Sabato

IMG_8451_REVEsci.

Sono le undici. Hai dormito. Hai dormito molto. Hai dormito fino alle otto, ma sei andata a dormire alle dieci. Ti sei svegliata con il mal di testa, ancora. Con lo stomaco strizzato, ancora. Sospiri. La tiri lunga: fai la lavatrice, stendi, pulisci il minimo, per sentirti almeno a casa. Comoda. Metti in ordine: ti riesce meglio che pulire e ti serve per sentirti sgombra. Scuoti la tovaglia, ne metti una a lavare insieme al copri divano, giallo e arancione, passi uno swiffer.  Impili la roba rimasta senza dimora e inizi la suddivisione: tu nella cartoleria, tu sei un documento, tu sei un libro, tu sei da buttare. In pochissimo hai dato una collocazione a ogni elemento. I libri e i quaderni subiscono un altro passaggio: “la morte dei caprioli belli” lo stai leggendo, lascialo sul tavolo.

“L’ultima lezione”, no, quello no. Non appena è tutto in ordine, quel libro è lì, solo. Lo tenevi sul comodino anche se lo hai già letto: non è il tuo preferito, non è un romanzo né un saggio.

Un uomo che sta morendo ti spiega due cose.

Rileggerne alcuni passi può farti sentire forte, nel giusto, terribilmente sbagliata, può farti ridere, piangere, intristirti, può farti scoppiare in testa qualche domanda. Il momento è decisivo. Il tuo modo di stare nel mondo è determinante.

Aprirlo a caso è una scusa. Lo richiudi.

Chiudi gli occhi. “Esco, non esco, esco”. Fai i tuoi piani mentali: “nel pomeriggio, ma poi, no no: quello mi serve ora”.

Esci. Sono le undici. Tuta, scarpe da running. Sei coperta più del freddo che fa. Non hai voglia. Prendi un bus, abbandonando la bici blu. Emiliano e Adele schiamazzano, cantano. La nonna cerca di calmarli, mentre tu gli chiedi i nomi. Vanno al Castello, a giocare. Quando arrivi in Piazza Petrarca, capisci che il mercato è un po’ come il libro di prima. “Perché mi sono fermata qui? Perché passo dalla via del mercato?”.

Tu adori i mercati: non per comprare. Adori gli odori, la gente che spende, che osserva, che tratta, e quello che urla che c’ha il pollo migliore di tutti, quello che vende il pesce su letti di ghiaccio, la roba troppo colorata, troppo sintetica, i tutto a 1 euro, il baracchino dei formaggi e la coda, la coda per comprare un chilo di pesche. Il miele nostrano, i prodotti nostrani, il senegalese che ti vende lo stile Desigual, le ispaniche, le sudamericane e le romene che comprano o vendono. Ma oggi no. Sai che ti piacerebbe, lo vedi che ti piacerebbe: dietro gli spintoni, la gente lenta, i pacchetti e sacchetti che si scontrano, i profumi troppo forti, i “ciao bella” che non ti puoi fermare, non oggi. È tutto troppo, troppo intorno, che finisce per mescolarsi e scorrerti accanto veloce. E veloce ne esci.

Ti fermi all’altro mercato, con la bancarella dei libri usati, e ti capita tra le mani un Saramago che costava 15.000 lire. “L’anno mille993”. Non lo compri anche se è il tuo scrittore preferito. Ci tornerai. Ora hai mal di testa. Compri una cornice a giorno, ché ti è sempre piaciuto il nome “a giorno” ma anche “vetrino da orologio”, che ti vengono in mente Paola e Raffaella, le urine del ratto da analizzare e quando hai tenuto tra le dita un cuore che batteva o una milza conservata in azoto liquido. Compri la cornice perché, nel tuo riordinare, vuoi rimettere al suo posto il tuo primo acquisto in Tanzania. Un disegno di 9 Masai su un pezzo di stoffa. E ti ricordi bene Jaguar – “come la macchina”, diceva – che te lo ha venduto dopo averti raccontato e accompagnato e aspettato, anche fuori da una chiesa luterana, ed era il tuo primo giorno lì e non sapevi bene… non sapevi niente, altroché. Eppure sei arrivata in un albergo locale, vicino alla stazione dei bus per partire per Moshi, il giorno dopo. E sei arrivata a Kivukoni per vedere il mercato e hai cenato con loro, senza luce, lavandoti le mani con l’acqua che scendeva dalla brocca portata dalla cameriera. E hai comprato quel primo ricordo, perché a Jaguar, ormai, non potevi dire di no.

Risali insieme al tuo mal di stomaco, mentre la musica di Corso Cavour ti fa pensare: “che bella, Pavia!”, con le sue fisarmoniche, i suoi mercatini per ogni angolo e per ogni occasione: quelli di Natale, quelli della festa del Ticino, poi arriva l’autunno o la bella stagione, quelli per San Siro, quelli per la festa di Corso Garibaldi, i mercatini dell’usato, quelli delle chincaglierie, con qualche artista di strada, con le mostre e le frittelle quando c’è il Luna Park. Con quell’esplosione del sabato mattina che Amelie, dopo un po’, la vedi ovunque. Risali tra gli universitari – che non sai cosa ci facciano in facoltà il sabato – e i residui di una cerimonia: carabinieri, un qualcosa di rosso, un mezzo palchetto, qualche bandiera. Lo striscione di Doisneau ti dice che c’è ancora tempo. Delle centosei farmacie ti chiedi se ne sia rimasta almeno una, che poi quando ci entri non sai bene cosa chiedere: alla fine provi, tentenni, riprovi.

Poi al supermercato, in coda, ti inventi una storia sul tizio con il tutore dalla caviglia all’inguine, i rasta biondi e corti, la stampella appoggiata al nastro, per mettere tutta la spesa nei sacchetti con le mani libere. Decidi che è caduto una notte, da ubriaco marcio. Non è la spesa di un ubriaco. Ma niente, per te è caduto di notte. Per te era pure ubriaco. Lui chiede alla cassiera a quanto siamo, “95”, “va bene”, lei prosegue: “98, 100, 102. Lo vuole lo spremiagrumi, signora?”. Mettono lo spremiagrumi in cima alle casse d’acqua e ai sacchetti. “Sono 103 e 47 centesimi”. Lei paga, lui zompetta, la figlia nel piumino fucsia prende la stampella.

Tu resti in coda in attesa del tuo turno, con la cornice in un sacchetto normale, ma con un manico di corda fatto dal commesso della cartoleria: “così è più comoda”, cosa che a te non sarebbe mai venuta in mente.

Lo spremiagrumi ti ha messo tristezza. Torni a casa con la spesa, la cornice a giorno, la roba della farmacia per il mal di testa e per lo stomaco strizzato. Hai dimenticato l’acqua gassata. Sai già che non avrai voglia di andare da Renata, che vorrai dormire o startene in casa e sai che aveva ragione, quando diceva che dopo la morte di Mariangela, là non ci saresti più andata. Non come prima. E insieme allo spremiagrumi ti senti anche un po’ egoista. Ti senti uno di quei mesi un po’ così, tipo dicembre, o come la neve che si scioglie insieme al terriccio, come la sbornia triste, come un sabato di novembre o come un giorno dei morti in ritardo.

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