione, in cui mi ha spiegato il percorso, mi ha parlato di questa persona che sarebbe partita nel mio stesso periodo ma che “ama viaggiare solo, quindi non ti posso dare il suo contatto”. Ora che parto per la Tanzania ad agosto e ho deciso di provare a salire sul Kilimanjaro ne ho sentite varie: va bene conoscere problemi, rischi, effetti avversi di un’esperienza che non ho mai fatto. Va bene sapere come allenarsi. Va bene capire la fattibilità. Va bene tutto. Non va bene sentirsi dire a priori “non ce la farai mai”. C’entra con l’essere donna? Sì. Perché alcune frasi simili a un uomo – ne sono certa ma non riesco ad argomentarlo – non verrebbero mai dette. Sono stata a camminare con un uomo a giugno dell’anno scorso. 90 km da Serravalle a Genova in due giorni. Al termine, per ringraziarmi della compagnia e credendo di fare una cosa gradita, ha scritto: bravissima a Eleonora che mi è stata dietro! Sono stata ferma e decisa nella mia risposta e ho chiesto di cambiare quella frase messa su Fb.  A un uomo lo avrebbe mai detto? Lo avrebbe scritto così anche se lui fosse stato più lento? Quando qualcuno dice “donna con le palle” o esalta/sminuisce una donna in ciò che fa, lo sta facendo in quanto donna o in quanto persona? Si direbbero le stesse frasi a un uomo?

La parità non c’è nel momento in cui una donna si sentirà sempre giudicata come donna. Sempre inferiore e insicura per ciò che fa a meno che non sia perfetta. Oppure esaltata perché per una donna…

Non saremo pari, non saremo libere fino a che ci sarà un giudizio molto forte su cosa ci piace, chi siamo e cosa vogliamo e possiamo fare.

Manca la sicurezza nelle nostre potenzialità e il coraggio dell’imperfezione. Le nostre capacità sono sminuite, svalorizzate, accantonate senza rendercene conto. Abbiamo spesso paura di dire stupidaggini perché temiamo il giudizio. Lo noto spesso quando un uomo dice stronzate sul lavoro eppure prevale su una donna, quando in modo bonario la zittisce, quando ci sono le battutine sull’automobile, il calcio, la politica: che sembrano piccolezze ma influenzano la percezione di sé. Quando una donna deve averla data per… (ottenere un lavoro?). Quando non si critica la scelta di un uomo di stare con una bella donna, ma una donna che sceglie un uomo per il suo denaro è messa alla gogna. Perché?  La donna che guarda uno spogliarello maschile è disdicevole, che fa sesso per gioco, che si masturba, che va sui siti porno, che usa sex toys. Dall’altro lato abbiamo la gonna alla caviglia, la donna quella riservata e pudica: anche quella non va bene. Sempre un giudizio, elenchi su come dovremmo essere o comportarci, a cosa e come dovremmo pensare, quale fisico avere, quali abiti indossare, quali scelte compiere per essere conformi al nostro sesso.

Lo so che questo discorso è scoordinato e disordinato. So che è un ammasso di percezioni. Ma ne ho viste e sentite molte questa settimana ed è un peccato anche per gli uomini. Non è una lotta contro di loro, perché anche loro subiscono le rispettive discriminazioni legate alla virilità. Mi rattristo pensando al loro rapporto con le lacrime, con la vergogna e con la debolezza.

Ho sentito la necessità di esternare il mio femminismo. Un femminismo che vuol dire: poter essere ciò che vogliamo. Tutto ciò che vogliamo con i mezzi che abbiamo, con leggerezza, errori, intelligenza, inventiva e creatività. Con una gonna cortissima, una scollatura profonda, un maglione a collo alto e un paio di pantaloni della tuta. Con 4 figli o nessuno. Con un marito o 10 amanti. Con obiettivi solo nostri che ci illuminano gli occhi.

Elle sul lettino

CIMG1758Elle è uno di quei film che mi piacciono. Che finissi a parlarne sul lettino dell’estetista e che le due percezioni fossero così differenti non lo avrei proprio immaginato. Ero uscita dal cinema con una fredda e lucida calma, dopo una domenica pigra e fallimentare.

Il film – a quanto sembrava – mi aveva fatto bene: proprio come la giornata trascorsa con me stessa tra poche azioni semplici, anche se alcune mal riuscite (ho corso solo 25 minuti e non ho saputo rinvasare bene l’orchidea). Non possedevo l’entusiasmo di Revenant né l’energia di Il diritto di contare. Non ero muta come per Manchester by the sea né sognante e innamorata sulle note di La La Land.  Ero calma: ero la lama di un rasoio o una superficie metallica.  Convinta di aver capito ma con un irrisolto addosso.

Poi lunedì sera sono andata da lei, come tutti i lunedì. Non la vedo in volto mentre parlo, come càpita da tre anni e mezzo. Si aggrappa al film che io cito con noncuranza, come semplice orpello al fluire del discorso. Mi chiede, incalza, penetra: scopro che ero rimasta sulla superficie, appoggiata come un insetto su uno strato acquoso, sottile e color metallo.

Io cito l’ambiguità, il gioco sottile e incomprensibile, la sospensione. L’attrice è meravigliosa: sarebbe perfetta, se esistesse la perfezione. La dottoressa mi parla dell’ambiente in cui lavora Michèle, la protagonista del film.  Mi dice qualcosa su quel rimando del videogame, quel rimpallo sulla violenza continua e quella sua freddezza: come se non le fosse mai accaduto niente. Io sottolineo la nudità e la verità di un grottesco per me così terribilmente umano! Ho avuto la sensazione di una piazza della vergogna senza vergogna; di qualcosa che succede e che finalmente si dice.

