Atto di fiducia

CIMG4943Stamattina mi sono svegliata con un paio di pensieri e ho scelto te – non me ne volere – per esternarli. Ne ho bisogno per fare ordine nella mia mente caotica. Non mi basta scriverli: li devo condividere. Non sono sfoghi. Sono piccoli atti di fiducia.

Sarà egoistico versare questi contenuti nelle orecchie e nella mente di qualcuno? Sì, lo è. Non ho scusanti né giustificazioni. Quindi fai quel che devi: leggi, butta, non rispondere, rispondi, criticami. Poi io mi sentirò attaccata e risponderò e il cerchio senza chiusura si chiuderà con due persone che non possono essere l’una la testa dell’altra. Sono atti di fiducia. Niente di più e niente di meno.

Dicevo: un paio di pensieri. Il viaggio è ciò che mi tiene viva. Lo so bene che è un palliativo. È una cura temporanea che agisce sul presente e sull’attesa. Nel presente significa preparare, stravolgere e organizzare. Sognare, anche. Avere un obiettivo e muoversi con quella sensazione di caramella che frizza in bocca. Lavora sull’attesa perché mi permette di sapere che ci sono inizio e fine. Inizio e fine di un contratto, inizio e fine del viaggio, inizio del ritorno. Io adoro gli inizi e le conclusioni. Inizio-Fine. Se so che ci sono i capi, gli estremi, le parti che contengono, io mi sento in pace. Altrimenti tutto quel per sempre mi distrugge. L’infinito lo amo solo nei paesaggi, nel mare, nei laghi che si credono mari, nelle aperture degli orizzonti e nella Piazza Unità d’Italia di Trieste.

Ogni viaggio è stato un insegnamento. Il Brasile è stato: lasciare andare . La Transiberiana è stato: stare e accettare. Israele: fallire e scoprire l’improvvisazione (e quanto siano belli i piani B).  Il viaggio di quest’anno ha iniziato i suoi insegnamenti attraverso la preparazione. Io, ora, devo imparare a dipendere.

Odio dipendere. Esistono due dipendenze: quella negativa, nella quale credo che nessuno voglia stare. Dalle droghe agli abusi, passando per i rapporti dipendenti in modo malsano ma assolutamente normali. La dipendenza positiva è invece quella dei rapporti sani, costitutivi della nostra stessa natura umana. Questi rapporti sono il nostro mondo e la nostra vita. Io, nel dubbio, evito molta parte – non tutta, sarei al manicomio – della dipendenza buona.

Stavolta, avendo scelto di salire sul Kilimangiaro, ho bisogno di un allenatore. Non posso allenarmi da sola perché non so come fare. Ho bisogno di un altro essere umano. Non è solo tosto perché devo vincere questa idiosincrasia ma anche doloroso perché si fa strada la sensazione di non esistere, per gli altri. Qualcuno deve dirmi: “ok, andiamo. Mi ci metto io, Ti porto io in montagna”.

Perché dovrebbe farlo? Perché dovrebbe prendersi questo incomodo? Chi sono io se non quella che rompe, disturba, parla a sproposito. Serpeggia in me quella necessità molto umana che io cerco di nascondere perché tanto non mi dà retta nessuno: il bisogno di sentirsi non dico amati, almeno considerati. Ho in testa Million Dollar Baby e tutte le volte che avrei voluto un allenatore nella vita, in cui avrei avuto bisogno di un maestro con quello sguardo lì su di me e invece niente. Ho imparato a farne a meno e non ho ottenuto grandi risultati.

Ho poi pensato che se riuscissi ad avere questa determinazione anche nella vita quotidiana e non solo nei viaggi, forse ora sarei capace di fare qualcosa di utile e bello e di farlo bene. A prescindere dal fatto che non ti piace come scrivo (dimenticalo, per un attimo), se avessi messo lo stesso impegno nel trasformare i miei viaggi in parole, forse avrei combinato qualcosa di buono. Ho investito nella scrittura la maggior parte degli anni post laurea. E ora?

Poi leggo chi scrive davvero bene. Ma davvero bene. Chi sa usare e dosare capacità tecniche ed empatia, chi sa trasmettere, chi lo fa con maestria ed eleganza. Chi sa inventare. Io non so inventare. Non so costruire storie dal nulla. So raccogliere ciò che esiste e so mettere in ordine parole. Guardo e osservo chi vive. Forse più di me. Chi si sposa e fa figli (che non voglio, ma mi chiedo: dove si trova il tempo anche per quello?), chi è pure bellissima, chi è anche in carriera in altri settori e ha passioni e talenti che non si contano. Mi arriva forte l’odore di quella roba brutta: dicono che si chiami invidia.

Ho pensato a quanto io sia incline ad aspettare, sebbene sprovvista di pazienza. Ciò che aspetto non arriva mai o arriva in ritardo o arriva qualcosa che non vorrei, come non lo vorrei. L’accettazione salva, placa, tranquillizza e fa scoprire la bellezza dove meno si pensa di trovarla. Mi peserà non eccellere in questa vita. Mi peserà non avere un talento o non sapere quale sia. Mi peserà perché non riesco a fingere che non mi importi. Mi pesa avere questo maledetto vizio di scavare tante buche poco profonde anziché poche molto profonde (non è mia, è una citazione yogica): è faticoso fermarsi e stare, l’ho imparato in viaggio. Lo so fare per cose semplici e piccole ma non per le passioni, le capacità e le azioni complesse. Tu sai scavare buche profonde: ti ammiro per questo.

Grazie e buona giornata,
E.

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