Racconti africani. Le prime ore

L’aereo si svuota: una hostess cerca di contare i passeggeri rimasti a bordo. Richiama alcuni italiani che si erano riuniti in mezzo al corridoio come palline di mercurio, dopo una separazione forzata qua e là per tutto il viaggio.

Siamo pochi: io, due gruppi di giovani, uno dei quali sta andando in una missione cattolica e una coppia in abiti neri. Lei porta i rasta da un lato, dall’altro è rasata. Un occhio mi osserva da sotto la nuca mentre mi dà le spalle. Una scritta in hindu o tailandese l’accompagna. Gli altri sono scesi a Zanzibar: una fermata del veivolo prima di atterrare al capolinea: Dar es Salaam. I voli hanno funzionato da imbuto. Fino a Muscat c’era un caos vacanziero di famiglie, coppie con valigie enormi, gruppi di maturati. Molti sono poi andati a Bangkok, altri in Tanzania. La maggior parte è scesa sull’isola.

Sono in Africa per la prima volta. L’aeroporto non è propriamente “internazionale” come mi sarei aspettata: cerco un baracchino vodacom e il cambia valute, come se fossimo alla stazione autobus di una qualsiasi città indiana. I tempi sono lenti ma non ho fretta. Mi concedo un taxi fino all’albergo fuori dal centro. Passiamo per stradine tutte uguali, la gente sul ciglio a vendere, cucinare, mercanteggiare all’aperto o all’ombra delle loro casupole basse e piatte.

“Oggi vendono le capre”, mi dice il tassista seduto alla mia destra. Attraversiamo binari senza passaggio a livello: anche lì la gente si dispone lungo i margini, i confini, le linee. La musica e il vociare sono costanti, un sottofondo.

Mi dice che quella è la zona locale, dove vivono. In centro, invece, trovo i negozi, il mercato, un museo. Penso all’incipit di Anna Karenina: la povertà si somiglia tutta, le contraddizioni e i dettagli quelli no, sono diversi. La temperatura è perfetta, il caldo piacevole e non umido. Arrivo al mio hotel decentrato, non bello (mi sono fatta cambiare camera) ma funzionale: domattina in 5 minuti sarò alla stazione dei bus per le mie prime dieci ore verso Moshi, dove mi aspetta – spero – Gladys. Sono già le 17.00 quando esco dall’hotel per andare in centro. Sono in giro da più di 24 ore.

La strada verso un bus, a quanto sembra, è lastricata di occhi. Occhi curiosi, fissi, sorridenti, fastidiosi. Hello, how are you? Karibu! Nice tattoo! Jambo! Parole a raffica in inglese e kswahili. Mi rivolgo a una donna per chiedere dove sia la fermata per il centro.

In 30 minuti arrivo a Kivukoni, il capolinea, dove cammino a passo veloce cercando di cogliere il più possibile: mi sento osservata e non sono ancora a mio agio. Le donne sono variopinte di gialli e fiori e verdi, in tailleur o con il velo. Sembrano appartenere a tre paesi diversi. Il mercato del pesce è voci, ressa, colori e odori. La gente sta sempre ai lati del marciapiede e vende: radici che sembrano zenzero ma di colore arancione, frutta, noccioline, bibite, scarpe, pesce disposto su piccoli tavolini quadrati che ricordano quelli di chi gioca alle tre carte. Ci sono anche quelli che le scarpe le lucidano.Mi rilasso, stando attenta alle bici e a chi porta pesi sulla testa e sulle spalle.

Passo accanto a una chiesa dalla quale escono voci potenti. Prima di entrare mi si accostano due uomini: al primo do poco retta, il secondo mi ispira fiducia. Parla italiano, imparato sul campo. Si chiama Jaguar, come la macchina, mi dice. Lui mi chiamerà Leo per tutto il tempo. Mi dice che quella chiesa è tedesca:  se voglio quella romana devo andare più avanti. Voglio entrare. Lo saluto ma so che lo avrò alle calcagna a lungo.