Una donna che scopa con il marito dell’amica; una donna che si masturba; una donna che va con uno molto più giovane; una madre ridicola alla quale non vorremmo assomigliare; una donna gelosa per puro orgoglio ma indifferente all’ex-marito; una donna innamorata di dio; un uomo che tradisce; una donna che desidera un’altra donna; un uomo succube; una donna aggressiva; una coppia che si inganna; due amiche che condividono. Siamo tutti, noi.

Poi c’è l’eccesso. La violenza esasperata fino al limite del sopportabile. Il padre che uccide bambini; lei che subisce violenza e reagisce da automa; l’amante che le chiede sesso dopo la violenza e la scena fredda e disturbante di un cestino per la carta straccia; lo stuzzicadenti nell’involtino della compagna dell’ex; il troppo in poche persone attorno a un tavolo. Quella donna non la salvo nemmeno per un istante. O meglio: non l’ho mai condannata per un solo minuto del film. A me lei piace. Alla mia analista no.

Ma andiamo con ordine.  Per la mia interlocutrice questa donna è disturbata – se ho colto bene il suo discorso – travolta da eventi che l’hanno resa vittima e carnefice. Non prova piacere: nessuno. Non ha mai un’emozione, non c’è affetto. Il figlio è il risultato di questa lacuna ed è per questo che si fa un po’ fregare da Josie, da un figlio palesemente non suo, da una donna che lo insulta. Il riscatto finale – per la mia analista – avviene proprio grazie all’intervento di questo figlio: ci sono uno stemperarsi, uno sciogliersi finali. Lei si ammorbidisce e aiuta l’ex marito, accoglie la nuora e il nipote non suo, rivolge una parola d’attenzione alla vicina di casa e sembra voler iniziare una nuova vita con l’amica.

Sì, tutto questo c’è. Non l’ho visto perché ero intenta a pensare ad altro. A pensare che tra Michèle e il figlio preferisco Michèle: quel ragazzo insipido mi turba. La scena in cui lui viene umiliato durante la dispersione delle ceneri di sua nonna è per me più insopportabile di altre scene violente del film. Lei per me è bella, anzi bellissima. Fiera, fisico perfetto, disinibita, determinata, decisa, precisa, elegante, impeccabile. Fredda. Come la lama di un coltello. Asettica da dare fastidio. È come il rumore del gessetto alla lavagna. Ha una sua perfezione inattaccabile, che non si scompone. Mi ritrovo in alcune sensazioni profonde tanto che non riesco a vederla come il personaggio negativo, da redimere o salvare (eppure io sono così diversa, così opposta!). Per me lei gioca in modo consapevole e metodico: cerco di capire quanto sia vero lo stupro, mi convinco che forse non lo è mai stato. Sono certa che alla fine Michèle ha usato la strategia della manipolatrice in modo che fosse suo figlio a uccidere l’aggressore e vicino di casa Patrick (ed è qui che mi viene chiesto: allora lei non la salva nemmeno alla fine? Io non ho nessuno da condannare!).

Michèle alla fine non si redime perché per me non ha nulla da farsi perdonare se non un’abilità eccessiva. Patrick prima di morire chiede perché, mentre sua moglie dice a Michèle: “lei gli ha dato ciò di cui aveva bisogno, per un po’”, lasciando intendere il non lecito.

Mente alla polizia, ancora.

Prima dell’ultimo delitto decide di dire la verità agli altri. Mi ricorda quella sincerità ruvida mia e di Mariangela: se non ho voglia di vedere un’amica lo dico, se Mariangela deve mangiare e non vuole gente tra i piedi lo dice. Così tante volte ho detto ciò che pensavo come se non avessi filtro: per me è stata una conquista di anni di analisi su me stessa e su quella paura delle reazioni altrui, della perdita, dell’abbandono. Quel compiacere che per fortuna ho debellato.

L’argomento si chiude, parliamo d’altro, ma non facciamo che ripetere quanto sia strano avere due visioni così diverse. Elle sul lettino, tra analista e paziente.

 

Una tastiera nuova

P_20170328_190333_1Sacchetto, scatoletta dello yogurt, residui di passato di verdure su un contenitore di plastica: controllo ogni superficie. Ribalto il sacco nero più volte. Ci sono gli scarti, gli odori penetranti e acidi dei batteri, il profumo chimico della plastica nera, calze rotte. Dalla vicina sale il profumo di qualcosa di fritto o unto. Di ragù, forse.
Le mie mani continuano a rovistare.

Mi alzo, cammino e guardo sotto divano e poltrona. Afferro la scopa e provo stanare quello che sto cercando e che la mia vista, a quanto pare, non riesce a scovare. Ho perso o buttato una micro USB per mouse e tastiera Wifi.

Tutto è iniziato domenica sera quando afferrando in malo modo la tazza di caffè d’orzo, ormai lì da un po’ di ore, ho innaffiato la tastiera del portatile. Non ho pensato alle conseguenze: ho asciugato con un tovagliolo di carta, riposto la tazza nel lavandino e sussurrato un “merda”. Dopo poche parole ho capito che qualcosa si era guastato.
Prima è stata la “c” ad abbandonarmi. Pigiavo e pigiavo. Niente da fare. Ho sollevato il tasto per staccarlo dalla tastiera, ho pulito, asciugato e rimesso a posto ogni cosa: anche i pezzettini bianchi a incastro ché quelli è un attimo a perderli o a romperli.
Poi sono state le “a” a diventare zoom e le “t” che hanno aperto comandi e finestre mai viste. Infine, senza che io toccassi alcunché, sono iniziate le sequenze automatiche di “w” o di “0”.
Spento e riacceso, ho infine controllato se Aranzulla avesse scritto qualcosa su tastiere possedute o impazzite. Niente.
Il pc era appena stato riparato: avevo cambiato la tastiera perché si era rotto lo spazio. L’ho tenuto insieme con lo scotch colorato per giorni, prima di decidermi a cambiare tutto, qualche mese fa.

