My feminism

Oggi è l’otto marzo.

IMG_8050.JPGI soliti commenti: “donne zoccole e ignoranti agli spogliarelli”, “ma non lo sapete che sono morte donne in una fabbrica? (bufala)”, “le donne si festeggiano tutto l’anno, mica solo oggi”…

Non ne voglio sapere. Basta.

Voglio solo provare a dire, a me stessa prima di tutto, cosa sia per me il femminismo.

Il mio femminismo comprende tante cose: è fatto di diversi livelli sovrapposti, elementi ancora confusi e incerti, che fanno fatica a spiegarsi e a essere chiari e ordinati. Non importa più se non riesco a dar loro una logica. Ho bisogno di esternarli: è una consapevolezza a me cara, radicata, decisa e ne voglio parlare.

Femminismo.

Prima di tutto è uguaglianza. L’uguaglianza è reale solo quando ciò che non dipende da cosa ci sia tra le gambe smetterà di essere definito “da uomo” o “da donna”. Gli assorbenti sono chiaramente da donna; il rosa no. Non uso la vagina per mettere o comprare o appassionarmi alle scarpe, alla moda, al make up. Non uso il pene per giocare a rugby, calcio, ruttare, vestirmi sportivo, parcheggiare e guidare bene. I boxer probabilmente sono da uomo. I rasoi sono rasoi. I bagnoschiuma sono bagnoschiuma. I giocattoli sono giocattoli. Magari nel 2175 saranno gli uomini a mettere i tacchi. Magari finalmente sarà chi cazzo vuole a truccarsi e a mettersi tacchi e gonne e pantaloni. Il reggiseno è invece femmina, tanto quanto farsi la barba è maschio.

Dai cromosomi XX o XY non dipendono attitudini, tendenze, abilità verbali, comportamenti sociali come guardare le vetrine o annoiarsi alle partite di calcio. Non ci sono lavori da donna né lavori da uomo: si tratta solo di una continua e perpetua abitudine sociale. Il prete lo potrebbe fare anche una donna e la religione cattolica – le altre non le conosco abbastanza per dirlo, ma sono sicura che siano simili in questo – è un inno al peggior maschilismo. Lo porta avanti in silenzio: quasi quasi la faccio franca. Siamo persone con le nostre passioni. Le nostre personalità individuali. Il resto è pura consuetudine sociale.

Le donne non sono migliori: è maschilismo. Non siamo più fighe perché facciamo mille cose contemporaneamente e non siamo programmate per farlo o saperlo fare. Non è insito in nessuna connessione sinaptica femminile o maschile il dover cucinare, stirare, lavare, pulire, accudire i figli. No. Casa e figli e cura della persona e della famiglia sono di tutti. Di chi le ha, per lo meno. Non siamo migliori e gli uomini non sono tonti. Anche perché, mi pare ovvio, sono tonti solo per schiacciare un bottone della lavatrice, ma poi sul lavoro si ascoltano solo gli uomini in quel modo lì (e lo sapete, come): considerare gli uomini incapaci nelle faccende di casa, necessariamente forti, abili in certe cose e non in altre o per forza leader: è maschilismo. Pure quello, sì.  Gli uomini non “aiutano”, gli uomini fanno.

Le parole. Le parole sono importanti, cazzo. Femminuccia e maschiaccio. La prima è in senso dispregiativo in generale: le femminucce e le cose da femmina sono deboli, frivole e anche un po’ frigne. Femminuccia è un insulto per le donne quanto per gli uomini. Fare il maschiaccio è un insulto solo per le donne che non stanno buone, quiete. Le donne irruente, poco eleganti (poco femminili? Cosa vuol dire essere femminili?), le bambine vivaci, sporche, sportive, giocose. Le donne con le palle: solo gli uomini sono forti di natura? Quindi una donna, se lo è, deve per forza avere un attributo maschile? E le donne o gli uomini che sono acque chete? Che facciamo? Non vanno bene?

La pubblicità con le donne che puliscono e gli uomini che fanno scene per la febbre a 37.5, i figli che se ne fregano se la mamma pulisce. Le mamme: mai i genitori o i papà. Le pubblicità ammiccanti, provocanti, sessiste. Le donne che in tv fanno solo presenza.

Un uomo che ama la moda non è necessariamente gay (tra l’altro qui si mischia pure uno stereotipo di genere con uno riferito alla sessualità) e nemmeno necessariamente un artista o uno-che-ne-sa-a-pacchi; così come una donna che ama la moda, il make up, il tacco dodici non è necessariamente una frivola. Le cose fighe non sono solo quelle che nel linguaggio comune vengono chiamate “da maschio”: libri, film, musica, sport considerati “maschili”. Le cose melense, noiose e sdolcinate non sono quelle che nella società comune vengono chiamate “da femmine”.  Da qui, da questo errore maschilista, ho preso pian piano consapevolezza di me e del mio femminismo: perché consideravo più belle le cose da maschio? Perché ripudiavo i discorsi “da donna” sentendomi superiore? Era un errore sentirmi meglio, era maschilismo interiorizzato. Sono io e basta: né meglio, né peggio.

