Lei. (10.08.25 – 06.07.17)

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Lei se n’è andata.

Non subito, non di colpo.

Non ho mai percorso il corridoio del primo piano per trovarmi davanti a un letto vuoto, capace di spezzare un sorriso e trasformarlo in panico. Ho avuto, pagando con la sua probabile sofferenza, tutto il tempo per abituarmi. Ha avuto un ictus prima della metà di giugno, ma non riesco a ricordare quando. Renata dice che è successo di lunedì. L’ho saputo solo due giorni dopo e ho fatto il possibile per andare a trovarla. Di corsa.

Ha resistito tanto. Poco più di un mese con l’ossigeno, il sondino e la solitudine. Gli occhi ogni tanto si aprivano e si muovevano. Per un istante irrazionale ho pensato: “lei lo sa che sono qui, mi ha seguita con lo sguardo e ha sentito cosa le stavo dicendo”. L’hanno lasciata accanto a Renata, che l’ha vista deperire giorno dopo giorno. Che l’ha sentita allontanarsi notte dopo notte, che l’ha chiamata come si fa quando non ci si rassegna.

“Mariangela, Mariangela… Mariangela! Mi senti?”

Silenzio.

Provo anch’io. Le sussurro qualche parola di affetto, le accarezzo la fronte liscia. Ogni tanto non reggo e mi commuovo. Non ricordo nemmeno cosa ci siamo dette l’ultima volta. Io, quella visita, l’ultima, non la ricordo. Non sapevo che sarebbe stata l’ultima e non me la sono stampata nel cervello, non l’ho scritta e – per la miseria – ho pure saltato quel sabato, il sabato prima dell’ictus. Proprio quello. Gli ultimi istanti che possiedo sono quelli di una donna confusa, che pensa di essere altrove. Ricordo qualche frase saggia, di quelle sue che tanto mi facevano stare bene e i battibecchi con Renata: così belli che a raccontarli mica si riesce. Ricordo di averla imboccata con le sue pappe. Di averla guardata fissa in quegli occhi azzurri nei quali vi era una brama di vivere unica, per quell’età. Erano come febbricitanti, veloci e furbi.

La prima volta che ho capito che Mariangela, per quanto viva, non ci sarebbe stata più, ho ovviamente pianto. Ho pianto quando Renata mi ha sfiorato un braccio quasi afferrandomelo e – dal basso verso l’alto – mi ha detto: “Quando mancherà, verrai ancora vero? Ci sono io, eh. Io ci sono ancora, vieni a trovare me, vero?”. I giorni successivi ho comprato vestiti e scarpe. Sono andata in Istituto, di nuovo. Per me e per Renata, che aveva poco appetito. Mi sembrava di averla messa già via. Mi sembrava di aver metabolizzato. Non era viva. Non era morta. Avevo tempo per digerire e accettare. Per stare sabato dopo sabato, weekend dopo weekend senza di lei ma con lei.

Poi Vita, figlia di Olga – la badante di Renata – mi avvisa con un messaggio: “Ciao… oggi morta signora Mariangela”. Vita. Non le ho mai risposto. Il sei luglio sono uscita dall’ufficio più confusa del previsto, il sette luglio sarebbe stato il compleanno della mia nonna biologica. Sono andata subito in Istituto ma era tardi, tutto chiuso. Ho chiamato una vecchia amica che non sentivo da tanto, che fa la Oss al Pertusati e che a sua volta ha chiesto a una collega di aprirmi. La camera mortuaria era spoglia, senza fiori né carte. La bara aperta. L’operatrice parlava per non lasciare imbarazzo. Non si capiva quando ci sarebbe stato il funerale e io tempo prima avevo promesso a Mariangela che sarei andata, ci sarei stata assolutamente. Me lo aveva chiesto, più volte.

“Chiama domani”, mi dicono.

Il giorno dopo ho chiamato e spiegato al tizio dell’amministrazione che dovevo sapere quando sarebbe stato il funerale. Mi sono commossa al telefono alla parola promessa. Inutile spiegare che eravamo legatissime, inutile dire che è stata la sola nonna che posso dire mi abbia fatto da nonna e da amica. Conta di più dire: “ho promesso”. Solo in quel momento l’amministratore mi ha detto: “faccio il possibile, richiami tra un’ora”. Nel frattempo avevo bisogno di saperlo, per essere sicura di esserci tra lavoro e mezzi e tempo pavese. Ho rintracciato le pompe funebri e ho chiamato loro. Lunedì. “Lunedì 10 luglio ci sarà il funerale”. Ho bisogno di date, anche per ricordare poi, in futuro.

Mariangela – anche in questo ci somigliamo – ha scelto di essere cremata. Il funerale è stato atroce, nella cappella del Pertusati e con pochissime persone. La bara vuota quasi quanto il rito cattolico pieno di frasi senza significato, di un prete che manco la conosceva. Ho avuto accanto un’amica, per fortuna, che mi ha aiutato a stare meglio nella rigidezza e nella freddezza di quel momento. Abbiamo anche rapito Renata: ché se non fosse stato per noi nessuno l’avrebbe mai accompagnata giù. Come si fa a non far partecipare al funerale la cognata nonché la compagna di stanza di quattro anni di vita, lì dentro? Ché se non ammattisci lo devi solo alle amicizie e ai legami e alle parole? Mi sono commossa quando l’animatrice ha detto che terrà lei i quaderni di poesie di Mariangela (ma temo che la lettera che le scrissi dal Cammino sia andata perduta): “Mariangela amava scrivere”, mi dice, inutilmente. Siamo diventate amiche da quella cosa lì, sì: da quella passione precisa precisa.

Non so ancora come mi sento. Non posso dirlo. A volte mi sembra che non sia successo. A volte sento una malinconia strana. A volte ancora sento che alla fine lei è in me. Nell’eredità spirituale e mentale che mi ha trasmesso.

In una parola sola?

Amare.

Non è da tutti saper insegnare l’amore incondizionato, dal punto di vista materiale. L’amore così come si è: senza aspettative, sogni, ambizioni, senza leggi, regole, pretese o necessità. L’amore che gioisce perché si sente utile e che apprezza la persona per il semplice fatto che c’è. Lei si sentiva utile per me e io per lei. Lei mi dava tantissimo e io qualcosa davo a lei. Quando vado da Renata, sento che ciò che faccio lo faccio per Mariangela, per Renata e per me. Ho portato Renata in giardino, la porto a fumare, mi intrattengo a far due chiacchiere anche con altri ospiti dell’Istituto. Voglio chiedere il permesso, a settembre, di portarla in centro a fare un giro e – perché no – a mangiare una pizza. Non so perché non l’abbia mai fatto con Lei.

So che lo faccio ora perché serve a me e a Renata: non sappiamo parlare come Lei, non sappiamo farlo con quella  leggerezza profonda. Abbiamo bisogno di distrarci, di guardare il giardino, apprezzarne l’ombra, spingere le ruote verso la statuetta della madonna, ogni tanto ricordarla ma pochissimo, parlare di tempo, viaggi, lavoro. Delle compagne di stanza, incluso quella nuova.

“Prendi il chinino per l’Africa! Lo vendono anche dal tabaccaio!”

“Mi raccomando mangia”

“Vieni quando vuoi. Io sono qui”.

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