Racconti africani. To Moshi (verso il Kilimanjaro)

L’autobus è giusto. La prenotazione online diceva partenza alle 7:00. Guardo il biglietto e leggo 6:45. Mi confonto con una danese a pochi sedili da me: è quello giusto. Si va ad Arusha con tappa a Moshi.

Poche fermate dopo, sale un uomo con il mio stesso numero di sedile ma è lui ad aver sbagliato bus. Mi rilasso.

Leggo e scrivo, osservo i villaggi, le casupole, gli uomini seduti su moto ferme, ad aspettare. Un gruppo di tizi ha una maglia nera con la scritta Uber. Il bus si lascia alle spalle una scuola montessoriana.

Ci fermiamo per cinque minuti al ciglio della strada. L’autista e un altro uomo trafficano nel motore. Si riparte, sussultando. Il bus è nuovo, pulito. Pian piano ci lasciamo alle spalle le zone piu popolose ed entriamo nel verde di palme e vegetazione rarefatta. La terra si fa rossa e le case incontrate, a gruppi piccoli e isolate oppure con più corpo, sono uguali a quella terra. Ne incontro alcune in costruzione. Ci sono quelle curate e quelle di lamiere e sporcizia. I tetti di paglia, i muri di mattoni o un unico blocco color grigio argilla dentro il quale si infagottano tronchi di legno, storti.

Ci fermiamo per una sosta che diventa un autobus rotto. Pacchi, borse, valige e zaini riempiono il piazzale. I bambini sono calmi, le mamme composte. C’è ordine e nessuno si infervora, nei toni. Chiamano un bus nuovo. Ci possono volere dieci minuti come un’ora. Magari dicono un’ora e ce ne vogliono tre. Sono tranquilla, non ho fretta e di sicuro arrivo a Moshi per sera. Se non avessi appuntamento per la check list dell’attrezzatura, sarei più rilassata. Comunque so che posso cambiare piano. Nulla è determinante.

La danese è calma e lenta. Ha capelli crespi e un po’ bianchi raccolti in una cipolla, sulle gambe chiare si intravedono i peli. Il vestito è leggero, scollato e dritto. Ha un foulard scuro sulle spalle. Le ciabatte in gomma nera stonano tanto quanto le unghie sporche. Insegna. Ha due figli di 17 e 19 anni. Mi ricorda Gyongyi, la donna ungherese di Santiago. Insieme alla danese c’era un’altra donna ucraina, che però ha preferito starsene da sola. Ha imparato un po’ di swahili e insegna in Tanzania. Vive qui, da un anno. Insegna e viaggia.

Arriva un bus. Ci sono solo 4 posti, dicono. Mi vergogno ma mi butto tra i primi lasciando lì le donne con i loro figli. Saliamo noi tre e forse un paio di altre persone. Più di 4 di sicuro. L’aria condizionata non c’è, i finestrini sono quasi coperti dalle tendine. Vedo l’Africa a strisce e cerco di cogliere quanto posso, tra un sonno e l’altro. La danese mi guarda, indica il termometro e ride. 83°C. Ce ne saranno meno di 30, si sta bene. Moshi sembra non arrivare mai e spero che qualcuno mi avvisi. Il ragazzo accanto a me mi chiede se voglio fare a metà della sua merendina. Ringrazio e rifiuto, stupita. Parliamo poco ma scopro che studia al college ad Arusha. Quando scendo a Moshi, l’ucraina spigolosa e solitaria scende con me per aiutarmi a contattare la mia agenzia: mal che vada prendo un taxi, so dove devo andare.

Gladys Adventure. Scelta all’ultimo momento e con la sensazione di potermi fidare solo di lei. Riusciamo a sentirci per telefono, e attendo che Jackson mi venga a prendere. Tutto procede come previsto: check list dell’attrezzatura e filata in “hotel”, gestito da un anziano molto sdolcinato, dalle parole strisciate e dall’abito che sembra un pigiama. Ci sa fare. Mi dice che ho la stanza più bella, anche se sono tutte uguali, legnose, spartane, con la zanzariera e qualche insetto, la doccia che è un tubo, i rumori esterni di animaletti.

Vedo quatttro turisti che potrebbero essere i miei compagni di scalata, ma no: non lo sono. Resto folgorata da uno di loro. Lo conservo come ricordo di buon auspicio. Come inizio, non c’è male.

Noleggio una boraccia (ne ho solo due), un paio di pantaloni da sci, una giacca pesante anti vento e anti pioggia offerta da loro, un paio di guanti tecnici, un sacco a pelo 0 F, un contenitore termico per la borraccia. Si fa quasi subito buio e ceno nel caffè accanto a Gladys: un locale ordinato e pulito, all’occidentale pur essendo in ogni dettaglio Africa, quella dei film americani sul colonialismo. Cerco di muovermi per acquistare gli immancabili rotoli di carta igienica e la colazione per domani: le luci non esistono e Moshi crolla nel buio quasi completo, interrotto solo dai fari di auto, boda boda e apecar.

Al caffè mi fermo più del previsto: mangio e chiacchiero con Jackson, che lavora in ufficio (non come guida né portatore).

“Sei pronta per domani?”

“Sono agitata, non credo”.

Mi lascia mangiare poi mi chiede se ho marito e figli e con chi vivo.

“Qui le donne fanno i figli presto, spesso senza sapere chi sia il padre. Hanno quindici, sedici anni e tutto grava sulla famiglia di origine. Poi sposano un altro uomo”.

“Non studiano?”

“Le donne? Poche vanno avanti. Se non restano incinte e se non vogliono sposarsi. Ma la Tanzania piano piano sta crescendo e il livello di educazione sta aumentando… ci stiamo riprendendo dopo il colonialismo di tedeschi e inglesi. Siamo indipendenti dal 1961! Dobbiamo importare tutto e ci servono i dollari. Quelli dei turisti.”

Sospiro, aspettando che prosegua. Mi chiede se sono cristiana. Lui è musulmano. Secondo lui qui la suddivisione è metà e metà, con alcuni induisti (in Tanzania si sente l’influsso indiano anche nel cibo), ho notato anche un tempio sikh. Le tribù sono 120, ciascuna con la sua lingua. Machame è una tribù, per esempio e ha una sua lingua. Mi chiede se un figlio lo terrei se capitasse, anche se non lo voglio. Divago.

“Quando tedeschi e inglesi se ne sono andati, noi non sapevamo fare niente. Erano loro le macchine, la tecnologia, le competenze. Abbiamo dovuto ricominciare, con l’istruzione. Ora riceviamo delle ‘donazioni’ dall’Europa”, si ferma un attimo. Mi fa capire che non sono proprio vere donazioni.

“Ci costruiscono strade, portano le macchine e le tecnologie necessarie e in cambio hanno l’oro della Tanzania: noi non abbiamo le risorse per ottenerlo e lavorarlo”.

Ci tiene a dirmi che stanno crescendo e, forse leggendo qualcosa nei miei occhi, mi ripete che il turismo fa bene. Alle 21:30 la signora del caffè chiude. L’uomo spazza per terra e rassetta, tira su le sedie, pulisce. Ci fa capire che dobbiamo andarcene.

“Domani…”

“Sì, domani alle sette. Apre alle sette Gladys?”

“Sì ma partite alle otto. Non preoccuparti. Hai tutto”.

Buonanotte Jackson. Il viaggio è iniziato.

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