Bene. Siamo di nuovo daccapo e ora c’è il rischio che salti il pc. Quando qualcuno mi ha fatto notare la gravità della faccenda, sono corsa a salvare 5-anni-da-freelance&viaggi su un disco esterno. Nel frattempo cercavo di non stare in ansia per il lavoro, quello che devo fare da casa dopo l’ufficio. Quello che a volte non-ne-posso-davvero-più ma che devo, e che prima mi piaceva e mi piace ancora adesso. Solo che farlo non come freelance ma da dipendente – sono le stesse cose ma più potenti perché vedo tutto il processo – riempie gli spazi e lascia solo la stanchezza come rimasuglio; lascia la voglia di muoversi, correre, sudare, ridere e fare anziché starsene seduti al pc.  Non dimentichiamo che è pure primavera con quella roba di colori, ormoni, risvegli e respiri.

Questa domenica ho iniziato a lavorare dopo chilometri passati a correre e a camminare. Ho iniziato dopo un pigro perdere tempo: non abbastanza in fretta da evitare il calo di endorfine né da finire prima che la tazza si rovesciasse. Che poi le endorfine, quando precipitano così violentemente, lasciano quella sensazione di ubriacatura triste che – unita all’impotenza per il computer – mi ha spinta diritta a dormire. “Lunedì comprerò un computer al volo”, mi sono detta. Poi è diventato: “Comprerò una tastiera, ma martedì”.

Così martedì quella tastiera mi ha regalato una passeggiata in centro a Milano, alle 19 con l’ora legale. E non andavo spedita di corsa: osservavo i turisti, le macchine della polizia, le palme, la Mondadori, la Rinascente, un cinema con la fila fuori e un giaciglio improvvisato a terra, i cavalletti per osservare la luce sul Duomo, la pazienza per cogliere l’attimo accanto al selfie veloce, le coppie che si baciano, chi vende qualcosa, chi chiede qualcosa, il solito che fa i ritratti e quello che suona. Le puzze, il pomodoro e il formaggio dei panzerotti di Luini, l’odore di fritto, di pizza, di caffè, di sudore e di uomo profumato, di Lush, di dolciastro, di finto, di chiuso, di secco. Il sole che acceca e mi costringe a spostarmi.

Ho trovato un Trony nel sottopassaggio della metro, in San Babila, che così da Duomo me la sono fatta tutta a piedi anche al ritorno, con la tastiera in mano. Ho chiamato qualche fiorista che avrebbe chiuso alle 21 per sapere se avevano il terriccio per Orchidee. Non lo avevano. Sono tornata a casa che era tardi e avevo una fame eccessiva. Ho mangiato in fretta con quella gestualità poco accorta, veloce e imprecisa di chi deve fare troppe cose e ha davvero tantissima fame o gli scappa la pipì e non riesce proprio a staccarsi da ciò che deve fare. Ho aperto la tastiera mentre avevo qualcosa in cucina che… non ricordo bene se stavo ancora cenando in piedi o se stavo preparando, scaldando. Forse era l’acqua per la tisana. Quindi, dicevo, apro la scatola di corsa e butto tutto ciò che impiccia. Mi metto lì, con mouse, tastiera e pc. Le pile? Dove sono le pile? Nel cartone finito nel sacco. Ripesco.
Poi, dai che forse funziona, ma… ma dov’è? Manca la micro!

Ritorno davanti al pc con le sue due tastiere inservibili. Faccio un movimento sgraziato – che novità – e colpisco il mouse. Chiudo gli occhi cercando di non sentirmi del tutto stupida. Lo raccolgo da terra: sembra integro ma mi sposto poco più in là perché manca una pila. Sì, è uscita la, la…la micro! Mi chino a raccogliere e inizio a ridere. Accanto alla pila c’era la micro che se ne stava ben tranquilla alloggiata nel mouse. Sono andata a dormire dopo aver scoperto che la tastiera nuova funzionava e che ogni cosa era al suo posto.

Mancano solo un orologio da muro e il rinvaso dell’orchidea, mancano i vestiti impilati da mettere nell’armadio e quelli ancora da piegare per bene (ché io non stiro). E con tutto quello che avrei potuto e voluto scrivere con la mia nuova tastiera, cosa faccio? Racconto un episodio cretino che inizia mentre sto rovistando nella spazzatura.

Atto di fiducia

CIMG4943Stamattina mi sono svegliata con un paio di pensieri e ho scelto te – non me ne volere – per esternarli. Ne ho bisogno per fare ordine nella mia mente caotica. Non mi basta scriverli: li devo condividere. Non sono sfoghi. Sono piccoli atti di fiducia.

Sarà egoistico versare questi contenuti nelle orecchie e nella mente di qualcuno? Sì, lo è. Non ho scusanti né giustificazioni. Quindi fai quel che devi: leggi, butta, non rispondere, rispondi, criticami. Poi io mi sentirò attaccata e risponderò e il cerchio senza chiusura si chiuderà con due persone che non possono essere l’una la testa dell’altra. Sono atti di fiducia. Niente di più e niente di meno.

Dicevo: un paio di pensieri. Il viaggio è ciò che mi tiene viva. Lo so bene che è un palliativo. È una cura temporanea che agisce sul presente e sull’attesa. Nel presente significa preparare, stravolgere e organizzare. Sognare, anche. Avere un obiettivo e muoversi con quella sensazione di caramella che frizza in bocca. Lavora sull’attesa perché mi permette di sapere che ci sono inizio e fine. Inizio e fine di un contratto, inizio e fine del viaggio, inizio del ritorno. Io adoro gli inizi e le conclusioni. Inizio-Fine. Se so che ci sono i capi, gli estremi, le parti che contengono, io mi sento in pace. Altrimenti tutto quel per sempre mi distrugge. L’infinito lo amo solo nei paesaggi, nel mare, nei laghi che si credono mari, nelle aperture degli orizzonti e nella Piazza Unità d’Italia di Trieste.

