Soffitte al mare

19149064_10155572387695209_2082593009221805872_nQuando i pensieri si accumulano non riesco più a scrivere. Quando ho troppe cose da dire di me (egocentrismo), quando ho troppe cose da dire astratte, banali o difficili, io reagisco smettendo di scrivere. Ho un elenco mentale: alcune cosette sul femminismo, alcune cosette sulla preparazione per il Kilimanjaro, altre sulla morte di Mariangela, ho un regalo di compleanno al mare che vorrebbe essere raccontato.

Non riesco a districarmi e lascio che si accumulino cose, come avviene nei magazzini, nei box, nei sottoscala o nelle soffitte. Non so dire bene cosa ci sia nella mia cantina ma so che appena apro la porta vedo un rastrello in disuso, una scopa di saggina, qualche scatolone chiuso, una bici arrugginita. Toh c’è anche il triciclo di Susanna.

“Guarda! Guarda qui: c’è anche quel mangianastri arancione, lo ricordi, vero?”. Entro timorosa e trovo i quaderni delle medie, qualche diario del liceo, una scatola con un centinaio di numeri della mia rivista preferita, mai letti. Entro con calma e con fatica. All’inizio ho quel carico di entusiasmo per il passato e il ricordo che mi tiene lì, ferma lì, accucciata sulla punta dei piedi a sfogliare qualcosa.

Ricordo, rido, “ma no!”, guardo qualche foto ancora in analogico e mi chiedo se sono io, davvero. Mostro a qualcuno un ricordo preciso: il Dolceforno, il grillo parlante senza pile, un poster di Seven rotto ai lati (e mi chiedo perché sia ancora lì). Ci sono anche alcuni librettini in regalo con Ciak su Titanic e su Martin Scorsese e i libri della Mondadori per ragazzi. “Lo scarabeo vola al tramonto”: per me questo nome è il nome di cinque anni di vita, di cui ricordo solo quattro cose. Improvvisamente decido di volerlo rileggerle. Ci sarà un motivo se rispetto al GGG, Matilde, Le Streghe, Gli sporcelli e Bianca Pitzorno tutta (“cosa vuoi fare da grande? Bianca Pitzorno”), quel libro mi sia rimasto impresso seppur svuotato di contenuto.

Resto in soffitta e mi guardo in giro, colpevole: non sto riordinando, non sto scegliendo, risolvendo, sciogliendo, argomentando. Nessuno scatolone ha trovato la sua collocazione né ho tolto polvere. In un angolo ci sono solo due pallottole di carta che mi sembra di poter buttare, ma nient’altro. Ricomincio a leggere a caso quei diari, osservo due foto di me al mare.

Osservo il mio weekend a Moneglia, nei luoghi della mia infanzia, dove non mettevo più piede da 25 anni.

Il 17 giugno, dopo aver dormito 4 ore per il concerto di Tiziano Ferro e uno sciopero dei mezzi, Mara è venuta a prendermi. Direzione sconosciuta fino a quando non abbiamo imboccato l’autostrada. Mi stava portando a Moneglia. Subito iniziò a manifestarsi quel senso confuso di ricordi: la galleria stretta, lunga e buia che creava il giusto distacco tra casa e mare, una sopraelevata rifatta, dove ai tempi piansi con un gelato in mano.

Il castello. Lo vedevo dal mare e quando ero piccola pensavo di volerci scrivere una storia, ma non ci riuscivo. Tenevo il diario e mi attenevo alla realtà: oltre non mi era possibile andare. Non ero capace. Come adesso, in fondo. E poi gli scogli – che non dovevo raggiungere senza il papà – in realtà ora sono a uno sputo dalla spiaggia.

Ricordo ancora Antonio, il signore gentile dell’albergo: bello, divertente, affettuoso. Grazie a Mara mi sono convinta a cercarlo: sì, anche lui è ancora lì, nella sua Locanda Maggiore. Non avevo previsto né di trovarlo davvero né che anche lui potesse emozionarsi. Non sapevamo bene cosa dirci.

“Forse ti ricordi di mio padre…”

“No, mi ricordo di Antonio. Lei è Antonio?”, sua figlia sorride mentre spinge il passeggino avanti e indietro nella hall.

“Si ricorda di te, papà! Ora gli hai cambiato la giornata, lo sai?”

“Quanti anni hai, se posso chiedere?”

“35. L’ultima volta che sono venuta qui ne avevo 10. Lei era proprio gentile con me”.

Poi cambia argomento: sua figlia ha la mia età, Moneglia non è poi tanto diversa, vero? Mi dice di tornare e di portare i miei genitori. Mi rendo conto che ho fatto benissimo ad ascoltare Mara, che in fondo è stato come dire a una persona di aver fatto qualcosa di più del suo lavoro di albergatore. Forse siamo in tanti a ricordarci di Antonio: quanto ero felice di vederlo tra i tavoli, a cena!

Poi siamo uscite. Ci ho messo un po’ a salutare Moneglia: l’insegna della pizza a metro ancora lì, il cinema che ha chiuso, la cartoleria con i giochi da spiaggia, il colore delle cabine e degli ombrelloni, la pescheria, l’hotel rosa antico, Nicolò e il bagnino di Inverigo. Benedetta e le sue sorelle, una ragazza di cui non ricordo il nome, Simona e le prime serate “da sola”. Ho messo tutto nel trolley, dopo aver spolverato ogni cosa a dovere, Infine Mara e io siamo partite in auto per rientrare nel presente, come se avessimo avuto una DeLorean. Un filo di gratitudine e qualche pensiero pesante mi hanno accompagnato per tutta la settimana successiva, muta.

Ritorno subito in soffitta: scuoto la testa, riguardo la foto: mi sto ancora dondolando rannicchiata sulle punte dei piedi, tra scatoloni di pensieri che per pigrizia non voglio riorganizzare. Si sta troppo bene, qui, senza fretta.

Tergiversando.

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