My feminism

Oggi è l’otto marzo.

IMG_8050.JPGI soliti commenti: “donne zoccole e ignoranti agli spogliarelli”, “ma non lo sapete che sono morte donne in una fabbrica? (bufala)”, “le donne si festeggiano tutto l’anno, mica solo oggi”…

Non ne voglio sapere. Basta.

Voglio solo provare a dire, a me stessa prima di tutto, cosa sia per me il femminismo.

Il mio femminismo comprende tante cose: è fatto di diversi livelli sovrapposti, elementi ancora confusi e incerti, che fanno fatica a spiegarsi e a essere chiari e ordinati. Non importa più se non riesco a dar loro una logica. Ho bisogno di esternarli: è una consapevolezza a me cara, radicata, decisa e ne voglio parlare.

Femminismo.

Prima di tutto è uguaglianza. L’uguaglianza è reale solo quando ciò che non dipende da cosa ci sia tra le gambe smetterà di essere definito “da uomo” o “da donna”. Gli assorbenti sono chiaramente da donna; il rosa no. Non uso la vagina per mettere o comprare o appassionarmi alle scarpe, alla moda, al make up. Non uso il pene per giocare a rugby, calcio, ruttare, vestirmi sportivo, parcheggiare e guidare bene. I boxer probabilmente sono da uomo. I rasoi sono rasoi. I bagnoschiuma sono bagnoschiuma. I giocattoli sono giocattoli. Magari nel 2175 saranno gli uomini a mettere i tacchi. Magari finalmente sarà chi cazzo vuole a truccarsi e a mettersi tacchi e gonne e pantaloni. Il reggiseno è invece femmina, tanto quanto farsi la barba è maschio.

Dai cromosomi XX o XY non dipendono attitudini, tendenze, abilità verbali, comportamenti sociali come guardare le vetrine o annoiarsi alle partite di calcio. Non ci sono lavori da donna né lavori da uomo: si tratta solo di una continua e perpetua abitudine sociale. Il prete lo potrebbe fare anche una donna e la religione cattolica – le altre non le conosco abbastanza per dirlo, ma sono sicura che siano simili in questo – è un inno al peggior maschilismo. Lo porta avanti in silenzio: quasi quasi la faccio franca. Siamo persone con le nostre passioni. Le nostre personalità individuali. Il resto è pura consuetudine sociale.

Le donne non sono migliori: è maschilismo. Non siamo più fighe perché facciamo mille cose contemporaneamente e non siamo programmate per farlo o saperlo fare. Non è insito in nessuna connessione sinaptica femminile o maschile il dover cucinare, stirare, lavare, pulire, accudire i figli. No. Casa e figli e cura della persona e della famiglia sono di tutti. Di chi le ha, per lo meno. Non siamo migliori e gli uomini non sono tonti. Anche perché, mi pare ovvio, sono tonti solo per schiacciare un bottone della lavatrice, ma poi sul lavoro si ascoltano solo gli uomini in quel modo lì (e lo sapete, come): considerare gli uomini incapaci nelle faccende di casa, necessariamente forti, abili in certe cose e non in altre o per forza leader: è maschilismo. Pure quello, sì.  Gli uomini non “aiutano”, gli uomini fanno.

Le parole. Le parole sono importanti, cazzo. Femminuccia e maschiaccio. La prima è in senso dispregiativo in generale: le femminucce e le cose da femmina sono deboli, frivole e anche un po’ frigne. Femminuccia è un insulto per le donne quanto per gli uomini. Fare il maschiaccio è un insulto solo per le donne che non stanno buone, quiete. Le donne irruente, poco eleganti (poco femminili? Cosa vuol dire essere femminili?), le bambine vivaci, sporche, sportive, giocose. Le donne con le palle: solo gli uomini sono forti di natura? Quindi una donna, se lo è, deve per forza avere un attributo maschile? E le donne o gli uomini che sono acque chete? Che facciamo? Non vanno bene?

La pubblicità con le donne che puliscono e gli uomini che fanno scene per la febbre a 37.5, i figli che se ne fregano se la mamma pulisce. Le mamme: mai i genitori o i papà. Le pubblicità ammiccanti, provocanti, sessiste. Le donne che in tv fanno solo presenza.

Un uomo che ama la moda non è necessariamente gay (tra l’altro qui si mischia pure uno stereotipo di genere con uno riferito alla sessualità) e nemmeno necessariamente un artista o uno-che-ne-sa-a-pacchi; così come una donna che ama la moda, il make up, il tacco dodici non è necessariamente una frivola. Le cose fighe non sono solo quelle che nel linguaggio comune vengono chiamate “da maschio”: libri, film, musica, sport considerati “maschili”. Le cose melense, noiose e sdolcinate non sono quelle che nella società comune vengono chiamate “da femmine”.  Da qui, da questo errore maschilista, ho preso pian piano consapevolezza di me e del mio femminismo: perché consideravo più belle le cose da maschio? Perché ripudiavo i discorsi “da donna” sentendomi superiore? Era un errore sentirmi meglio, era maschilismo interiorizzato. Sono io e basta: né meglio, né peggio.