Ogni viaggio è stato un insegnamento. Il Brasile è stato: lasciare andare . La Transiberiana è stato: stare e accettare. Israele: fallire e scoprire l’improvvisazione (e quanto siano belli i piani B).  Il viaggio di quest’anno ha iniziato i suoi insegnamenti attraverso la preparazione. Io, ora, devo imparare a dipendere.

Odio dipendere. Esistono due dipendenze: quella negativa, nella quale credo che nessuno voglia stare. Dalle droghe agli abusi, passando per i rapporti dipendenti in modo malsano ma assolutamente normali. La dipendenza positiva è invece quella dei rapporti sani, costitutivi della nostra stessa natura umana. Questi rapporti sono il nostro mondo e la nostra vita. Io, nel dubbio, evito molta parte – non tutta, sarei al manicomio – della dipendenza buona.

Stavolta, avendo scelto di salire sul Kilimangiaro, ho bisogno di un allenatore. Non posso allenarmi da sola perché non so come fare. Ho bisogno di un altro essere umano. Non è solo tosto perché devo vincere questa idiosincrasia ma anche doloroso perché si fa strada la sensazione di non esistere, per gli altri. Qualcuno deve dirmi: “ok, andiamo. Mi ci metto io, Ti porto io in montagna”.

Perché dovrebbe farlo? Perché dovrebbe prendersi questo incomodo? Chi sono io se non quella che rompe, disturba, parla a sproposito. Serpeggia in me quella necessità molto umana che io cerco di nascondere perché tanto non mi dà retta nessuno: il bisogno di sentirsi non dico amati, almeno considerati. Ho in testa Million Dollar Baby e tutte le volte che avrei voluto un allenatore nella vita, in cui avrei avuto bisogno di un maestro con quello sguardo lì su di me e invece niente. Ho imparato a farne a meno e non ho ottenuto grandi risultati.

Ho poi pensato che se riuscissi ad avere questa determinazione anche nella vita quotidiana e non solo nei viaggi, forse ora sarei capace di fare qualcosa di utile e bello e di farlo bene. A prescindere dal fatto che non ti piace come scrivo (dimenticalo, per un attimo), se avessi messo lo stesso impegno nel trasformare i miei viaggi in parole, forse avrei combinato qualcosa di buono. Ho investito nella scrittura la maggior parte degli anni post laurea. E ora?

Poi leggo chi scrive davvero bene. Ma davvero bene. Chi sa usare e dosare capacità tecniche ed empatia, chi sa trasmettere, chi lo fa con maestria ed eleganza. Chi sa inventare. Io non so inventare. Non so costruire storie dal nulla. So raccogliere ciò che esiste e so mettere in ordine parole. Guardo e osservo chi vive. Forse più di me. Chi si sposa e fa figli (che non voglio, ma mi chiedo: dove si trova il tempo anche per quello?), chi è pure bellissima, chi è anche in carriera in altri settori e ha passioni e talenti che non si contano. Mi arriva forte l’odore di quella roba brutta: dicono che si chiami invidia.

Ho pensato a quanto io sia incline ad aspettare, sebbene sprovvista di pazienza. Ciò che aspetto non arriva mai o arriva in ritardo o arriva qualcosa che non vorrei, come non lo vorrei. L’accettazione salva, placa, tranquillizza e fa scoprire la bellezza dove meno si pensa di trovarla. Mi peserà non eccellere in questa vita. Mi peserà non avere un talento o non sapere quale sia. Mi peserà perché non riesco a fingere che non mi importi. Mi pesa avere questo maledetto vizio di scavare tante buche poco profonde anziché poche molto profonde (non è mia, è una citazione yogica): è faticoso fermarsi e stare, l’ho imparato in viaggio. Lo so fare per cose semplici e piccole ma non per le passioni, le capacità e le azioni complesse. Tu sai scavare buche profonde: ti ammiro per questo.

Grazie e buona giornata,
E.

Interi nuovi mondi

CIMG6696Chiudevo sempre le finestre, anche quando il caldo di luglio appiccicava i vestiti alla pelle. Mi sbarravo in casa – quando stavo da sola – dopo aver perlustrato ogni angolino di ogni stanza. Non ricordo quando cominciò e non so dire che età avessi quando la paura di quell’insetto prese il sopravvento su tutto. Doppia vespa la chiamavamo in famiglia  e così è rimasta ancora nel mio linguaggio; ma credo che si tratti della vespa muratore, in un gergo sempre colloquiale ma più diffuso. Aveva quelle due zampette cascanti come due fili. Era grande, cicciona con due palle nere a formare un corpo fastidioso alla vista. Quei due fili cascanti catalizzavano tutta la mia attenzione. Mi ricordavano le zampe di un ragno: le sottili o grosse, lunghe, pelose e schifose zampe di un ragno, l’altra mia paura. Anche il corpo a bottone era simile. Ancora adesso, mentre scrivo, mi sto grattando qui e là con la sensazione di schifo che serpeggia lungo il mio corpo.

Al liceo provai a chiudermi sul balcone. Sì: non ero riuscita a far uscire l’animale e così ero uscita io sul balcone, con la finestra chiusa. In estate, quando un famigliare tornava a casa, aprendo la porta lo accoglieva una cappa di caldo: “Ele, ma apri quella finestra”. Una cantilena. Una litania detta con la voce del rimprovero. Già. Poi c’erano le cene estive, le finestre aperte e loro che entravano: io scappavo urlando, urlando con tutto il volume possibile e accompagnando le urla a scatti da centometrista e a smorfie di terrore. Urla, fughe, porte che sbattevano. Ricordo una telefonata a Valeria dal telefono in camera dei miei. Tra una chiacchiera e l’altra, sentii qualcosa all’orecchio. Mi voltai: le sue zampette, il giallo e il nero, il suo aspetto minaccioso erano lì, per me. Lanciai il telefono insieme a un urlo di gola, acuto e stridulo. Scappai. Ancora, come sempre. Ogni estate era la solita tragedia ed era invivibile. I miei mi assecondavano un po’ – anche perché le mie reazioni erano talmente scomposte da non poter fare altro – poi si arrabbiavano, poi mi costringevano a non chiudere, a non isolare, a non farmi condizionare. Era impossibile. La mia reazione era più forte di ogni cosa. Di ogni logica, razionalità, sgridata, castigo, autorità. Il potere era in quelle due palline nere con zampe a penzoloni.

