Cosa ci manca?

P_20170416_102420_1Dicono che ormai il sessismo sia ovunque.

Qualsiasi cosa è sessismo: si sbuffa, si alzano gli occhi al cielo, si pensa al politicamente corretto come a un nemico. La realtà è che tutto è sessismo perché ci siamo immersi fino al collo. Ci sono battaglie ormai dimenticate e sepolte perché siamo convinte che le conquiste femminili del passato siano sufficienti. Ora siamo alla pari. In fondo, cosa ci manca? Possiamo laurearci, lavorare, siamo sessualmente più libere delle nostre nonne, ci spostiamo come vogliamo e diciamo la nostra nelle occasioni in cui vogliamo farlo. Siamo anche in politica e occupiamo ampi settori della società. Si dice che possiamo diventare ciò che vogliamo: dall’astronauta alla fashion blogger. Possiamo fare soldi o non farli; fare figli o non farli; sposarci o non sposarci.

Cosa ci manca?

Ci mancano sicurezza, menefreghismo, oggettività e imparzialità.

Abbiamo in abbondanza commenti saccenti, accuse, osservazioni e dubbi. Sanguiniamo per lotte interne, per lotte contro una visione della donna ancora lontana da quella paritaria ed equanime. Femminismo non significa dare qualcosa in più alle donne, né essere contro l’uomo: significa pretendere di essere considerati allo stesso modo senza che quello che si ha tra le gambe influenzi il giudizio, le opportunità, le scelte. Uguali nelle rispettive diversità, insite nel fatto stesso di essere individui diversi.

Sì, ci sono differenze anatomiche e fisiologiche legate a ormoni, utero, ovaie e testicoli.

Fine. That’s it.

Il resto è tutto individuale. Oppure sociale: mode, convenzioni, abitudini. Il rosa è stato un colore maschile, gli uomini portavano parrucche e tacchi e chissà quanto ancora cambieranno le preferenze tra i due sessi in fatto di mode. Cosa sia da donna e cosa sia da uomo lo decide la società nel corso del tempo, non la biologia. Per non parlare dei ruoli. Esistono ancora convinzioni sui ruoli talmente profonde e diffuse da non essere nemmeno viste. Parlo delle sottigliezze presenti ancora nel linguaggio, nei giochi per bambini, nelle frasi di circostanza. Nella sicurezza che molti uomini incapaci ostentano, nel classico atteggiamento dominante sul lavoro, nelle discussioni, nella coppia.

Mi è capitato di sentire raccontare di una donna che lavora e studia. Si sta laureando in Economia e Commercio, ha 28 anni e dice: “è difficile conciliare tutto, soprattutto perché ho anche un marito. Io alla sera mi mangerei anche solo un panino per poi mettermi a studiare, ma a lui non posso mica dare un panino, no? Gliela devo preparare una fettina di carne o un piatto di pasta”. E ancora peggio sentire: “ha un marito che… insomma: gli va fatto da mangiare, devi lavarlo, dargli i vestiti puliti e stirati…”: era chiaramente un’esagerazione, soprattutto sul “lavarlo” utilizzato per indicare probabilmente la pulizia della casa e la cura complessiva del suddetto marito. Ero raggelata. Ha un marito o un cane? È la moglie o la colf? Poi sento parlare di un medico che non tollera la posizione di responsabilità lavorativa della consorte, perché gli impedisce di stare tranquillo e di portare avanti il suo lavoro di prestigio. Perché ecco: se la bimba piange e tu donna hai la reperibilità io non posso di certo rinunciare al mio riposo notturno. Ho il mio lavoro. Chiaro.