Una donna sa far ridere quanto un uomo. Un uomo può piangere e può non sapere cambiare una gomma o aggiustare un tubo che perde.  Una donna può essere capace, intelligente e bellissima; può essere capace, intelligente e brutta; può essere capace, stupida e bellissima e così via. Come un uomo. L’aspetto fisico, l’intelligenza e la capacità sono scollegati tra di loro. Noi non siamo più sensibili, complicate ed emozionate. Bella canzone, perché ormai ci siamo affezionate, ma no. Abbiamo alcuni sintomi dovuti al ciclo mestruale perché ci sono degli ormoni in giro che si alternano: basta prendere un libro di biologia dell’università per saperlo. Ci sono differenze ormonali: variano da donna a donna, addirittura (e non mi risulta che contribuiscano all’acquisto compulsivo di scarpe)!

Gli insulti. Una donna non l’ha data al capo, non è una pompinara, una puttana, una da stuprare se non la pensa come voi. Se ha fatto successo. Se è diversa da voi. Se ricopre una carica e dice quello che pensa: non lo condividete? Benissimo. È lecito, senza insulti, senza insulti relativi al suo genere o alla sua sessualità. Senza insulti a nessuno: uomo o donna.

I figli. Una donna è donna. Con o senza figli; con o senza marito/moglie. Un uomo è uomo con o senza figli; con o senza marito/moglie. Una donna può scegliere un compagno/a per il motivo che più preferisce: bellezza, soldi, intelligenza, amore, compatibilità, sesso. Idem per un uomo. Basta una sola cosa: il rispetto reciproco. Una donna e un uomo possono sentirsi realizzati nella famiglia o nel lavoro o in entrambi o in nessuna delle due cose.

L’autodeterminazione e le molestie. Una donna può scegliere senza doversi sentire sempre sotto esame. Se viaggia per lavoro e ha figli non è una madre snaturata; se sta a casa e non lavora non è frustrata. Entrambe le cose devono essere volute, mai imposte, sapendo di poter – in caso – avere una scelta (al di là di dover mantenere una famiglia, che magari è più un dovere quotidiano di chiunque). Se decide di invecchiare e non curarsi o se decide di farsi il botulino va bene comunque: con consapevolezza. Se ingrassa, dimagrisce, cammina a testa in giù: vai bene, chiunque tu sia, donna o uomo, nel rispetto del tuo corpo, dei tuoi desideri, della tua salute, degli altri. Se vuole scopare, masturbarsi, sposarsi, divorziare, avere 100 uomini o due soltanto o uno soltanto: va bene. Se i suoi modelli sono Luisa Spagnoli, Kate Winslet, Emma Stone, Laura Biagiotti, Virna Lisa, Giorgia, Federica Pellegrini o Chiara Ferragni va bene tanto quanto Rita Levi Montalcini, Elsa Morante, Jane Austen, Frida, Simona Cristoforetti, Anna Politkovskaja e chissà quante ancora in tutte le discipline del mondo. E va bene anche se decide di essere altro. Se una donna subisce abuso di potere è sbagliato. Punto. Anche se ha detto sì. Perché non esiste – NON ESISTE – che una donna debba scegliere tra un NO e la carriera. L’uomo deve sottostare a questa scelta? Molto meno, per sua fortuna. Non esiste meritocrazia se una donna deve dire di no e restare in fondo alla classifica, anche se è brava. Non deve trovarsi a dover fare questa scelta per colpa di uomini che utilizzano male il loro potere. Le donne – come gli uomini – devono poter decidere di vestirsi come vogliono senza essere giudicate, molestate o stuprate. Devono poter essere libere di festeggiare l’otto marzo dove vogliono e come vogliono, facendo quello che desiderano:  starsene a casa, non festeggiare, andare a vedere uomini che si spogliano o al ristorante con le amiche.

Perché siamo tutte diverse, come lo sono gli uomini. Perché ognuna di noi è libera, ma non tutte ancora lo sanno.

(Il mio femminimo è anche qui: https://diniente.wordpress.com/2015/11/26/vorrei-essere-un-uomo/)

 

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Cuore nello stomaco

Decido di andare a pranzo fuori, al bar francese. Ero per la piadina, per la velocità e il ticket Sodexo. Poi mi sono detta: francese, è una pasticceria, con brioche unte di burro e ripiene di felicità, dove per pranzo cucinano piatti con qualcosa di diverso, un dettaglio buono. Sono cordiali, veloci e le pareti sono rosa.

Mi siedo. Sei da sola, vero? Mi chiede il cameriere. Sì, rispondo.

Accanto a me, due donne parlano di pied-à-terre che può essere solo un laboratorio, la residenza non te la danno, non è abitabile, dicono. Devo chiedere a una di loro di spostare la giacca, ché non sembrano curarsi della mia presenza. Una risponde al telefono: sono a colazione con un’amica, dice. Poi parlano di un concerto, cover dei Rolling Stone, suona l’amico di un cugino di un conoscente. Ti prendo i biglietti? Dice quella al telefono. Ripenso al tizio in metro che diceva di capire gli alieni e di voler sparare con i laser

Mentre aspetto, tiro fuori il mio libro. A misura d’uomo. Leggo una pagina dopo l’altra, ovviamente. Lentamente, ma sapendo già che i pensieri sbucheranno per dirmi cosa provo, per razionalizzare. Mangio lentamente, sono da sola e non voglio correre più di quanto già non faccia. Leggo, mangio, leggo. Mi portano via il piatto, leggo più comoda. Il cameriere mi chiede se desidero il dolce o il caffè. Cosa avete di dolce? Lo chiedo sapendo già che sto cedendo, ma non sono ancora a dieta, la gastroscopia è venerdì, la dietologa il 21 febbraio, il giorno del mio onomastico. Mi elenca tanti dolci, gli chiedo se hanno qualcosa con il cioccolato, me ne dice uno – nome francese – dico va bene alla cieca.

