Elle sul lettino

CIMG1758Elle è uno di quei film che mi piacciono. Che finissi a parlarne sul lettino dell’estetista e che le due percezioni fossero così differenti non lo avrei proprio immaginato. Ero uscita dal cinema con una fredda e lucida calma, dopo una domenica pigra e fallimentare.

Il film – a quanto sembrava – mi aveva fatto bene: proprio come la giornata trascorsa con me stessa tra poche azioni semplici, anche se alcune mal riuscite (ho corso solo 25 minuti e non ho saputo rinvasare bene l’orchidea). Non possedevo l’entusiasmo di Revenant né l’energia di Il diritto di contare. Non ero muta come per Manchester by the sea né sognante e innamorata sulle note di La La Land.  Ero calma: ero la lama di un rasoio o una superficie metallica.  Convinta di aver capito ma con un irrisolto addosso.

Poi lunedì sera sono andata da lei, come tutti i lunedì. Non la vedo in volto mentre parlo, come càpita da tre anni e mezzo. Si aggrappa al film che io cito con noncuranza, come semplice orpello al fluire del discorso. Mi chiede, incalza, penetra: scopro che ero rimasta sulla superficie, appoggiata come un insetto su uno strato acquoso, sottile e color metallo.

Io cito l’ambiguità, il gioco sottile e incomprensibile, la sospensione. L’attrice è meravigliosa: sarebbe perfetta, se esistesse la perfezione. La dottoressa mi parla dell’ambiente in cui lavora Michèle, la protagonista del film.  Mi dice qualcosa su quel rimando del videogame, quel rimpallo sulla violenza continua e quella sua freddezza: come se non le fosse mai accaduto niente. Io sottolineo la nudità e la verità di un grottesco per me così terribilmente umano! Ho avuto la sensazione di una piazza della vergogna senza vergogna; di qualcosa che succede e che finalmente si dice.

Una donna che scopa con il marito dell’amica; una donna che si masturba; una donna che va con uno molto più giovane; una madre ridicola alla quale non vorremmo assomigliare; una donna gelosa per puro orgoglio ma indifferente all’ex-marito; una donna innamorata di dio; un uomo che tradisce; una donna che desidera un’altra donna; un uomo succube; una donna aggressiva; una coppia che si inganna; due amiche che condividono. Siamo tutti, noi.

Poi c’è l’eccesso. La violenza esasperata fino al limite del sopportabile. Il padre che uccide bambini; lei che subisce violenza e reagisce da automa; l’amante che le chiede sesso dopo la violenza e la scena fredda e disturbante di un cestino per la carta straccia; lo stuzzicadenti nell’involtino della compagna dell’ex; il troppo in poche persone attorno a un tavolo. Quella donna non la salvo nemmeno per un istante. O meglio: non l’ho mai condannata per un solo minuto del film. A me lei piace. Alla mia analista no.

Ma andiamo con ordine.  Per la mia interlocutrice questa donna è disturbata – se ho colto bene il suo discorso – travolta da eventi che l’hanno resa vittima e carnefice. Non prova piacere: nessuno. Non ha mai un’emozione, non c’è affetto. Il figlio è il risultato di questa lacuna ed è per questo che si fa un po’ fregare da Josie, da un figlio palesemente non suo, da una donna che lo insulta. Il riscatto finale – per la mia analista – avviene proprio grazie all’intervento di questo figlio: ci sono uno stemperarsi, uno sciogliersi finali. Lei si ammorbidisce e aiuta l’ex marito, accoglie la nuora e il nipote non suo, rivolge una parola d’attenzione alla vicina di casa e sembra voler iniziare una nuova vita con l’amica.

Sì, tutto questo c’è. Non l’ho visto perché ero intenta a pensare ad altro. A pensare che tra Michèle e il figlio preferisco Michèle: quel ragazzo insipido mi turba. La scena in cui lui viene umiliato durante la dispersione delle ceneri di sua nonna è per me più insopportabile di altre scene violente del film. Lei per me è bella, anzi bellissima. Fiera, fisico perfetto, disinibita, determinata, decisa, precisa, elegante, impeccabile. Fredda. Come la lama di un coltello. Asettica da dare fastidio. È come il rumore del gessetto alla lavagna. Ha una sua perfezione inattaccabile, che non si scompone. Mi ritrovo in alcune sensazioni profonde tanto che non riesco a vederla come il personaggio negativo, da redimere o salvare (eppure io sono così diversa, così opposta!). Per me lei gioca in modo consapevole e metodico: cerco di capire quanto sia vero lo stupro, mi convinco che forse non lo è mai stato. Sono certa che alla fine Michèle ha usato la strategia della manipolatrice in modo che fosse suo figlio a uccidere l’aggressore e vicino di casa Patrick (ed è qui che mi viene chiesto: allora lei non la salva nemmeno alla fine? Io non ho nessuno da condannare!).

Michèle alla fine non si redime perché per me non ha nulla da farsi perdonare se non un’abilità eccessiva. Patrick prima di morire chiede perché, mentre sua moglie dice a Michèle: “lei gli ha dato ciò di cui aveva bisogno, per un po’”, lasciando intendere il non lecito.

Mente alla polizia, ancora.

Prima dell’ultimo delitto decide di dire la verità agli altri. Mi ricorda quella sincerità ruvida mia e di Mariangela: se non ho voglia di vedere un’amica lo dico, se Mariangela deve mangiare e non vuole gente tra i piedi lo dice. Così tante volte ho detto ciò che pensavo come se non avessi filtro: per me è stata una conquista di anni di analisi su me stessa e su quella paura delle reazioni altrui, della perdita, dell’abbandono. Quel compiacere che per fortuna ho debellato.

L’argomento si chiude, parliamo d’altro, ma non facciamo che ripetere quanto sia strano avere due visioni così diverse. Elle sul lettino, tra analista e paziente.

 

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