Come mi passò questa paura non riesco a ricordarlo. So solo che ora reagisco meglio. Non sto proprio a fare San Francesco né con loro né con ragni e altri insetti, ma so che ho padronanza di me, del mio battito cardiaco, del sudore, delle corde vocali, dello scatto da preda, dell’ansia e del terrore. Quando penso alla doppia vespa, penso che non siamo noi a scegliere le nostre paure. Capitano. Noi scegliamo cosa farne, di queste paure. Scegliamo quali domande porci e come sentirci quando scopriamo di avere reazioni impensabili senza un reale pericolo di vita. Noi scegliamo di accettarle e di starci dentro. In mezzo.

Questa paura qui, proprio quella per le doppie vespe – che me le vedo davanti agli occhi ancora prima che il mio cervello elabori altri concetti collegati alla paura – questa paura gialla come le api, e intensa o stridula come le mie urla, rumorosa come le porte sbattute e veloce come le fughe di stanza in stanza; ecco, proprio lei mi è tornata in mente durante un volo Roma-Milano.

Non ho paura di volare, non più: ormai mi addormento poco prima di decollare per svegliarmi a ridosso dell’atterraggio. L’ho sperimentata poche volte, solo ai tempi in cui i per me i voli erano una cosa rara. L’uomo accanto a me, invece, era terrorizzato. Circa quindici minuti prima dell’atterraggio ha iniziato ad agitarsi, a stringere le mani della compagna, a sudare sulla fronte. Si muoveva molto e parlava a bassa voce in un modo aggressivo e alterato. Ho ripensato a vespe e ragni. Ma soprattutto ho detto nella mia mente a quell’uomo: sei qui, manca poco. Respira. In fondo aveva deciso di starci, nella sua paura. L’aereo lo aveva pur preso, no? Io ero sfinita e soddisfatta: quel giorno avevo fatto una cosa minuscola e piccolissima per lavoro ma fondamentale per me. Ero stata da un cliente importante per un training e avevo parlato davanti a un’esigua manciata di persone. Per me è stato come scoprire un nuovo pezzo di me. Avevo già parlato in pubblico prima e una volta anche come docente. La questione non è “cosa” ho fatto (per una timida conta anche quello). La questione è simbolica e riguarda il come. Come mi sono sentita, come ho deciso di sentirmi. Come l’ho vissuta prima, dopo e durante. Non è solo quel training ma è tutta questa nuova esperienza lavorativa a essere una scoperta.

Ho fatto la freelance per 4-5 anni perché la sentivo una forma lavorativa adatta a me. Una forma su misura, da plasmare e adeguare. Quando si migliora, si cresce o semplicemente si cambia, nel lavoro e nella vita, è difficile accorgersi in modo concreto. Lo sai, ma magari non lo percepisci del tutto. Come quando si è a dieta e chi ti vede tutti i giorni non coglie sempre il dimagrimento. Ci vuole distanza. Distanza fisica e temporale. Distacco. Dopo 5 anni mi sono ritrovata a sentire fisicamente il mio cambiamento come se fosse una scatola o una tazza, un oggetto metallico o un soprammobile come quelli del mago di Oz . Meglio e peggio non contano. Conta che sono un’altra persona e non me ne sono mai accorta davvero. Ho dovuto mettermi in gioco per capirlo e farlo con qualcosa che mi ha sempre fatto paura per vari motivi (che non dirò): in questi anni sono migliorata nel mio lavoro e in ciò che nemmeno sapevo di saper fare. Sono migliorata nelle mie ansie e nelle paure, nella gestione delle reazioni, nella capacità di vedere il bello e di essere intraprendente. Sono migliorata nell’amore che metto nelle cose e nello sguardo che rivolgo alle persone. Sono migliorata perché ho fatto un percorso che ringrazio e che ora, guardando indietro, per me è di una bellezza che commuove (ora). Penso a tutto ciò che ho capito essermi piaciuto solo dopo averlo lasciato alle spalle, alle cose che proprio-non-se-ne-parla, alle umiliazioni e alle mortificazioni, agli errori immensi, a quando una cosa non l’ho saputa fare, agli sbagli. Penso a tutte le doppie vespe che mi sono lasciata indietro. Puf! Sparite. Oppure alle doppie vespe che sono ancora lì, ma alle quali guardo con benevolenza. Non amo parlare alle riunioni, non amo parlare a vuoto. Ma so che so fare certe cose e le so fare bene.

Io e l’uomo accanto a me sull’aereo abbiamo deciso di starci. Oggi, abbiamo deciso entrambi di stare. Non si tratta di combattere, affrontare, vincere o superare. Si tratta solo di essere lì, di non cambiare posto. Chissà quanti altri come noi proprio in questo momento stanno sostenendo qualcosa, quanti l’hanno fatto nel corso della giornata e quanti lo faranno in futuro. Piccolezze. Scelte. Dalle quali, se si è fortunati, nascono percorsi, strade o interi nuovi mondi.

Prosit

cimg7272Dammi la forza per riconoscere se sto uscendo dalla comfort zone o se mi sto rassegnando a qualcosa che non mi rappresenta. Me lo sono detta qualche giorno fa tra una frase motivazionale e l’altra, in balìa di una forte necessità introspettiva su ogni minima sensazione provata e sperimentata. Forse non dovrei analizzare così tanto il mio contenuto cerebrale. Mi sento come se interrogassi costantemente i personaggi di Inside Out – cartone che ho trovato abbastanza noiosetto – per capire i motivi dei loro comportamenti e per aiutarli a risolvere le loro problematiche. Senza tuttavia avere alcuna risposta soddisfacente.