Quando mi arriva quel parallelepipedo compatto di luccicante cioccolato, sorrido, perché proprio la settimana scorsa avevo pensato di volerlo assaggiare, osservandolo curiosa dal bancone a vetro: se prendi solo un caffè devi per forza sostare sopra a brioche, paste, tartallette, financier e madeleine. Ma sono brava, quasi sempre.

Cucchiaio, dolce. Chiudo il libro. Cioccolato, ovunque, in forme diverse, compatte, dentro è cremoso ed è più chiaro, opaco. D’improvviso mi torna in mente una torta al pistacchio. Era il 2013 e mi ero trasferita da pochi mesi a Pavia. La mangiai tutta, quella fetta, sebbene fosse dolcissima, enorme e nauseante. La commessa mi disse qualcosa, non ricordo: nessuno la mangia tutta, complimenti! Ci sei riuscita! Mi sono svegliata tardi, volevo saltare il pranzo, risposi io. Scuse, come sempre. Dentro sapevo e mi sentivo in colpa. I referti medici erano stati chiari: tra febbraio e inizio settembre 2013 c’erano 20 kg di differenza. Mangiavo. Mangiavo tanto, mangiavo senza controllarmi.

Mettiti a dieta, controllati! Cosa ci vuole?, non mangiare, fermati, insomma!, questi cibi fanno bene, evita le schifezze, un po’ di forza di volontà, ti dico io come fare.

Erano le parole che sentii per mesi, dentro e fuori. Avevo smesso di fumare le mie trenta sigarette al giorno il 14 luglio 2009, alle ore 16:00. Perché non riuscivo a smettere di mangiare? Avrei potuto fermarmi prima, al primo jeans stretto. Ma come ho fatto ad aspettare 20 kg, a non accorgermi? Con tutta la fatica che ho fatto con quella dieta del cazzo, solo proteine: quella dieta che mi ha fatto impazzire. I carboidrati come una droga, come una colpa, come una droga. Il cuore che batteva veloce dopo una serata libera al ristorante.

A ottobre 2013 – dopo la torta al pistacchio – prenotai la visita dalla dietologa. Riuscii, anche quando tutti avevano da dire la loro sul fatto che fosse troppo, per essere una dieta. Ma era una dieta anche per lei, per tenere a bada lei. La fame compulsiva, la Binge di cui si parla poco.

Non è solo mangiare tanto e mangiare schifezze dolci e grasse: quando è brutta è anche mangiare a caso e non ricordarsi. Mangiare velocemente tutto ciò che si trova, indistintamente, di nascosto e da soli, senza controllo. A volte è non sentire il senso di sazietà, non riconoscere quando c’è e quando scompare, oppure sentirlo e sentire dolore allo stomaco. Quel dolore non sai se te lo stai un po’ cercando.

Quando impari a tenerla a bada è pensare costantemente al cibo, a come programmarlo, pianificarlo, come gestire la tua giornata senza che qualcosa prenda il sopravvento, è affrontare la sensazione del giudizio altrui, quando mangi. È sapere che per ora il cibo non è più come prima: un elemento naturale nella tua vita, che si auto-regola, che si auto-gestisce in qualche modo, del quale non ti curi troppo. Prima mangiavo sano, senza doverlo pensare. Le ricadute sono un continuo calcolare i consumi e compensare l’eccesso con l’attività fisica (spesso in eccesso), è punirsi e gratificarsi con le altalene, è affrontare gli altri e giustificarsi per ciò che si mangia, quanto oppure trattenersi.

Il cucchiaio affonda nel dolce al cioccolato. Oggi. Non lo so, non ci voglio pensare. Mi analizzo, sento la sazietà, ne sono felice, la sento. Ma non mi fermo e forse è normale, forse. Ripenso al triangolo compatto di luccicante pistacchio di cinque anni fa, cerco i segnali, i campanelli d’allarme, mi perdo tra gratificazione, vuoti, ansie, calcoli. Ogni volta che cedo, perdo. Ogni volta che resisto, vinco e mi rafforzo.

Il 21 febbraio è il mio onomastico e io, che ora sto meglio, sto bene, ora che quel compatto parallelepipedo di cioccolato non è del tutto una minaccia, io vado ancora da chi può aiutarmi, perché ancora una volta sento che da sola non riesco, che ancora qualcosa non torna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Casa

14188550_10154634518845209_9009222525362516108_oIl corso di Ivano vale un mese di sedute, tre o quattro mesi di yoga facendo solo torsioni: le posture che strizzano ed eliminano e fanno fuoriuscire. Non parlo molto. Ma è come se parlassi. Ascolto. Esce fuori di tutto: dalla melma interiore al molto bello (ieri sono uscita soddisfatta anche solo per aver “inventato” una piccolissima cosa).