In queste settimane ho visto donne sentirsi inferiori. Ho letto articoli in cui si ribadiva l’eccezionalità di una donna che in USA è riuscita a fare un lavoro “da uomo”, in un ambito come l’ingegneria nucleare che è maschile: concetto ripetuto nel pezzo più e più volte in chiave di emancipazione – forse – ma con il velo triste della consapevolezza che ci siano ancora ambiti maschili. Ho sentito commenti dispregiativi per gonne corte, sessualità disinibita, bellezza sfoggiata. Sono andata a correre con i legging, una mattina alle sei. Mi sono sentita osservata e commentata da due netturbini. Non so cosa si siano detti: ho solo provato disagio. Di primo acchito pensavo al mio culone, alla ciccia da smaltire, al fatto che anche con il reggiseno sportivo si vede che ho un seno importante. In realtà qualsiasi fossero le loro battute, ho deciso di non uscire più a correre in legging esattamente per come sono stata osservata, quando invece non dovrebbe importarmi granché né del culo né di altro. Sto correndo e devo farlo in comodità. Ho fatto il loro gioco.

Per carità: a chi non sfugge qualche commento? Chi senza nemmeno saperlo non esprime un giudizio? In questo caso, tuttavia, non si tratta solo del “giudizio”, ma del giudizio legato al sesso. Una volta, un anno fa circa, ho giudicato un tizio con delle buffissime scarpe a punta. Viola. Non che fosse la prima volta che esprimevo un “parere” su un abbigliamento eccentrico ma questa volta ho esagerato e sono stata riportata alla realtà da un’amica. Voglio potermi vestire come mi pare eppure sono la prima a muovere osservazioni. Ho considerato lui ridicolo senza saperlo, quando invece mi riferivo solo ed esclusivamente a quelle scarpe che A ME non piacciono. Questo però era slegato dal suo sesso e avrebbe dovuto essere slegato anche da lui. Non che sia meno grave, intendiamoci, ma non era un commento dovuto al fatto che una donna deve essere in un certo modo e non in un altro in quanto DONNA. Il vestito da puttana, la gonna giro figa, il se l’è andata a cercare, il commento su quanti figli faccia o non faccia, se li cura lei o c’è una baby sitter, il come ti vesti e il quanto si è magri/grassi, le assenze dal lavoro o il troppo lavoro: sono tutti giudizi frequenti sulle scelte delle donne. Spesso portati avanti anche da altre donne.

L’uomo che viaggia per lavoro non è giudicato come la donna che viaggia per lavoro. Anche questa cosa della paternità spesso ancora sottotono mi manda in bestia: la piantiamo di dire “uh che bravo” a ogni uomo che cambia un pannolino, cucina, stira o fa la spesa? Si tratta solo di un uomo normale. Normalissimo e che fa il suo dovere tanto quanto la donna. Odio le pubblicità dei prodotti per la casa o quelle nelle quali la mamma è una sorta di figura mitologica che si deve fare in quattro. Odio gli articoli dei “femminili” che parlano di cosa dire a un uomo o non dire per non turbarlo, poverino.

La smettiamo di dire che se un parcheggio è uscito male di sicuro al volante c’è una donna?

La smettiamo di tarpare le ali alle donne? Quando ero a Santiago un uomo mi ha detto: “certo che il Cammino è il solo viaggio che potete fare voi donne, da sole”. Quando sono partita per il Brasile era un continuo raccomandarsi (e va bene), quando sono andata in Israele una donna mi ha chiesto: “non partirai da sola, vero? Io non camminerei nemmeno in Salento da sola”. Di sicuro non ha fatto a Tito (in quanto uomo) la stessa domanda. E lo so perché solo dopo una lunga conversazione, in cui mi ha spiegato il percorso, mi ha parlato di questa persona che sarebbe partita nel mio stesso periodo ma che “ama viaggiare solo, quindi non ti posso dare il suo contatto”. Ora che parto per la Tanzania ad agosto e ho deciso di provare a salire sul Kilimanjaro ne ho sentite varie: va bene conoscere problemi, rischi, effetti avversi di un’esperienza che non ho mai fatto. Va bene sapere come allenarsi. Va bene capire la fattibilità. Va bene tutto. Non va bene sentirsi dire a priori “non ce la farai mai”. C’entra con l’essere donna? Sì. Perché alcune frasi simili a un uomo – ne sono certa ma non riesco ad argomentarlo – non verrebbero mai dette. Sono stata a camminare con un uomo a giugno dell’anno scorso. 90 km da Serravalle a Genova in due giorni. Al termine, per ringraziarmi della compagnia e credendo di fare una cosa gradita, ha scritto: bravissima a Eleonora che mi è stata dietro! Sono stata ferma e decisa nella mia risposta e ho chiesto di cambiare quella frase messa su Fb.  A un uomo lo avrebbe mai detto? Lo avrebbe scritto così anche se lui fosse stato più lento? Quando qualcuno dice “donna con le palle” o esalta/sminuisce una donna in ciò che fa, lo sta facendo in quanto donna o in quanto persona? Si direbbero le stesse frasi a un uomo?

