Pensieri sparsi

IMG_0337Sono uscita. Ho preso un caffè al solito bar accanto a casa, prima di fare due passi e godermi il naviglio nel freddo pungente e ventoso, con un sole che inganna: vorrei che fosse già quello di marzo e invece scopro che mi gela le mani e il naso.

Il bar è uno di quelli di quartiere di periferia. Fuori è anonimo: un’insegna blu anni ’80, le vetrate.  Un bar vecchio stile, con i padre pio e le madonne, con le inserzioni appese in cassa, le varie lotterie, lo strillo che qui vendono la ricarica Netflix, la tv che mostra video, musica e notizie. Ci sono classici tavolini rotondi, con il piano biancastro, le brioche solite, quelle surgelate, gli espositori Bistefani e il gelato che non sai bene se lo facciano lì o meno e che io non ho mai assaggiato.

Ma bello.

Non riesco ad andare da nessun’altra parte. I proprietari ti fanno sentire a casa. Ritorni per la gentilezza palpabile ma non ostentata, mai eccessiva né melliflua. Come se capissero bene quando chiedere più di un “come stai?” o quando chiederti solo cosa prendi. Per le faccine fatte sul cappuccio, per la meticolosità nella preparazione e per l’attenzione verso tutti: le facce nuove e quelli di sempre, che non chiedono o che hanno la loro brioche tenuta da parte sul bancone. Per il tabellone della lotteria natalizia, con un quadratino per ogni numero, dove scrivere il nome quando lo acquisti, che mi fa quasi tenerezza e nostalgia. Perché lì quel parlare del tempo e di luoghi comuni non è peccato.


 

Siccome all’andata c’era messa, ho aspettato di tornare indietro, verso mezzogiorno, per entrare nella chiesetta sul naviglio. Lo faccio, ogni tanto. Entro in qualche chiesa, ci sto pochissimo. A volte accendo una candela. Non ho pretese religiose, ho solo questa voglia di farlo. Di entrare in un luogo per ringraziare o per potermi permettere di parlare tra me e me, nella mente, di cose che. All’esterno sembra una chiesetta carina, con quei mattoncini rossastri e a vista: così comuni, a Pavia. Dentro è spoglia. È un rettangolo senza navate e senza abside, senza la pianta a croce. Il muro piatto dell’altare. Un tabernacolo moderno, che mi ricorda il guscio di una tartaruga. Ho cercato: è stata costruita nel 1929. Eppure mi piace la luce che entrando crea una scia colorata fin verso le candele, a destra dell’altare, a partire da una finestra – rosone, credo – sulla facciata. Mi piace che se guardi in alto vedi le travi in legno, il tetto piatto. I rami dell’albero che fa ombra alla chiesa si vedono come in una foto, da una finestra lassù, prima di posare l’occhio sull’intonaco giallastro e scrostato, sulle statuine della via crucis che ricordano i souvenir anni ’90 che cambiavano colore a seconda della temperatura. Mi giro un’ultima volta, quando esco: i libri dei canti, gli orari delle messe appesi in un foglio sgualcito e incorniciato, le offerte alimentari. La luce colorata.


 

Ho ripensato ai miei 22 anni. Ai 36, a giugno. A quanto mi sentivo vecchia all’epoca, mentre mia sorella festeggiava i 18 in giardino. A quanto avrei avuto bisogno di sentirmi dire che ero ancora giovane: quella totipotenza che si stringeva sempre di più, sempre di più, facendomi scegliere e facendomi perdere cose e possibilità, non era un valore. Non valeva la pena salvarla. Non ero vecchia, non era tutto detto: vedevo i giochi fatti, il fidanzato, poi ci si sposa, si fanno figli, aiuto, veloce, corri, in fretta, devo prima, aiuto.

Se mi avessero detto tutto ciò che avrei vissuto, forse all’epoca ne sarei uscita pazza: non avevo idea del vero significato che assumono due, cinque, dieci anni dopo che questo stesso numero di anni li hai usati per crescere.

A 22 anni avevo bisogno di sentirmi dire che ero maledettamente giovane. E che potevo. Anche se più avanti, poi, ho capito: così mi sono sentita più giovane a 27-30 anni che a 22. Ora so che posso. Ora non devo sentirmi dire niente: niente. Non voglio sentire niente: spazzo via i pensieri, mi concentro su altro. Nel mezzo, verso i 40 e il giro di boa, ci sono io.

 

 

 

 

 

Annunci

2 pensieri su “Pensieri sparsi

  1. All’inizio la crescita è tumultuosa, ma non la ricordiamo. Poi, per un attimo, si cresce restando uguali a se stessi. Ma subito le bambine nel muovere le braccia cominciano ad aggirare le protuberanze ancora invisibile dei seni ed i bambini a sentire l’indurimento della pelle del viso. Ci si specchia senza riconoscersi e si guardano senza riconoscerli i genitori che si rimpiccioliscono.
    Di nuovo il cambiamento si placa e possiamo restare sospesi ma il ciclone del tempo ci riavvolge con l’incanutirsi della barba, l’assottigliarsi dei capelli, le differenti inquietudini. Quel sentimento di estraneità che si prova verso uno sconosciuto che talvolta è ancora il bambino o l’adolescente di un tempo…

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...