Ho scoperto che è il luogo nel quale sono più timida in assoluto: l’opposto di come sono quando viaggio. Anche a pranzo preferisco essere invisibile, senza volerlo realmente essere. Ognuno di noi porta qualcosa da condividere e io lascio sempre il mio pacchettino sul tavolo quasi di nascosto, quasi vergognandomi perché non so cucinare e non so mai cosa portare. Poi lo so che sembro pure antipatica e sciatta e poco disponibile.

Mi sto chiedendo perché e credo che abbia a che fare con il mio rapporto con le abilità, con il dimostrare, con il giudizio. A teatro sono una tavola bianca e la timidezza ha meno spazio.

Scrivere è diverso. Sono stata giornalista, ho fatto di un altro tipo di scrittura (molto diverso, per carità) il mio lavoro. Non sono una tavola bianca. Per questo, forse, ho la tendenza a iniziare corsi nuovi, per non scontrarmi con le mie incapacità: quando si alza l’asticella – cosa che cerco, ma che a volte non funziona -, quando ti dicono senza dirtelo che in fondo anche in quella cosa lì sei mediocre. Così al corso di ballo potevo dire di saper scrivere, in ambulanza dicevo di ballare, al corso di fotografia posso dire di viaggiare, a quello di scrittura posso dire che faccio foto. Impostore. Ecco come mi sento.

Assaggio, non so fare, assaggio. La mia cultura in ogni campo è superficiale.

Solo a yoga sono neutrale: pratico da 10 anni e per sua natura lo yoga è non giudicante. Una pausa, un respiro, un momento in cui dico: “ah, che bell’aria che tira”. Non so fare il corvo, dopo dieci anni? Va bene così. So perché e mi basta. Avanzo, retrocedo, avanzo e retrocedo. Ma pratico. E quando non pratico so di avere dentro di me gli insegnamenti dello yoga e lo capisco da come mi comporto, da come reagisco a certe cose. Lo yoga è stile di vita, di mente, di respiro.

Nulla di tutto questo è – tuttavia – casa.

Ho capito che fotografare mi permette di stare nel qui e ora, fregandomene della qualità. Ma non è casa. Ballare è stato il tempo della spensieratezza: ma non è casa. Un tempo pensavo che fosse scrivere. Ho iniziato quando la mia psyco a 21 mi disse di segnarmi gli attacchi di panico su un quaderno. Invece che scrivere solo la data e l’ora, io scrivevo proprio una descrizione minuziosa del mio sentire, riempiendo pagine e pagine e trovandolo utile. Ovvio che non è quel tipo di scrittura sulla quale vorrei allenarmi oggi – anche perché, per fortuna, gli attacchi di panico sono un lontano ricordo -, ma era uno dei tanti modi per esprimermi. Scrivere mi è utile per motivi che vanno al di là della tecnica e che hanno a che fare con “ci importa”, “sei interessante”. Non obbligo nessuno ad ascoltarmi con espressione disinteressata. Non percepisco i commenti di chi mi dice che sono monotona, e-che-palle. Mi è capitato di sentirmi chiedere come fosse andata in Tanzania o in Brasile e poi sentire la persona che me lo aveva chiesto parlare di un suo viaggio, parlarmi sopra. A volte interessante – non lo nego – altre volte solo stereotipi e ClubMed su una spiaggia piena di italiani. Scrivere, tuttavia, non è la mia casa. Mi serve per dire, ordinare, sgarbugliare, far uscire. Ma non è casa.

A un certo punto, ieri, Ivano ha citato i viaggi come materiali di scrittura.

Il viaggio per me è un dolore, al momento. Una mancanza. Una droga dose-dipendente. Sai quella cosa che? Ecco, il viaggio è quello, per me.

Il viaggio è casa. Il viaggio è amore. Lo è ora, perlomeno, poi chissà.

Per me il viaggio non è vacanza, non è vedere quanti più posti al mondo. Per me è immergersi. Dentro. Quanto più possibile. Ascoltare, toccare, annusare con lentezza. Non so quanto sia comprensibile questo concetto: viaggiare non richiede capacità particolari e ci si aggiusta di viaggio in viaggio secondo i propri desideri. Eppure io mi sento come un violinista, come chi sa che quella roba lì è lui. A volte ho dubbi, a volte so che durante il viaggio non sono così serena come sembra – anzi, le mie pippe mentali si accentuano – , ma poi risale dall’ombelico quella sensazione di pienezza e capisco. Mi viene in mente Jane Goodall: lei non lo sapeva cosa volesse dire andare in Africa a studiare. Non lo aveva mai sperimentato prima di farlo. Eppure se lo sentiva. Io lo sento allo stesso modo.

So che comunque devo fare ordine, sul viaggio, prima che mi sfugga di mano, diventi ossessione e mi faccia perdere il senso della realtà: perché comunque, anche in questo caso, se io trovassi un gruppo di viaggiatori, continuerei a essere l’ultima.

 

Pensieri sparsi

IMG_0337Sono uscita. Ho preso un caffè al solito bar accanto a casa, prima di fare due passi e godermi il naviglio nel freddo pungente e ventoso, con un sole che inganna: vorrei che fosse già quello di marzo e invece scopro che mi gela le mani e il naso.

Il bar è uno di quelli di quartiere di periferia. Fuori è anonimo: un’insegna blu anni ’80, le vetrate.  Un bar vecchio stile, con i padre pio e le madonne, con le inserzioni appese in cassa, le varie lotterie, lo strillo che qui vendono la ricarica Netflix, la tv che mostra video, musica e notizie. Ci sono classici tavolini rotondi, con il piano biancastro, le brioche solite, quelle surgelate, gli espositori Bistefani e il gelato che non sai bene se lo facciano lì o meno e che io non ho mai assaggiato.