Una donna sa far ridere quanto un uomo. Un uomo può piangere e può non sapere cambiare una gomma o aggiustare un tubo che perde.  Una donna può essere capace, intelligente e bellissima; può essere capace, intelligente e brutta; può essere capace, stupida e bellissima e così via. Come un uomo. L’aspetto fisico, l’intelligenza e la capacità sono scollegati tra di loro. Noi non siamo più sensibili, complicate ed emozionate. Bella canzone, perché ormai ci siamo affezionate, ma no. Abbiamo alcuni sintomi dovuti al ciclo mestruale perché ci sono degli ormoni in giro che si alternano: basta prendere un libro di biologia dell’università per saperlo. Ci sono differenze ormonali: variano da donna a donna, addirittura (e non mi risulta che contribuiscano all’acquisto compulsivo di scarpe)!

Gli insulti. Una donna non l’ha data al capo, non è una pompinara, una puttana, una da stuprare se non la pensa come voi. Se ha fatto successo. Se è diversa da voi. Se ricopre una carica e dice quello che pensa: non lo condividete? Benissimo. È lecito, senza insulti, senza insulti relativi al suo genere o alla sua sessualità. Senza insulti a nessuno: uomo o donna.

I figli. Una donna è donna. Con o senza figli; con o senza marito/moglie. Un uomo è uomo con o senza figli; con o senza marito/moglie. Una donna può scegliere un compagno/a per il motivo che più preferisce: bellezza, soldi, intelligenza, amore, compatibilità, sesso. Idem per un uomo. Basta una sola cosa: il rispetto reciproco. Una donna e un uomo possono sentirsi realizzati nella famiglia o nel lavoro o in entrambi o in nessuna delle due cose.

L’autodeterminazione e le molestie. Una donna può scegliere senza doversi sentire sempre sotto esame. Se viaggia per lavoro e ha figli non è una madre snaturata; se sta a casa e non lavora non è frustrata. Entrambe le cose devono essere volute, mai imposte, sapendo di poter – in caso – avere una scelta (al di là di dover mantenere una famiglia, che magari è più un dovere quotidiano di chiunque). Se decide di invecchiare e non curarsi o se decide di farsi il botulino va bene comunque: con consapevolezza. Se ingrassa, dimagrisce, cammina a testa in giù: vai bene, chiunque tu sia, donna o uomo, nel rispetto del tuo corpo, dei tuoi desideri, della tua salute, degli altri. Se vuole scopare, masturbarsi, sposarsi, divorziare, avere 100 uomini o due soltanto o uno soltanto: va bene. Se i suoi modelli sono Luisa Spagnoli, Kate Winslet, Emma Stone, Laura Biagiotti, Virna Lisa, Giorgia, Federica Pellegrini o Chiara Ferragni va bene tanto quanto Rita Levi Montalcini, Elsa Morante, Jane Austen, Frida, Simona Cristoforetti, Anna Politkovskaja e chissà quante ancora in tutte le discipline del mondo. E va bene anche se decide di essere altro. Se una donna subisce abuso di potere è sbagliato. Punto. Anche se ha detto sì. Perché non esiste – NON ESISTE – che una donna debba scegliere tra un NO e la carriera. L’uomo deve sottostare a questa scelta? Molto meno, per sua fortuna. Non esiste meritocrazia se una donna deve dire di no e restare in fondo alla classifica, anche se è brava. Non deve trovarsi a dover fare questa scelta per colpa di uomini che utilizzano male il loro potere. Le donne – come gli uomini – devono poter decidere di vestirsi come vogliono senza essere giudicate, molestate o stuprate. Devono poter essere libere di festeggiare l’otto marzo dove vogliono e come vogliono, facendo quello che desiderano:  starsene a casa, non festeggiare, andare a vedere uomini che si spogliano o al ristorante con le amiche.

Perché siamo tutte diverse, come lo sono gli uomini. Perché ognuna di noi è libera, ma non tutte ancora lo sanno.

(Il mio femminimo è anche qui: https://diniente.wordpress.com/2015/11/26/vorrei-essere-un-uomo/)

 

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5 pensieri su “My feminism

  1. Ero in stazione, una mattina alle sei. Due ragazze avevano appena finito la loro serata, erano vestite come ci si veste quando da adolescenti si esce e si va a divertirsi. Una donna con un figlio adolescente le guarda e le apostrofa così: “non lamentatevi se poi vi stuprano”. In occidente si crede di potersi vestire come si vuole.

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