Interi nuovi mondi

CIMG6696Chiudevo sempre le finestre, anche quando il caldo di luglio appiccicava i vestiti alla pelle. Mi sbarravo in casa – quando stavo da sola – dopo aver perlustrato ogni angolino di ogni stanza. Non ricordo quando cominciò e non so dire che età avessi quando la paura di quell’insetto prese il sopravvento su tutto. Doppia vespa la chiamavamo in famiglia  e così è rimasta ancora nel mio linguaggio; ma credo che si tratti della vespa muratore, in un gergo sempre colloquiale ma più diffuso. Aveva quelle due zampette cascanti come due fili. Era grande, cicciona con due palle nere a formare un corpo fastidioso alla vista. Quei due fili cascanti catalizzavano tutta la mia attenzione. Mi ricordavano le zampe di un ragno: le sottili o grosse, lunghe, pelose e schifose zampe di un ragno, l’altra mia paura. Anche il corpo a bottone era simile. Ancora adesso, mentre scrivo, mi sto grattando qui e là con la sensazione di schifo che serpeggia lungo il mio corpo.

Al liceo provai a chiudermi sul balcone. Sì: non ero riuscita a far uscire l’animale e così ero uscita io sul balcone, con la finestra chiusa. In estate, quando un famigliare tornava a casa, aprendo la porta lo accoglieva una cappa di caldo: “Ele, ma apri quella finestra”. Una cantilena. Una litania detta con la voce del rimprovero. Già. Poi c’erano le cene estive, le finestre aperte e loro che entravano: io scappavo urlando, urlando con tutto il volume possibile e accompagnando le urla a scatti da centometrista e a smorfie di terrore. Urla, fughe, porte che sbattevano. Ricordo una telefonata a Valeria dal telefono in camera dei miei. Tra una chiacchiera e l’altra, sentii qualcosa all’orecchio. Mi voltai: le sue zampette, il giallo e il nero, il suo aspetto minaccioso erano lì, per me. Lanciai il telefono insieme a un urlo di gola, acuto e stridulo. Scappai. Ancora, come sempre. Ogni estate era la solita tragedia ed era invivibile. I miei mi assecondavano un po’ – anche perché le mie reazioni erano talmente scomposte da non poter fare altro – poi si arrabbiavano, poi mi costringevano a non chiudere, a non isolare, a non farmi condizionare. Era impossibile. La mia reazione era più forte di ogni cosa. Di ogni logica, razionalità, sgridata, castigo, autorità. Il potere era in quelle due palline nere con zampe a penzoloni.

Come mi passò questa paura non riesco a ricordarlo. So solo che ora reagisco meglio. Non sto proprio a fare San Francesco né con loro né con ragni e altri insetti, ma so che ho padronanza di me, del mio battito cardiaco, del sudore, delle corde vocali, dello scatto da preda, dell’ansia e del terrore. Quando penso alla doppia vespa, penso che non siamo noi a scegliere le nostre paure. Capitano. Noi scegliamo cosa farne, di queste paure. Scegliamo quali domande porci e come sentirci quando scopriamo di avere reazioni impensabili senza un reale pericolo di vita. Noi scegliamo di accettarle e di starci dentro. In mezzo.

Questa paura qui, proprio quella per le doppie vespe – che me le vedo davanti agli occhi ancora prima che il mio cervello elabori altri concetti collegati alla paura – questa paura gialla come le api, e intensa o stridula come le mie urla, rumorosa come le porte sbattute e veloce come le fughe di stanza in stanza; ecco, proprio lei mi è tornata in mente durante un volo Roma-Milano.

Non ho paura di volare, non più: ormai mi addormento poco prima di decollare per svegliarmi a ridosso dell’atterraggio. L’ho sperimentata poche volte, solo ai tempi in cui i per me i voli erano una cosa rara. L’uomo accanto a me, invece, era terrorizzato. Circa quindici minuti prima dell’atterraggio ha iniziato ad agitarsi, a stringere le mani della compagna, a sudare sulla fronte. Si muoveva molto e parlava a bassa voce in un modo aggressivo e alterato. Ho ripensato a vespe e ragni. Ma soprattutto ho detto nella mia mente a quell’uomo: sei qui, manca poco. Respira. In fondo aveva deciso di starci, nella sua paura. L’aereo lo aveva pur preso, no? Io ero sfinita e soddisfatta: quel giorno avevo fatto una cosa minuscola e piccolissima per lavoro ma fondamentale per me. Ero stata da un cliente importante per un training e avevo parlato davanti a un’esigua manciata di persone. Per me è stato come scoprire un nuovo pezzo di me. Avevo già parlato in pubblico prima e una volta anche come docente. La questione non è “cosa” ho fatto (per una timida conta anche quello). La questione è simbolica e riguarda il come. Come mi sono sentita, come ho deciso di sentirmi. Come l’ho vissuta prima, dopo e durante. Non è solo quel training ma è tutta questa nuova esperienza lavorativa a essere una scoperta.

Ho fatto la freelance per 4-5 anni perché la sentivo una forma lavorativa adatta a me. Una forma su misura, da plasmare e adeguare. Quando si migliora, si cresce o semplicemente si cambia, nel lavoro e nella vita, è difficile accorgersi in modo concreto. Lo sai, ma magari non lo percepisci del tutto. Come quando si è a dieta e chi ti vede tutti i giorni non coglie sempre il dimagrimento. Ci vuole distanza. Distanza fisica e temporale. Distacco. Dopo 5 anni mi sono ritrovata a sentire fisicamente il mio cambiamento come se fosse una scatola o una tazza, un oggetto metallico o un soprammobile come quelli del mago di Oz . Meglio e peggio non contano. Conta che sono un’altra persona e non me ne sono mai accorta davvero. Ho dovuto mettermi in gioco per capirlo e farlo con qualcosa che mi ha sempre fatto paura per vari motivi (che non dirò): in questi anni sono migliorata nel mio lavoro e in ciò che nemmeno sapevo di saper fare. Sono migliorata nelle mie ansie e nelle paure, nella gestione delle reazioni, nella capacità di vedere il bello e di essere intraprendente. Sono migliorata nell’amore che metto nelle cose e nello sguardo che rivolgo alle persone. Sono migliorata perché ho fatto un percorso che ringrazio e che ora, guardando indietro, per me è di una bellezza che commuove (ora). Penso a tutto ciò che ho capito essermi piaciuto solo dopo averlo lasciato alle spalle, alle cose che proprio-non-se-ne-parla, alle umiliazioni e alle mortificazioni, agli errori immensi, a quando una cosa non l’ho saputa fare, agli sbagli. Penso a tutte le doppie vespe che mi sono lasciata indietro. Puf! Sparite. Oppure alle doppie vespe che sono ancora lì, ma alle quali guardo con benevolenza. Non amo parlare alle riunioni, non amo parlare a vuoto. Ma so che so fare certe cose e le so fare bene.

Io e l’uomo accanto a me sull’aereo abbiamo deciso di starci. Oggi, abbiamo deciso entrambi di stare. Non si tratta di combattere, affrontare, vincere o superare. Si tratta solo di essere lì, di non cambiare posto. Chissà quanti altri come noi proprio in questo momento stanno sostenendo qualcosa, quanti l’hanno fatto nel corso della giornata e quanti lo faranno in futuro. Piccolezze. Scelte. Dalle quali, se si è fortunati, nascono percorsi, strade o interi nuovi mondi.

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