Ma bello.

Non riesco ad andare da nessun’altra parte. I proprietari ti fanno sentire a casa. Ritorni per la gentilezza palpabile ma non ostentata, mai eccessiva né melliflua. Come se capissero bene quando chiedere più di un “come stai?” o quando chiederti solo cosa prendi. Per le faccine fatte sul cappuccio, per la meticolosità nella preparazione e per l’attenzione verso tutti: le facce nuove e quelli di sempre, che non chiedono o che hanno la loro brioche tenuta da parte sul bancone. Per il tabellone della lotteria natalizia, con un quadratino per ogni numero, dove scrivere il nome quando lo acquisti, che mi fa quasi tenerezza e nostalgia. Perché lì quel parlare del tempo e di luoghi comuni non è peccato.


 

Siccome all’andata c’era messa, ho aspettato di tornare indietro, verso mezzogiorno, per entrare nella chiesetta sul naviglio. Lo faccio, ogni tanto. Entro in qualche chiesa, ci sto pochissimo. A volte accendo una candela. Non ho pretese religiose, ho solo questa voglia di farlo. Di entrare in un luogo per ringraziare o per potermi permettere di parlare tra me e me, nella mente, di cose che. All’esterno sembra una chiesetta carina, con quei mattoncini rossastri e a vista: così comuni, a Pavia. Dentro è spoglia. È un rettangolo senza navate e senza abside, senza la pianta a croce. Il muro piatto dell’altare. Un tabernacolo moderno, che mi ricorda il guscio di una tartaruga. Ho cercato: è stata costruita nel 1929. Eppure mi piace la luce che entrando crea una scia colorata fin verso le candele, a destra dell’altare, a partire da una finestra – rosone, credo – sulla facciata. Mi piace che se guardi in alto vedi le travi in legno, il tetto piatto. I rami dell’albero che fa ombra alla chiesa si vedono come in una foto, da una finestra lassù, prima di posare l’occhio sull’intonaco giallastro e scrostato, sulle statuine della via crucis che ricordano i souvenir anni ’90 che cambiavano colore a seconda della temperatura. Mi giro un’ultima volta, quando esco: i libri dei canti, gli orari delle messe appesi in un foglio sgualcito e incorniciato, le offerte alimentari. La luce colorata.


 

Ho ripensato ai miei 22 anni. Ai 36, a giugno. A quanto mi sentivo vecchia all’epoca, mentre mia sorella festeggiava i 18 in giardino. A quanto avrei avuto bisogno di sentirmi dire che ero ancora giovane: quella totipotenza che si stringeva sempre di più, sempre di più, facendomi scegliere e facendomi perdere cose e possibilità, non era un valore. Non valeva la pena salvarla. Non ero vecchia, non era tutto detto: vedevo i giochi fatti, il fidanzato, poi ci si sposa, si fanno figli, aiuto, veloce, corri, in fretta, devo prima, aiuto.

Se mi avessero detto tutto ciò che avrei vissuto, forse all’epoca ne sarei uscita pazza: non avevo idea del vero significato che assumono due, cinque, dieci anni dopo che questo stesso numero di anni li hai usati per crescere.

A 22 anni avevo bisogno di sentirmi dire che ero maledettamente giovane. E che potevo. Anche se più avanti, poi, ho capito: così mi sono sentita più giovane a 27-30 anni che a 22. Ora so che posso. Ora non devo sentirmi dire niente: niente. Non voglio sentire niente: spazzo via i pensieri, mi concentro su altro. Nel mezzo, verso i 40 e il giro di boa, ci sono io.

 

 

 

 

 

Non sono nata di fiume

IMG_0215.jpgNon sono nata di fiume. Sono nata di montagne senza saperle; al limite di lago, più tardi. Il fiume è venuto molto dopo: prima ci sono state acque sotto qualsiasi altra forma, compresa l’acqua di pozzo, di stagno o di pozzanghera. Il mare, ovviamente, sta sopra a tutte le acque che io possa amare. Movimento e vastità, e volte anche il riflesso, sono ciò che mi fa sentire acqua, che spezza il rumore di fondo della mente. Quando sento il ritorno di una visione statica di me, diluita in colori cupi, ferma su un ciglio o davanti a un muro, immobile: è allora che cerco il fiume. È allora che devo mettere tutto per iscritto. In anni ho sviluppato tecniche sempre nuove e diverse per uscire dalla mente e inserirmi nel mondo o per uscire dal mondo ed entrare in una stanza quieta. Una di queste è camminare, soprattutto accanto all’acqua. Per un po’ è stato anche ballare. Un’altra è lo yoga, oppure il viaggio, dove io mi sento a casa. È il mio ossimoro preferito.