La parità non c’è nel momento in cui una donna si sentirà sempre giudicata come donna. Sempre inferiore e insicura per ciò che fa a meno che non sia perfetta. Oppure esaltata perché per una donna…

Non saremo pari, non saremo libere fino a che ci sarà un giudizio molto forte su cosa ci piace, chi siamo e cosa vogliamo e possiamo fare.

Manca la sicurezza nelle nostre potenzialità e il coraggio dell’imperfezione. Le nostre capacità sono sminuite, svalorizzate, accantonate senza rendercene conto. Abbiamo spesso paura di dire stupidaggini perché temiamo il giudizio. Lo noto spesso quando un uomo dice stronzate sul lavoro eppure prevale su una donna, quando in modo bonario la zittisce, quando ci sono le battutine sull’automobile, il calcio, la politica: che sembrano piccolezze ma influenzano la percezione di sé. Quando una donna deve averla data per… (ottenere un lavoro?). Quando non si critica la scelta di un uomo di stare con una bella donna, ma una donna che sceglie un uomo per il suo denaro è messa alla gogna. Perché?  La donna che guarda uno spogliarello maschile è disdicevole, che fa sesso per gioco, che si masturba, che va sui siti porno, che usa sex toys. Dall’altro lato abbiamo la gonna alla caviglia, la donna quella riservata e pudica: anche quella non va bene. Sempre un giudizio, elenchi su come dovremmo essere o comportarci, a cosa e come dovremmo pensare, quale fisico avere, quali abiti indossare, quali scelte compiere per essere conformi al nostro sesso.

Lo so che questo discorso è scoordinato e disordinato. So che è un ammasso di percezioni. Ma ne ho viste e sentite molte questa settimana ed è un peccato anche per gli uomini. Non è una lotta contro di loro, perché anche loro subiscono le rispettive discriminazioni legate alla virilità. Mi rattristo pensando al loro rapporto con le lacrime, con la vergogna e con la debolezza.

Ho sentito la necessità di esternare il mio femminismo. Un femminismo che vuol dire: poter essere ciò che vogliamo. Tutto ciò che vogliamo con i mezzi che abbiamo, con leggerezza, errori, intelligenza, inventiva e creatività. Con una gonna cortissima, una scollatura profonda, un maglione a collo alto e un paio di pantaloni della tuta. Con 4 figli o nessuno. Con un marito o 10 amanti. Con obiettivi solo nostri che ci illuminano gli occhi.

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2 pensieri su “Cosa ci manca?

  1. È un discorso molto complesso, per certi versi mi sembra che negli ultimi anni si stia tornando indietro rispetto agli anni 70. Senza menzionare l’aspetto della violenza sulle donne, che a mio avviso non ha nulla a che fare con pulsioni sessuali ma è legata solo ad una concezione del sesso come strumento di potere e che mi sembra purtroppo in aumento.
    Un numero enorme di storie e giocattoli spingono, spesso precocemente, bambine e i bambini verso modelli di genere predefiniti. Discostarsene è difficilissimo, ad esempio guardando dal punto di vista maschile per un uomo al lavoro è difficile lavorare part-time e sembra si debba giustificare se ha impegni familiari.

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    • Grazie davvero per il tuo contributo. Parlare di questi concetti è una delle cose più difficili. È difficile spiegarsi, argomentare, fare chiarezza proprio perché gli stereotipi e le suddivisioni in base al genere sono troppo radicate. Ovviamente anche gli uomini ne risentono: non tollero sentire parlare di mammo così come fatico a comprendere i concetti di femminilità e virilità.
      Ogni contributo è utile alla causa 🙂

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