Ai matti

CIMG7931“Questo meteo mi manderà ai matti”.

Lo penso mentre stendo il bucato, dopo essere uscita stamattina e in un primo pomeriggio di vento e pioggerellina, per poi veder comparire il sole alle 17:41.

“Quasi quasi esco di nuovo. Mi metto una tuta e vado a fare due passi alla Vernavola”, sussurro.

Mentre stendo, ripenso alla frase sui matti, che adoro proprio. La trovo buffa e dal suono simpatico. Mi piace l’idea che ci sia qualcosa che possa mandare qualcuno ai matti. Non al manicomio – che per fortuna non dovrebbe più esistere, come non esistono più gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari – ma ai matti. Per associazione penso al cappellaio e ad Alice. Penso a un gruppo di gente che si diverte. Oppure a qualcuno di molto, molto stressato.

Cos’è, di preciso, un matto?

Secondo Mariangela ieri la matta ero io: “Potevo mica saperlo che la diventava matta”, dice – parlando di me – a Renata, che a sua volta risponde ad alta voce e in tono sostenuto: “te set ti la matta!”.  Io faccio qualche cenno, mostrando condiscendenza. Mi siedo in un angolo, non fiato. Siamo in Chiesa, c’è il vescovo e ci sono molte persone. Fingo di stare al gioco, che tale non è. Renata, invece, si adira: “siamo in un ricovero per anziani e handicappati. Ti te set l’handicappata. Quale Chiesa?”.  Mariangela continua a inveire, dice che non mi parlerà più se mi siedo di fronte a lei o se le parlo. Mi siedo lontano e sto in silenzio. Mi dice di aspettare le nove e di non rovinare un’acimizia.

“Amicizia, Mariangela”?

Confonde parole e lettere, nessuna sua frase ha significato. Vuole stare per conto suo. Parlo un po’ con Renata, resisto quanto riesco perché sarebbe troppo facile sparire quando la tua amica e nonna acquisita perde lucidità. Sto un po’ così, sebbene io sappia che ciò che dice non è vero. Non è vero, vero? Tentenno: anche sapendo che è demenza senile e che ha 92 anni, soffro per parole taglienti, per eventi rimossi, perché forse un legame non esiste se uno dei due non se lo ricorda. Per un istante mi sono sentita quasi offesa e – addolorata o risentita – me ne stavo per andare.

Renata è dura con Mariangela e credo di sapere perché: ha paura. La sua compagna di stanza di anni, nonché cognata, straparla. Non soffre nel corpo ma nella mente ed è quanto di più spaventoso ci possa essere, da spettatore. Ha detto a suo figlio di farla morire di fame, se dovesse succedere anche a lei. Non riesce a fingere. Deve per forza dirle qual è la realtà. “Tuo marito è morto, tu non lavori, non sei in Chiesa e la tua casa è questa”. Mi ha detto che non ce la fa: per non sentirla ieri mattina aveva già finito la sua “dose” di sigarette – fumate sulle scale antincendio – che una badante molto brava le lascia a disposizione.

Cos’è un matto?

A Pavia ho incontrato molte persone che parlano da sole. In Corso Garibaldi c’era una vecchina alta 1.40-1.50 metri a dir tanto e con una bella gobba. Aveva sempre un cappotto rosso, se ricordo bene. Andava avanti e indietro per la via a parlare e a inveire. Poi c’è l’uomo vestito da ciclista, sempre pieno di lattine di birra. Ricordo di aver visto più volte lungo il naviglio una signora molto truccata e vestita come se fosse uscita da un film d’epoca. Rosa cipria era il suo colore. Ci sono quelli strani e silenziosi. In un bar di Viale Partigiani mi ricordo di un tizio che ripeteva sempre la stessa frase in modo compulsivo. Voleva cambiare dei soldi in moneta: credo che fosse un vizio quotidiano ben noto al barista. Ci ho messo un po’ a capire che le sue frasi avevano l’andamento di un disco fermo allo stesso punto. Sono matti? Non spetta a nessuno dirlo o di sicuro non spetta a me che non sono medico, se di medicina si tratta.