Oggi ho spazzato via il peso di bilanci e buoni propositi – non ne ho fatti, ma ho visto quelli altrui e conosco i miei, ed è nata quella sorta di immobilità perversa, un rimanere seduta a fissare il vuoto anziché fare ciò che dovrei fare per sentirmi bene, per costruire e imparare – rifacendo a ritroso le strade della Pavia che mi ha vista arrivare. Le strade vicine alla mia prima casa, qui. La mia casa per caso, vicino al naviglio e al fiume. Vicino all’acqua. Ho osservato ogni cosa da turista, con la macchina fotografica appesa al collo. Sono stata a San Michele: perché pur senza una chiesa, alla fine è lì che trovo. San Michele è stata la prima, qui: quella che mi ha visto pregare, quando sono ritornata cattolica, per pochi mesi e nella quale ho trascorso il mio primo pranzo di Natale, con senza tetto, musulmani e persone sole, servendo in tavola in cripta, facendo su e già dalla navata laterale, dove gli scaldavivande si aprivano e si chiudevano con ritmo, quasi sorridendo anche loro.  E lì, oggi, ho fatto foto.

Senza pensare a motivi, senza pigrizia, senza bisogno di convincermi a farlo. Senza la pretesa di fare belle foto ma solo – l’ho capito dopo – perché avevo necessità di meditare e non sapevo come fare. Quell’azione è diventata un nuovo strumento. Quando ci provo, a fotografare, sono nel qui e ora. La mente si pulisce, come quando pratico yoga o scrivo o cammino. Mi concentro, ci metto ore per capire, per girare rotelle, per impostare parametri. Non viene. Ci penso, rifletto, mi sposto, mi chino, mi muovo. Timida: a un certo punto non mi importa più di chi entra. Di cosa possa pensare. Mi sento pulita. Non ho mai fame, quella compulsiva e fastidiosa, quando sono qui. Non m’importa del risultato, nonostante i tentativi, la pazienza, la lentezza, il tempo speso.

Al ritorno, mi sono fermata a osservare qualche vetrina, prima di fare un giro più lungo per stare accanto al fiume. “Perché io sono io e non sono te?”, mi chiede un titolo. Il sottotitolo dice che sono domande di bambini, ma penso a quanto volte me lo sono chiesta, pure ora. Penso a quel vuoto, dicono adolescenziale, che da adulti semplicemente rendiamo silente, ma che a volte risale come una bolla d’aria sferica, su su su e si trova a galleggiare per metà nell’acqua e per metà fuori. Anzi: per metà nel sangue, nei succhi gastrici, nei liquami che abbiamo dentro, e per metà dove si intrecciano i vasi sanguigni o dove stanno assoni e dendriti.

Oggi quella bolla è risalita, la sento a livello dello sterno e la tocco in mezzo alla fronte.

E quella bolla chiede.

Chiede sempre qualcosa: un contatto fisico, un piacere intenso e immediato, una gratificazione, un “dimmi che va tutto bene”, una costruzione, un obiettivo, una capacità, una consapevolezza, una misura, un voto, un rumore, un suono, un’immagine bella, una dolcezza, uno stupore, una conoscenza, un’appartenenza, un silenzio, una meta, un percorso, un movimento. Chiede, a volte con calma. A volte con brama e avidità, quando la bolla si unisce ad altre bolle.

A volte si arrende o si lascia consolare dal sole, da piccole distrazioni. Da attese e speranze. Non sono nata di fiume, ma ci sono diventata.

 

 

Cena di Natale

16112671_10155077993525209_4525565139374018274_oLa mattina, quando esco in bicicletta e il freddo mi immobilizza le mani sul manubrio, ripenso alla sensazione di aria calda e morbida che mi spostava il vestito di stoffa colorata dalle gambe, la pelle più scura, le mani attaccate dietro, seduta sulla motoretta in giro per Pangani. Oggi fa freddo e ho la Cena di Natale. L’aria pungente picchia contro le collant nere, il vestito a fiori si sposta. In borsa ho biancheria, spazzolino, dentifricio e un fondotinta. A casa ho un rossetto, un lucidalabbra e una matita nera stemperata, forse due: una è un mozzicchino. Ho il fard, credo. Scaduto. E un mezzo pennello rosso: parte del manico si è staccata, da quanto è vecchio. Da anni non mi trucco più, quando ho capito che non amo farlo.

Cena di Natale. E già la giornata è stata stupenda. Di quelle che dici: ok, sono stanca, ma ne è valsa la pena. Una vecchia canzone dalle casse del bar: ricordo jeans strappati, mia madre che mi aggiusta lo spolverino beige acquistato in un periodo in cui spendevo il mio stipendio in vestiti belli, ma poi subito il bottone che salta, la piega che esce, il laccetto che si sposta e la mia indifferenza. Non trascuratezza: semplicemente per me non è mai stato importante. Lo è con varie misure. Forme. È effimero.

Cena di Natale.  “Salamella primavera” è il nome di un panino, venduto dal baracchino più famoso nella zona della Brianza comasca. Salamella primavera è un periodo. È il rientro alle 5:00 del mattino, un compleanno in uno squallido locale cantando al karaoke – uno dei miei migliori – le sigarette una dietro l’altra, “Il regalo più grande” urlato in auto superando il volume dell’autoradio, il latino-americano, i vestiti, i tacchi, il trucco, la magrezza, l’ambulanza, l’alcool – troppo ma mai eccessivo – gli uomini, il sesso, le infinite possibilità, il baccano, i concerti, il locale fisso in settimana per la birretta, il solito giro, la caciara, il pettegolezzo, l’appartenenza, i ricordi che si creano, le risate, le stronzate, la sospensione, la gente intorno. La pausa.