“Sei triste, oggi sei triste, Ele perché sei triste? Sei triste e quindi se sei triste è perché questo non va bene e nemmeno questo e questo e quindi allora come facciamo? Niente di ciò che vorresti c’è e tutto ciò che non vorresti c’è. Oddio siamo spacciati, avrai davanti una vita triste, eh…”. Sospiri e lamentazioni che iniziano e non terminano. Stanchezza cronica, impotenza, frustrazione si traducono in una sola cosa: assenza di azione. Resto intorpidita e in attesa della prossima onda di lamentele sterili. Non mi vanto di essere così – non sempre per fortuna – e nemmeno penso che sia un bel biglietto da visita. Però capita. Ci si deve fare i conti e imparare ad aggiustarsi un po’.

Ma non basta. Subito dopo arriva la seconda fase: “sono felice, wow, ma che bello! Senza motivo, eh? Oppure, ah no ecco: sarà l’appuntamento per il tatuaggio, sarà un libro, una serata bella, un’amica o un amico che quando li risenti ti scappa un sorriso. Sarà quel complimento al lavoro o quel risultato raggiunto. Sì, ma che bello, dai che mi sento felice…sarò sempre felice? Sì, ho una forza dentro. Domani alle 5.30 mi sveglio, sì…”

A volte mi sembra quasi che l’appuntamento con queste due fasi non sia mai casuale. Martedì sono serena e piena di voglia di fare, giovedì entro nei miei tunnel oscuri sul senso di ciò che sono e faccio: nessuno.

Una delle strategie che sto adottando per uscire dal pantano è composta da due momenti. O forse sono solo due strategie differenti ma applicate in modo tale che gli effetti si sommino. Il problema è che continuo a ripetermi alcune cose nella testa o addirittura a dirle a voce alta (anche rompendo le scatole al prossimo), con il solo scopo di farle sentire a me stessa più reali, possibili e concrete visto che non sono né vicine né immediate. Ma andiamo per gradi.

La prima strategia è STARE. Declinata in starci, esserci, mettermici, infilarmici dentro, farne parte. Si traduce in dare il massimo ed è un po’ il cappello sotto il quale ci infilerei il “fare tutto con amore”. Tutto: ciò che piace e ciò che non piace. La strategia dello stare implica che non contano orari, logistica, sacrifici, menate perché si vive nel momento presente e si accetta quel momento presente. Proprio quello lì. Diciamo che è parente della tecnica che utilizzo per gli imprevisti/ritardi dei treni. Ormai non è più nemmeno una tecnica visto che non devo fare alcuno sforzo per metterla in atto. È diventata parte di me da almeno cinque anni se non di più. Consiste nell’accettare ciò che succede. Banale. Ma potente. Arrabbiarsi se il treno è in ritardo non risolverà il problema a meno che non ci si rivolga a chi di competenza segnalando il disservizio, senza rabbia. Se il treno è in ritardo semplicemente leggo, sto, aspetto. Scenderò di lì alla stessa ora di chi ha trascorso quel tempo inveendo o lamentandosi. Questa roba la sto applicando sempre più in altri ambiti della mia vita. Ci devo ancora lavorare: a volte sono edonista e inseguo un po’ la piacevolezza e ciò mi porta a non stare, a cercare vie di fuga inutili.

Sempre nella prima strategia rientra il concetto di lasciare andare. Opporre resistenza a una situazione spiacevole (che poi è come per il ritardo del treno), a qualcosa che non abbiamo e vogliamo ma soprattutto a ciò che non vogliamo e abbiamo non ci aiuta a sciogliere i nodi. Ci fa solo fare sforzi immensi per qualcosa che di fatto è così ed è lì. Opporre resistenza non ci permette di cambiare le carte in tavola, i contesti, le situazioni. Ci fa solo vivere malissimo qualcosa che potremmo limitarci ad accettare così com’è. Sono una persona testarda e come tale spesso mi impunto, mi ossessiono, mi lascio trascinare da un desiderio oppure faccio i capricci per scacciare ciò che non voglio, che non mi rappresenta. La testardaggine e la caparbietà sanno essere ottime alleate fino a che non ti si rivoltano contro. Ossessionarsi di poter essere felici solo se … credo che ci allontani dalla meta in modo direttamente proporzionale al nostro livello di attaccamento. Teniamola lì, la meta, nel cuore. Ma pensiamo soprattutto a muoverci verso e a lasciare andare tutti gli spuntoni che incontriamo lungo il percorso da qui al nostro obiettivo (sempre che si sappia davvero quale sia). Lasciare andare – le poche volte che ci sono riuscita – mi ha aperto, mi ha sollevato, mi ha reso più leggera e serena. E poi ha permesso alla parte più bella di me di raggiungere un risultato, senza quasi accorgermene. Succede nel lavoro e nelle relazioni. Disclaimer: non è assolutamente un sinonimo di rassegnazione. Anzi. Si tratta quasi del suo opposto. Non stiamo abbandonando i nostri progetti ma stiamo accettando ciò che succede mentre siamo sulla strada per costruirli. Ovviamente potrebbe accadere che non si realizzino mai, quei progetti. Lasciarli andare non è segno di rassegnazione ma di saggezza: continueremo la strada un po’ più leggeri e pronti ad accogliere il nuovo. In Israele ho imparato proprio questa lezione e dovrei fare di tutto per applicarla anche ai miei attaccamenti quotidiani, a ciò che potrebbe rendermi felice se lo raggiungessi sapendo bene per esperienza che non è mai vero. Quasi mai vero. Vivendo pienamente ciò che accade nel percorso verso la nostra meta – ossia stando, restando, rimanendo (prima parte della prima strategia)  -, in realtà potremmo anche scoprire che sono più preziose e belle le inimmaginabili conquiste, le nuove sfide, gli incontri non programmabili, i luoghi sconosciuti rispetto a tutto ciò che ci siamo segnati sulla mappa come necessario, desiderato, obbligato. Potremmo anche ringraziare il nostro obiettivo senza il quale non avremmo mai trovato tutto ciò che abbiamo trovato, magari a catena o a cascata. Certo: avremmo avuto altro scegliendo un altro progetto ma non ci è dato sapere come sarebbe stato perché non esiste. Meglio? Peggio? Solo diverso.

