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cimg7272Dammi la forza per riconoscere se sto uscendo dalla comfort zone o se mi sto rassegnando a qualcosa che non mi rappresenta. Me lo sono detta qualche giorno fa tra una frase motivazionale e l’altra, in balìa di una forte necessità introspettiva su ogni minima sensazione provata e sperimentata. Forse non dovrei analizzare così tanto il mio contenuto cerebrale. Mi sento come se interrogassi costantemente i personaggi di Inside Out – cartone che ho trovato abbastanza noiosetto – per capire i motivi dei loro comportamenti e per aiutarli a risolvere le loro problematiche. Senza tuttavia avere alcuna risposta soddisfacente.

“Sei triste, oggi sei triste, Ele perché sei triste? Sei triste e quindi se sei triste è perché questo non va bene e nemmeno questo e questo e quindi allora come facciamo? Niente di ciò che vorresti c’è e tutto ciò che non vorresti c’è. Oddio siamo spacciati, avrai davanti una vita triste, eh…”. Sospiri e lamentazioni che iniziano e non terminano. Stanchezza cronica, impotenza, frustrazione si traducono in una sola cosa: assenza di azione. Resto intorpidita e in attesa della prossima onda di lamentele sterili. Non mi vanto di essere così – non sempre per fortuna – e nemmeno penso che sia un bel biglietto da visita. Però capita. Ci si deve fare i conti e imparare ad aggiustarsi un po’.

Ma non basta. Subito dopo arriva la seconda fase: “sono felice, wow, ma che bello! Senza motivo, eh? Oppure, ah no ecco: sarà l’appuntamento per il tatuaggio, sarà un libro, una serata bella, un’amica o un amico che quando li risenti ti scappa un sorriso. Sarà quel complimento al lavoro o quel risultato raggiunto. Sì, ma che bello, dai che mi sento felice…sarò sempre felice? Sì, ho una forza dentro. Domani alle 5.30 mi sveglio, sì…”

A volte mi sembra quasi che l’appuntamento con queste due fasi non sia mai casuale. Martedì sono serena e piena di voglia di fare, giovedì entro nei miei tunnel oscuri sul senso di ciò che sono e faccio: nessuno.

Una delle strategie che sto adottando per uscire dal pantano è composta da due momenti. O forse sono solo due strategie differenti ma applicate in modo tale che gli effetti si sommino. Il problema è che continuo a ripetermi alcune cose nella testa o addirittura a dirle a voce alta (anche rompendo le scatole al prossimo), con il solo scopo di farle sentire a me stessa più reali, possibili e concrete visto che non sono né vicine né immediate. Ma andiamo per gradi.

La prima strategia è STARE. Declinata in starci, esserci, mettermici, infilarmici dentro, farne parte. Si traduce in dare il massimo ed è un po’ il cappello sotto il quale ci infilerei il “fare tutto con amore”. Tutto: ciò che piace e ciò che non piace. La strategia dello stare implica che non contano orari, logistica, sacrifici, menate perché si vive nel momento presente e si accetta quel momento presente. Proprio quello lì. Diciamo che è parente della tecnica che utilizzo per gli imprevisti/ritardi dei treni. Ormai non è più nemmeno una tecnica visto che non devo fare alcuno sforzo per metterla in atto. È diventata parte di me da almeno cinque anni se non di più. Consiste nell’accettare ciò che succede. Banale. Ma potente. Arrabbiarsi se il treno è in ritardo non risolverà il problema a meno che non ci si rivolga a chi di competenza segnalando il disservizio, senza rabbia. Se il treno è in ritardo semplicemente leggo, sto, aspetto. Scenderò di lì alla stessa ora di chi ha trascorso quel tempo inveendo o lamentandosi. Questa roba la sto applicando sempre più in altri ambiti della mia vita. Ci devo ancora lavorare: a volte sono edonista e inseguo un po’ la piacevolezza e ciò mi porta a non stare, a cercare vie di fuga inutili.