Ci sono persone che più o meno si discostano dalla media o vedono la realtà in modo altro. Ci sono persone che vedono la loro realtà. Ci sono malattie. Ci sono modi diversi di comunicare. Mariangela è solo uno dei possibili estremi ed è un estremo specifico: prima di lei ci sono tante sfumature e casi diversi per età e situazione. Ci sono le piccole manie di tutti perché, come mi ricorda un’amica speciale: “nessuno è completamente sano”, ci sono comportamenti di chi è solo in casa che nemmeno possiamo immaginare (vivendo da sola posso confermarlo). Ognuno ha le sue compulsioni, i suoi dialoghi ad alta voce, le piastrelle da contare, la somma dei numeri di targa. Ciascuno ha qualche vizio e qualche realtà diversa che non ammette o non dice. Ciascuno interpreta. Per Mariangela la matta sono io che mi permetto di urlare in Chiesa (alzo la voce perché sono tutti un po’ sordi, non è che urlo).

“Questo tempo mi manderà ai matti”: io continuo a visualizzare quel posto come un insieme di gente un po’ particolare, che beve tè per il non-compleanno di un cappellaio e che alla fine si trastulla tra pensieri simpatici.  Non lo vedo – non oggi per favore – come in uno dei film che adoro – Ragazze interrotte – o con altre immagini ben più dure e difficili. Oppure con quella sensazione di disallineamento che provavo con la canzone della casa in via dei matti numero zero: l’ho sempre trovata di una tristezza indicibile da bambina e anche oggi. Un casa che non ha niente. Una casa che non ha ciò che serve per definirla casa. In cui non si possono fare delle cose, in cui non si può forse nemmeno entrare, anche se era bella, bella davvero. No. Decido di lasciare nascosta quella parte di solitudine: la componente triste, temuta, dolorosa, umiliante, degradante, a volte pericolosa che invece, purtroppo, esiste.


 

Sono uscita, dopo queste parole. Per la terza volta mi cambio – in tuta, niente di che – ed esco. Afferro anche la borsa e ci metto la macchina fotografica nuova. Magari riesco ad allenarmi, a imparare, ad applicare qualche nozione del corso.  So già, mentre mi lascio la porta alle spalle, che non farò niente.

Io che in viaggio faccio di tutto e che canticchio con le cuffie (me ne vergogno un sacco), sono la stessa persona che non riesce a fare qualcosa per le prime volte senza timore. Stamattina ho corso pochissimo – causa debolezza e sonnolenza che non mi so spiegare – alle 9:00, con gente ovunque. Quando ho iniziato lo facevo solo alle 5:30 per evitare che ci fosse qualcuno: perché di sicuro io non so correre. Temo un giudizio inesistente, visto che nessuno sta a guardare ciò che faccio o non faccio io. Eppure è più forte della logica.

Così è con il corso: non si tratta di girovagare con un cellulare e fare una foto di sfuggita. Devo prendere la mia reflex in modalità manuale e trafficare non poco, visto che ancora mi perdo tra tastini e rotelle. Ho provato, di soppiatto e con titubanza. Senza convinzione. Allora mi sono detta: facciamo che mi alleno prima con i sensi.

Ho percorso la Vernavola studiando i tronchi e le cortecce, le incisioni sugli alberi, la provenienza dei suoni e delle parole. Ho sentito versi di animali, visto galli e fagiani, qualche uccello e tre papere. Ho notato il riflesso degli alberi e delle nuvole nelle pozzanghere molto lunghe e strette, la luna che una donna ha cercato di fotografare con il telefonino. Ho notato le ragnatele tra i piccoli arbusti, i fiori, il movimento dell’acqua.

Ho in mente tutte le persone viste. Madre e figlia che corrono chiedendosi se hanno fatto un km; un paio di amici che parlano di figli; Lorenzo che di tornare a casa con il papà proprio non ne voleva sapere e scappava lontano quanto i suoi due-tre anni gli permettevano di fare. A una donna è caduto un libro. C’erano varie coppie abbracciate o in disparte. Ho visto una bambina sull’altalena, una donna fare flessioni e riposarsi dopo la corsa. Ho sentito gli odori.

Ne ricordo uno soprattutto: una donna era seduta da sola su una panchina nella zona degli ontani. L’ho osservata da lontano. Poi ci siamo incrociate camminando. Aveva un rossetto curato, rosso. Il suo profumo era delicato ma non di bagnoschiuma. Era femminile ma non dolciastro. Al ritorno – cosa che appare da psicopatica ma non lo è – mi sono seduta sulla sua stessa panchina per capire cosa stesse guardando. Ho rivisto la luna e gli ontani e la terra fangosa. Ho cercato di capire da dove provenisse la luce e cosa succede quando tocca qualcosa. Ho capito che quelle rotelle e quei pulsantini della modalità manuale sono solo poco di più di quando si apre word o altri programmi per scrivere. Ho scritto e fotografato mentalmente.

Ho ripensato ai matti prima di tornare a casa.

Alla loro solitudine e alla mia.

 

 

 

 

 

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