La seconda strategia è, appunto, DARSI OBIETTIVI. Progetti. Programmi. Desideri e sogni. Darseli senza soffocare se si fa altro, darseli senza pensare solo a quelli. Darsi idee e progetti realistici, strampalati, curiosi, anche difficili. Con gli occhi, il respiro, il corpo e la mente nel qui e ora. Perché è solo il qui e ora che ti salva, ed è solo il desiderio che ti fa amare tutto del qui e ora. La paura di non arrivarci – almeno per me – è una delle forze propulsive della lamentazione e della procrastinazione (insieme all’impazienza e alla necessità di una gratificazione immediata, essendo spesso affamata di dopamina in ogni sua forma). Mi devo ripetere a voce alta che ciò che faccio ha un senso, che ciò che faccio ha uno scopo, che ciò che sono è un continuo costruire e disfare, ricomporre, ricucire, scucire, smembrare, riadattarsi. Se non rispetto il modo in cui vorrei vivere non significa che io stia sacrificando la coerenza o che mi stia allontanando per forza da me stessa. Significa che ci devo passare attraverso: che sia la fine di qualcosa di importante, il dolore per una perdita, un lavoro che non mi rappresenta, un’attesa che non so accettare. È ora di passarci attraverso per me stessa, per la mia autostima e per la mia crescita personale. Devo capire che per arrivare là devo passare da qui. Non si scappa. Fare i capricci, mugugnare e scalpitare rendono questa fase solo più dura. Insopportabile. E soprattutto diventa tutto una mortificazione. Poi posso scoprire che quello spuntone, quella salita, quel fastidio che avrei voluto scacciare in realtà siano state le cose migliori capitate nel percorso oppure che il dolore è dolore e basta. Lo accetto per quello che è perché so che esiste come esistono rabbia, gelosia, invidia, tristezza, ansia, angoscia…

Tutte queste parole restano solo parole se non si interiorizzano. Come? Non ne ho idea. A volte è come sentire un click, altre volte non c’è verso. Altre ancora ripeto le cose come un mantra ad alta voce a me e agli amici più stretti. In alcuni casi l’esperienza mi ha aiutato, in altri ancora ho capito che solo grazie al lavoro fatto precedentemente con lo yoga, i viaggi o la psicoterapia sono arrivata a cambiare atteggiamento. Oppure ho semplicemente allentato la tensione, disteso i muscoli contratti e mi sono detta: non ha senso. Ed è proprio da quel momento che spesso ogni cosa quel senso lo acquista.

Ieri sera sono uscita con un’amica pellegrina che non vedevo da un anno e mezzo. Ci siamo salutate e riviste come se il tempo non fosse mai trascorso e invece eccoci. Siamo uguali eppure diverse. Ci confrontiamo e con poche frasi arriviamo alla conclusione: entrambe abbiamo raggiunto gli obiettivi che avremmo tanto voluto ottenere un anno e mezzo prima. Li abbiamo raggiunti anche da parecchio tempo. Io resto attonita di fronte a questa constatazione: ma come? Non te ne sei accorta di aver fatto quei passi? No. O meglio: sì, ma non è la stessa cosa quando ti metti a tavolino a parlarne con una donna con la quale ti eri vista mesi prima di “farcela” e poi a una distanza sufficiente per guardare indietro con distacco. Vi siete viste quando ancora entrambe sbuffavate  piagnucolavate, annaspavate nella certezza di non essere capaci di trovare una soluzione. Un anno e mezzo dopo vi sembra tutto così facile (faticoso) e così lontano!

“Visto che porta bene parlarne con te – le dico – brindiamo ai prossimi progetti. Che ne dici?”

“Certo! Ai nostri obiettivi futuri!”

(E a tutto ciò che ci capiterà in mezzo.)

 

 

 

Arrabbiarsi

cimg8257“Mettiti qui – mi dice – sulla sedia”.

La guardo, fisso il lettino indispettita e mi siedo.

“Oggi facciamo solo le mani – mi dice – quindi meglio stare qui”. Non riesco a parlare come vorrei, come sono stata abituata a fare in tre anni. Guardarla negli occhi è difficile. Mi sento abbandonata, sola e inconcludente.

Parliamo a stento di scelte. Mi mette di fronte a due opzioni: o stai, resti, continui oppure si pianifica un percorso per uscire. Vale per qualsiasi esperienza: una terapia, un lavoro, un amore, un’amicizia, un viaggio.

Si sta o si esce.

Non si può volere tutto: non si può restare a metà, un po’ dentro e un po’ fuori. Non si può venire qui ogni quindici giorni e stare sul lettino; non si può pretendere di parlare a ruota libera e sperare che il tempo non conti. Non si può scalpitare con insofferenza e volere comunque un aiuto. “Non puoi dirmi che desideri continuare ma in modo diluito, sì, forse, vediamo. È come volere e non volere”. Mi dice. La fisso. Ne ho bisogno – lo so, ho ancora tanto da sistemare – ma voglio anche farcela da sola, voglio avere tempi e obiettivi precisi che non mi diano l’idea di fluttuare in un percorso senza fine, senza arrivi e dispendioso.

È questo un “volere e non volere”?

Abbiamo parlato del lavoro, dell’auto sabotaggio, dell’attesa, dei vincoli. Ah, i maledettissimi vincoli! Quanto li odio. Contratti, regole regole regole, obblighi, dover rendere conto, dipendere, stare, restare, pareti, muri, confini, progetti, legami e rinunce. Libertà che… dove va?