Sempre nella prima strategia rientra il concetto di lasciare andare. Opporre resistenza a una situazione spiacevole (che poi è come per il ritardo del treno), a qualcosa che non abbiamo e vogliamo ma soprattutto a ciò che non vogliamo e abbiamo non ci aiuta a sciogliere i nodi. Ci fa solo fare sforzi immensi per qualcosa che di fatto è così ed è lì. Opporre resistenza non ci permette di cambiare le carte in tavola, i contesti, le situazioni. Ci fa solo vivere malissimo qualcosa che potremmo limitarci ad accettare così com’è. Sono una persona testarda e come tale spesso mi impunto, mi ossessiono, mi lascio trascinare da un desiderio oppure faccio i capricci per scacciare ciò che non voglio, che non mi rappresenta. La testardaggine e la caparbietà sanno essere ottime alleate fino a che non ti si rivoltano contro. Ossessionarsi di poter essere felici solo se … credo che ci allontani dalla meta in modo direttamente proporzionale al nostro livello di attaccamento. Teniamola lì, la meta, nel cuore. Ma pensiamo soprattutto a muoverci verso e a lasciare andare tutti gli spuntoni che incontriamo lungo il percorso da qui al nostro obiettivo (sempre che si sappia davvero quale sia). Lasciare andare – le poche volte che ci sono riuscita – mi ha aperto, mi ha sollevato, mi ha reso più leggera e serena. E poi ha permesso alla parte più bella di me di raggiungere un risultato, senza quasi accorgermene. Succede nel lavoro e nelle relazioni. Disclaimer: non è assolutamente un sinonimo di rassegnazione. Anzi. Si tratta quasi del suo opposto. Non stiamo abbandonando i nostri progetti ma stiamo accettando ciò che succede mentre siamo sulla strada per costruirli. Ovviamente potrebbe accadere che non si realizzino mai, quei progetti. Lasciarli andare non è segno di rassegnazione ma di saggezza: continueremo la strada un po’ più leggeri e pronti ad accogliere il nuovo. In Israele ho imparato proprio questa lezione e dovrei fare di tutto per applicarla anche ai miei attaccamenti quotidiani, a ciò che potrebbe rendermi felice se lo raggiungessi sapendo bene per esperienza che non è mai vero. Quasi mai vero. Vivendo pienamente ciò che accade nel percorso verso la nostra meta – ossia stando, restando, rimanendo (prima parte della prima strategia)  -, in realtà potremmo anche scoprire che sono più preziose e belle le inimmaginabili conquiste, le nuove sfide, gli incontri non programmabili, i luoghi sconosciuti rispetto a tutto ciò che ci siamo segnati sulla mappa come necessario, desiderato, obbligato. Potremmo anche ringraziare il nostro obiettivo senza il quale non avremmo mai trovato tutto ciò che abbiamo trovato, magari a catena o a cascata. Certo: avremmo avuto altro scegliendo un altro progetto ma non ci è dato sapere come sarebbe stato perché non esiste. Meglio? Peggio? Solo diverso.

La seconda strategia è, appunto, DARSI OBIETTIVI. Progetti. Programmi. Desideri e sogni. Darseli senza soffocare se si fa altro, darseli senza pensare solo a quelli. Darsi idee e progetti realistici, strampalati, curiosi, anche difficili. Con gli occhi, il respiro, il corpo e la mente nel qui e ora. Perché è solo il qui e ora che ti salva, ed è solo il desiderio che ti fa amare tutto del qui e ora. La paura di non arrivarci – almeno per me – è una delle forze propulsive della lamentazione e della procrastinazione (insieme all’impazienza e alla necessità di una gratificazione immediata, essendo spesso affamata di dopamina in ogni sua forma). Mi devo ripetere a voce alta che ciò che faccio ha un senso, che ciò che faccio ha uno scopo, che ciò che sono è un continuo costruire e disfare, ricomporre, ricucire, scucire, smembrare, riadattarsi. Se non rispetto il modo in cui vorrei vivere non significa che io stia sacrificando la coerenza o che mi stia allontanando per forza da me stessa. Significa che ci devo passare attraverso: che sia la fine di qualcosa di importante, il dolore per una perdita, un lavoro che non mi rappresenta, un’attesa che non so accettare. È ora di passarci attraverso per me stessa, per la mia autostima e per la mia crescita personale. Devo capire che per arrivare là devo passare da qui. Non si scappa. Fare i capricci, mugugnare e scalpitare rendono questa fase solo più dura. Insopportabile. E soprattutto diventa tutto una mortificazione. Poi posso scoprire che quello spuntone, quella salita, quel fastidio che avrei voluto scacciare in realtà siano state le cose migliori capitate nel percorso oppure che il dolore è dolore e basta. Lo accetto per quello che è perché so che esiste come esistono rabbia, gelosia, invidia, tristezza, ansia, angoscia…

Tutte queste parole restano solo parole se non si interiorizzano. Come? Non ne ho idea. A volte è come sentire un click, altre volte non c’è verso. Altre ancora ripeto le cose come un mantra ad alta voce a me e agli amici più stretti. In alcuni casi l’esperienza mi ha aiutato, in altri ancora ho capito che solo grazie al lavoro fatto precedentemente con lo yoga, i viaggi o la psicoterapia sono arrivata a cambiare atteggiamento. Oppure ho semplicemente allentato la tensione, disteso i muscoli contratti e mi sono detta: non ha senso. Ed è proprio da quel momento che spesso ogni cosa quel senso lo acquista.

Ieri sera sono uscita con un’amica pellegrina che non vedevo da un anno e mezzo. Ci siamo salutate e riviste come se il tempo non fosse mai trascorso e invece eccoci. Siamo uguali eppure diverse. Ci confrontiamo e con poche frasi arriviamo alla conclusione: entrambe abbiamo raggiunto gli obiettivi che avremmo tanto voluto ottenere un anno e mezzo prima. Li abbiamo raggiunti anche da parecchio tempo. Io resto attonita di fronte a questa constatazione: ma come? Non te ne sei accorta di aver fatto quei passi? No. O meglio: sì, ma non è la stessa cosa quando ti metti a tavolino a parlarne con una donna con la quale ti eri vista mesi prima di “farcela” e poi a una distanza sufficiente per guardare indietro con distacco. Vi siete viste quando ancora entrambe sbuffavate  piagnucolavate, annaspavate nella certezza di non essere capaci di trovare una soluzione. Un anno e mezzo dopo vi sembra tutto così facile (faticoso) e così lontano!

“Visto che porta bene parlarne con te – le dico – brindiamo ai prossimi progetti. Che ne dici?”

“Certo! Ai nostri obiettivi futuri!”

(E a tutto ciò che ci capiterà in mezzo.)

 

 

 

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