Cena di Natale. Ho regalato un libro itinerante – “Il Viaggio dell’elefante”. Prima di conoscere Saramago, pensavo che lo scrittore preferito non potesse esistere. Esiste, invece, anche se devo ancora leggerne e leggerne. Un anno fa stavo per partire per Israele, convinta che avrei camminato. Convinta che avrei contato i passi. Pioggia, fango, pioggia, cellulare rotto, cellulare scarico, freddo. Ho fatto una tappa, ci ho riprovato. Ho rotto il percorso. Ancora oggi esco di casa con la kefiah comprata a Hebron e il piumino comprato a Tzfat, la città con tanti nomi, fredda che quasi c’era la neve e io, io ero leggera.

Leggera che ridevo, perché era iniziato il mio.

Ero partita quella mattina da Nazareth, per tentare sotto l’acqua il Tabor: a Santo Stefano, il giorno prima, ci ero andata in auto con una tedesca e un arabo. Ho deviato, ché mi ha incuriosito il monte del precipizio. Sono tornata indietro, ho sbagliato, ho scaricato il cellulare. Mi sono fermata in un bar per chiedere “come si arriva al Tabor, da qui?”, il barista mi ha accompagna da un uomo: prima ci sono i saluti, il caffè, hai fame? Un panino, non abbiamo fretta, sono avvocato, ho studiato a Bologna, lui è insegnante di inglese, sì, non puoi, sei matta? Te lo dico come se fossi mia figlia: non andare da qui, la strada è complessa. Lui ha controllato, ci ha pensato: Ti diamo un passaggio, caffè, hai fame? Ma io voglio andarci a piedi, Ti portiamo fino a qui, poi sali a piedi. Va bene. Sono salita in auto, la strada era una deviazione, era stretta, sterrata, in mezzo agli alberi, le sicure scattano. Loro, loro erano brave persone, ma per una delle poche volte mi è preso il panico: fatemi scendere. Mi fanno scendere: dove vado? Sono salita ancora con loro e ho chiesto di portarmi indietro, indietro lungo strade asfaltate e fermate di bus. Era troppo tardi per il Tabor e poi di nuovo giù e poi di nuovo bus. Sono andata a Tzfat che si chiama anche Safad, Zefat, Tsfat, Zfat, Safed, Safes, Safet. E ricordo quando chiedevo per Nazareth: non riuscivo mai a indovinare la pronuncia giusta.

Ho aspettato. Ore. Alla fermata insieme a una donna. C’è stato un incidente, in città, dice. Ho atteso con pazienza. Ho preso un bus con due italiani che mi hanno consigliato Masada, per dopo, per molto dopo a venire. A Zfat pioveva e faceva freddo e il mio ostello era a 4 km dal centro. Quando sono arrivata, una donna tonda e immensa mi ha accolto con il falsetto della gioia, mi ha dato un pile azzurro puffo con una bruciatura di sigaretta e la chiusura al contrario, da uomo. Ho messo il kway, salutando i due medici inglesi che stavano tornando, in bici, e che avrebbero dormito con me. Sono scesa in centro, con la luce frontale, un taxi mi avrebbe voluto offrire una corsa gratis: Perché sei bella, beautiful, mi ha detto. Ho riso, ho comprato un piumino blu scuro a 60 shekel. Mi hanno offerto frittelle per Chanukah, ho girato un po’. Ho mangiato in un ristorante carino, era giù buio. E ridevo. Leggera. Il cappello e i guanti li avevo già presi a Nazareth, la notte di Natale.

Cena di Natale e un dono: “L’interprete dei malanni”. Ludovica mi ha donato il suo libro: aerei, casa senza casa, aeroporti, Limbo. Coincidenze. Mi hanno ricordato una donna di Pavia che dimenticò sul treno il suo libro cinese: lo trovai, glielo restituii, lei me lo regalò.

Cena di Natale. Ho comprato qualche regalo, oggi, con gli occhi lucidi rivedendo Roald Dahl sugli scaffali.  Penso che tra pochi giorni le giornate cominceranno ad allungarsi ancora e ancora e ancora e che mancheranno solo tre mesi alla primavera. Alla primavera, ché l’inverno, io, no. Rivedrò un film già visto anche stasera, come ieri. Prima della pioggia, perché “il tempo non muoia mai e il cerchio non sia rotondo”. E mi auguro di camminare un po’, a fine anno. Senza bilanci finali, senza propositi. Il 2017 si chiude così, come se in fondo non finisse, ma qualcosa continuasse: appartenenza, contenimento, gioco. La caviglia mi fa male: dicono che cambierà il tempo. Che qualcosa cambi ancora, come sempre, è il mio augurio perenne. Che qualcosa cambi per rimanere, che qualcosa cambi solo forma, che qualcosa cambi solo per profondità e bellezza.

Lavare i piatti

IMG_7557.JPGMi piace lavare i piatti: anche quando sono così tanti che ci metto venti minuti, mi incasino e perdo acqua da tutte le parti. Mi piace insaponare, sciacquare, posare per far sgocciolare.

