Cena di Natale

16112671_10155077993525209_4525565139374018274_oLa mattina, quando esco in bicicletta e il freddo mi immobilizza le mani sul manubrio, ripenso alla sensazione di aria calda e morbida che mi spostava il vestito di stoffa colorata dalle gambe, la pelle più scura, le mani attaccate dietro, seduta sulla motoretta in giro per Pangani. Oggi fa freddo e ho la Cena di Natale. L’aria pungente picchia contro le collant nere, il vestito a fiori si sposta. In borsa ho biancheria, spazzolino, dentifricio e un fondotinta. A casa ho un rossetto, un lucidalabbra e una matita nera stemperata, forse due: una è un mozzicchino. Ho il fard, credo. Scaduto. E un mezzo pennello rosso: parte del manico si è staccata, da quanto è vecchio. Da anni non mi trucco più, quando ho capito che non amo farlo.

Cena di Natale. E già la giornata è stata stupenda. Di quelle che dici: ok, sono stanca, ma ne è valsa la pena. Una vecchia canzone dalle casse del bar: ricordo jeans strappati, mia madre che mi aggiusta lo spolverino beige acquistato in un periodo in cui spendevo il mio stipendio in vestiti belli, ma poi subito il bottone che salta, la piega che esce, il laccetto che si sposta e la mia indifferenza. Non trascuratezza: semplicemente per me non è mai stato importante. Lo è con varie misure. Forme. È effimero.

Cena di Natale.  “Salamella primavera” è il nome di un panino, venduto dal baracchino più famoso nella zona della Brianza comasca. Salamella primavera è un periodo. È il rientro alle 5:00 del mattino, un compleanno in uno squallido locale cantando al karaoke – uno dei miei migliori – le sigarette una dietro l’altra, “Il regalo più grande” urlato in auto superando il volume dell’autoradio, il latino-americano, i vestiti, i tacchi, il trucco, la magrezza, l’ambulanza, l’alcool – troppo ma mai eccessivo – gli uomini, il sesso, le infinite possibilità, il baccano, i concerti, il locale fisso in settimana per la birretta, il solito giro, la caciara, il pettegolezzo, l’appartenenza, i ricordi che si creano, le risate, le stronzate, la sospensione, la gente intorno. La pausa.

Cena di Natale. Ho regalato un libro itinerante – “Il Viaggio dell’elefante”. Prima di conoscere Saramago, pensavo che lo scrittore preferito non potesse esistere. Esiste, invece, anche se devo ancora leggerne e leggerne. Un anno fa stavo per partire per Israele, convinta che avrei camminato. Convinta che avrei contato i passi. Pioggia, fango, pioggia, cellulare rotto, cellulare scarico, freddo. Ho fatto una tappa, ci ho riprovato. Ho rotto il percorso. Ancora oggi esco di casa con la kefiah comprata a Hebron e il piumino comprato a Tzfat, la città con tanti nomi, fredda che quasi c’era la neve e io, io ero leggera.

Leggera che ridevo, perché era iniziato il mio.

Ero partita quella mattina da Nazareth, per tentare sotto l’acqua il Tabor: a Santo Stefano, il giorno prima, ci ero andata in auto con una tedesca e un arabo. Ho deviato, ché mi ha incuriosito il monte del precipizio. Sono tornata indietro, ho sbagliato, ho scaricato il cellulare. Mi sono fermata in un bar per chiedere “come si arriva al Tabor, da qui?”, il barista mi ha accompagna da un uomo: prima ci sono i saluti, il caffè, hai fame? Un panino, non abbiamo fretta, sono avvocato, ho studiato a Bologna, lui è insegnante di inglese, sì, non puoi, sei matta? Te lo dico come se fossi mia figlia: non andare da qui, la strada è complessa. Lui ha controllato, ci ha pensato: Ti diamo un passaggio, caffè, hai fame? Ma io voglio andarci a piedi, Ti portiamo fino a qui, poi sali a piedi. Va bene. Sono salita in auto, la strada era una deviazione, era stretta, sterrata, in mezzo agli alberi, le sicure scattano. Loro, loro erano brave persone, ma per una delle poche volte mi è preso il panico: fatemi scendere. Mi fanno scendere: dove vado? Sono salita ancora con loro e ho chiesto di portarmi indietro, indietro lungo strade asfaltate e fermate di bus. Era troppo tardi per il Tabor e poi di nuovo giù e poi di nuovo bus. Sono andata a Tzfat che si chiama anche Safad, Zefat, Tsfat, Zfat, Safed, Safes, Safet. E ricordo quando chiedevo per Nazareth: non riuscivo mai a indovinare la pronuncia giusta.

Ho aspettato. Ore. Alla fermata insieme a una donna. C’è stato un incidente, in città, dice. Ho atteso con pazienza. Ho preso un bus con due italiani che mi hanno consigliato Masada, per dopo, per molto dopo a venire. A Zfat pioveva e faceva freddo e il mio ostello era a 4 km dal centro. Quando sono arrivata, una donna tonda e immensa mi ha accolto con il falsetto della gioia, mi ha dato un pile azzurro puffo con una bruciatura di sigaretta e la chiusura al contrario, da uomo. Ho messo il kway, salutando i due medici inglesi che stavano tornando, in bici, e che avrebbero dormito con me. Sono scesa in centro, con la luce frontale, un taxi mi avrebbe voluto offrire una corsa gratis: Perché sei bella, beautiful, mi ha detto. Ho riso, ho comprato un piumino blu scuro a 60 shekel. Mi hanno offerto frittelle per Chanukah, ho girato un po’. Ho mangiato in un ristorante carino, era giù buio. E ridevo. Leggera. Il cappello e i guanti li avevo già presi a Nazareth, la notte di Natale.

Cena di Natale e un dono: “L’interprete dei malanni”. Ludovica mi ha donato il suo libro: aerei, casa senza casa, aeroporti, Limbo. Coincidenze. Mi hanno ricordato una donna di Pavia che dimenticò sul treno il suo libro cinese: lo trovai, glielo restituii, lei me lo regalò.

Cena di Natale. Ho comprato qualche regalo, oggi, con gli occhi lucidi rivedendo Roald Dahl sugli scaffali.  Penso che tra pochi giorni le giornate cominceranno ad allungarsi ancora e ancora e ancora e che mancheranno solo tre mesi alla primavera. Alla primavera, ché l’inverno, io, no. Rivedrò un film già visto anche stasera, come ieri. Prima della pioggia, perché “il tempo non muoia mai e il cerchio non sia rotondo”. E mi auguro di camminare un po’, a fine anno. Senza bilanci finali, senza propositi. Il 2017 si chiude così, come se in fondo non finisse, ma qualcosa continuasse: appartenenza, contenimento, gioco. La caviglia mi fa male: dicono che cambierà il tempo. Che qualcosa cambi ancora, come sempre, è il mio augurio perenne. Che qualcosa cambi per rimanere, che qualcosa cambi solo forma, che qualcosa cambi solo per profondità e bellezza.

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