Il rito è un canto e un ballo e un tuono e una festa. La gente balla. Balla davvero. Muovono i corpi, le mani e il diaframma. Una donna vestita di rosso mi dice di entrare. Sto in fondo. Due donne ballano verso di me e io sorrido. Alla fine entra Joyce, mi prende in contropiede, mi afferra la mano e mi porta sulle panche accanto a lei,  che con la voce e un movimento della lingua lancia acuti fortissimi. Partecipo con loro: la musica è trascinante e non faccio fatica a farmi coinvolgere.

Quando esco, Jaguar è ancora lì e torna. Mi parla in italiano e mi accompagna, mentre cammino fino alla chiesa “romana”. Sembra che ci sia un rito ma è poco interessante. Insiste e cedo facendomi portare a bere qualcosa in un posto verso il mare, scendendo qualche gradino dal marciapiede principale. “Io guardo lontano”, mi dice quando lo avviso di non avere intenzione di fare safari, “se io ti porto bene e sono guida brava, tu poi lo dici in Italia, scrivi su internet e io ho lavoro”.

Sorrido. Mi racconta che a Moshi ci sono i Masai e che le tribù in Tanzani sono 120. Fallito il tentativo safari, prova di dirmi che mi accompagna dove voglio andare:

“tu paghi per te e io per me”,

“no, è il tuo lavoro!”

“Io guardo lontano: per dirlo ai tuoi amici devi vedere come lavoro. Anzi, come si dice in italiano? Società! Tu mi porti clienti da Italia e dividiamo”.

Alla fine mi mostra delle stampe, fatte da lui.

“Sono qui da poche ore, se inizio subito con i regali…”, ma lui mi ha accompagnato e per quanto non volessi, alla fine ha investito professionalmente su di me e io gli ho dato corda. Acquisto una delle sue tele di Masai che – come dice lui – hanno solo il pareo, non mettono le mutande e sono i primi tra le tribù della Tanzania.

Vuole “venire a Italia”: un suo amico italiano di Benevento gli ha detto che c’è lavoro con i pomodori e che si guadagna bene. Gli piace Venezia, dalle foto. Lo saluto, mi dà il suo numero. Un uomo in coda per il biglietto mi chiede in inglese che lingua stessimo parlando.

Non salgo subito sul primo bus perché la gente corre veloce, si spinge e alcuni cadono. Sul secondo va meglio ma resto comunque pigiata corpo a corpo come nell’ora di punta sulla rossa a Milano. In due – senza aver chiesto – mi avvisano quando devo scendere, anche se il display mostra le fermate. Il bus è nuovissimo e le pensiline funzionali e ben curate. Puoi entrarci solo con il biglietto scansionando il QR code ai tornelli. Quando scendo è buio anche se sono solo le 19.30, mi faccio strada tra moto, apecar, vocianti, terra polverosa ai margini, copertoni. I negozietti hanno qualche luce e insegna, le case sono parallelepipedi bassi e colore della polvere, beige. Ceno in una specie di dehor dell’albergo, pieno di gente che beve e mangia al buio. Una griglia su più piani mostra quello che mi dicono sia pollo fritto. Mi arrivano addosso i fumi e finalmente un odore forte. Ordino del pesce con riso. Prima di mangiare arrivano con una ciotola e una brocca d’acqua per farmi lavare le mani. Divoro quel pesce saporito e piccante, condito con verdure, e mischio i fagioli al riso (sembra quello glutinoso thailandese). Chiacchiero con un indiano di Delhi trovato nel mio hotel. Lui domani partirà per Arusha, per un safari. Lo avevo scambiato per un occidentale: penso a quanto stereotipi, aspetto e contesto agiscano sulla nostra mente. Accorcino o allunghino distanze.

Distanze.

Domani ho 10 ore di bus per Moshi per andare da Gladys. Mi pregusto il senso di protezione, incontri (se ci saranno) e questo dilatarsi del tempo, tipico del viaggio. “Siediti a sinistra, sul bus, così vedi le montagne”.

Me lo ha scritto Gladys: iniziamo a trovare il bus, alle sei e mezza domattina.

(Disclaimer: scritto da un cellulare a fatica e senza editing e soprattutto stanca)

(Aggiornamento: a Moshi sono arrivata felice. Mi sono seduta a sinistra ma il bus si è rotto. Su quello che ci ha recuperato ero a destra.)

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