Arrabbiarsi

cimg8257“Mettiti qui – mi dice – sulla sedia”.

La guardo, fisso il lettino indispettita e mi siedo.

“Oggi facciamo solo le mani – mi dice – quindi meglio stare qui”. Non riesco a parlare come vorrei, come sono stata abituata a fare in tre anni. Guardarla negli occhi è difficile. Mi sento abbandonata, sola e inconcludente.

Parliamo a stento di scelte. Mi mette di fronte a due opzioni: o stai, resti, continui oppure si pianifica un percorso per uscire. Vale per qualsiasi esperienza: una terapia, un lavoro, un amore, un’amicizia, un viaggio.

Si sta o si esce.

Non si può volere tutto: non si può restare a metà, un po’ dentro e un po’ fuori. Non si può venire qui ogni quindici giorni e stare sul lettino; non si può pretendere di parlare a ruota libera e sperare che il tempo non conti. Non si può scalpitare con insofferenza e volere comunque un aiuto. “Non puoi dirmi che desideri continuare ma in modo diluito, sì, forse, vediamo. È come volere e non volere”. Mi dice. La fisso. Ne ho bisogno – lo so, ho ancora tanto da sistemare – ma voglio anche farcela da sola, voglio avere tempi e obiettivi precisi che non mi diano l’idea di fluttuare in un percorso senza fine, senza arrivi e dispendioso.

È questo un “volere e non volere”?

Abbiamo parlato del lavoro, dell’auto sabotaggio, dell’attesa, dei vincoli. Ah, i maledettissimi vincoli! Quanto li odio. Contratti, regole regole regole, obblighi, dover rendere conto, dipendere, stare, restare, pareti, muri, confini, progetti, legami e rinunce. Libertà che… dove va?

Troppa è quasi peggio che non averla. La sprechi in inutilità, in pensieri sterili, in ricerche infruttuose. L’ho visto, l’ho provato: quanto procrastinare con troppa libertà! Troppa libertà è peggio di una prigione: come posso decidere dove andare se tutto è uguale, se poco cambia e se ogni strada la puoi scegliere? Se non c’è nessuno che ti aspetta in nessun luogo? Ma poca libertà – al contrario – ti soffoca, ti taglia le ali, ti costringe e respinge, ti fa dimenticare chi sei e cosa ami davvero.

Ho da poco iniziato una cosa nuova. Non è semplice adattarsi e abituarsi: ore e ore (spesso sprecate) sui mezzi, il rientro tardi la sera, l’introversione da gestire, le parole, le pause, le relazioni, le emozioni, gli obblighi. Ma paradossalmente si è liberata energia. Energia per usare meglio il tempo a disposizione, per scrivere, per lavorare ad altri progetti, per lavorare bene lì, in quel contesto con poche distrazioni. Sono spaventata e felice, triste e iperattiva: con tante idee e tanta voglia di fare, di imparare e di dare il massimo in tutto. Ho la voglia di svegliarmi alle cinque e di avere una vita più ordinata: di correre, scrivere, leggere leggere leggere (sui mezzi, magari). Di fare un corso di fotografia e di pensare a una seconda laurea, se potrò, in futuro, a settembre. Quella tanto desiderata in psicologia. Ho voglia di risparmiare e di avere Itaca là, nella mente e nel mondo reale, come dice Kavafis.

Ho voglia anche di essere amata. Per-quella-che-sono. Anzi, no: prima ancora ho voglia di amare l’altro per quello che è. Se solo ne avessi l’opportunità. Me ne sono accorta proprio in quella seduta con la mia estetista.

“Ma tu vuoi avere davvero successo, nella vita?”

La guardo – cosa c’entra con l’amore ora lo dico, un attimo – e non so cosa dire. Stavamo parlando del fatto che – quando una cosa la so fare e mi viene riconosciuto – io poi non riesco più a farla di nuovo, quella cosa. Mi blocco, procrastino, invento scuse o pulisco casa. Perché mi succede? Perché riesco a metterci tutto alla prima opportunità e alla seconda non inizio nemmeno? Mi ripete la domanda. Rispondo che sì, che ecco: il concetto di successo è relativo e individuale. Cos’è per me, il successo? Non di certo la carriera in azienda: la mia introversione non ne sarebbe molto felice. E non è lo stile di vita che vorrei.

Mi ripete la domanda: sappiamo di cosa stiamo parlando. Vacillo. Penso a tutti i miei momenti di loop interiore. Quando credo di non valere niente, di non aver combinato niente. Avrei potuto essere una brillante ricercatrice all’estero. Avrei potuto essere una ben più brava e determinata giornalista. Mi ricordo che fino a pochi anni fa parlavo in modo vago di voler avere un fantomatico “lavoro figo”. Mi rendevo conto che non sapevo cosa fosse e non capivo perché volessi una cosa che non riuscivo nemmeno a identificare bene. Invidiavo i ricercatori a New York (un mio amico lo è), il medico di successo, l’ingegnere e non so chi altri. Dicevo: “oh, questi hanno un lavoro figo”! Magari se stavano all’estero ancora di più. Non importava cosa facessero e se a me potesse davvero piacere. Era una questione di prestigio. Poi ho capito che qualcosa stonava. Che dovevo guardare alle capacità e all’interesse reale. Da qui sono partita con l’idea del giornalismo e della scrittura. Ma altri loop, altri scogli. Altre incapacità e per anni c’è stata anche l’ossessione (che non fa mai bene): come se la felicità dipendesse dal traguardo e non dal percorso.

Ora sono in una fase differente. Ora mi chiedo perché vorrei avere “successo”.

Per dimostrare di valere.

Avere bisogno di riconoscimenti esterni continui, avere bisogno di successo per educazione ricevuta, averne bisogno perché sennò inconsciamente pensi che gli altri non ti vogliano o non ti vorranno bene crea solo disastri. Non sentirsi o non essere stati amati abbastanza per quello che si è: ecco la trappola! Ed è la motivazione che conduce al fallimento anziché al successo; che blocca anziché spronare. O meglio: che fa vivere il fallimento necessario e fisiologico come una condanna certa. E allora ecco che ci si blocca per paura di fallire e per paura che nessuno ci amerà mai. Non saremo mai abbastanza. Il viaggio – in parte – rientra in questa visione: so farlo e dimostro qualcosa a me, a qualcuno. Fortunatamente è anche un modo sano per veicolare le mie energie. Per essere me stessa.

Un giorno ho chiesto alla mia amica d’infanzia se lei mi avrebbe voluto bene anche se non fossi stata capace di eccellere in niente. È rimasta basita, giustamente, e ha dovuto tranquillizzarmi. Mi sono messa a piangere. Razionalmente so che non ha senso. Io voglio bene a chi voglio bene indipendentemente da tutto e non valuto così il valore di una persona. Quando invece valuto, giudico o cerco di volere bene a me stessa io ho i parametri del cosa so fare, quanto peso (kg), quante cose ho fatto e ottenuto e quanto successo ho. E non mi amo mai. Gli altri non li ho mai valutati così. Se non per invidia pensando: sono migliori di me. Quante cose sanno fare bene, che bravi!

Ecco. Ora posso rispondere.

Sì, lo voglio. Ora che ho capito che il successo vero  – ancora prima di raggiungerlo – è quello dettato dal gusto di migliorare, dalla voglia di crescere, dall’amore per se stessi e per gli altri. Incondizionato. Sì, lo voglio. Ora che ho capito che il successo per me è voler tornare su quel lettino per dedicarmi a me stessa in modo sano, per imparare ad amarmi e ad amare, per migliorarmi costantemente.

 

 

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