Ricordi

14231307_10154627944705209_6606321737748134000_oQualche giorno fa è stato il compleanno di Gyöngyi. Me lo ha ricordato Facebook.

Nonostante lei sia una persona importante, non sono ancora riuscita a memorizzare la data. Il giorno successivo vedo che è il compleanno di Tito Oshima. Ho fatto gli auguri a entrambi in due modi differenti e ho ripescato nella mia mente ricordi che – di fatto – non sono tali. Sono qualcosa di più.

Mi è sembrato di risentire un profumo.

Quando sento l’odore della mimosa – che a molti fa schifo – sono su un balcone lungo, bianco e marroncino, che si affaccia su una pianta alta e sottile. La posso toccare? La posso guardare fino a giù giù in fondo seguendo il suo tronco esile e arrivando davanti alla finestra dell’appartamento dei miei nonni. Posso salire su quel muretto che corre lungo la ringhiera, per vedere meglio. Non so se la mimosa fosse davvero esile e alta: so come la ricordo io.

Se sento il cocco e la vaniglia – come forse capita a tutti – mi ritrovo addosso un costume bagnato; la pelle è un po’ irritata e granulosa di sabbia e sale e crema. Ci sono odori che non riconosco e che mi portano da qualche parte. Mi è successo recentemente anche con una parola tedesca. Una via, credo. Mi è sembrato di aver vissuto un pezzettino di vita collegato a quelle lettere ma non saprei dire cosa né se sia vero.

Le canzoni? Ho rivisto il video di Ava Adore degli Smashing Pumpkins e la radio del mini market della stazione ha trasmesso gli Offspring: mi sono sentita senza tempo. Mi succede quando ripesco qualche musica dagli anni ’90, anche brutta.

I momenti storici, invece, sono più simili ad àncore: mi è stato chiesto cosa stessi facendo l’11 settembre, senza nemmeno dire l’anno. Tutti noi lo sappiamo. Se ci penso sorrido – e forse lo facciamo in tanti – perché quell’àncora è legata al mio ritorno da Palma di Maiorca l’anno della maturità, poco prima di iniziare l’università. Ero tutte le possibilità del mondo, in quel momento. Ero andata a portare un rullino delle vacanze a sviluppare e stavo in cucina a casa del mio moroso dell’epoca. Lo abbiamo scoperto dal televideo. Sì, televideo. Quella sera bevemmo una birra al Pub Centrale con alcuni suoi amici. Ero spaesata e fuori luogo e in quel bar non ci entrai mai più.

Poi ci sono frasi che ricordi a memoria, i libri e i film o gli espliciti “ti ricordi?”.

Poi ci sono loro. Gyöngyi, Tito e altri. A lei penso spesso. Volevo farlo da sola quel benedetto cammino e invece lei fu sempre presente anche quando ero scontrosa, quando la distanziavo o quando ci perdevamo per poi ritrovarci tappe e giorni dopo. Senza di lei… non so.

Sono andata a trovarla a Budapest e ho conosciuto tutta la sua famiglia, la sua casa. Ho sentito il suono della sua lingua e ci siamo capite. Lei è un’àncora speciale legata a quel momento e di più: lo abbiamo vissuto insieme. Ci sono cose non dette che sappiamo solo noi due.

Di Tito Oshima so solo che è uno psicologo giapponese che ha vissuto in Brasile. Ci siamo incontrati a Tiberiade e poi a Gerusalemme per i casi strani del viaggiare. Lui non sa l’inglese ed è per questo che è un’àncora: è l’ancora di un momento di delicatezza e del capirsi comunque. Mi parlava in portoghese – che non so ma ho imparato a capire a naso in Brasile grazie a Gabriela conosciuta a Londra e a Tatiane conosciuta nel Lencois – e io cercavo di rispondere per metà in spagnolo – che non so bene e che lui non sa ma lo comprende a tratti – e per metà in inglese. Avremmo potuto lasciar perdere: chi ci obbligava a parlare? E invece lo abbiamo fatto comunque perché in quel momento aveva un senso. Perché non si è scontati quando si viaggia, non sempre. Perché si è curiosi.

Da quel ricordo ne sgorgano altri che ne chiamano altri fino a rendersi conto che non sono solo ricordi e non sono nemmeno rapporti superficiali o stretti. Sono un domino, sono un processo. Sono me.

Ricostruendo il ricordo ricostruisco non solo ciò che ho fatto e chi ho incontrato ma anche cosa ho provato e cosa è cambiato in me.

A Tito, il giapponese molto molto delicato, ho pensato mentre uscivo dall’ufficio venerdì sera. Ho agganciato a lui – e a tutti i ricordi di viaggio come lui – il mio lavoro. Perché in fondo il lavoro è un viaggio e un domino. È un unisci i puntini.

In ciò che faccio ora, nel mio lavoro – e che mi piace, mi piace proprio – c’è tutto ciò che ho fatto e incontrato prima. Ci sono datori e progetti del passato e ci sono io che mi gusto questo presente (il qui e ora è il modo migliore per vivere. Forse lo sto imparando). Anche qui, come nel viaggio, capacità e intuizioni scaturiscono dal “tragitto” precedente e ogni nuova sfida (di qualsiasi tipo, senza dover intraprendere follie) è accolta con curiosità, delicatezza, un pizzico di agitazione e soddisfazione. Ci sono novità raccolte proprio come i sassolini sulla spiaggia o come si accoglie un passo in più.

Chi incontro, sebbene nella riservatezza del lavoro, mischia vite e informazioni su di sé con quelle degli altri. A volte si parlano lingue diverse. Altre volte si ascolta chi può insegnarci molto. Alcune volte qualcosa non va: anche in viaggio si può essere tristi, scontrosi, arrabbiati o semplicemente si può commettere uno sbaglio o un’imprecisione. In Brasile una mia leggerezza ha fatto sì che finissi minacciata con un machete. Oppure che trovassi ospitalità da una famiglia di Sao Luiz.

Il lavoro è un viaggio. Lo sono i rapporti e le relazioni. Lo è quasi tutto. La mia situazione attuale me lo ricorda spesso: mischia le carte in gioco, mi contiene, mi stimola e mi fa usare al meglio il tempo che ho per coltivare tutto ciò che amo e di cui ho bisogno. Cattura il mio interesse e mi spettina quanto basta. Mi insegna.

Ché per me me imparare, creare e allenarsi sono i verbi migliori al mondo: viaggiare li contiene tutti.

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2 pensieri su “Ricordi

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