Troppa è quasi peggio che non averla. La sprechi in inutilità, in pensieri sterili, in ricerche infruttuose. L’ho visto, l’ho provato: quanto procrastinare con troppa libertà! Troppa libertà è peggio di una prigione: come posso decidere dove andare se tutto è uguale, se poco cambia e se ogni strada la puoi scegliere? Se non c’è nessuno che ti aspetta in nessun luogo? Ma poca libertà – al contrario – ti soffoca, ti taglia le ali, ti costringe e respinge, ti fa dimenticare chi sei e cosa ami davvero.

Ho da poco iniziato una cosa nuova. Non è semplice adattarsi e abituarsi: ore e ore (spesso sprecate) sui mezzi, il rientro tardi la sera, l’introversione da gestire, le parole, le pause, le relazioni, le emozioni, gli obblighi. Ma paradossalmente si è liberata energia. Energia per usare meglio il tempo a disposizione, per scrivere, per lavorare ad altri progetti, per lavorare bene lì, in quel contesto con poche distrazioni. Sono spaventata e felice, triste e iperattiva: con tante idee e tanta voglia di fare, di imparare e di dare il massimo in tutto. Ho la voglia di svegliarmi alle cinque e di avere una vita più ordinata: di correre, scrivere, leggere leggere leggere (sui mezzi, magari). Di fare un corso di fotografia e di pensare a una seconda laurea, se potrò, in futuro, a settembre. Quella tanto desiderata in psicologia. Ho voglia di risparmiare e di avere Itaca là, nella mente e nel mondo reale, come dice Kavafis.

Ho voglia anche di essere amata. Per-quella-che-sono. Anzi, no: prima ancora ho voglia di amare l’altro per quello che è. Se solo ne avessi l’opportunità. Me ne sono accorta proprio in quella seduta con la mia estetista.

“Ma tu vuoi avere davvero successo, nella vita?”

La guardo – cosa c’entra con l’amore ora lo dico, un attimo – e non so cosa dire. Stavamo parlando del fatto che – quando una cosa la so fare e mi viene riconosciuto – io poi non riesco più a farla di nuovo, quella cosa. Mi blocco, procrastino, invento scuse o pulisco casa. Perché mi succede? Perché riesco a metterci tutto alla prima opportunità e alla seconda non inizio nemmeno? Mi ripete la domanda. Rispondo che sì, che ecco: il concetto di successo è relativo e individuale. Cos’è per me, il successo? Non di certo la carriera in azienda: la mia introversione non ne sarebbe molto felice. E non è lo stile di vita che vorrei.

Mi ripete la domanda: sappiamo di cosa stiamo parlando. Vacillo. Penso a tutti i miei momenti di loop interiore. Quando credo di non valere niente, di non aver combinato niente. Avrei potuto essere una brillante ricercatrice all’estero. Avrei potuto essere una ben più brava e determinata giornalista. Mi ricordo che fino a pochi anni fa parlavo in modo vago di voler avere un fantomatico “lavoro figo”. Mi rendevo conto che non sapevo cosa fosse e non capivo perché volessi una cosa che non riuscivo nemmeno a identificare bene. Invidiavo i ricercatori a New York (un mio amico lo è), il medico di successo, l’ingegnere e non so chi altri. Dicevo: “oh, questi hanno un lavoro figo”! Magari se stavano all’estero ancora di più. Non importava cosa facessero e se a me potesse davvero piacere. Era una questione di prestigio. Poi ho capito che qualcosa stonava. Che dovevo guardare alle capacità e all’interesse reale. Da qui sono partita con l’idea del giornalismo e della scrittura. Ma altri loop, altri scogli. Altre incapacità e per anni c’è stata anche l’ossessione (che non fa mai bene): come se la felicità dipendesse dal traguardo e non dal percorso.

Ora sono in una fase differente. Ora mi chiedo perché vorrei avere “successo”.

Per dimostrare di valere.

Avere bisogno di riconoscimenti esterni continui, avere bisogno di successo per educazione ricevuta, averne bisogno perché sennò inconsciamente pensi che gli altri non ti vogliano o non ti vorranno bene crea solo disastri. Non sentirsi o non essere stati amati abbastanza per quello che si è: ecco la trappola! Ed è la motivazione che conduce al fallimento anziché al successo; che blocca anziché spronare. O meglio: che fa vivere il fallimento necessario e fisiologico come una condanna certa. E allora ecco che ci si blocca per paura di fallire e per paura che nessuno ci amerà mai. Non saremo mai abbastanza. Il viaggio – in parte – rientra in questa visione: so farlo e dimostro qualcosa a me, a qualcuno. Fortunatamente è anche un modo sano per veicolare le mie energie. Per essere me stessa.

Un giorno ho chiesto alla mia amica d’infanzia se lei mi avrebbe voluto bene anche se non fossi stata capace di eccellere in niente. È rimasta basita, giustamente, e ha dovuto tranquillizzarmi. Mi sono messa a piangere. Razionalmente so che non ha senso. Io voglio bene a chi voglio bene indipendentemente da tutto e non valuto così il valore di una persona. Quando invece valuto, giudico o cerco di volere bene a me stessa io ho i parametri del cosa so fare, quanto peso (kg), quante cose ho fatto e ottenuto e quanto successo ho. E non mi amo mai. Gli altri non li ho mai valutati così. Se non per invidia pensando: sono migliori di me. Quante cose sanno fare bene, che bravi!

Ecco. Ora posso rispondere.

Sì, lo voglio. Ora che ho capito che il successo vero  – ancora prima di raggiungerlo – è quello dettato dal gusto di migliorare, dalla voglia di crescere, dall’amore per se stessi e per gli altri. Incondizionato. Sì, lo voglio. Ora che ho capito che il successo per me è voler tornare su quel lettino per dedicarmi a me stessa in modo sano, per imparare ad amarmi e ad amare, per migliorarmi costantemente.