Sono tanti, anche se poi io sono una. Colazione: una tazza, un cucchiaino. Due cucchiaini se faccio casino. Un piatto quando mi vizio con la mia colazione preferita, quella salata. E allora anche una forchetta, un coltello, un pentolino o una padella se mangio l’uovo. Io sono una anche a cena. E mentre lavo i piatti penso che non so cucinare: che non tollero cucinare. Odiare è eccessivo. Diciamo che mi scoccio. Quindi sporco piatti a caso, l’insalatiera in frigo con qualche avanzo, posate in eccesso: una cade, l’altra la schiaffi nel lavello anzitempo, la terza la dimentichi sulla mensola, mentre dai un occhio al cellulare in carica. Infine una padella, nei rari momenti in cui dio-microonde è a riposo.

Ma non lavo subito. Lascio strategicamente accumulare colazioni-cene-colazioni-tapperware del pranzo (se non sono rimasti in ufficio)-cene-colazioni, fino a quando il rubinetto sparisce alla vista e si creano mondi magici laggiù, vicino allo scarico. Da bambina pensavo che dagli scarichi potessero uscire schifezze mostruose, insetti, materiale viscido e marrone, robette gelatinose, animali, robe oscure con movimenti a mulinello ma al contrario. E che potesse essere una sorpresa. Qualcosa di imprevedibile, qualcosa che non succede mai, ma che a un certo punto, quando meno te lo aspetti, eccolo lì!

Dicevamo che mi piace lavare i piatti, quando ormai non ho più scelta: la vivo come una sorta di meditazione. Alcune volte insapono tutto, appoggio, sciacquo. Altre volte insapono-sciacquo-insapono-sciacquo. Altre volte sono più fantasiosa. Spesso allago la cucina e me stessa. Mi rilasso, medito, penso solo a quella tazza lì, a quando mi sono trasferita e non avevo manco un piatto perché nell’altra casa a Pavia ogni stoviglia era del proprietario. Penso al trasloco di due anni fa, quasi. Penso agli scatoloni fino al terzo piano, a Silvia che rideva. Penso al mio tentativo di scassinare la casa del vicino, convinta che fosse la mia. I piatti, poi, sono arrivati da un’amica, sono verdi e gialli. Le tazze le avevo: la mia preferita ha una scritta in cirillico e “l’autografo” di Dostoevskij. La gratto un po’ di più perché si crea sempre un segno netto di tè rappreso. Un cerchio perfetto che ne identifica il livello. Dicevo che meditare è pensare al sapone sul piatto, al momento preciso in cui sto pulendo i rebbi, per stare in presenza mentale, o pensare alle feste della SOS. Quando Katia lavava e io asciugavo. E non era un piatto, ma pentole e mestoli e tegami e quello per friggere e quello per il brasato e i taglieri e le posate. Asciugavo tutto, dopo una serata trascorsa alle patatine fritte: “sono pronte?”, “3 porzioni”, “troppo sale dicono”. Si attendeva la fine di giugno, si attendeva: per stare in cucina, andare alla messa per finta tutti in divisa, qualche volta capitavi di turno. Ho in mente giornate lunghe mesi. Il caldo, l’HACCP, la musica, lo stare, l’appartenere, i flirt e quella volta che dopo. Ecco.

E sempre intorno a quegli anni, o poco prima, ricordo che amavo cucinare. Ci provavo. Avevo qualche piatto consolidato e qualche cena ben riuscita. In quattro, magari. Io, mia sorella e i nostri morosi dell’epoca. Mio fratello ha sempre fatto da cavia, giusto per fargli capire cosa significa avere 11 anni in meno di me: se penso che ne ha solo 24 mi viene l’ansia da capello bianco e da sorella bisbetica. Si cambia, come per i figli: ne volevo cinque e avevo solo 19 anni. Al liceo avevo crisi materne. Quando da scuola andavamo a piedi alla fermata dell’autobus in piazza del Popolo, a Como, passavamo sempre davanti a qualche negozio di bavaglini e cazzate: i miei gridolini accompagnavano l’idea che sarei diventata mamma. Presto. Prestissimo. E con tanti bambini, dai tre ai cinque. Ora potrei farmi chiudere le tube, se non fosse troppo estremo.

Lavare i piatti mi rilassa. Dopo aver sciacquato ogni cosa e aver accumulato stoviglie sul ripiano del lavello, mi sento soddisfatta come se avessi finito un cruciverba, come se avessi tirato a lucido i cassettini della mente, come se avessi tolto i pezzi del Jenga senza far cadere la torre. Lavando i piatti, ho la musica accesa e penso ai corsi di ballo dimenticati, alle mie amiche del liceo che non vedo da tre anni, ai Goonies e al concerto assurdo di Nek, Pezzali e Renga (farò anche la sostenuta, ma alle medie non sapere a memoria tutti gli 883 era sacrilegio. Mia zia mi aveva regalato la cassetta di Nord Sud Ovest Est, mentre mio padre brontolava di smetterla di isolarsi in quelle maledette cuffie. Gli ormoni per Nek e per i capelli di Renga sono finiti tra i motivi di vergogna adolescenziale insieme alla maglietta “don’t touch” della Onyx).

Penso a chi ha la vita che avrebbe voluto, a chi l’ha diversa ma migliore, a chi l’ha diversa e basta. A chi non sapeva come l’avrebbe voluta. Penso di aver voglia di scrivere tutto quello che sto pensando e so che non sarà mai come l’ho pensato. Diventa quasi un bisogno, a volte. È il mio modo di parlare e di ascoltare; è come mangiare o lavare i piatti.