IMG_8249.jpgCome se avessi dentro una calamita. Una calamita nel petto, nel cuore, insomma dentro. È come se tutto mi si squarciasse. La calamita tira, spinge, cerca là quello che la attrae.

E questo là è la Tanzania.

È come se avessi una fune che qualcuno strattona, lacerando qualcosa. È come se fossi ammaliata dalle sirene di Ulisse, ipnotizzata da flauti e musiche. Mi sento attratta da un senso di appartenenza che non mi spiego. Come se fossi stata a casa, e ora non lo sono più. Come fossi stata riconosciuta, e ora nessuno mi vede. Come se fossi stata me stessa più delle altre volte. Non mi spiego niente. Non conosco quel Paese pur avendolo visto, non ne parlo la lingua né ho in comune la loro cultura. Eppure.

Non è nostalgia, non è mancanza né magone. Non è “essere in vacanza”. È una sensazione di ritorno, di vita, di richiamo, di presenza. Mi è capitato di provarla là, a pochi giorni dal rientro, ma soprattutto a posteriori, dopo.

“L’Africa non mi convince, non fa per me. Non è bella come il Brasile né come la Siberia”, mi dicevo mentre stavo là. Molto di ciò che ho visto non mi ha entusiasmato: molto di ciò che ho vissuto mi ha lasciato rimbombi e frastuoni mentali, ha portato a galla le mie paranoie e le mie ansie. I miei difetti più spicci. Non è stato un viaggio di tramonti infuocati, di albe sulle distese di niente o di elefanti fuori dalla tenda, altrimenti mi sarei spiegata questa sensazione di sanguigno, di ancestrale, di viscerale che sento. No, niente di così prepotente: solo villaggi semplici, pescatori, occhi.

Non è la saudade del Brasile: quella è più simile a una musica malinconica, alla bossa nova, a un “mi ricordo…”, più simile a una sbronza, a un sapore che vorresti riprovare, a una città che ti piacerebbe rivedere, più affine alla nostalgia, alla voglia di atmosfere, di colori, di natura, di una uruguaiana che ti legge le carte lungo la strada coloniale di Paraty, accanto a una chiesa bianca, della farofa de banana, dell’acaraje e di una camminata sotto l’acqua a Ilha Grande.

Non è il magico fascino dell’isola di Olkhon, della Siberia, del lago Baikal con i suoi sciamani, il suo ghiaccio, le sue possibili favole. Non è quel pezzo di cuore che sta ancora là, tra i bicchierini di vodka della gente di Irkutsk in vacanza sull’isola, mentre aspetto che passi la pioggia per salire a nord. Non è quell’eterno spostarsi in Mongolia, il sentirsi una bambina felice nella mia ger davanti a spazi che non si riempiono mai. Non è quella voglia di rifarla ancora: in inverno, al contrario, da Vladivostok, in ogni sua variante. Non è quell’atmosfera surreale sperimentata in quei 3 giorni e 4 notti in treno, che quelle sensazioni di protezione ed estraneità le senti ancora sulla pelle. Non è la cultura millenaria di Pechino che ti fa pensare che prima o poi visiterai la Cina come si deve.

Non è quel non-luogo che è stato Santiago, il percorso, il cammino: l’azione semplice e  trasformatrice, che a volte mi manca e cerco. Non è il non-ritorno: da Santiago non si torna più a casa, ma non è detto che ci si voglia ritornare per forza. A qualcuno – a me – per ora ne è bastato uno di Cammino, che di anno in anno è capace di sprigionare un nuovo insegnamento, un nuovo punto di vista, una nuova forza. Migliora invecchiando, come il vino.

Non è come Israele e Palestina: il ricordo di un ex fidanzato della tardo adolescenza. Quella storia importante ma giovane e acerba. Quella prima volta seria, quella condivisione ingenua. Quel sorriso a metà, quell’eterna giovinezza. Quel disincanto e quello sguardo lì.

Non è come India, Thailandia, Cambogia, Vietnam il cui ricordo e la cui nostalgia si perdono nel tempo dei “ci tornerò” anche se sai di voler vedere troppo, di voler sperimentare ancora. Non è come quei viaggi abbozzati, quei luoghi del Messico visti prima di imparare a viaggiare. Non è come Londra, che quando sei tornata dopo 5 settimane non avresti più voluto essere italiana ma nemmeno viverci, là. Non è come l’Europa così uguale a te; non è come New York, Toronto, Montreal visitate male, di sfuggita, dove solo ricordi sbiaditi e sonnacchiosi – le cascate del Niagara, l’Empire State Building e Harlem – sono rimasti a darti sapore.

Non è come niente prima della Tanzania. Non è mancanza, non è nostalgia.

È forza, spinta, richiamo, carne.

È qualcosa che lacera. È qualcosa di vivo.

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